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lunedì 21 dicembre 2015

INVERNO



Nel cuore di ogni inverno c’è una primavera palpitante. E dietro la nera cortina della notte, si nasconde il sorriso di un’alba.


I maglioni caldi, le giornate davanti al camino, i piumoni che ci avvolgono di notte, gli alberi spogli e il sole che quando splende ci rallegra: sono solo alcune delle immagini che l’inverno fa venire alla mente. Una stagione così lunga eppure tanto amata da molti.

L'inverno è una delle quattro stagioni dell'anno. Il nome deriva dal latino hibĕrnum (con riferimento a tempus) «stagione invernale» e dall’aggettivo hibernus «invernale» riferito a hiems «inverno».

L'inverno astronomico è il periodo dell'anno in cui il sole, raggiunto il suo punto più basso sull'orizzonte nel giorno del solstizio d'inverno, inizia a risalire, fino al giorno dell'equinozio di primavera. Nell'emisfero boreale l'inverno astronomico va dal 21 dicembre o 22 dicembre al 20 marzo o 21 marzo. Nell'emisfero australe invece inizia il 21 giugno e termina il 23 settembre (giorno dell'equinozio). La sua durata è di 89 giorni e 1 ora circa nell'emisfero nord, contro i 93 giorni e 14 ore circa nell'emisfero sud.



L'inverno meteorologico è il periodo dell'anno comprendente i tre mesi più freddi, sovrapposto in gran parte con l'inverno astronomico. In tal senso l'inizio dell'inverno meteorologico varierà da paese a paese in base, principalmente, alla latitudine. È convenzionalmente accettato considerare l'inverno meteorologico i tre mesi di dicembre, gennaio e febbraio.

Durante l'inverno le persone che soffrono di allergie, possono sviluppare ipersensibilità ai pollini, polveri e pulviscoli, si passa molto tempo in casa, ed anche alcuni componenti chimici di alcuni prodotti della pulizia possono creare crisi allergiche.

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sabato 17 ottobre 2015

IL DESERTO



La parola deserto non è solo un sostantivo ma anche un aggettivo col significato di "solo, abbandonato". Il latino desertum deriva dal verbo deserere che significa abbandonare. Deserere, a sua volta, è composto da de, con valore negativo, e serere (legare) quindi non più legato

Un deserto è un ecosistema che riceve pochissima pioggia e di solito si pensa che possegga poca vita, ma questo dipende dal tipo di deserto; in molti la vita è abbondante, la vegetazione si è adattata al basso tasso di umidità e la fauna solitamente si nasconde durante il giorno, il che significa che un deserto è un ecosistema solitamente arido (la sua più grande caratteristica) e che quindi rende difficoltoso, se non talvolta impossibile, l'instaurazione permanente di gruppi sociali. I deserti costituiscono una delle aree emerse più grandi del pianeta: la loro superficie totale è di 50 milioni di chilometri quadrati, circa un terzo della superficie della Terra. Rappresenta il 30% delle terre emerse, (il 16% è costituito da deserti caldi, il 14% da deserti freddi).

Gran parte dei deserti del mondo si trovano in zone caratterizzate da alta pressione costante, cioè una condizione che non favorisce la pioggia. Tra i deserti di queste aree vi sono: il deserto del Sahara (il più grande deserto del pianeta Terra), il Kalahari, e il deserto del Namib nell'Africa meridionale; il Gran Deserto Sabbioso, in Australia, il deserto del Gobi (o Chamo), il Karakum, il deserto di Taklamakan in Cina, il Rub' al-Khali in Arabia, il deserto del Negev, il deserto del Mojave, e il deserto di Atacama nelle Americhe solo per citarne alcuni dei più vasti.

Gran parte di deserti sono localizzati all'interno dei continenti, vale a dire distanti dal mare: come ad esempio, il deserto del Gobi e altri deserti dell'Asia centrale, che difficilmente vengono raggiunti dai venti umidi dagli oceani. Un esempio del contrario, tuttavia, si riscontra in piccole zone desertiche del Mediterraneo occidentale in Europa: in Spagna, Francia ed Italia.

I deserti lungo le coste occidentali dell'Africa australe e del Sud America sono influenzati dalla presenza di correnti oceaniche fredde che causano deumidificazione nell'atmosfera.

L'unico bioma nel quale la pioggia può mancare per anni è il deserto. Se ne possono distinguere tre tipologie principali:

Deserto caldo, deserto roccioso dove il suolo è costituito da pietre o ciottoli chiamati con la parola araba di hammada; può essere anche ghiaioso, chiamato reg, oppure sabbioso a dune, chiamato erg, presenti nelle regioni tropicali, caratterizzate da accentuata aridità, vegetazione ridotta o assente, mancanza di corsi d'acqua perenni, tendenza alla siccità; il clima a cui si associa tale ambiente è il clima desertico caldo (secondo la classificazione dei climi di Köppen);
Deserto freddo (chiamato anche, un po' impropriamente, "deserto temperato"), presente nelle regioni temperate più continentali, caratterizzate da fortissima aridità e da notevolissime escursioni termiche annue di temperatura, con estati caldissime e inverni freddissimi; il clima a cui si associa tale ambiente è il clima desertico freddo (secondo la classificazione dei climi di Köppen);
Deserto polare (deserto bianco), presenti nelle regioni settentrionali e meridionali a margine dei continenti boreali e australi (Groenlandia, Artide e Antartide), caratterizzate da freddo intenso e perenni distese di neve e ghiaccio; il clima a cui si associa tale ambiente è il clima glaciale (secondo la classificazione dei climi di Köppen).
I paesaggi desertici possiedono alcune caratteristiche comuni.



I deserti per via delle loro condizioni climatiche possono essere classificati come:

deserti caldi sono spesso composti per la stragrande maggioranza da sabbia, che per l'azione del vento dà luogo alle caratteristiche dune. Anche affioramenti di strutture rocciose sono abbastanza comuni e la vegetazione è molto scarsa.
deserti freddi sono spesso composti da rocce.
deserti polari sono invece composti soprattutto da ghiaccio e l'assenza di vegetazione è quasi totale.
Deserti caldi e freddi sono accomunati comunque da un fattore preponderante: il vento.

Non è raro che i deserti possano contenere depositi di minerali preziosi formatisi in un ambiente arido, o esposti successivamente a causa dell'erosione dell'ambiente circostante. A causa della siccità, taluni deserti possono essere ideali per la conservazione di manufatti o fossili.

La maggior parte delle classificazioni si basano su alcune combinazioni del numero di giorni, di pioggia, il totale della quantità annuale di pioggia, temperatura, umidità o altri fattori.

Nel 2010 Peveril Meigs divise il deserto in tre categorie secondo la quantità di precipitazioni che riceve:

Terreno estremamente arido: può mancare anche per 12 mesi consecutivi la pioggia
Paesaggio arido: meno di 250 mm per anno di piovosità
Paesaggio semiarido: media annuale di precipitazioni tra 250 e 500 mm.
I deserti interni vengono suddivisi in:

hammada
erg
serir o reg
I paesaggi aridi e estremamente aridi sono deserti e le praterie semiaride sono da riferimento alle steppe. Phoenix, Arizona riceve meno di 250 mm di precipitazioni all'anno, ed è riconosciuta come una città a clima desertico.

Anche il nord di un pendio dell'Alaska riceve meno di 250 mm di precipitazioni per anno, ma non è generalmente riconosciuto come deserto.

In alcune regioni la scarsità di acqua è caratterizzata dalla presenza in superficie di distese di sale che ricoprono interamente la superficie desertica; spesso queste regioni sono il risultato di fondali di antichi laghi o fondali marini, dove il vento può essere fattore rilevante nel plasmare il, paesaggio.

La desertificazione è il processo di degradazione del suolo, causato da attività solitamente umane che lo porta a diventare un deserto, questo processo, generalmente irreversibile interessa tutti i continenti con delle variazioni di intensità.

Esistono popolazioni nomadi come i Tuareg, che vivono nel deserto in tribù formate da poche persone, all'incirca 30 o 40 membri. Essi si dedicano soprattutto alla pastorizia e all'agricoltura, sviluppata nelle oasi (formatesi quando l'acqua sotterranea affiora solo in zone ristrette). Per proteggersi dagli intensi raggi del sole, i Tuareg devono coprirsi completamente lasciando liberi solo occhi e bocca. Usano indossare il caffettano, una lunga veste coperta a sua volta da numerosi teli. Inoltre nel deserto vi sono presenti anche tribù di boscimani.

Animali tipici dei deserti sono il cammello (in Asia) ed il dromedario (in Nordafrica e nei deserti dell'Arabia), utilizzati dalle popolazioni locali come animali da soma e come cavalcatura. Hanno entrambi zampe piatte, adatte a camminare sulla sabbia, un mantello molto folto per proteggersi dai raggi solari ed una (il dromedario), o due (il cammello) caratteristiche gobbe, il cui grasso, mediante un complesso processo metabolico, serve a produrre liquidi necessari a questi animali per sopravvivere in condizione di grave disidratazione, rendendoli particolarmente adatti alle difficili condizioni ambientali. Tra gli animali desertici, vi sono: i suricati che vivono in grandi colonie. Per sopravvivere alla scarsità di cibo si nutrono di una dieta varia e costruiscono profonde gallerie per raggiungere eventuali falde acquifere nel sottosuolo. Anche varie specie di uccelli abitano il deserto, così come molti rettili, tra cui serpenti e lucertole. Molti animali hanno una livrea mimetica. Il cammello può resistere un anno intero senza mangiare ecco perché nei deserti si usa sempre come mezzo di trasporto.Esistono vari tipi di deserti e come tali hanno animali e vegetazioni diverse. Generalmente, in essi sono presenti anche il fennec (volpe del deserto), alcune gazzelle, il coyote, lo scarabeo nero e la vipera dal corno.

A causa della rarità dell'acqua, il Sahara è quasi privo di flora, della vegetazione mediterranea che copriva le montagne del Sahara prima che diventasse un deserto, rimane solo l'oleandro ed il cipresso del Tassili, in prossimità dei guelta.

Le piante si sono adattate all’ambiente in modo da ridurre l'evaporazione ed aumentare l'assorbimento d’acqua: presentano foglie molto piccole, radici molto lunghe capaci di affondare negli strati più umidi del suolo (acacie, tamerici), o accumulano l’acqua nei tessuti e hanno foglie ricoperte di cera (succulenti); alcune perdono le proprie radici per lasciarsi trasportare in modo da assorbire l'umidità dell'atmosfera (rose di Gerico) o succhiano la linfa delle radici delle altre piante (cistanche); altre perdono le proprie foglie in caso d’aridità per lasciarle crescere nella stagione umida (zilla), o rendono le proprie foglie immangiabili (melo di Sodoma), …



Si possono trovare alcuni arbusti isolati (tamerici, acacie) nel letto degli oued. I rari rovesci possono trascinare il germoglio di una magra prateria temporanea, l'acheb, ricercata dai nomadi.

La palma da datteri, introdotta dagli arabi, è indispensabile all'esistenza dell'uomo nelle oasi: i datteri sono un alimento molto energetico, i tronchi servono alla fabbricazione delle travi, il fogliame serve alla fabbricazione di cesti, corde, trecce e coperture per le capanne, … protegge dal sole gli alberi da frutto che, a loro volta, riparano le culture orticole.

Gli animali hanno anch’essi messo in opera delle strategie per economizzare l'acqua ed evitare il caldo eccessivo: strato spesso di chitine e vita sotto terra per gli scorpioni e gli insetti; recupero del vapore d’acqua contenuto nell'aria polmonare facendolo condensare nelle narici, produzione di feci iperprosciugate e d’urina molto concentrata, addirittura solida, da parte di certi uccelli; perdita delle ghiandole sudoripare, colore chiaro del manto per riflettere la luce solare, attività notturna di ricerca dell’acqua e del cibo, accumulo dell’acqua in sacche interne, sovradimensionamento delle orecchie per utilizzarle come radiatore per regolare la dispersione del calore (fennec, gatto delle sabbie); pelliccia a pelo corto che permette una migliore termolisi, aumento della temperatura interna per evitare di traspirare. .




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giovedì 1 ottobre 2015

LA CRAVATTA

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La Cravatta esprime la personalità e l’umore di chi la indossa ed è strumento di grande importanza nelle relazioni sociali ed in ambito lavorativo, oltreché puro mezzo di ornamento e voluttà.

Fin dagli albori dell'umanità, l'uomo ha avvertito l’esigenza di legarsi della stoffa intorno al collo, tant’è che anche gli antichi egizi, ad esempio, legavano un lembo di stoffa con il nodo di Iside intorno al collo dei defunti, in segno di protezione.

In molti sostengono che la cravatta discenda direttamente dal pezzo di stoffa che i legionari romani utilizzavano già nel II secolo dopo Cristo. Ne troviamo una raffigurazione sulla Colonna di Traiano del 113 d.C. eretta per celebrare le vittorie di Traiano sui Daci fra il 101 ed il 106 d.C.

In realtà non si intuisce un grande collegamento fra la cravatta intesa nel senso moderno e questa sua "antesignana". I veri precursori della cravatta sono i fazzoletti da collo che apparvero intorno al 1650. In quel periodo la cravatta a punta costituiva simbolo di immensa ricchezza, basti pensare che il re inglese Carlo II indossava una cravatta costata oltre 20 sterline già nel 1660. Per farVi un'idea tenete in considerazione che a quell'epoca una rendita "annua" di 2 sterline era considerata un introito di buon livello.

Indossata dai soldati per proteggersi dal freddo, la cravatta appare in Francia durante il regno di Luigi XIII.
All’epoca, dei soldati croati sono arruolati dal re di Francia; portano attorno al collo un foulard annodato. Si suppone d’altronde che la parola cravatta (in francese cravate) sia una deformazione della parola croato (in francese croate). Attorno al 1650, la cravatta si installa al collo ed alla corte del re Luigi XIV. Le persone rivaleggiano in audacia ed eleganza, aggiungendo dei merletti e dei nastri di seta. La moda si diffonde in tutta Europa. Indossata dai ricchi e dai dandy, la cravatta ha attraversato i secoli successivi ed i continenti, assumendo nuove forme.




Il prototipo della cravatta attuale è di origine americana e risale al 1700. Inizialmente era sostanzialmente una bandana annodata a fiocco e, strano ma vero, fu un pugile a renderla popolare: James Belcher.

In seguito, all'inizio del XIX secolo, Lord George Bryan Brummel introdusse una moda innovativa. Lord Brummel è stato un dandy leggendario, nonché un grande stilista; egli aborriva qualsiasi esagerazione, sosteneva che l'eleganza non va a braccetto con ridicolaggini ed esagerazioni. Il Lord aveva un look molto personale con frac blu, panciotto, pantaloni beige, stivali neri e fazzoletto da collo bianco. Pensate che era tanto attento al proprio look da cambiare fazzoletto nel caso in cui il primo tentativo di nodo risultasse di brutto effetto, una volta stropiacciato non era più utilizzabile. Inutile specificare che possedesse una quantità impressionante di fazzoletti da collo candidi ed inamidati.

Facendo ancora un balzo nel tempo ci troviamo nel 1880, epoca in cui i membri dell'Exeter College di Oxford tolsero i nastri dai propri cappelli per annodarseli al collo creando, di fatto, la prima vera cravatta da club. Il 25 giugno 1880 ordinarono ad un sarto di produrre dei nastri appositi con i colori del club. Diedero così il via ad una moda che contagiò presto club e college inglesi.

Dal 1924 la cravatta divenne quella che conosciamo oggi, fu Jesse Langsdorf (New York) a trovare la soluzione giusta per la produzione tagliando il tessuto con un angolo di 45° rispetto al drittofilo, impiegando tre strisce di seta da cucire successivamente. L'idea venne brevettata ed esportata in tutto il mondo. Ancora oggi le cravatte di qualità sono create con il medesimo procedimento





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mercoledì 8 luglio 2015

IL FRIGORIFERO



Sin dalla preistoria, neve e ghiaccio sono stati usati per conservare gli alimenti. Erano oggetto di produzione, trasporto, stoccaggio, commercio e consumo che hanno segnato in una certa misura, a partire almeno dal Seicento, uno degli aspetti della modernità, per la conservazione degli alimenti, e in primo luogo delle proteine animali.
Si assiste così alla nascita di magazzini di stoccaggio di blocchi di neve, dette "Neviere", che lanciano un’attività economica che fiorì in Italia alle soglie dell’età moderna, fra il XVII e il XVIII secolo, per essere poi messa in crisi dallo sviluppo tecnologico, che diede vita, prima in Inghilterra a partire dal 1830, poi anche in Italia, ai primi stabilimenti per la produzione del ghiaccio industriale.
Già nel Rinascimento, piccoli edifici adibiti a ghiacciaie compaiono nelle cantine o nelle corti rustiche di ville e palazzi.Le neviere si riempivano d’inverno con ghiaccio frantumato o neve pressata alternata a strati di paglia e ricoperta di foglie secche o anche di stracci di lana.
Sulla riviera adriatica, già nel Seicento erano numerose a Cesenatico e Senigallia le ghiacciaie per la conservazione del pesce. A Genova ghiaccio e neve erano assai utilizzati per conservare i carichi di pesce destinati alle città padane e la neve veniva anche imbarcata sulle navi, per mantenere i cibi durante il viaggio. A Milano, quando non nevicava in pianura, la neve si importava dal lago Maggiore: raccolta sui primi monti e portata al lago dentro grandi gerle, giungeva in città su barconi. Se non nevicava, si produceva il ghiaccio allagando un tratto di terreno e lasciandolo congelare. Quando la crosta raggiungeva i 15-30 cm si spaccava in blocchi adatti al trasporto.

Il frigorifero (dal latino frigus, "freddo" e fero, "io porto"), anche detto frigidaire o abbreviato frigor (o frigo), è un elettrodomestico che serve alla preservazione del cibo attraverso bassa temperatura: in questo modo si rallenta la cinetica delle molecole e quindi la decomposizione e la crescita dei batteri.

Durante il XIX secolo vi sono state importanti rivoluzioni nel campo dell'alimentazione. In particolare, fu molto importante "la conquista del freddo", ossia l'invenzione della macchina frigorifera, avvenuta e brevettata nel 1851 dall'americano John Gorrie, successivamente perfezionata dal tedesco Windhausen, dall'inglese Reece e dal francese Tellier. A differenza del primo, questi ultimi recuperavano il gas evaporato, che il primo perdeva completamente.

A quest'ultimo si deve anche la realizzazione del primo impianto frigorifero su un piroscafo, le frigorifique, che nel 1876 trasportò in Francia un carico di carne precedentemente macellata in Argentina, dopo un viaggio di 105 giorni. La tecnica venne poi applicata ai vagoni ferroviari, come nel caso del treno intercontinentale che partiva dalla California. Sul piano alimentare tutto questo significò il superamento delle tecniche tradizionali di conservazione (per salagione, per essiccazione, ecc.) la cui comune caratteristica era quella di alterare le qualità nutrizionali e organolettiche degli alimenti. Con la conquista del freddo invece si riuscivano a trasportare e conservare i prodotti per lunghi periodi mantenendo caratteristiche simili a quelle originali.

Lo sviluppo del commercio in tutto il mondo, oltre a garantire maggiori quantità di derrate alimentari, portò a quel fenomeno chiamato da molti storici "delocalizzazione dei gusti alimentari": mentre fino ai secoli precedenti la gente si nutriva quasi esclusivamente di alimenti prodotti nella zona in cui viveva, grazie alla "conquista del freddo" alle persone fu possibile accedere a cibi esotici, prodotti a migliaia di chilometri di distanza. Oltre ai prodotti consumati, anche il gusto cominciò a "delocalizzarsi" dando origine a quel processo di globalizzazione alimentare che culminò con la fine del XX secolo.

Il primo frigorifero domestico venne messo in vendita nel 1913. Un modello di frigorifero senza parti in movimento è stato brevettato da Albert Einstein e Leo Szilard nel 1930. Dal 1931 l'ammoniaca fino allora usata venne sostituita col freon, fino al 1990 quando esso venne proibito per l'uso frigorifero; attualmente è diffuso l'isobutano che però è parecchio infiammabile.

Il funzionamento di un frigorifero è basato sul principio del ciclo frigorifero, che è schematizzabile nelle seguenti fasi:

il refrigerante (normalmente del freon o ammoniaca o isobutano), inizialmente allo stato gassoso, viene compresso per mezzo di un compressore; come conseguenza della compressione (aumento di pressione) si ha un aumento della temperatura del refrigerante;
la temperatura del refrigerante viene poi abbassata grazie all'azione della serpentina di raffreddamento (o "griglia esterna") presente nella parte posteriore del frigorifero; la serpentina funge da condensatore; in altre parole la serpentina riporta il fluido refrigerante allo stato liquido estraendone il calore; l'estrazione del calore durante questa fase avviene in maniera spontanea, in quanto il fluido refrigerante all'uscita dal compressore ha una temperatura maggiore della temperatura ambiente, per cui durante l'attraversamento della serpentina, venendo in contatto termico con l'ambiente, il refrigerante porta la propria temperatura a una temperatura minore e successivamente passa dallo stato gassoso allo stato liquido;
per mezzo di una valvola di laminazione o valvola termostatica, viene abbassata la pressione e la temperatura del refrigerante, che passa dallo stato liquido a una miscela bifase, cioè sotto forma di gas-liquido.
il refrigerante viene quindi posto in contatto termico con il vano interno del frigorifero, attraverso un evaporatore; in seguito, il refrigerante viene iniettato all'interno dell'evaporatore grazie alla pressione esistente nel lato aspirante il liquido; nell'evaporatore il refrigerante assorbe il calore dei prodotti all'interno del frigorifero e ritorna allo stato gassoso;
il refrigerante, allo stato gassoso, viene quindi riportato al compressore per cominciare un nuovo ciclo;
il ciclo si ripete più volte e verrà interrotto da un termostato (che provvederà a spegnere il compressore) quando all'interno del frigorifero sarà stata raggiunta la temperatura preimpostata.
Il termostato può essere di tipo elettromeccanico (tipicamente impiegato su frigoriferi a basso costo o di vecchia generazione) o elettronico. In quest'ultimo caso può essere di tipo analogico o digitale (ovvero basato su microprocessore). L'impiego di un microprocessore permette un controllo più efficace dell'elettrodomestico, riducendo l'accumulo di brina e quindi aumentando l'efficienza energetica del frigorifero.

I frigoriferi più moderni adottano la tecnologia "No Frost" che evita la formazione di ghiaccio, eliminando quindi la necessità della sbrinatura periodica. Questa tecnologia viene spesso accompagnata da una ventilazione interna del frigorifero. Questi due accorgimenti tecnologici permettono agli alimenti una maggiore durata e una maggiore resistenza alle muffe.

In campo medico, invece, le macchine frigorifere furono utilizzate per scopi all'apparenza ben più macabri: i cadaveri dei pazienti ormai deceduti, conservati a bassa temperatura, potevano essere utilizzati con molta più calma per la ricerca e lo studio dell'anatomia umana.

Nel mondo del freddo si è badato all’utilizzo di fluidi stabili chimicamente, con buone proprietà termodinamiche, non tossiche e non infiammabili. Gli elementi chimici che hanno potuto garantire tali requisiti sono il cloro ed il fluoro che sono entrati a far parte in gran quantità nella composizione dei CFC e degli HCFC.
Quando però il problema del buco dell'ozono e dell'effetto serra sono saliti alla ribalta internazionale si è visto che i CFC non potevano più essere accettati, dato che contribuivano notevolmente all’aggravarsi dei due problemi, stante proprio la presenza nella loro composizione del cloro e del fluoro.

Intorno agli anni '50 ad alcune grandi aziende metalmeccaniche vennero commissionate la costruzione dei primi apparecchi frigoriferi ad uso familiare allora molto costosi. Le case costruttrici si sbizzarrivano nella progettazione di particolari modelli con interni colorati e sagomati per poter meglio ospitare gli oggetti come il portabottiglie, la verduriera, la scatola della carne ed il cassettino dei formaggi. Le caratteristiche costanti che possiamo notare in tutti i modelli dell'epoca sono sicuramente la porta bombata e la chiusura con maniglia a scocca.

E' il 1974 quando due scienziati americani, Rowland e Molina, illustrano la loro teoria secondo la quale il cloro contenuto nei CFC agisce da elemento distruggitore dello strato di ozono atmosferico.
L’assottigliamento di quest’ultimo porta ad una maggiore incidenza dei raggi ultravioletti del sole sulla Terra.
Per tale teoria Rowland e Molina vengono insigniti del Premio Nobel per la chimica. L’industria del freddo si è trovata fortemente coinvolta di fronte a queste problematiche, visto che per quarant’anni aveva concentrato i propri sforzi di ricerca in ben altre direzioni e che proprio il cloro costituiva il punto di forza per ottenere determinati requisiti dei fluidi.

Nel 1984 viene firmata la Convenzione di Vienna e nel  1987 il Protocollo di Montreal, primo accordo a livello internazionale che stabiliva la progressiva riduzione nel tempo dell’uso dei CFC. Nel 1990, alla Conferenza di Londra, fu deciso di sospendere la produzione dei CFC e HCFC entro il 1994.

Si iniziò così l'utilizzo di nuovi gas HFC ( sostituendo la parte di cloro dal precedente gas con parti di idrogeno).  Ciò comporta, però,  il dover affrontare un nuovo problema: se la quantità di idrogeno che compone la sostanza è rilevante il fluido diventa infiammabile, quindi pericoloso. Nel 1998, alla Conferenza mondiale di Kyoto, viene deciso di includere anche i refrigeranti HFC tra le sostanze responsabili dell’effetto serra.


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mercoledì 13 maggio 2015

IL CAPPELLO

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Nell'antico Egitto il faraone ricopriva la parrucca con un berretto rosso o una tiara bianca, invece in Mesopotamia erano diffusi turbanti o berretti di pelliccia, così come nell'antica Palestina i sacerdoti ebrei indossavano un cappello conico bianco. Se nell'età minoica le donne cretesi idearono forme varie e bizzarre, nell'antica Grecia e nell'antica Roma invece l'uso del cappello perse ogni importanza.

Durante il Medioevo le donne impreziosivano i cappelli con nastrini colorati intrecciati o con fiori, invece per gli uomini era previsto un grande cappuccio che ricadeva sulle spalle, sostituito dal Trecento da un berretto caratterizzato da un codino che poteva cadere a destra o a sinistra a seconda della posizione politica e sociale. Proprio il Trecento diede le origini al cappello moderno ed il Rinascimento elevò questa usanza grazie alla sontuosità dei materiali e delle forme usati.

Con l'introduzione delle parrucche il cappello assunse dimensioni sempre più mastodontiche e per tutto il Settecento si impose il tricorno con le caratteristiche tre punte. Dopo il breve periodo rivoluzionario che pretese un ritorno alla semplicità, nell'Ottocento per gli uomini si diffuse una moda sobria, mentre per le donne invece dilagò la bizzarria e la stravaganza.

Nel Novecento nacquero le bombette, le pagliette e il floscio che ebbero una grande popolarità per tutto il secolo.

Avendo la necessità di proteggere la testa dal freddo, dalla pioggia, dai raggi del sole, fin dall'antichità la gente si é servita di cappucci, veli, cuffie, berretti, turbanti di ogni foggia. Solamente verso la metà dell'Quattrocento fece la sua comparsa il cappello, cioé il copricapo di feltro caratterizzato da una visiera, chiamata anche falda o ala. Pare che il primo ad indossarne uno fu Carlo VIII, che lo sfoggiò in occasione della sua visita a Roma.

Il Settecento fu il secolo d'oro del cappello. A quel tempo il re Luigi XV lanciò la moda del tricorno, che diventò il copricapo ufficiale delle divise militari di diversi eserciti. Le signore veneziane trovarono così elegante e civettuolo il cappello a tre punte che lo adottarono, portandolo sopra le parrucche incipriate e la maschera o bauta, sotto al quale nascondevano parte del viso. Le nobildonne francesi e inglesi amavano anche i grandi cappelli ornati di piume e, per puro divertimento, giunsero ad indossare cappellini adornati con uccelli imbalsamati, civetteria che oggi sarebbe giudicata di pessimo gusto. Nel 1806 Arrington, un famoso cappellaio di Londra, creò il cilindro che col tempo diventò uno dei simboli della città.

La moda dell'Ottocento e del Novecento diede grande risalto a questo capo di abbigliamento, creando per le donne modelli eleganti, deliziosi, sofisticati o sportivi, adatti a ogni occasione. Anche oggi, davanti alla grande varietà di modelli, c'é solo l'imbarazzo della scelta e basta indossare un cappello un po' originale per sentirsi nei panni di un personaggio immaginario e aver voglia di giocare al teatro.

Quella del cappello è una storia lunga che affonda le sue radici nel passato: dalle origini in Egitto, in Grecia, in Asia fino all’epoca più moderna quando in Europa si diffonde la moda del cappello elegante, a partire dalla Francia e dall’Inghilterra per arrivare alla grande produzione italiana dell’Ottocento e del Novecento. Presente in tutte le civiltà è un simbolo culturale che influenza i codici comunicativi, rappresenta visioni del mondo, è metafora della creatività di ognuno di noi.

Quello di coprirsi la testa è un uso antico che permane nei nostri giorni, come sinonimo di moda e originalità: sia d'estate che d'inverno i cappelli accompagnano la nostra vita con una storia che, in Italia, parte verso la fine del Settecento con Giovan Battista Gnecchi che impianta a Milano il primo stabilimento “moderno” d’Italia. In seguito nel 1857 Giuseppe Borsalino e il fratello Lazzaro iniziano a produrre cappelli di pelo in un laboratorio artigianale di Alessandria ponendo le basi di quell’arte che renderà le loro creazioni sinonimo di eleganza italiana. La Borsalino divenne famosa per i suoi feltri “piuma” e per il modello “alla diplomatica”.

Roberto Manzoni a partire dagli anni settanta ha rilevato alcune delle cappellerie più antiche e ricche di tradizione della Romagna. La RMR Cappelleria inglese è un negozio online che offre un'ampia scelta di prodotti è solo l'ultimo anello di una tradizione radicata sul territorio che parte dalla metà del XIX secolo. Roberto Manzoni ha aperto due negozi, uno a Ravenna e uno a Lugo già Cappelleria Minghetti dal 1904 sotto le logge del Pavaglione che è attivo almeno dal 1870. L'arte del cappello continua a vivere in queste botteghe storiche.

Il cappello è un capo di abbigliamento destinato a coprire in modo parziale o totale la testa.

Serve per proteggersi dal sole, dal freddo o dalla pioggia ma anche per uso estetico o per una protezione igienica, oppure ancora a scopi magici e sociali.

È costituito solitamente da una visiera o da una tesa (o falda) e dalla cupola (o corona). La tesa copre la base della cupola (la parte del cappello a forma di calotta, troncoconica oppure ovale). La visiera è la parte sporgente di alcuni tipi di cappello, solitamente quelli sportivi. La tesa può essere piana o incurvata, con o senza bordura. La cupola può essere superiormente convessa, recare 4 pizzicotti, essere incavata nella sua lunghezza o presentare una calotta (o convessità: C-crown) in cima alla corona; può presentare altresì due pizzicottature laterali. Alla base esterna della cupola può essere presente una fascia (o nastro, o cinturino o puggaree) di seta pesante, gros-grain o pelle, con un nodo o fiocco alla sinistra; alla base interna della cupola può essere cucito un nastro di cuoio, marocchino o stoffa; l'interno della cupola può essere foderato con stoffa (cappello invernale).

Molti sono i materiali adatti a costituire un cappello, quello universalmente utilizzato è il feltro.

Presente in tutte le civiltà il cappello è un simbolo culturale che influenza i codici comunicativi, rappresenta visioni del mondo, è metafora della creatività di ognuno di noi.

Il cappello dà quel tocco di glamour in più soprattutto con gli stili elegante, sofisticato o eccentrico, anche se spesso sulle passerelle o per le strade lo vediamo declinato per il look sportswear-chic.

Il cappello ha caratterizzato alcune icone del nostro tempo.

Pensiamo al cappello di Babbo Natale, alla paglietta dei gondolieri a Venezia, al copricapo dei pirati, a tutti i cappelli associati alle divise.

Il cilindro è un capello dalla forma allungata verso l’alto, a cilindro appunto. E’ il cappello della “distinzione” per eccellenza.

L’accessorio indispensabile per gli uomini con abiti molto eleganti, soprattutto per i matrimoni più formali ed importanti o quelli un po’ retrò e per tutte le cerimonie prestigiose.

Il tricorno evoca i pirati, la commedia dell’arte, l’epoca di Luigi XV. Al giorno d’oggi viene utilizzato soprattutto a teatro o da alcuni personaggi con uno stile barocco-stravagante.

Il Panama è il cappello di riferimento per tutti gli amanti del copricapo in estate.

E’ fatto interamente in paglia e quelli originali sono realizzati a mano dagli indiani dell’Equador (America del Sud).

Nella seconda metà del XIX secolo l'industria della lavorazione del feltro di lana e della conseguente produzione di cappelli aveva trovato un'importante fioritura a Monza. I numerosi cappellifici monzesi avevano raggiunto grande notorietà, giungendo ad esportare manufatti in tutto il mondo.



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venerdì 8 maggio 2015

IL RAPONZOLO DI SCHEUCHZER



Phyteuma è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Campanulaceae (sottofamiglia Campanuloideae), dall'aspetto di erbacee annuali con infiorescenze globose o a forma di spiga.

Il nome generico (Phyteuma), utilizzato per la prima volta da Dioscoride (Anazarbe, 40 circa – 90 circa) medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma ai tempi dell'imperatore Nerone, deriva dalla parola greca "phyto" (= pianta) e significa: "ciò che è piantato".

Il nome scientifico del genere è stato proposto da Carl von Linné (1707 – 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione "Species Plantarum - 1: 170. 1753" del 1753.

Phyteuma scheuchzeri = Raponzolo di Scheuchzer: le brattee sono generalmente più lunghe dell'infiorescenza (da 2 a 7 cm), con portamento patente o riflesso; gli stigmi sono 3. L'altezza varia da 3 a 5 dm; il tipo corologico è Endemico - Sud Alpico; l'habitat tipico sono le rupi umide e ombrose; sul territorio italiano si trova solamente al Nord fino ad una altitudine compresa tra 200 e 2200 m s.l.m..

Pianta erbacea perenne dalle foglie basali ovali-lanceolate, provviste di un picciolo e dentate, alta fino a 40 centimetri.

Sul fusto sono presenti foglie cauline lunghe e lanceolate, alla base dell'infiorescenza ve ne sono due opposte, ma ci sono esemplari anche con quattro o sei foglie; il fusto è eretto ma si trovano spesso anche esemplari col fusto prostrato, quasi appoggiato al terreno.
Il capolino di forma sferica è di colore blu-violetto e fiorisce da giugno ad agosto.





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LA SELAGINELLA ELVETICA

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Il genere Selaginella della famiglia delle Selaginellaceae comprende numerose specie di piante sempreverdi che sono coltivate sia come copertura di tappeti erbosi sia come rampicanti per ornare i muri.

Le Selaginella sono delle stupende piantine che con poche cure ed attenzioni ci rallegrano con i loro stupendi colori ed una sorprendente crescita.

La Selaginella helvetica è originaria delle Alpi caratterizzata dal fatto che il fusto porta due file di foglie piccole poste superiormente e due file opposte alle prime di foglie più grandi e poste inferiormente.

La selaginella elvetica è una specie a vasta distribuzione eurasiatico-temperata presente lungo tutto l'arco alpino. La distribuzione si estende a quasi tutte le aree montuose del Friuli, con qualche lacuna nelle Alpi Carniche settentrionali e con numerose stazioni nell'alta pianura friulana, soprattutto lungo il corso del Tagliamento; nell'area di studio la specie è diffusa ma non molto comune. Cresce su pietre e rupi calcaree e dolomitiche, in ambienti piuttosto umidi e ombrosi, dalla fascia collinare a quella subalpina. Il nome generico è un diminutivo del termine latino Selago che designava piante simili ai licopodi, e allude alla somiglianza di alcune specie (non di questa) a un piccolo licopodio; il nome specifico si riferisce alla Svizzera (Helvetia), dove la specie è presente. Forma biologica: camefita reptante. Periodo di sporificazione: giugno-luglio.




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LA SAPONARIA

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Pianta perenne originaria dell'Europa; forma piccoli cuscini striscianti, che tendono ad allargarsi non molto rapidamente; i fusti sono molto ramificati, prostrati, lunghi 10-30 cm; le foglie sono ovali o lanceolate, di colore verde scuro, in primavera vengono quasi nascoste dai numerosissimi fiori, che sbocciano in grappoli, di colore rosa intenso; la pianta continua a fiorire fino ai primi freddi, producendo sporadici mazzetti di fiorellini. Molto utilizzata per i giardini rocciosi, la saponaria si può trovare facilmente anche in natura, nei pascoli di media quota; trova impiego anche per coprire muri a secco, vista la facilità di sviluppo, anche in condizioni non ideali. La saponaria viene utilizzata in erboristeria, il nome deriva dall'alto contenuto di saponine vegetali presenti nelle radici di questa pianta.

Si sviluppano senza problemi in qualsiasi terreno, anche in quelli molto aridi e asciutti; prediligono terreni sciolti e molto ben drenati.

In fitoterapia, si impiega la radice di saponaria, ricca di saponine, flavonoidi e vitamina C.
Il marker della saponaria è l'acido quillaico, saponina che ne caratterizza il fitocomplesso. Il contenuto in acido quillaico è variabile da 2,5 al 5%, in base al momento di raccolta: la quantità di questa saponina è massima nei mesi antecedenti la fioritura (aprile e maggio), e minima in quelli estivi (luglio e agosto), corrispondenti al periodo di piena fioritura.
Tra i composti di natura flavonoidica, non possono mancare la vitexina e la saponaretina, saponarine contenute principalmente nelle foglie di saponaria.
Tra gli altri costituenti chimici, si ricordano: acido glicerico, acido glicolico, galattani, gomme e olio essenziale (0,185%).

Le virtù terapiche della saponaria sono dovute principalmente alla presenza delle saponine.
Anzitutto, la saponaria è nota per le virtù espettoranti: assunta sottoforma di decotto, la saponaria favorisce un aumento della secrezione bronchiale, che diviene più abbondante e fluida. Inoltre, le saponine provocano un'irritazione a livello della mucosa, utile a promuovere l'eliminazione dell'espettorato.
Le saponine contenute nella saponaria stimolano la diuresi: eliminate per via renale, infatti, esercitano uno stimolo locale facilitando l'escrezione di urina. Chiaramente, all'attività diuretica si associa quella depurativa e diaforetica.
Da non dimenticare che le saponine sono in grado di potenziare l'attività farmacologica di alcune sostanze: tipico esempio è il sinergismo tra le saponine e i derivati digitalici.
Ad uso topico, i prodotti formulati con estratti di saponaria sono impiegati come depurativi cutanei.
Recentemente, su cavie da laboratorio è stata dimostrata l'attività ipocolesterolemizzante della saponaria: i composti di derivazione saponinica, infatti, sembrano influire sull'assorbimento intestinale del colesterolo.
Le saponine della saponaria, sono utili contro stati febbrili, disturbi epatici e gastrointestinali.

Noto da secoli è l'impiego schiumogeno della saponaria nella cosmesi naturale: dopo essere filtrato, il decotto di saponaria può essere utilizzato come una valida alternativa al classico shampoo, particolarmente indicato per capelli sfibrati, che tendono a spezzarsi. La saponaria viene impiegata anche per la detersione di pelli delicate, consigliata anche per purificare la cute affetta da psoriasi o acne.
Utile anche per lavare le stoffe, la saponaria trova impiego nella produzione di detersivi e saponi da bucato.

Assunte a dosi elevate, le saponine della saponaria sono tossiche: non a caso, la somministrazione di estratti di saponaria va attentamente dosata.
Iniettati, i principi attivi di saponaria possono generare convulsioni, infiammazione a carico dei reni, emolisi e diarrea ematica; i sintomi da assunzione eccessiva di saponine possono degenerare fino a indebolire o paralizzare i muscoli, generare una depressione cardiocircolatoria e, nei casi più gravi, indurre la morte.
Ad uso topico, l'estratto di saponaria può provocare irritazione cutanea o delle mucose.



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LA LISTERA OVATA

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La Listera maggiore ovata è una pianta erbacea dai fiori poco appariscenti, appartenente alla famiglia delle Orchidaceae.

Il nome del genere fa riferimento alla particolare forma delle radici “a nido”. In greco “neottia” significa “nido”. Mentre quello specifico (ovata) deriva dal latino e fa riferimento alla particolare forma delle sue foglie. Il nome comune (Listera) ricorda un naturalista inglese, Martin Lister, vissuto tra 1638 e il 1712.
Il binomio scientifico di questa pianta inizialmente era Ophrys ovata, proposto dal botanico e naturalista svedese Carl von Linné (1707 - 1778) in una pubblicazione del 1753, modificato successivamente in quello attualmente accettato (Listera ovata) proposto dai botanici Mathias Joseph Bluff (1805-1837) e Carl Anton Fingerhuth (1802-1876) nella pubblicazione "Comp. Fl. German. (ed. 2) 2: 435" del 1838.
In lingua tedesca questa pianta si chiama Großes Zweiblatt oppure Wald-Zweiblatt; in francese si chiama Listère ovale oppure Grande listère; in lingua inglese si chiama Common Twayblade.

Comune nelle regioni temperate, meno in quelle mediterranee. In Italia è frequente negli ambienti collinari e montani del Nord e del Centro, ma non manca (e localmente può essere abbondante) anche nella pianura padana, al Sud e nelle isole.

Indifferente al tipo di substrato, si adatta agli ambienti più vari, asciutti o umidi, anche in ombra, dal livello del mare fin oltre i 2000 m di quota.

Pianta 20-60 cm Fusto da verde a brunastro, ricoperto da una peluria biancastra sopra l’inserzione delle foglie. Infiorescenza allungata, rada, di numerosi fiori verdastri o verde-giallastri Foglie 2, subopposte, ovate, apice ottuso, con venature evidenti Brattee piccole e triangolari Sepali ovati, curvi in avanti Petali lunghi come i sepali ma più stretti, con questi in un casco lasso Labello lungo il doppio dei sepali, nastriforme, bilobo all’apice.

Periodo di fioritura: da maggio a luglio.




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LA PEONIA SELVATICA

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Pianta erbacea perenne con portamento eretto alta solitamente intorno ai 60 cm ma che può raggiungere talvolta dimensioni ragguardevoli (fino a 120 cm). Presenta rizoma legnoso, con, alla base, tuberi sotterranei. Le foglie sono piuttosto grandi, tripartite più volte, picciolate, verdi con superficie lucida nella pagina superiore, più pallide e glauche in quella inferiore. Il fiore, dal profumo gradevole, è unico e molto appariscente sia per le sue dimensioni (da 2 a 10 cm quando è aperto) che per il  colore dei petali che nella varietà spontanea è tra il rosso cremisi e il rosa porpora acceso. Molto raramente i fiori possono essere bianchi. All’interno presenta numerose antere giallo dorate.

Periodo di fioritura: da aprile a giugno.

Boschi radi di latifoglie, radure delle faggete, arbusteti, pendii pietrosi asciutti prevalentemente calcarei da 100 a 1800 metri di quota. E’ presente sull’arco alpino e nelle aree appenniniche dell’Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise. Nonostante sia presente in molte regioni italiane è una pianta che allo stato spontaneo sta divenendo sempre più rara: gli splendidi e appariscenti fiori sono stati in passato raccolti indiscriminatamente impedendo la formazione di semi e la produzione di nuove piante: per questa ragione è pianta quasi ovunque protetta in senso assoluto.

La peonia era nota fin dall’antichità, se ne sono trovate tracce nei testi di 2000 anni fa: veniva citata nell’Iliade, come pure in antichi testi cinesi; la sua diffusione in Europa tuttavia avvenne solo a partire dal diciannovesimo secolo.
Secondo una leggenda della mitologia greca, il suo nome deriva da Paeon, medico degli dei e studente di Asclepio, il dio della medicina; Asclepio, geloso della bellezza e della bravura del suo allievo, tentò di ucciderlo; Zeus per salvargli la vita lo trasformò nella pianta che porta il suo nome. In base ad un’altra leggenda la peonia nacque nel luogo dove Diana, dea della caccia, versò copiose lacrime quando si accorse di aver ucciso l’amato Orione con una freccia scoccata dal suo arco, a seguito di un tranello tesole dal fratello Apollo. Un’antica leggenda cinese invece narra che le ninfe utilizzassero i petali di peonia per nascondersi agli sguardi ed ai pericoli del mondo; in Oriente la peonia è considerata un fiore di buon auspicio, portatore di amore, armonia e fertilità nella vita matrimoniale. Nel linguaggio dei fiori rappresenta la timidezza, la vergogna, il pudore.

Questa pianta spontanea è utilizzata nella medicina omeopatica come rimedio contro l’epilessia. Tale proprietà era nota anche nell’antichità: si narra che i fiori di peonia dovessero essere raccolti con il favore delle tenebre, per evitare gli attacchi di un misterioso “picchio verde” – solo in questo modo si poteva preservare le virtù curative della pianta per l’epilessia, la pazzia e la tosse. La pianta ha effettivamente funzioni sedative dovute alla peonina, un alcaloide in essa contenuto; per questo motivo è impiegata con successo come antispasmodico e sedativo per la tosse, oltre che come rimedio per stati d’ansia, di stress o di eccessiva agitazione, contro le nevralgie e contro l’emicrania. Tuttavia se viene utilizzata in quantità eccessive, o se ne vengono ingerite alcune parti, può diventare tossica per l’uomo dando luogo ad episodi di nausea, vomito e dolori addominali; nelle donne gravide può essere causa di aborto. I fiori di peonia vengono utilizzati per le tisane a funzione espettorante; taluni consigliano da 5 a 10 gocce al dì di tintura madre per la cura della pertosse, o per tossi particolarmente persistenti. Un altro utilizzo che viene fatto con i fiori di peonia, ricchi di antociani, flavonoidi e tannini, consiste nella formulazione di preparati per trattare fistole, ragadi anali ed emorroidi. Si ritiene che i semi abbiano proprietà emetiche e purgative.

Secondo antichi riti popolari, le madri preparavano collane con semi di peonia da mettere al collo dei propri figli per preservarli dal malocchio, per alleviare il dolore nel periodo della dentizione, e per prevenire le convulsioni. Probabilmente per lo stesso motivo, la radice di peonia veniva data agli epilettici quando sentivano arrivare una crisi: masticare la radice avrebbe bloccato l’attacco epilettico.



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giovedì 7 maggio 2015

IL TIMO

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Il genere Thymus appartiene alla famiglia delle Labiateae e comprende circa 350 specie di piante tra le quali il timo comune (Thymus vulgaris) originario del Mediterraneo Occidentale.

Il  Thymus vulgaris è molto diffuso sul territorio italiano, presente allo stato spontaneo o coltivato e, assieme al Thymus serpillum (noto come serpillo o timo cedrato), è il più utilizzato per  le sue proprietà terapeutiche.

Altre specie di piante del timo sono il Thymus Herba Barona (che ricorda molto l'aroma del cumino) e il Thymus citriodorus, dal caratteristico profumo di limone.

È una pianta a portamento arbustivo, perenne, alta fino a 40–50 cm, con un fusto legnoso nella parte inferiore e molto ramificato, che forma dei cespugli molto compatti. Le foglie sono piccole e allungate con una colorazione variabile dal verde più o meno intenso, al grigio, all'argento e ricoperte da una fitta peluria in quasi tutte le specie.

I fiori sono di colore bianco-rosato, crescono all'ascella delle foglie in infiorescenze a spiga e sono ad impollinazione entomofila (per mezzo degli insetti), soprattutto ad opera delle api.

I frutti sono degli acheni.

Il timo è una pianta tipica dell'area mediterranea, balcanica e del Caucaso. Cresce in Italia dal mare alla regione montana (0 m - 2000 m s.l.m.), ma preferisce le zone marine. Si trova nei luoghi aridi e soleggiati, fra le rocce e le ghiaie.

La fioritura del timo avviene tra la primavera e l'estate, con la comparsa di fiori di colore rosato. L'impiego del timo è particolarmente indicato per il trattamento delle affezioni che interessano le vie respiratorie. Esistono centinaia di varietà di timo, alcune delle quali sono caratterizzate da un piacevole aroma di limone.

Il timo può vantare un inaspettato contenuto vitaminico, sia in riferimento alla vitamina C che alle vitamine del gruppo B. Contiene inoltre timolo, linaiolo e sali minerali. Si tratta di una pianta officinale ed aromatica, che presenta al proprio interno un olio essenziale e sostanze benefiche grazie alle quali al timo vengono attribuite proprietà balsamiche, anticatarrali ed antisettiche. Tra i sali minerali contenuti nel timo troviamo manganese, ferro, potassio, calcio e magnesio. Il suo contenuto di vitamina C permette di contribuire la resistenza dell'organismo alle infezioni ed all'azione dei radicali liberi.
Il timo è inoltre considerato un tonico ed uno stimolante dell'apparato digerente, dunque utile a favorire una buona digestione. E' inoltre ritenuto da parte della medicina alternativa come un vero e proprio antibiotico naturale. Esso è altresì considerato come un diuretico  e risulta quindi utile in caso di ritenzione idrica ed al fine di favorire il buon funzionamento del sistema linfatico.
L'impiego del timo nella propria alimentazione e sotto forma di bevanda ottenuta per infuso può contribuire alla regolarizzazione del flusso mestruale. Uno studio condotto da parte della Leeds Metropolitan University ha indicato il timo come un possibile rimedio benefico nel trattamento dell'acne. Al timo vengono infine attribuite significative proprietà antiossidanti nella protezione delle membrane cellulari.

Dal punto di vista della cura naturale della salute, il timo viene utilizzato soprattutto sotto forma di sciroppo e di infuso, da impiegare in caso di malattie delle vie respiratorie, di tosse e di raffreddore. L'olio essenziale di timo può essere impiegato in caso di naso chiuso per effettuare dei suffumigi con acqua bollente, al fine di contribuire a decongestionare e liberare le vie respiratorie.
L'infuso di timo viene particolarmente indicato per risolvere problemi di gonfiori intestinali e di aerofagia dovuta a cattiva digestione. L'infuso di timo trova inoltre impiego nella preparazione di un collutorio naturale adatto all'esecuzione di risciacqui e gargarismi, da effettuare in caso di alito cattivo o di mal di gola. Il timo è un disinfettante ed antibatterico naturale che contribuisce a contrastare i germi che possono provocare tali distrurbi. Altri utilizzi dell'infuso di timo ne prevedono l'impiego nei pediluvi, al fine di alleviare la sensazione di stanchezza e di affaticamento che potrebbe presentarsi a fine giornata a livello degli arti inferiori. L'infuso di timo freddo rappresenta inoltre un ottimo rimedio da utilizzare come ultimo risciacquo in caso di capelli deboli, per rinforzarli.
L'impiego del timo in cucina, come spezia da utilizzare per il condimento delle pietanze e per la preparazione di zuppe e di minestre, permette di proteggere il proprio organismo in maniera naturale dalle malattie da raffreddamento tipiche dell'inverno e può contribuire a stimolare il buon funzionamento del nostro sistema immunitario. Per la preparazione di infusi o di decotti a base di timo si impiegano solitamente 5 grammi dello stesso per ogni 100 grammi d'acqua.
In cucina l'aggiunta di timo durante la cottura o come condimento per i legumi può contribuire a facilitare la digestione degli stessi ed a permettere che non compaiano problemi di gonfiore intestinale. Un vasetto di timo collocato sul davanzale, sul balcone o in cucina permette di allontanare naturalmente gli insetti.

Il timo appartiene alla famiglia delle labiate è un arbusto resistente che può essere coltivato come pianta aromatica poliennale. La sua coltivazione può avvenire a partire dai semi o mediante talea. La semina del timo può avvenire in semenzaio dall'inizio della primavera fino al mese di giugno.
Il trapianto del timo dal semenzaio al vaso potrà avvenire a circa due mesi di distanza dalla semina. Durante l'estate la piantina di timo potrebbe richiedere annaffiature piuttosto abbondanti. Subito dopo la semina, ricoprite i semi con un leggero strato di terriccio e procedete alla prima annaffiatura. Si consiglia di effettuare la talea in tarda primavera o nel mese di agosto, a partire da piante resistenti e di età compresa tra i due ed i quattro anni, prelevando porzioni di 7-10 centimetri.
La raccolta del timo avviene dalla primavera alla fine dell'estate, indicativamente da maggio ad agosto. Della pianta si utilizza in modo particolare la parte aerea, con riferimento dunque sia ai fiori che alle foglie. Il timo fresco può essere conservato in frigorifero in un contenitore forato per circa cinque o sei giorni. L'essiccazione del timo deve essere effettuata all'ombra. Il timo essiccato deve essere conservato in un luogo fresco, asciutto ed al riparo dalla luce in barattoli a chiusura ermetica, preferibilmente in vetro. Le sue caratteristiche rimarranno intatte per un periodo compreso tra quattro e sei mesi.

Le sue proprietà antisettiche sono conosciute sin dall'antichità e nell'”Herbario novo”, un saggio rinascimentale sulle piante medicinali, il timo veniva consigliato, cotto nel vino, per combattere l'asma e le infezioni della vescica. Inoltre, fino al primo dopoguerra, la maggior parte dei disinfettanti più diffusi era a base di timo.

A differenza di ciò che accade ad altre spezie, il timo non perde il suo aroma dopo l'essiccazione, anzi, il suo profumo risulta più intenso, come avviene anche per l'origano e il rosmarino.

Il timo si trova in diverse miscele di spezie come nelle famose erbe di Provenza, molto utilizzate nella cucina francese, nella zahtar, miscela girordana nella quale il timo è la spezia principale, e nella dukka egiziana, dove si accompagna al cumino e al coriandolo.

Utilizzato dall'epoca degli Antichi Egizi per l'imbalsamazione, il timo era molto apprezzato in Grecia, dove il miele di timo era considerato una prelibatezza, e nell'Impero Romano dove i soldati si cospargevano di acqua e timo convinti  che questa pianta infondesse coraggio e vigore (il nome timo deriva dal greco e significa “coraggio”).
Nel Medioevo si poneva sotto il cuscino un rametto di timo per tenere lontani gli incubi e le dame erano solite ricamare sulle insegne dei cavalieri delle piante di timo come segno di buon auspicio.




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LA SASSIFRAGA DI HOST

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Dedicata a Nicolò Host (1761-1834) medico dell'imperatore d`Austria e botanico, autore di una Flora dell'impero Austro-ungarico e di un`importante trattato sulle Graminaceae, questa entità del genere Saxifraga è endemica delle Alpi sud-orientali, dal lago di Como alle Giudicarie.

Pianta perenne alta 20 – 60 cm con fusti legnosi e rami fioriferi ascendenti ed eretti muniti di peli glandolari. Le foglie sono basali, riunite in rosette molto dense e compatte; sono di colore verde glauco, ricurve all’apice, munite di dentelli ottusi o crenulate con secrezioni calcaree che ricoprono i dentelli oppure allargate sulla lamina. Le foglie sono lunghe 25 – 110 mm con apice acuto nel caso della sottospecie retica, con apice arrotondato o troncato nel caso della sottospecie “Hostii”. L’infiorescenza è a pannocchia multiflora; i singoli fiori presentano petali bianchi a contorno ovato spesso punteggiati di rosso.

La sassifraga di Host abita le fessure delle rocce formando grandi rosette basali di foglie oblunghe e consistenti. Il fusto si presenta generalmente allungato e sorregge una infiorescenza di fiorellini bianchi spesso punteggiati di rosso. Fiorisce tra maggio e luglio al di sopra dei 1200 metri di quota.





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LA PINGUICOLA ALPINA

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La Pinguicula è un genere di piante carnivore appartenente alla famiglia Lentibulariaceae.

Piccola pianta carnivora ampiamente diffusa sulle montagne europee, nonché nell’area settentrionale del continente e dell’Asia. Presenta caratteristiche foglie, involute ai margini, grasse e appiccicose a causa delle minuscole ghiandole destinate ad attirare ed invischiare piccoli insetti che vengono quindi digeriti, tramite gli enzimi prodotti da ulteriori ghiandole, contribuendo così all’approvvigionamento di sostanze nutritive minerali.
Il fusto fiorifero, privo di foglie e dotato di peli ghiandolari, è alto 5-15 cm e porta un solo fiore bianco, con due macchie gialle sul labbro inferiore ed uno sperone conico. E’ l’unica specie del suo genere che mantiene l’apparato radicale anche nella stagione invernale.
La specie è presente in diverse associazioni vegetali, generalmente ma non esclusivamente su substrati calcicoli, caratterizzati dalla buona disponibilità idrica e dalla vegetazione bassa: torbiere alcaline, prati umidi, habitat sorgentizi e stillicidiosi, bordi di ruscelli, pascoli alpini pionieri fino a 2.500-2.600 m di quota.

Il nome generico deriva dal latino 'pinguis' (grasso), per l'aspetto carnoso e vischioso delle foglie, da cui il nome volgare di 'erba unta'. Forma biologica: emicriptofita rosulata. Periodo di fioritura: maggio-luglio.




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IL CAMEDRIO ALPINO

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Il camedrio alpino è una piccola pianta dell'ambiente montano, perenne, non molto alta, dai bianchi fiori, appartenente alla famiglia delle Rosaceae.

È la forma delle foglie che ha dato il nome al genere, queste infatti sono molto simili alla quercia che in greco si dice Drys ( = quercia). Linneo, che per primo usò tale nome per questa pianta, fece riferimento alle Driadi, antiche divinità mitologiche che vivevano nei boschi e che gli antichi greci credevano immortali ed eterne come le querce.
Il nome della specie deriva ovviamente dal numero dei petali della corolla del fiore: octo (= otto) e petalon (= petalo)
Altri botanici, sempre attirati dai contorni fogliari che ricordano la morfologia delle foglie della quercia, chiamarono diversamente queste piante: Chamaedrys.

Pianta perenne nana artico-alpina alta 8 – 12 cm a portamento strisciante; forma intricati tappeti in grado di colonizzare macereti e terreni instabili. Ha radici spesse e fibrose; le foglie sono basali e picciolate lunghe tra 1 e 2,5 cm, di forma oblunga e con 4 – 7 dentelli per lato. La pagina superiore è glabra, di colore verde scuro mentre quella inferiore è bianco tormentosa. I fiori sono solitari, molto decorativi, con diametro compreso tra 2 e 4 cm e con petali ellittici di colore bianco-candido. Il numero dei petali è pari in genere a 8, ma è talvolta possibile osservarne 7, 9 oppure 10. Al centro del fiore sono presenti numerosi stami gialli con lunghi stili al centro. Il calice presenta setole irte scure e glandulifere.

Rocce, pascoli sassosi, rupi, pendii, ghiaia fine e detriti consolidati su terreno calcareo da 1500 a 2600 metri di quota. Eccezionalmente raggiunge i 3000 metri sulle Dolomiti (Monte Pelmo) e scende fino ad appena 200 metri nel trevigiano. In Italia è piuttosto comune sull’intero arco alpino; è inoltre presente in Toscana sulle Alpi Apuane e sull’Appennino Pistoiese e nell’Italia Centrale (Marche, Umbria, Abruzzo, Molise e Lazio) interessando in particolare i Monti Sibillini e il Terminillo. In passato era segnalata sull’Appennino Romagnolo, ma non è più stata ritrovata e oggi pare essere assente in tutta l’Emilia Romagna.

Periodo di fioritura: Da giugno ad agosto

La particolare bellezza del fiore fa sì che la pianta sia molto usata nei giardini rocciosi di media altitudine in cui forma estesi tappeti sempreverdi.

Il camedrio è considerato un “relitto” glaciale: la dryas con le glaciazioni spinse il suo areale verso sud e con il ritirarsi della calotta glaciale sopravvisse, isolata, sulle Alpi Apuane e sull’Appennino in quelle zone in cui le condizioni climatiche erano rimaste più simili a quelle originarie.

Le foglie del camedrio alpino, raccolte in estate, erano usate e lo sono ancora, per fare un infuso per combattere le infiammazioni sia interne che esterne. Sono toniche, astringenti e favoriscono la digestione. Le foglie sono anche una componente del cosiddetto tè svizzero usato principalmente come rimedio contro le coliche.

È utile nella bronchite cronica, nei disturbi digestivi, nella diarrea, nelle malattie del fegato e della milza, nella clorosi e nelle affezioni febbrili.

Come si usa il Camedrio:

Infuso: mettere una manciata di pianta essiccata e sminuzzata in un litro d’acqua bollente. Lasciare a riposo per un quarto d’ora, filtrare e bere a bicchieri.

Tintura vinosa: mettere una manciata abbondante di pianta in un litro di vino bianco, lasciare a macero per lO giorni e bere dopo i pasti principali.

Polvere: ridurre in polvere finissima una manciata di pianta essiccata. Prenderne un cucchiaino tre volte al giorno, mescolata a miele o marmellata, oppure sciolta in altro liquido caldo.




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