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sabato 16 maggio 2015

IL COTONE



Il cotone, dall’arabo Katun ovvero “terra di conquista”, è una pianta erbacea formata da un arbusto con foglie e fiori di colore rosso e giallo; quando il fiore viene fecondato cresce una capsula che giunta a maturazione si apre in 4 parti mostrando così il batuffolo di cotone.
La parte che interessa l’uomo è però il frutto, ovvero la fibra, che si sviluppa all’interno della capsula a partire da 5 a 8 semi.
Il seme di cotone è estratto dal frutto della pianta. Il seme di cotone contiene un'aldeide ad azione tossica, il gossipolo, a cui risultano sensibili equini, suini, volatili ma non i ruminanti. Nei ruminanti il gossipolo forma un complesso insolubile con la lisina, a livello ruminale, rendendo indisponibile all'assorbimento l'aminoacido legato che quindi viene eliminato insieme al gossipolo. Per questo motivo i semi di cotone vengono comunemente utilizzati solo nell'alimentazione dei ruminanti dopo essere stati privati della bambagia attraverso il processo di sgranatura. Le fibre corte di cotone che residuano sul seme dopo la sgranatura prendono il nome di linter. Il suo utilizzo nella vacca da latte migliora sensibilmente il titolo di grasso nel latte.

La pianta allo stato selvatico può raggiungere un'altezza superiore a 1,50 m ed ha vita lunga. Viene coltivata in molti paesi per la produzione della fibra di cotone, utilizzata per la produzione di tessuti.

Il cotone è in assoluto la prima pianta tessile del mondo. Il cotone cresce nei paesi con una stagione caldo-secca e una stagione umida (Cina e Stati Uniti producono quasi metà del totale mondiale). Le qualità migliori crescono tuttavia nei paesi desertici, dove il terreno viene bagnato con l'irrigazione ( Egitto, Pakistan, Russia). Il cotone è una pianta "annuale",con un ciclo vegetativo di circa sei mesi.

Sul terreno, arato e pareggiato, vengono disposti i semi del cotone, con una macchina seminatrice. Dopo circa tre mesi le piante sono già cresciute e hanno l'aspetto di arbusti di media altezza. In cima agli steli ci sono grandi fiori di colore giallo pallido. Dopo sfioritura comincia a maturare il frutto, che è una capsula. Nei tre mesi successivi si sviluppano all'interno della capsula moltissimi peli, attaccati ai grossi semi, che si avvolgono a spirale e rimangono ben compressi. Quando il frutto è maturo, i filamenti si distendono e la capsula "scoppia", cioè si apre liberando una bambagia soffice. Essa resta attaccata ai semi e a cinque "spicchi" dette logge.

La raccolta della bambagia viene effettuata quando le capsule si aprono e il campo è punteggiato di fiocchi bianchi. La raccolta a mano viene praticata nei paesi poveri, dove la manodopera è abbondante. La raccolta a macchina è diffusa negli Stati Uniti e in Russia. Una persona siede alla guida di una macchina "aspiratrice" che avanza nella piantagione e aspira le capsule. Queste vengono accumulate nel grande cesto.

Il cotone, molto diffuso in tutta l'area mediterranea, mentre era ampiamente noto agli Aztechi in America, anche se si dovette attendere il Settecento per una nuova diffusione del tessuto nel continente.

La lunghezza delle fibre di cotone è molto importante da un punto di vista commerciale, poiché più esse saranno lunghe, più pregiati diverranno i filati ottenuti.
Benché il cotone sia di per sé molto morbido e assorbente, grazie all’abbondante presenza di cellulosa di cui è costituito, la fibra è meno robusta, per cui non si usura ma si strappa, è poco elastica e si sgualcisce.

Furono gli Arabi a portarlo nel vecchio continente, più precisamente in Sicilia, nel IX secolo, tuttavia per la sua diffusione si dovettero aspettare ben tre secoli poiché, per la sua difficile lavorazione, il cotone era considerato un tessuto di lusso al pari della seta.
Quando invece gli europei scoprirono le americhe, conobbero presso le popolazioni indigene di Messico, Perù e Brasile, un’antica e radicata tradizione di coltivazione e lavorazione, favorita soprattutto da una particolare propensione del clima e del terreno, e ne rimasero affascinati: le piante coltivate nel nuovo mondo erano diverse da quelle possedute in Europa ed erano anche molto più adatte alla filatura.

Col passare dei secoli le coltivazioni trovarono grande diffusione nelle colonie francesi e britanniche degli odierni Stati Uniti meridionali, fino alla vera e propria espansione di immense piantagioni in tutti gli stati compresi tra l’Oceano Atlantico e la valle del Mississipi, dovuta, sulla scia della Rivoluzione Industriale, alla comparsa della prima macchina sgranatrice detta “Gin”nel 1792, che fece crollare notevolmente i costi di produzione.
Tuttavia l’innovativo macchinario non sopperiva alla raccolta dei semi, che fino al culmine della guerra civile americana venne svolta dagli schiavi africani, sradicati a milioni dalle loro terre native per essere venduti e sfruttati.

Oltre alla “Gin” contribuirono allo sviluppo dell’industria del cotone anche l’invenzione del telaio meccanico e della macchina a vapore, che ne snellirono la produzione e resero più economica la vendita. Il fatturato rimase continuo e rapido fino alla Prima Guerra mondiale, allorchè rallentò a causa di una malattia che contagiò le piante e all’introduzione di fibre artificiali e sintetiche.

A differenza del passato, dove dalla capsula del cotone si racavava un gomitolo di filamenti che veniva trattato e lavorato a mano prima di essere inviato alle industrie tessili, oggi in paesi avanzati come gli U.S.A., tutto il ciclo di produzione risulta meccanizzato. Dopo la raccolta, infatti, effettuata mediante apposite macchine raccoglitrici, i semi vengono passati in una sgranatrice che elimina foglie, polvere e terra separando anche la peluria di cellulosa, la quale viene raccolta per formare fili che una volta lavorati danno il tessuto.

Oggi il cotone è a livello tessile l’elemento naturale a costo più ridotto e maggiormente adoperato; confrontato con la lana, trattiene meno il calore, perciò nel campo dell’abbigliamento viene utilizzato soprattutto per gli indumenti estivi. Facilmente lavabile a mano o in lavatrice, in quanto la sua resistenza migliora notevolmente allo stato umido, può ingiallirsi alla luce diretta del sole durante l’asciugatura.

Questo materiale viene anche utilizzato per la realizzazione di corde e imballaggi, produzione di accessori ad uso medicale e cosmetico, come l’ovatta e il cotone idrofilo, e addirittura per la realizzazione di esplosivi.

Per questa moltitudine di motivi è una delle poche specie vegetali a uso non alimentare che l’uomo coltiva intensamente da secoli, essendo fonte di guadagno per almeno 300 milioni di persone e rivestendo un ruolo di spicco per lo sviluppo economico e sociale di tutto il mondo.

Il cotone rimase per lungo tempo un tessuto di lusso al pari della seta, in quanto difficile da filare e tessere.
E' difficile stabilire, comunque, il luogo e specialmente datare l'origine del cotone.
Alcuni passi della Bibbia contemplano che gli Ebrei utilizzavano questa fibra per la creazione di tessuti. La Grecia classica lo scoprì grazie alle conquiste di Alessandro Magno in Asia e in Africa settentrionale e si legge che durante la conquista dell'America, Hernen Cortes, trovò campi di cotone nella specie Gossypium Hirsutum, in Messico, ma la zona dove questa coltivazione ebbe una sua espansione fu quella a sud degli Stati Uniti, grazie alla manodopera degli schiavi di colore.
 
Il cotone è composto per il 95% da cellulosa, esso è leggero, morbido ed assorbente. La fibra di cotone, meno robusta del lino, non si usura ma si strappa; è poco elastica e quindi si sgualcisce.
Il cotone può essere lavato a mano o in lavatrice senza particolari problemi in quanto allo stato umido migliora la sua resistenza; occorre però evitare l'asciugatura alla luce diretta del sole perchè indebolisce e ingiallisce la fibra.

Il tessuto di cotone si ricava tessendo filati di cotone ricavati dalla peluria che ricopre i semi di una pianta della specie Gossypium.

Con il termine tessuto di cotone generalmente si intende indicare non solo tessuti fatti a telaio ma anche magline e jersey.

La fibra di cotone ha comportamento anelastico. La resistenza meccanica è influenzata dalla presenza dell'acqua: le fibre umide sono più tenaci di quelle secche.
All'aria presenta buona stabilità,
A contatto con la fiamma brucia molto facilmente lasciando della cenere bianca.
Lascia sulla pelle una sensazione di freschezza

Il cotone si otteneva in passato mediante lavorazione con strumenti di legno o a mano. Dopo aver preso la capsula del cotone dalla pianta omonima si ricavava un "gomitolo" di filamenti che veniva trattato e lavorato prima di essere inviato alle industrie tessili. Il cotone, il cui termine deriva dall'arabo Katun ovvero "terra di conquista" già presente prima del secondo millennio a.C. in India ed anche in Perù, fu introdotto prima in Sicilia nel IX secolo e poi in tutta l'Europa. Le prime testimonianze dell’esistenza di questa fibra risalgono a cinquemila anni fa e sono state trovate in Pakistan e a Tehaucan in Messico, ma tracce più recenti le abbiamo anche nei geroglifici egiziani e nelle cronache di Erodoto (V secolo a.C.).

Nel IV sec. a.C. Alessandro Magno aveva fatto di Alessandria il più importante centro di smistamento verso l’Europa del cotone indiano di pregiatissima qualità. Con la conquista della Spagna da parte degli Arabi vennero introdotte anche in Europa le tecniche di filatura e tessitura, oltre alla coltivazione del cotone che però si interruppe agli inizi del Seicento a seguito della cacciata dei Mori. A quel punto fu il Portogallo che si prese lo scettro di importatore principale del nobile cotone indiano.

Intanto i secoli passano e in Inghilterra, fra il 1700 e il 1800, inizia la rivoluzione industriale che vede concentrarsi nel Regno Unito la produzione di tessuti e filati. Da qui all’esportazione di tecnologie di coltivazione e di lavorazione verso le Americhe il passo è breve.

Il cotone è stata la fibra naturale più importante del ventesimo secolo. L'industria tessile oggi utilizza fibre artificiali per il 58% della produzione mentre il 38% è saldamente coperto dal cotone; le altre fibre come lana, lino, seta e canapa hanno un impiego marginale che copre il restante 4%.
Oggi il cotone è coltivato in più di cento paesi, la sua coltivazione, raccolta e produzione rapprensentano una fonte di reddito per almeno 300 milioni di persone.
Il cotone dunque gioca un ruolo essenziale nello sviluppo sociale ed economico mondiale.

Secondo i dati al 2005 del ministero dell'Agricoltura statunitense, i maggiori produttori di cotone sono: Cina (5,7 milioni di tonnellate), Stati Uniti d'America (5,2), Pakistan (2,1), Uzbekistan (1,2) e Brasile (1). Gli altri paesi ne producono ciascuno meno di un milione di tonnellate.

Gli USA producono molto più di quello che consumano: producono 5,2 milioni di tonnellate, ma ne consumano 1,3. La Cina è all'estremo opposto: produce 5,7 milioni di tonnellate, ma ne consuma 9,8 e le sue importazioni (4,2) sono quasi la metà del totale mondiale (9,5).

L'Europa produce e importa relativamente poco cotone. I principali produttori sono la Grecia (0,43 milioni di tonnellate), la Spagna (0,11) e la Bulgaria (solo 2.177 tonnellate). L'Italia è il principale importatore dopo la Russia, con 147.000 tonnellate (il Bangladesh ne importa 446.000, la Corea del Sud 228.600).

A partire dal 2002 si è aperta una vertenza internazionale sul cotone. Il Brasile ha contestato presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio il sostegno accordato dal governo americano ai produttori nazionali.

Nel 2004 l'OMC ha "raccomandato" agli Stati Uniti:

la rimozione degli effetti distorsivi dei sussidi diretti ai produttori o la loro abolizione;
l'abolizione delle sovvenzioni accordate agli acquirenti interni di cotone (a fini di consumo o di esportazione);
l'abolizione delle garanzie prestate agli esportatori.



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mercoledì 13 maggio 2015

IL CAPPELLO

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Nell'antico Egitto il faraone ricopriva la parrucca con un berretto rosso o una tiara bianca, invece in Mesopotamia erano diffusi turbanti o berretti di pelliccia, così come nell'antica Palestina i sacerdoti ebrei indossavano un cappello conico bianco. Se nell'età minoica le donne cretesi idearono forme varie e bizzarre, nell'antica Grecia e nell'antica Roma invece l'uso del cappello perse ogni importanza.

Durante il Medioevo le donne impreziosivano i cappelli con nastrini colorati intrecciati o con fiori, invece per gli uomini era previsto un grande cappuccio che ricadeva sulle spalle, sostituito dal Trecento da un berretto caratterizzato da un codino che poteva cadere a destra o a sinistra a seconda della posizione politica e sociale. Proprio il Trecento diede le origini al cappello moderno ed il Rinascimento elevò questa usanza grazie alla sontuosità dei materiali e delle forme usati.

Con l'introduzione delle parrucche il cappello assunse dimensioni sempre più mastodontiche e per tutto il Settecento si impose il tricorno con le caratteristiche tre punte. Dopo il breve periodo rivoluzionario che pretese un ritorno alla semplicità, nell'Ottocento per gli uomini si diffuse una moda sobria, mentre per le donne invece dilagò la bizzarria e la stravaganza.

Nel Novecento nacquero le bombette, le pagliette e il floscio che ebbero una grande popolarità per tutto il secolo.

Avendo la necessità di proteggere la testa dal freddo, dalla pioggia, dai raggi del sole, fin dall'antichità la gente si é servita di cappucci, veli, cuffie, berretti, turbanti di ogni foggia. Solamente verso la metà dell'Quattrocento fece la sua comparsa il cappello, cioé il copricapo di feltro caratterizzato da una visiera, chiamata anche falda o ala. Pare che il primo ad indossarne uno fu Carlo VIII, che lo sfoggiò in occasione della sua visita a Roma.

Il Settecento fu il secolo d'oro del cappello. A quel tempo il re Luigi XV lanciò la moda del tricorno, che diventò il copricapo ufficiale delle divise militari di diversi eserciti. Le signore veneziane trovarono così elegante e civettuolo il cappello a tre punte che lo adottarono, portandolo sopra le parrucche incipriate e la maschera o bauta, sotto al quale nascondevano parte del viso. Le nobildonne francesi e inglesi amavano anche i grandi cappelli ornati di piume e, per puro divertimento, giunsero ad indossare cappellini adornati con uccelli imbalsamati, civetteria che oggi sarebbe giudicata di pessimo gusto. Nel 1806 Arrington, un famoso cappellaio di Londra, creò il cilindro che col tempo diventò uno dei simboli della città.

La moda dell'Ottocento e del Novecento diede grande risalto a questo capo di abbigliamento, creando per le donne modelli eleganti, deliziosi, sofisticati o sportivi, adatti a ogni occasione. Anche oggi, davanti alla grande varietà di modelli, c'é solo l'imbarazzo della scelta e basta indossare un cappello un po' originale per sentirsi nei panni di un personaggio immaginario e aver voglia di giocare al teatro.

Quella del cappello è una storia lunga che affonda le sue radici nel passato: dalle origini in Egitto, in Grecia, in Asia fino all’epoca più moderna quando in Europa si diffonde la moda del cappello elegante, a partire dalla Francia e dall’Inghilterra per arrivare alla grande produzione italiana dell’Ottocento e del Novecento. Presente in tutte le civiltà è un simbolo culturale che influenza i codici comunicativi, rappresenta visioni del mondo, è metafora della creatività di ognuno di noi.

Quello di coprirsi la testa è un uso antico che permane nei nostri giorni, come sinonimo di moda e originalità: sia d'estate che d'inverno i cappelli accompagnano la nostra vita con una storia che, in Italia, parte verso la fine del Settecento con Giovan Battista Gnecchi che impianta a Milano il primo stabilimento “moderno” d’Italia. In seguito nel 1857 Giuseppe Borsalino e il fratello Lazzaro iniziano a produrre cappelli di pelo in un laboratorio artigianale di Alessandria ponendo le basi di quell’arte che renderà le loro creazioni sinonimo di eleganza italiana. La Borsalino divenne famosa per i suoi feltri “piuma” e per il modello “alla diplomatica”.

Roberto Manzoni a partire dagli anni settanta ha rilevato alcune delle cappellerie più antiche e ricche di tradizione della Romagna. La RMR Cappelleria inglese è un negozio online che offre un'ampia scelta di prodotti è solo l'ultimo anello di una tradizione radicata sul territorio che parte dalla metà del XIX secolo. Roberto Manzoni ha aperto due negozi, uno a Ravenna e uno a Lugo già Cappelleria Minghetti dal 1904 sotto le logge del Pavaglione che è attivo almeno dal 1870. L'arte del cappello continua a vivere in queste botteghe storiche.

Il cappello è un capo di abbigliamento destinato a coprire in modo parziale o totale la testa.

Serve per proteggersi dal sole, dal freddo o dalla pioggia ma anche per uso estetico o per una protezione igienica, oppure ancora a scopi magici e sociali.

È costituito solitamente da una visiera o da una tesa (o falda) e dalla cupola (o corona). La tesa copre la base della cupola (la parte del cappello a forma di calotta, troncoconica oppure ovale). La visiera è la parte sporgente di alcuni tipi di cappello, solitamente quelli sportivi. La tesa può essere piana o incurvata, con o senza bordura. La cupola può essere superiormente convessa, recare 4 pizzicotti, essere incavata nella sua lunghezza o presentare una calotta (o convessità: C-crown) in cima alla corona; può presentare altresì due pizzicottature laterali. Alla base esterna della cupola può essere presente una fascia (o nastro, o cinturino o puggaree) di seta pesante, gros-grain o pelle, con un nodo o fiocco alla sinistra; alla base interna della cupola può essere cucito un nastro di cuoio, marocchino o stoffa; l'interno della cupola può essere foderato con stoffa (cappello invernale).

Molti sono i materiali adatti a costituire un cappello, quello universalmente utilizzato è il feltro.

Presente in tutte le civiltà il cappello è un simbolo culturale che influenza i codici comunicativi, rappresenta visioni del mondo, è metafora della creatività di ognuno di noi.

Il cappello dà quel tocco di glamour in più soprattutto con gli stili elegante, sofisticato o eccentrico, anche se spesso sulle passerelle o per le strade lo vediamo declinato per il look sportswear-chic.

Il cappello ha caratterizzato alcune icone del nostro tempo.

Pensiamo al cappello di Babbo Natale, alla paglietta dei gondolieri a Venezia, al copricapo dei pirati, a tutti i cappelli associati alle divise.

Il cilindro è un capello dalla forma allungata verso l’alto, a cilindro appunto. E’ il cappello della “distinzione” per eccellenza.

L’accessorio indispensabile per gli uomini con abiti molto eleganti, soprattutto per i matrimoni più formali ed importanti o quelli un po’ retrò e per tutte le cerimonie prestigiose.

Il tricorno evoca i pirati, la commedia dell’arte, l’epoca di Luigi XV. Al giorno d’oggi viene utilizzato soprattutto a teatro o da alcuni personaggi con uno stile barocco-stravagante.

Il Panama è il cappello di riferimento per tutti gli amanti del copricapo in estate.

E’ fatto interamente in paglia e quelli originali sono realizzati a mano dagli indiani dell’Equador (America del Sud).

Nella seconda metà del XIX secolo l'industria della lavorazione del feltro di lana e della conseguente produzione di cappelli aveva trovato un'importante fioritura a Monza. I numerosi cappellifici monzesi avevano raggiunto grande notorietà, giungendo ad esportare manufatti in tutto il mondo.



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giovedì 19 marzo 2015

IL CEDRO DEL LIBANO

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È l'albero rappresentato nella bandiera del Libano.

Pianta arborea, distinguibile per alcuni rami che assumono un portamento a "candelabro" ossia formano un angolo di 90° e salgono verso l'alto. La cima col passare del tempo si appiattisce. Nelle zone d'origine arriva a 40m, eccezionalmente a 60m.

La corteccia è prima liscia, poi fessurata longitudinalmente di colore marrone scuro, ha una densa ramificazione.

Le foglie sono lunghe fino a 3 cm, di colore verde scuro portate sia singolarmente sui giovani rametti, sia in ciuffi di 20-30 su corti rametti laterali.

Il cedrus libani, come tutte le gimnosperme, non ha i fiori ma gli strobili: grigio-verdastri i maschili, lunghi fino a 5 cm e a maturità giallastri, verdastri i femminili, portati sulla stessa pianta (monoica).

Il Cedrus libani, come tutte le gimnosperme, non ha i frutti ma strobili femminili maturi che sono coni bruni di consistenza legnosa (pigne) che si sfaldano a maturità disperdendo i semi.
Il suo habitat è la fascia montana a clima fresco, sui versanti esposti a nord dai 1300 ai 3000 metri di altitudine.

Originario del Mediterraneo Orientale, cresce spontaneo nelle montagne del Libano, della Siria e in Turchia meridionale (monti Tauro), è coltivato in parchi e giardini di tutta Europa dalla fine del Settecento.

I cedri universalmente considerati più belli e spettacolari sono quelli che si trovano in Libano, precisamente nella Forest of the Cedars of God. Per la protezione di questa pianta il governo libanese ha istituito tre aree protette: la riserva dei cedri dello Shuf, la riserva di Horsh Eden e la riserva delle foreste di Tannourine.


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LA SEQUOIA AMERICANA

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Le sequoie americane sono gli alberi più grandi del mondo in termini di volume: più massicce delle sequoie della California (Sequoia sempervirens) ma meno alte rispetto a queste. Solo sette esemplari di Sequoiadendron giganteum superano tuttavia i 1200 m³ del Lost Monarch, un gigantesco esemplare di Sequoia sempervirens.

La sequoia americana può raggiungere i 95 m di altezza ed avere un diametro basale (molto allargato rispetto alla parte superiore al colletto) di oltre 9 m. Non si hanno informazioni certe sulla longevità di questi alberi, ma le analisi dendrocronologiche permettono di fissare per la massima età raggiunta un limite inferiore di circa 2200 anni.

Il portamento è conico simmetrico, con i rami che scendono verso il basso. La corteccia è di colore rosso scuro. Ha foglie aghiformi (lesiniformi, quasi squamiformi), di colore verde scuro, lunghe 5-6 mm, che ricoprono tutto il rametto; i microsporofilli, di colore giallo-marrone, sono riuniti in amenti ascellari e terminali, i macrosprofilli sono verdi, in amenti apicati.

Gli strobili ovali di 6-8 cm per 4-5 di diametro sono costituiti da scaglie peltate (termine proveniente dal nome dell'antico scudo greco, πέλτη), con scudo romboidale. Maturano in due anni.

Il legno della sequoia gigante è molto resistente alla decomposizione, ma è fibroso e fragile, il che lo rende inadatto a uso edile.

Dall'ultimo ventennio del diciannovesimo secolo fino agli anni venti del ventesimo secolo molte sequoie vennero abbattute a scopo commerciale, ma con scarso guadagno, visto che a causa della loro fragilità e all'altezza degli alberi stessi molti tronchi si frantumavano rendendoli inutilizzabili. I boscaioli cercarono di attutire l'impatto con strati di rami tagliati da altri alberi ma nonostante ciò fino al 50% del legname andava sprecato.

Il legno veniva perciò utilizzato solo per fabbricare staccionate, tegole in legno e perfino fiammiferi, uno scopo umile per un albero di una tale mole che spinse l'opinione pubblica a richiedere la protezione di questi maestosi giganti.


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IL GINKGO

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La pianta è originaria della Cina. Il nome Ginkgo, deriva probabilmente da un'erronea trascrizione del botanico tedesco Engelbert Kaempfer del nome giapponese ginkyō (ぎんきょう) derivante a sua volta da quello cinese 銀杏 "yin-kuo" (銀 yin «argento» e 杏 xìng «albicocca»; 銀杏 yinxìng «albicocca d'argento»). Questo nome è stato attribuito alla specie dal famoso botanico Carlo Linneo nel 1771 all'atto della sua prima pubblicazione botanica ove mantenne quell'erronea trascrizione del nome originale. Il nome della specie (biloba) deriva invece dal latino bis e lobus con riferimento alla divisione in due lobi delle foglie, a forma di ventaglio.

Nell'antichità, il Ginkgo venne considerato nel primo importante erbario cinese una sostanza benefica per il cuore e i polmoni; i medici lo utilizzavano per curare l'asma, i geloni e le tumefazioni causate dal freddo; i monaci buddisti lo piantavano accanto al tè, gli antichi cinesi e giapponesi consumavano i semi tostati come rimedio digestivo; i guaritori indiani ayurvedici lo associavano alla longevità usandolo come ingrediente del "soma", l'elisir di lunga vita. L'albero è stato introdotto in Europa nel 1730.

È una pianta arborea che raggiunge un'altezza di 30–40 m, chioma larga fino a 9 m, piramidale nelle giovani piante e ovale negli esemplari più vecchi. Il tronco presenta rami sparsi da giovane, più fitti in età adulta, branche principali asimmetriche inclinate di 45°, legno di colore giallo. I rami principali (macroblasti) portano numerosi rametti più corti (brachiblasti), sui quali si inseriscono le foglie e le strutture fertili.

È liscia e di color argento nelle piante giovani, diventa di colore grigio-brunastro fino a marrone scuro e di tessitura fessurata negli esemplari maturi.

Ha foglie decidue, di 5–8 cm, lungamente picciolate a lamina di colore verde chiaro, che in autunno assumono una colorazione giallo vivo molto decorativa, dalla forma tipica a ventaglio (foglia labelliforme) leggermente bilobata e percorsa da un numero elevato di nervature dicotome. La morfologia fogliare varia a seconda della posizione e dell'età: le plantule hanno foglie profondamente incise, le foglie portate dai brachiblasti hanno margine interno e talvolta ondulato, le foglie portate dai macroblasti sono spesso bilobate.

La Ginkgo è una gimnosperma e per questo non presenta dei fiori come abitualmente li intendiamo. Le Gimnosperme non hanno fiori ma portano delle strutture definite coni o strobili o, come in questo caso squame modificate (i coni da un punto di vista funzionale si possono considerare simili a dei fiori per omologia). È una pianta dioica cioè che porta strutture fertili maschili e femminili separate su piante diverse. Negli strobili maschili i microsporangi sono portati a coppie su microsporofilli, disposti a spirale su un asse allungato. L'impollinazione è anemofila.

Negli strobili femminili gli ovuli, inizialmente due, si riducono ad uno solo nel corso dello sviluppo e sono portati su peduncoli isolati. Le piante femminili dunque, a differenza della maggior parte delle Gimnosperme (in particolare delle Pinophyta), non producono coni propriamente detti ma strutture analoghe a questi.

La fioritura è primaverile. Tra impollinazione e fecondazione intercorrono alcuni mesi. La fecondazione avviene a terra all'inizio dell'autunno, quando gli ovuli sono già caduti dalla pianta madre e hanno quasi raggiunto le dimensioni definitive. I gameti sono ciliati e mobili, come avviene in molti gruppi meno evoluti (Cycadophyta, muschi, felci ed alghe).

I semi (di cui è commestibile l'embrione dopo la torrefazione) sono lunghi 1,5–2 cm e sono rivestiti da un involucro carnoso, pruinoso di colore giallo, con odore sgradevole a maturità (per la liberazione di acidi carbossilici, in particolare acido butirrico), che viene definito sarcotesta. All'interno di questo vi è una parte legnosa (sclerotesta) che contiene l'embrione. La germinazione del seme è epigea.

La pianta è originaria della Cina, nella quale sono stati rinvenuti fossili che risalgono all'era mesozoica. La pianta è stata ritenuta estinta per secoli ma, recentemente, ne sono state scoperte almeno due stazioni relitte nella provincia dello Zhejiang nella Cina orientale. Non tutti i botanici concordano però sul fatto che queste stazioni siano davvero spontanee, perché la Ginkgo è stata estesamente coltivata per millenni dai monaci cinesi.

È una specie eliofila che preferisce una posizione soleggiata e un clima fresco. Non è particolarmente esigente quanto a tipo di terreno ma vegeta meglio in terreni acidi e non asfittici. È una pianta che sopporta le basse temperature: è stato dimostrato che non subisce danni anche a -35 °C. La moltiplicazione avviene generalmente per margotta. È preferibile coltivare gli individui maschili per evitare lo sgradevole odore dei semi; tuttavia il sesso della specie è difficilmente riconoscibile in quanto non presenta caratteri sessuali secondari affidabili. Le piante mal sopportano la potatura: i rami accorciati seccano.

Il primo Ginkgo biloba importato in Italia, nel 1750, si trova nell'Orto Botanico di Padova (Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO). È un esemplare maschile maestoso su cui, verso la metà dell'Ottocento, fu innestato a scopo didattico un ramo femminile.

La pianta si riproduce per seme o per talee semilegnose prelevate durante l'estate.

Molto utilizzata come pianta ornamentale in parchi, viali e giardini grazie alla notevole resistenza agli agenti inquinanti (non solo delle metropoli più inquinate ma anche in cittadine più piccole, in viali o nei giardini in gruppi isolati) viene inoltre usata anche per creare cortine frangivento.
Diffuso il suo utilizzo per farne bonsai.
Viene coltivata industrialmente in Europa, Giappone, Corea e Stati Uniti per l'utilizzo medicinale delle sue foglie.
Il legno giallastro viene usato per la costruzione di mobili, lavori di tornio e intaglio; è però di bassa qualità data la sua fragilità.
La parte interna legnosa dei semi viene utilizzata come cibo prelibato in Asia e fa parte della tradizione culinaria cinese. Viene commercializzato sotto il nome di "White Nuts". In Giappone i semi di Ginkgo vengono aggiunti a molti piatti (ad esempio il chawanmushi) e utilizzati come contorno.

Le foglie di Ginkgo biloba contengono terpeni, polifenoli, flavonoidi (ginketolo, isiginketolo, bilabetolo, ginkolide).
La ipotesi che i suddetti principi attivi abbiano un'azione sulle funzioni cerebrovascolari e sui disturbi della memoria, tali da suggerirne l'uso nella malattia di Alzheimer non è suffragata da convincenti evidenze scientifiche.
Il ginkolide B è ritenuto un antagonista del PAF (platelet activating factor), mediatore intracellulare implicato nei processi di aggregazione piastrinica, formazione del trombo, reazioni infiammatorie (iperattività bronchiale).
Con le sue foglie è possibile cercare di migliorare la circolazione di sangue, sia a livello periferico sia cerebrale, apportando quindi un certo beneficio alla fragilità capillare e contrastando le varici.
Le foglie attuano un'azione di regolazione sulla circolazione e di opposizione ai radicali liberi rallentando i fenomeni di ossidazione, e proprio grazie a questa azione si contrastano gli effetti dello stress fisico e mentale.
In cosmetica viene utilizzato, applicato a livello topico, per ripristinare il giusto equilibrio lipidico nelle pelli secche e screpolate.

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IL PRATO INGLESE

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Il prato inglese è un tappeto erboso costituito da erbe che lo rendono molto uniforme, sia nel colore che nell’altezza. Questo prato viene considerato segno di perfezione architettonica. Per mantenere un prato inglese nelle condizioni ottimali, bisogna ricorrere ad attente e frequenti operazioni di manutenzione, come irrigazioni e tagli, perché questo prato, proprio come dice il nome, è adattissimo al clima freddo e umido delle campagne inglesi, mentre risente in negativo dei climi aridi e secchi tipici delle estati del Sud Italia.Il prato inglese si ottiene seminando alcune specifiche specie di graminacee, tra cui Agrostis tenuis, Agrostis stolonifera, Lolium italicum, Lolium perenne, Poa pratensis, Poa annua, Festuca rubra, Festuca ovina e Festuca arundinacea. In alternativa alla semina, il prato inglese si può realizzare tramite delle zolle precoltivate che consentono un notevole risparmio di tempo e costi nell’implementazione del prato stesso. In entrambi i casi, bisognerà procedere alla preparazione del terreno, che si rivolta con la vanga o la zappa, si diserba, per eliminare eventuali erbe infestanti, e si concima con fertilizzanti organici. Nella concimazione di fondo che precede la semina del prato si consiglia di usare del letame maturo. La preparazione del terreno va effettuata in anticipo rispetto alla semina, che deve avvenire in primavera o in autunno. Queste stagioni intermedie sono ideali per interrare i semi, in quanto il clima è temperato e con il giusto grado di umidità. Il prato a rotoli si può, invece, implementare durante qualsiasi stagione, avendo cura di preparare il terreno così come avviene per la semina.
Questa tipologia di prato richiede particolari accorgimenti sia nella fase di preparazione del terreno che nella semina e nella manutenzione.

La semina consiste nello spargere sul terreno i semi della miscela di graminacee usata per la creazione del prato inglese. Se la superficie è molto piccola, l’operazione può avvenire a mano, facendo attenzione a spargere i semi prima in una direzione e poi in quella opposta. Se la superficie è maggiore, i semi vanno sparsi con un macchinario chiamato proprio” spargisemi”. Nella semina a mano, per evitare di dispersioni, è consigliabile spargere i semi assieme a della sabbia.

Dopo la semina o l’aggiunta del prato a rotoli, si procede ad usare un diserbante contro le formiche e si compatta il terreno con un rullo o passandovi sopra con delle scarpe sotto cui saranno applicate delle tavolette. Alla rullatura seguirà l’irrigazione, che dovrà accompagnare tutta la crescita del prato inglese. Il prato inglese derivante da semina germinerà entro tre settimane, mentre quello a rotoli prenderà forma in pochi giorni. Quando le erbe del prato avranno raggiunto i dieci centimetri, si potrà procedere al primo taglio, partendo a un ‘altezza di cinque centimetri da terra.

Nella manutenzione del prato inglese rientrano le annaffiature, la concimazione ed i tagli. Soprattutto le annaffiature, devono essere regolari, abbondanti e profonde. In caso di irrigazione manuale bisogna procedere ogni giorno, ma nel caso il prato sia troppo esteso, l’operazione potrebbe rivelarsi troppo faticosa. Nelle grandi superfici si può implementare un impianto automatico di irrigazione a pioggia, che fornirà abbondante acqua al prato due volte la settimana. L’acqua, per il prato inglese, è molto importante, perché le erbe che lo compongono sono molto suscettibili all’azione del sole e alla siccità. Le irrigazioni devono far giungere l’acqua in profondità, per garantire lo sviluppo e il nutrimento delle radici. Se l’acqua, infatti, viene distribuita solo in superficie, si rischia di provocare lo sviluppo delle radici nella parte alta del terreno e di farle seccare in seguito all’azione dei raggi solari. Il prato inglese necessita di una buona concimazione annuale, usando concimi liquidi da aggiungere all’acqua. La prima concimazione va effettuata dopo il primo taglio, con un buon concime a base di azoto, sostanza che stimola lo sviluppo e la colorazione dell’erba verde.

Il prato inglese è il tappeto erboso che meglio rappresenta il desiderio di perfezione dei giardinieri. Questo manto si apprezza per la sua uniformità, sia nelle forme che nei colori; ma questa “perfezione” , il più delle volte, è solo illusoria, perché le variazioni climatiche ed i venti causano la diffusione di altre piante infestanti. Alcune possono dare vita a fiorellini blu che spuntano dall’erba verde, altre possono modificare o alterare la compattezza e l’uniformità del tappeto erboso. In questo caso le cose da fare sono due: rassegnarsi o lavorarci sopra con frequenza ed intensità. Nelle condizioni di maggiore ventosità, il diserbo, cioè l’eliminazione delle erbe sgradite, va effettuato con maggiore frequenza, così come anche i tagli. Per mantenere uniforme l’altezza del prato bisogna tagliare almeno una volta a settimana, ma non in modo eccessivo: mantenere il prato più alto protegge le radici dalla siccità. Lo sviluppo del muschio va invece combattuto con appositi concimi chimici; mentre spesso bisogna provvedere ad aerare il terreno usando un attrezzo con lame o delle scarpe speciali dette “arieggianti”. Per far durare a lungo il prato inglese ,è preferibile usare delle erbe grossolane e più resistenti. In estate, inoltre, bisogna intensificare le cure e non abbandonare il prato per troppi giorni, perché l’aridità del clima finirebbe per trasformarlo in un tappeto “stepposo” piuttosto che “erboso”.


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martedì 17 marzo 2015

IL COLUBRO DI ESCULAPIO

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Il Còlubro di Esculapio (Zamenis longissimus) è un serpente della famiglia dei colubridi.

Il dorso mostra solitamente una livrea uniforme, dal rosato al giallo-verdastro. Il ventre è di colore chiaro. Gli esemplari più giovani sono di colore grigio chiaro, con piccole macchie scure disposte a formare un reticolo. Può raggiungere i due metri di lunghezza, pur mantenendo un andamento agile ed elegante.

È di abitudini prevalentemente diurne, sebbene nei mesi più caldi compaia anche al crepuscolo. Si nutre di piccoli vertebrati come roditori, lucertole e passeracei. Trascorre il letargo in anfratti, incavi dei muri e in tane ricavate nel terreno. Deve il suo nome ad Esculapio, dio greco della medicina, rappresentato con un bastone sul quale è intrecciato un serpente, simbolo della forza vitale che guarisce i mali.

L'habitat ideale è rappresentato dai boschi di caducifoglie e aree rurali ricche di vegetazione ma senza umidità. È reperibile dal livello del mare sino, in alcuni casi, a 2000 metri di altitudine.


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L' ANATRA MANDARINA

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L'anatra mandarina (Aix galericulata (Linnaeus, 1758)) appartiene alla  famiglia degli Anatidi ed è una delle più famose anatre esistenti. La sua fama è dovuta alla bellezza e alla ricercatezza del piumaggio dei maschi e all'eleganza e semplicità delle femmine.

La femmina presenta una livrea grigio bruna, con una linea bianca sotto la gola e in prossimità dell'occhio, i fianchi e il petto puntellati di bianco, le ali scure, il becco e le zampe sono grigio scuro.

Il piumaggio del maschio in abito nuziale nel periodo riproduttivo, presenta un vivace colore arancione sia nelle piume scapolari che lungo il collo, formanti una grande gorgiera allargata sui lati. Il capo è sormontato da numerose piume rosse e verdi con una fascia bianca ad arco che prosegue lungo il collo; possiede un piccolo becco dal colore rosso vivo, le zampe sono arancioni.

Il petto è blu cangiante, i fianchi sono beige sfumati nel bianco; la coda è appuntita, verde e bianca. Sulle ali fanno bella mostra di sé le caratteristiche vele grandi piume color terra di Siena, a losanga. Il piumaggio eclissato del maschio proprio del periodo estivo-autunnale è molto simile a quello della femmina, le piume dalle vivaci colorazioni cadono, sostituite da un piumaggio molto meno appariscente, utile a mimetizzarsi quando per un breve periodo è impossibilitato a volare in attesa che le penne remiganti ricrescano.

Viene allevata ed è diffusa anche l'anatra mandarina dal piumaggio completamente bianco, si tratta della forma leucistica, esemplari dotati di un gene recessivo che li rende bianchi.

La mandarina era un tempo largamente diffusa in Cina, Giappone e Russia, ma negli ultimi due secoli è stata minacciata dall'esportazione su larga scala e alla distruzione delle foreste dove viveva.
La popolazione attuale cinese e russa raggiunge probabilmente 1000 coppie, quella giapponese 5000 coppie.

La presenza nei paesi europei è dovuta alla sua introduzione a scopo ornamentale verso il XVIII secolo, ma da allora, avendo trovato habitat favorevoli al suo sviluppo, l'anatra si è potuta inselvatichire in diverse regioni dell'Europa (Gran Bretagna, Belgio e Germania, Svizzera e Austria e sul Mar Nero) dove ancora oggi è introdotta nei parchi.

La popolazione extra asiatica più importante, circa 1000 coppie rinselvatichite e adattate al clima freddo e piovoso, risiede in Gran Bretagna dove, non essendo specie naturale, non è protetta.

La deposizione avviene in primavera, quando la femmina cova una decina di uova nel nido posto solitamente nella cavità di un albero per circa 28-30 giorni, al momento dell'abbandono del nido gli anatroccoli seguono la madre gettandosi dal covo, planando e atterrando di petto, la loro caduta è ammortizzata dal piumino oltre che da foglie e erba che si trovano al suolo.

L'alimentazione varia con la stagione e la località; include le ghiande, grano saraceno e riso (in autunno), lumache, insetti, piccoli pesci e vegetali (in primavera); uva, rose, rododendri, semi di piante acquatiche e piccoli invertebrati.

Le mandarine sono molto sociali, volano in grandi gruppi d'inverno, in cattività vivono tranquillamente assieme ad altre specie di anatre. La femmina prende l'iniziativa nella scelta del compagno esibendo un comportamento attraente, le coppie hanno dei legami molto forti fra loro ed una volta formatesi, l'anno successivo si ricostituiranno piuttosto che cambiare; per questo motivo tradizionalmente in Cina ed in Corea l'anatra mandarina è un simbolo di affetto coniugale e fedeltà in quanto maschio e femmina si accompagnano sempre.

La mandarina, a differenza di altre specie di anatre, possiede una buona agilità e velocità sulle zampe, che muove con rapidità sul terreno, se minacciata tende ad accovacciarsi e rimanere immobile fra la vegetazione, ma può anche correre velocemente per defilarsi e spiccare il volo all'improvviso; anche nel volo radente il suolo si muove con disinvoltura, predilige infatti dormire di notte o riposarsi di giorno appollaiata sui rami degli alberi, rocce o comunque strutture rialzate dal terreno, da cui può meglio vigilare sui pericoli.




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IL PICCHIO MURATORE

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Il picchio muratore (Sitta europaea Linnaeus, 1758) è un uccello passeriforme della famiglia Sittidae.

Misura circa 14 cm di lunghezza per 22-25 g di peso. Il piumaggio è vivace, grigio-blu sul capo, sul dorso, le ali e la coda, mentre l'addome è color arancio. Le guance e la gola sono bianche; una striscia nera attraversa gli occhi fino ad arrivare al becco anch'esso nero, lungo, appuntito e molto robusto. La coda e le zampe sono relativamente corte.

È diffuso in quasi tutta l'Europa centro-occidentale e meridionale, e in alcune zone del Nordafrica e del Medio-oriente. In Italia è diffuso ovunque, tranne che in Sardegna.
Vive nei boschi di latifoglie (più difficilmente nei boschi di conifere), ma è possibile incontrarlo nei parchi, giardini e frutteti in prossimità dei centri abitati.

Il volo non è rapido ma piuttosto leggero. La particolarità del picchio muratore consiste nell'arrampicarsi (anche a testa ingiù) sui tronchi degli alberi con rapide corse a spirale, aiutandosi con la coda.
È una specie stanziale.

La riproduzione inizia ad aprile ed il nido viene costruito nelle cavità resistenti di alberi o muri.
Se il foro d'ingresso risulta essere troppo grande, il Picchio muratore lo riduce di dimensioni, applicando un impasto di fango e saliva che una volta secco risulta essere molto resistente (da cui deriva la seconda parte del suo nome).
La femmina depone 5-10 uova bianche con piccoli puntini rossastri, che vengono covate per circa 15 giorni.
I piccoli vengono allevati da entrambi i genitori fino alla completa autosufficienza, che in genere avviene dopo circa 24 giorni dalla dischiusa.

Il picchio muratore è prevalentemente insettivoro durante la primavera e l'estate.
Per i restanti mesi si nutre di semi, noci, ghiande e frutta.
Le noci e le ghiande vengono aperte “picchiandole” con il becco, dopo averle incastrate nella corteccia degli alberi.
Ecco perché è stato denominato picchio (il suo nome inglese è infatti Nuthatch che significa colpitore di noci).


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L' EVONIMO

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La berretta del prete, fusaggine o evonimo (Euonymus europaeus L.) è una pianta angiosperma dicotiledone della famiglia delle Celastraceae abbastanza diffusa in Europa.

Alta dai 3 agli 8 metri, durante la primavera forma dei piccoli fiori bianchi ermafroditi che, in autunno, danno origine ai caratteristici frutti rossi dalla curiosa forma simile al cappello usato dai sacerdoti cattolici (da cui il nome). Cresce nei boschi misti di latifoglie.

La fusaggine è un grande arbusto alto da 1,5 a 6m, con splendidi frutti avvelenati che dapprima sono rosa carminio e poi rossi. Gli involucri dl seme sono color arancione intenso. Rappresenta una importante fonte di alimentazione per insetti ed uccelli.

II nome di queste piante deriva dal greco eu, bene, e ònoma, nome, ossia «pianta dal buon nome, dalla buona reputazione». Questa definizione contrasta sensibilmente con le proprietà benefiche degli evonimi, ma è opportuno ricordare che nei tempi antichi, come del resto ancora oggi in Oriente, si usava chiamare con gli appellativi più dolci gli dei apportatori di malefizio proprio per ingraziarseli e sperare nella loro clemenza. Evidentemente lo stesso stratagemma veniva messo in atto anche per le piante più pericolose.

Servono per la realizzazione di siepi, grandi macchie verdi o variegate al centro del prato, ciuffi isolati, oppure per la coltura in grandi vasi adatti ad essere collocati sul balcone o in terrazza. Le varietà nane si prestano anche per la decorazione delle roccaglie oppure per formare basse bordure con funzione di­visoria fra l’una e l’altra parte del giardino.

L’evonimo non richiede cure particolari e non ha neppure bisogno di essere potato, tuttavia se si vuole utilizzare questa specie per siepi di forma particolare, si possono apportare alla pianta tagli non frequentissimi, per formare masse compatte e di buon effetto decorativo.

È una pianta velenosa. L'ingestione di corteccia, foglie e soprattutto dei semi provoca diarrea e convulsioni e può risultare mortale.

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L' IPPOCASTANO

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L'ippocastano o castagno d'India (Aesculus hippocastanum L., 1753) è un albero appartenente alla famiglia Sapindaceae, diffuso in Europa.

Il nome della specie deriva dal greco ἵππος hippos, cavallo, e castanon, castagno, per l'uso dei frutti di questo albero come alimento stimolante per i cavalli.

L'Ippocastano può arrivare a 25-30 metri di altezza; presenta un portamento arboreo elegante ed imponente. La chioma è espansa, raggiunge anche gli 8-10 metri di diametro restando molto compatta. L'aspetto è tondeggiante o piramidale, a causa dei rami inferiori che hanno andamento orizzontale.

I rami sono lenticellati, presentano grandi gemme opposte, rossastre, ed una terminale di notevoli dimensioni, ricoperte da una sostanza collosa. La corteccia è bruna e liscia e si desquama con l'età.
Le foglie dell'ippocastano sono decidue, palmato-settate, con inserzione opposta, mediante un picciolo di 10–15 cm, su rametti bruni o verdastri e leggermente pubescenti. Ciascuna foglia, che può arrivare a oltre 20 cm di lunghezza, è costituita da 5-7 lamine obovate con apice acuminato e base stretta. Il margine è doppiamente seghettato, la nervatura risulta ben marcata. Il picciolo non ha stipole, ma una base allargata ed una fenditura che lo solca. Le foglie sono di color verde brillante nella pagina superiore e verde chiaro, con una leggera tomentosità sulle nervature, in quella inferiore.
La pianta ha fiori ermafroditi a simmetria bilaterale, costituiti da un piccolo calice a 5 lobi ed una corolla con 5 petali bianchi, spesso macchiati di rosa o giallo al centro. I fiori sono riuniti in infiorescenze a pannocchia di grandi dimensioni (fino 20 cm di grandezza e 50 fiori). La fioritura avviene nei mesi di aprile - maggio.
I frutti sono grosse capsule rotonde e verdastre, munite di corti aculei, che si aprono in tre valve e contengono un grosso seme o anche più semi di colore bruno lucido che prendono il nome di castagna matta. Hanno un sapore amaro e sviluppano un odore molto sgradevole durante la cottura; sono leggermente tossici quindi non commestibili.
Longevo e rustico, tollera le basse temperature e non ha particolari esigenze in fatto di suolo, anche se cresce meglio nei terreni fertili. È poco resistente alla salinità del terreno e gli agenti inquinanti atmosferici, ai quali reagisce con arrossamento dei margini fogliari e disseccamento precoce della lamina.
Originario dell'Europa orientale (penisola balcanica, Caucaso); è stata introdotta a Vienna nel 1591 da Charles de l'Écluse e a Parigi, da Bachelier, nel 1615. In Italia è diffusa in tutte le regioni, soprattutto in quelle centro-settentrionali, dalla pianura fino a 1200 metri di altitudine.

L'ippocastano, di cui si utilizzano estratti ottenuti dai semi, esercita un'azione di riduzione della permeabilità capillare, ha un effetto antinfiammatorio, migliora il drenaggio linfatico ed aumenta la pressione venosa. Per tale motivo, trova applicazione nel trattamento dell'insufficienza venosa cronica, determinando un miglioramento dei segni e sintomi presenti agli arti inferiori: edema, dolore, prurito, varici, ulcere, senso di tensione e/o affaticamento. Inoltre offre proprietà antinfiammatorie, antiedematose e antiessudative; inibisce la distruzione della vitamina C e viene consigliata nel caso di vene varicose.

La miscela di saponine (altrimenti detta escina) sembra essere il principio responsabile dell'azione farmacologica ed oggigiorno gli estratti di ippocastano sono standardizzati in modo tale che la quantità giornaliera di escina sia di 100–150 mg. Riduce la permeabilità dei capillari aumentandone la resistenza e l'elasticità. Parte di questa azione è stata anche attribuita alla presenza nell'estratto di flavonoidi come la quercetina e la rutina (o fattore vitaminico P), che sono notoriamente trofici per l'endotelio capillare.

Alcuni effetti collaterali derivanti dall'uso di ippocastano (che comunque sembrano verificarsi raramente) sono: disturbi gastrointestinali e prurito.

L'escina si lega alle proteine plasmatiche per cui si sospetta che possa alterare il trasporto di alcuni farmaci. Si ipotizza inoltre che alte dosi di escina possano danneggiare i glomeruli ed i tubuli renali per cui se ne sconsiglia l'uso in caso di insufficienza renale.

La presenza di cumarine antitrombotiche fa sì che l'associazione di ippocastano con farmaci anticoagulanti venga sconsigliata per la sua potenziale pericolosità, anche se al momento non sono stati descritti casi in merito.

Il gemmoderivato non presenta gli inconvenienti sopra riportati.

Nel passato i frutti venivano utilizzati come mangime per animali (da cui deriva il nome, letteralmente castagno per cavalli). I semi venivano utilizzati per produrre farina e, dopo averli tostati, un surrogato del caffè. I frutti hanno un effetto moderatamente narcotico e i semi non trattati sono tossici. Il legno è di cattiva qualità. La corteccia era usata come febbrifugo. L'ippocastano è uno dei fiori di Bach, white chestnut.

In Gran Bretagna i semi, chiamati conker, vengono usati per un popolare gioco da bambini.

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LIRIODENDRO

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Il Liriodendro o Albero dei Tulipani (Liriodendron, L.) è un genere delle Magnoliaceae che comprende alberi di notevoli dimensioni (il liriodendrum tulipifera supera a volte i 30 m di altezza) con fiori a coppa simili esteriormente a quelli del tulipano.

Cresce nel Nordamerica orientale e in Asia, segnatamente in Cina. Il Liriodendro cresceva anche in Europa prima delle glaciazioni.

Le foglie hanno una speciale forma quadrata lobata con apici, sono decidue, in autunno diventano giallo crema. I fiori grandi sono di un verde molto pallido e compaiono in giugno-luglio. I frutti secchi, lunghi 6-7 cm, ricordano delle pigne strette e piccole.

Viene piantato come albero ornamentale, anche in climi freddi (in Europa fino alla Norvegia).

Il particolare aspetto delle foglie, dei fiori e della coloritura autunnale consigliano il suo inserimento in un giardino in posizione centrale.


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IL BOSCO BELLO (Vedano al Lambro)

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Il bosco Bello è una delle ultime testimonianze delle antiche foreste di pianura presenti in Lombardia, circoscritta tuttavia nell'area nord del Parco di Monza, ripetutamente compromessa per via dell'Autodromo e dei relativi continui interventi di diboscamento.

Il 14 settembre 1805 venne emanato un decreto napoleonico per la costruzione, accanto alla Villa Reale e ai suoi giardini, di un "grande parco reale". Nel 1806, sotto la spinta del viceré Eugenio di Beauharnais, venne data attuazione pratica al dettato di legge: la zona prescelta, a nord dell’abitato monzese lungo il fiume Lambro, comprendeva i parchi delle ville patrizie Mirabello e Mirabellino, l’area boschiva del "Bosco Bello", una zona di grande valore paesaggistico e naturalistico. Nelle intenzioni di Napoleone, il parco doveva avere funzioni sia di svago, per il riposo e la caccia, sia di allevamento e produzione di animali e piante, nella logica della pubblica utilità. Gli architetti Canonica e Tazzini prima e Villoresi dopo, armonizzarono i vari elementi architettonici, paesaggistici e botanici, con grande maestria. Nel 1806 l’area delimitata era di 6.8 km quadrati (oggi la superficie del parco è di 7,5 km quadrati), confinante coi comuni di Monza, Biassono, Vedano al Lambro e Villasanta. L'anno successivo, l'architetto Carlo Fossati realizzò il muro di cinta (lungo 14 chilometri) utilizzando materiale proveniente dalle rovine del castello visconteo. Si era così venuto a costituire il parco urbano recintato più esteso d’Europa. Il muro di cinta era originariamente interrotto da ben quattordici accessi dei quali oggi restano le cinque porte che prendono il nome dalle località sulle quali si affacciano: Monza, Vedano, San Giorgio, Villasanta e Biassono.


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IL PRUNUS

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Prunus è un genere di piante della famiglia delle Rosacee, unico genere della sottofamiglia delle Prunoidee; viene diviso in alcuni sottogeneri, Amygdalus, Prunus, Cerasus, Padus, Laurocerasus. Comprende oltre 200 specie, originarie delle zone temperate dell'emisfero settentrionale, arboree e arbustive a fogliame persistente o deciduo, alte fino a 6 m, solitamente con fruttificazione edule e fioriture delicate.

Il nome del genere deriva dal nome latino dato ad alcune specie del genere. Le specie di Prunus hanno generalmente foglie alterne, semplici, fiori bianchi o rosa riuniti in racemi o corimbi, il frutto è una drupa, con pericarpo carnoso e endocarpo legnoso.

Le specie spontanee in Italia sono 16, tra cui citiamo il P. cocomilia diffuso nell'Italia meridionale e Sicilia, a fiori bianchi, il P. mahaleb noto col nome di ciliegio canino e il Prunus spinosa, noto anche come prugnolo, spontaneo in tutt'Italia.

Tra le specie rinselvatichite, ornamentali, o che interessano l'arboricoltura da frutto per la produzione di frutta per il consumo fresco o la conservazione e trasformazione industriale, citiamo: il P. campanulata a fiori penduli, il P. avium o ciliegio dai fiori colorati di bianco-rosa, il P. serrulata dai fiori colorati di bianco con screziature rosa, il P. subhirtella var. pendula a fruttificazione edule, e le notissime e numerose varietà di piante da frutta come il susino, l'albicocco, il mandorlo, il pesco, il ciliegio, il lauroceraso; tra le piante ornamentali, ricordiamo il gruppo dei ciliegi giapponesi, come il P. serrulata, il P. subhirtella, il P. grayana, il pesco cinese il P. davidiana, l'albicocco della Manciuria, il P. mandshurica, e altre specie esotiche come il P. chinensis, il P. japonica e il P. triloba, tutte piante arbustive di modeste dimensioni con lunghi rami ricoperti da numerosi fiori doppi, di colore bianco o rosato.


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LA MAGNOLIA

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La magnolia sempreverde (Magnolia grandiflora L., 1753), chiamata anche semplicemente magnolia, è una pianta originaria del sud-est degli Stati Uniti. Fu importata in Europa agli inizi del Settecento. Una delle più antiche magnolie d'Italia (anno d'impianto 1786) si trova all'Orto Botanico di Padova. Prende il nome da Pierre Magnol direttore del giardino botanico di Montpellier (1638-1715). Le magnolie sono tra le più antiche Angiosperme, con reperti fossili che appartengono al Cretacico.

Pianta legnosa a portamento arboreo, alta fino a 25 metri, con chioma piramidale, fogliame fitto dalla base all'apice.

La corteccia è di colore grigio scuro, rossiccio nei rami giovani; quando invecchia la corteccia si spacca in piccole lamine.

Le foglie lunghe fino a 20–30 cm, lanceolate, di forma ellittica, sono rigide e coriacee, con la parte superiore lucida e di colore verde scuro, la parte inferiore color ruggine e leggermente pelosa.

La Magnolia grandiflora è una pianta sempreverde. Le foglie hanno una durata di circa 2 anni, dopodiché cadono e si rinnovano.

I fiori, posti nella parte terminale dei rami, sono solitari e maturano nei mesi di maggio, giugno e luglio. Dal profumo intenso, sono larghi dai 15 a 22 cm, cupuliformi, di colore bianco; sono ermafroditi ed hanno una durata molto breve. L'impollinazione è entomofila.

Le infruttescenze peduncolate coniche-ovoidali inizialmente sono verdi e chiuse, poi a maturità diventano brunastre e si divaricano evidenziando gli acheni. Il frutto è un achenio e cresce in grappoli ovoidali lunghi 8–12 cm. Il seme è di colore rosso intenso e fuoriesce dall'achenio a maturazione.

In Europa questa pianta si è diffusa velocemente ed oggi è possibile trovarla ovunque, soprattutto in giardini e parchi.

È usato principalmente come pianta ornamentale. Il legno è talvolta usato in falegnameria per la sua facilità di lavorazione e per la durata nel tempo.La sua corteccia ha proprietà toniche e febbrifughe.

Prediligono posizione a mezzo-sole, clima estivo umido e piovoso, terreno acido permeabile e fresco. Le zone alluvionali delle regioni prealpine italiane, costituiscono l'habitat ideale per lo sviluppo di queste piante.

La moltiplicazione avviene per talea, margotta, propaggine, innesto o con la semina.

Richiede un ambiente soleggiato e clima mite. È resistente all'inquinamento e a brevi gelate, ma può benissimo vivere in un ambiente caldo e afoso.


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