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giovedì 10 novembre 2016

IL TAPIRO

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Ossa di tapiri fossili sono state rinvenute in Europa ed in Asia, e anche nell'America settentrionale e meridionale. I più antichi di questi reperti datano di 50 milioni di anni fa e molte di queste ossa, benché ovviamente della stessa famiglia, differivano da quelle del tapiro di oggi. Ciononostante, circa 20 milioni di anni fa esistevano dei tapiri che assomigliavano considerevolmente alle specie attuali. La loro ampia distribuzione si è poi ridotta, fino a limitarsi ora a due regioni circoscritte e nettamente separate. È sorprendente come essi siano stati tanto a lungo e così largamente diffusi; non tanto sorprendente è anche il fatto che alcuni di essi siano giunti fino ad oggi, poiché, tra tutti i grossi animali della terra, essi sono probabilmente i più completamente indifesi. Infatti sono normalmente lenti e cauti nei loro movimenti, di solito con il muso vicino a terra, e non sono praticamente mai all'erta per evitare eventuali pericoli. È probabile che la proboscide abbia contribuito più di ogni altra cosa alla loro sopravvivenza. In effetti, può rappresentare una sentinella altamente efficiente, saggiando costantemente l'aria in ogni direzione, perfino durante la ricerca del cibo, poiché viene girata e contorta senza posa, con le narici spalancate. Quindi, quando si afferma che il tapiro è timido, si dovrebbe dire piuttosto che esso è sensibilissimo al suo ambiente e pronto a darsi alla fuga. Dunque, può essere questa la ragione principale per la quale i tapiri, pur di così lontana discendenza ed ora così nettamente separati dal punto di vista geografico, hanno subìto tanti pochi cambiamenti: essi si sono così bene adattati alla vita da non aver bisogno di alcun cambiamento. Sicché, il segreto della loro sopravvivenza può essere ben rappresentato da quella corta, ma straordinaria proboscide.

I tapiri hanno nasi prensili, sono indispensabili per la salute della foreste e sono una specie ombrello.
Oggi sopravvivono quattro specie di tapiro: il tapiro di montagna (Tapirus pinchaque), il tapiro di Baird (Tapirus bairdii), il tapiro americano (Tapirus terrestris) e il tapiro dalla gualdrappa (Tapirus indicus). Le prime tre specie hanno il manto bruno e vivono nelle foreste tropicali dell’America Meridionale, mentre l’ultima è di colore bianco-nero ed è diffusa nel Sud-Est asiatico.

I tapiri si riproducono molto lentamente, hanno un periodo di gestazione di 13-14 mesi e partoriscono solo un cucciolo alla volta. Questa “lentezza” potrebbe condannare i tapiri, minacciati dalla deforestazione e dalla caccia, se la popolazione dovesse subire un declino significativo è molto improbabile che possa riprendersi.

Possono pesare fino a 300 chili. Grazie alla loro stazza i tapiri possono fare leva sugli alberi per raggiungerne i frutti. Sono animali docili per natura, ma possono attaccare se si sentono minacciati, soprattutto una femmina con i cuccioli. I tapiri sono creature notturne, trascorrono il giorno a dormire nelle fitte macchie boschive e si svegliano nel pomeriggio per mangiare.



Le abitudini notturne del tapiro e la sua predilezione per le zone di giungla più impervie fanno sì che sia difficile studiare sul campo questi animali. Tutt’oggi non si sa molto dell’etologia di questi mammiferi e molti dati sono stati raccolti da esemplari in cattività.

I tapiri coprono grandi distanze, attraversano habitat differenti e “creano” un collegamento tra le varie zone della foresta. Ingoiano i semi della frutta, camminano a lungo e defecano lungo i loro percorsi, disperdendo i semi e favorendo la creazione di un flusso genetico vegetale tra gli habitat. Non sono gli unici animali a farlo ma mangiando enormi quantità di frutta, distribuiscono un’elevata quantità di semi. La struttura delle foreste sarebbe molto diversa senza i tapiri.

Questi animali sono caratterizzati da una protuberanza sul labbro superiore, simile ad una piccola proboscide. Questo organo prensile viene utilizzato dai tapiri per afferrare foglie e frutti, come boccaglio quando si trovano in acqua per sfuggire dai predatori o semplicemente per rinfrescarsi.

I tapiri sudamericani sono presenti in tutto il Sud America. Data la loro ampia distribuzione la gente pensa che i tapiri siano molto numerosi, ma in realtà, i vari biomi che occupano non sono collegati. Il loro habitat viene distrutto costantemente e di fatto esistono solo piccole popolazioni isolate di tapiri in Sud America. Eppure ogni anno gli ambientalisti devono fare pressione per mantenere il tapiro sudamericano sulla Lista Rossa Iucn delle specie minacciate.

Recenti studi delle pratiche venatorie degli indigeni dell’Amazzonia hanno rivelato che le aree immediatamente circostanti agli insediamenti delle comunità sono prive di mammiferi. In luoghi nei quali ancora la deforestazione non è arrivata non si trovano tapiri, pecari o aguti, decimati dalla caccia.

Da piccoli i tapiri sono scuri e coperti da strisce longitudinali e macchie gialle e bianche sul corpo e sulle zampe, un po’ come i piccoli cinghiali. Questo manto serve a mimetizzarsi per eludere i predatori e viene sostituito dalla livrea adulta dopo cinque o sei mesi. I cuccioli rimangono con la madre per circa 12-18 mesi dopo la nascita.

Può sembrare che i tapiri somiglino a dei maiali con la proboscide, ma sono in realtà imparentati con i cavalli e i rinoceronti. Le origini di questa eclettica famiglia sono da ricercarsi indietro nel tempo – e lo stesso tapiro è molto antico. Gli scienziati sono dell’idea che questi animali non siano cambiati molto nelle ultime decine di milioni d’anni.

Nel Nuovo Mondo, i tapiri vivono generalmente nelle foreste e nelle praterie del Centro e Sud America. Fa eccezione il tapiro di montagna, che vive ad alte quote sulle Ande: conosciuto anche col nome di tapiro lanoso, per via del suo caldo manto protettivo, è il più piccolo di tutta la sua specie.  Il tapiro più grande si trova invece nel Vecchio Continente, più precisamente nell’Asia sudorientale. Il tapiro malese, dalla caratteristica livrea bianca e nera, può raggiungere i 363 chilogrammi di peso. Vive in Malesia e a Sumatra, tra foreste e paludi. Tutte e quattro le specie di tapiro corrono un più o meno grave rischio di estinzione, a causa soprattutto delle attività di caccia e delle alterazioni ambientali in atto nei rispettivi habitat.


LEGGI ANCHE: http://marzurro.blogspot.it/2016/10/la-malesia.html


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mercoledì 1 giugno 2016

IL DIAVOLO DELLA TASMANIA

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Il primo a descrivere scientificamente questa specie fu il naturalista inglese George Harris, che nel 1807, credendola prossima agli opossum, la denominò Didelphis ursina in riferimento alle orecchie arrotondate, simili a quelle di un orso. Tale nome si rivelò tuttavia non valido, in quanto già assegnato nel 1800 a una specie di vombato (attualmente classificata come Vombatus ursinus) da George Shaw. Nel 1838 Richard Owen, studiando un esemplare di diavolo della Tasmania, scelse il nome scientifico di Dasyurus laniarius, ma nel 1877 optò per lo spostamento nel genere Sarcophilus, creato nel 1841 da Pierre Boitard. Quest'ultimo, in onore di George Harris, primo descrittore della specie, scelse il nome di Sarcophilus harrisii ("amante della carne di Harris").

Nel 1987, a seguito di varie revisioni, è stato suggerito di modificare il nome della specie in Sarcophilus laniarius, poiché questo fu il primo il nome con il quale venne classificata la specie. La comunità scientifica tuttavia respinse la proposta, poiché tale descrizione scientifica avvenne su resti fossili rivelatisi poi appartenenti a una specie differente.

Il diavolo della Tasmania è l'unica specie vivente ascritta al genere Sarcophilus, appartenente alla famiglia dei Dasiuridi: al genere vengono generalmente ascritte altre due specie, S. laniarius e S. moornaensis, ambedue estintesi durante il Pleistocene e dalle relazioni filogenetiche ancora poco chiare. Nell'ambito della famiglia, il diavolo della Tasmania appare filogeneticamente più affine ai dasiuri (dai quali si sarebbe tuttavia staccato fra i 10 e i 15 milioni di anni fa) che al tilacino, col quale invece è sempre stato ritenuto strettamente imparentato.
Probabilmente gli antenati degli attuali diavoli orsini (discendenti dei marsupiali giunti in Australia dal Sudamerica quando i due continenti erano ancora uniti fra loro nel supercontinente Gondwana) si adattarono a uno stile di vita almeno parzialmente arboricolo, che portò a un accrescimento di taglia e a un'andatura saltellante (che giustificherebbe la peculiare andatura dell'attuale diavolo orsino): durante l'inaridimento generale che colpì l'Australia durante il Miocene si sarebbe poi staccata la linea che avrebbe portato al diavolo della Tasmania (generalmente l'ultimo antenato comune ai dasiuri e al diavolo orsino è ritenuto Glaucodon ballaratensis), probabilmente per riempire una nicchia rimasta vacante a causa dell'estinzione di massa avvenuta in quel periodo.

Il diavolo della Tasmania è un marsupiale carnivoro dall'aspetto simile a quello di un piccolo cane tarchiato. Presenta una testa grossa, coda spessa e ruvida e pelliccia di colore nero. Il diavolo della Tasmania deve il suo nome comune ai primi colonizzatori europei, che di notte venivano perseguitati dalle urla e il ringhio demoniaci di questo animale. Nonostante il suo aspetto e la sua reputazione, il diavolo della Tasmania è in realtà una creatura timida. È il marsupiale carnivoro più grande d'Europa, in quanto la tigre della Tasmania si è estinta nel 1936. Dal 1995 il diavolo della Tasmania è devastato dal tumore facciale del diavolo e per questo motivo è ora una specie protetta. Osservalo nei parchi naturalistici della Tasmania, quali Taranna sulla penisola di Tasman.

Il diavolo di Tasmania raramente supera gli 80 centimetri di lunghezza (di cui 25 cm circa spettano alla coda) e un peso oscillante tra i 9 e i 12 kg chilogrammi, per un'altezza alla spalla che raggiunge i 30-40cm. A parità d'età, le femmine sono più piccole dei maschi anche del 20% (65–70 cm di lunghezza, 6–8 kg di peso). Le popolazioni di questo animale diffuse nella parte occidentale della Tasmania presentano inoltre dimensioni medie minori rispetto ai conspecifici diffusi altrove nell'isola.

Il pelo è di colore nero corvino, con una caratteristica macchia bianca a forma di mezzaluna o di sorriso che attraversa il petto, andando da una spalla all'altra, e un'altra banda orizzontale biancastra sul quarto posteriore: non è tuttavia infrequente osservare animali del tutto sprovvisti di tale macchia, ed è stato calcolato che il 16% dei diavoli di Tasmania viventi sia interamente di colore nero. Si pensa che questa caratteristica sia stata evoluta dai diavoli di Tasmania per attirare l'attenzione dei conspecifici, soprattutto di quelli con intenzioni aggressive, in quanto la maggior parte delle cicatrici dovute a combattimenti si concentrano proprio nell'area bianca sul petto. Il muso, le orecchie, le zampe e il cerchio perioculare sono glabri e di colore carnicino-grigiastro.

Il diavolo della Tasmania si presenta come un animale tozzo e robusto, con tronco e testa molto sviluppati: fatto insolito per un marsupiale, in questo animale le zampe anteriori sono più lunghe di quelle posteriori. Le zampe posteriori presentano quattro dita, mentre le zampe anteriori sono munite di cinque dita (quattro che poggiano sul terreno e uno laterale, che consente all'animale di trattenere e maneggiare il cibo): ciascun dito è munito di robusti artigli. La coda, lunga circa la metà del corpo, è conica e ricoperta di pelo rado e orientato verso il basso a mo' di spazzola: essa non è prensile e serve perlopiù per bilanciare il corpo quando l'animale si erge su due zampe o si muove velocemente, ma il diavolo di Tasmania la utilizza anche come deposito di grasso corporeo nei periodi di abbondanza di cibo.
La testa è molto grande rispetto al corpo, al quale è assicurata da un collo corto e taurino. Essa si presenta squadrata e con un corto muso glabro a tronco di cono: anche le orecchie, piuttosto piccole e di forma triangolare, sono glabre. Al di sopra degli occhi e sul muso sono presenti lunghe vibrisse che l'animale utilizza per aiutarsi nella ricerca del cibo nell'oscurità e per evitare che durante la nutrizione si scatenino conflitti dovuti all'eccessiva vicinanza a conspecifici. L'olfatto è molto sviluppato, tuttavia il senso più sviluppato nel diavolo della Tasmania sembra essere l'udito: fatto unico fra i marsupiali, in questa specie l'osso ectotimpanico è ben sviluppato. Gli occhi sono invece piuttosto piccoli e supportano una visione in bianco e nero, ideale in condizioni di luce fioca come sono quelle in cui si muove abitualmente il diavolo della Tasmania: la visione di oggetti in movimento è ottima, mentre l'animale può mostrare difficoltà nel vedere oggetti stazionari.

La dentizione del diavolo della Tasmania è quella tipica dei dasiuridi e, analogamente a quanto riscontrabile nei cani, sono presenti 42 denti. I canini e i premolari sono ben sviluppati, così come i molari, forti e ben adattati alla dieta a base di carne, ossa e cartilagini dell'animale: sono inoltre presenti tre paia di incisivi inferiori e due superiori, posti all'estremità distale delle mascelle. I denti (che per evoluzione convergente si presentano molto simili a quelli delle iene) mostrano crescita continua, tuttavia su un ritmo molto basso: una volta caduti o spezzati, essi non possono essere rimpiazzati.
L'animale è in grado di aprire la mascella quasi ad angolo retto (70-80°) e di sferrare morsi dalla forza prodigiosa: in proporzione, infatti, il morso di un diavolo della Tasmania è del 62% più potente di quello di un leone, potendo generare una forza pari a 553 newton (abbastanza da bucare anche pannelli di metallo). Ciò consente all'animale di nutrirsi con facilità anche delle ossa più coriacee.

Il marsupio si apre in direzione della coda e, a differenza di quanto osservabile in alcune specie della stessa famiglia, è permanente. Anche i maschi presentano una struttura simile a un marsupio e deputata alla protezione dei testicoli.

Si tratta di animali dalle abitudini crepuscolari e notturne (soprattutto i giovani esemplari tendono a muoversi prima che sia calata la notte, probabilmente per evitare la competizione con gli adulti), che durante il giorno riposano in tane o nascosti nella vegetazione densa. Ciascun animale tende a utilizzare 3-4 siti a intervalli di un paio di giorni ciascuno come riparo durante il giorno, generalmente situati in prossimità di corsi d'acqua, fra le rocce o nell'erba alta: i diavoli della Tasmania possono eleggere a propria dimora tronchi cavi, spaccature fra le rocce, caverne, rifugi che si scavano da sé o anche tane scavate da altri animali, a volte sfrattandone il precedente inquilino. L'animale può rendere più confortevole la propria tana foderandola con erbe secche, fogliame o con materiale rubato nelle abitazioni (cuscini, coperte e vestiti). La sicurezza dei ripari utilizzati durante il giorno è molto importante per l'animale: è stato dimostrato che i diavoli della Tasmania sopportano molto bene i cambiamenti del proprio habitat dovuti all'azione dell'uomo, ai quali diventano però estremamente sensibili qualora intacchino la sicurezza delle tane.

I diavoli della Tasmania non sono territoriali, con l'eccezione delle femmine che difendono l'area attorno ai propri ripari (specialmente se si tratta di tane precedentemente occupate da vombati, che sono particolarmente ricercate come luoghi dove allevare la prole): tuttavia essi tendono a occupare aree ben definite, che condividono senza grossi problemi con altri diavoli della Tasmania. Tali aree variano in superficie fra i 4 e i 27 chilometri quadrati, in funzione della presenza di cibo: in esse l'animale si muove percorrendo una media di 8,6 km per notte, sebbene alcuni esemplari abbiano percorso anche più di 50 km in una sola notte. L'estensione dei vari territori e i movimenti che l'animale effettua al loro interno sono praticamente uguali nei due sessi, il che è assai bizzarro in animali solitari, carnivori e con un dimorfismo sessuale così marcato.

Nel proprio habitat l'animale si muove percorrendo percorsi circolari ben definiti, spesso utilizzando sentieri nella vegetazione causati dal passaggio di altri animali oppure muovendosi lungo le rive di corsi d'acqua o del mare: le aree rocciose vengono accuratamente evitate.

Il modo di procedere di questo animale consiste in un andamento lento e dinoccolato (sebbene il diavolo della Tasmania sia capace raggiungere i 25 km/h e mantenere tale velocità per 1,5 km), durante il quale l'intera pianta del piede viene poggiata sul terreno, similmente a quanto avviene negli orsi: i diavoli della Tasmania sono inoltre buoni nuotatori, potendo attraversare a nuoto bracci d'acqua di oltre 50 m. Sebbene i giovani esemplari siano buoni arrampicatori (adattamento probabilmente dovuto ai non infrequenti casi di cannibalismo), con la transizione verso l'età adulta questa abilità viene quasi del tutto persa, soprattutto a causa della conformazione del corpo: un diavolo della Tasmania è tuttavia in grado di scalare senza grossi problemi piante alte fino a 2,5 m e dal diametro superiore ai 40 cm.

Si conosce piuttosto poco riguardo al comportamento sociale del diavolo della Tasmania: generalmente ritenuto un animale strettamente solitario e aggressivo nei confronti dei conspecifici, uno studio recente ha dimostrato che i vari animali presenti in una zona stabiliscono una rete di contatti fra loro, in particolare le femmine presenterebbero una certa interazione con altri esemplari dello stesso sesso e (sebbene con sensibili variazioni stagionali dovute al periodo riproduttivo) anche coi maschi, mentre questi ultimi raramente interagirebbero fra loro.

Le abitudini meno strettamente notturne del diavolo della Tasmania rispetto agli altri Dasiuridi sono dovute alla maggiore taglia e alla conformazione corporea dell'animale, che si ripercuotono sulla termoregolazione: l'animale riesce a mantenere la propria temperatura corporea costante attorno ai 37,5-38 °C in una forbice di temperature ambientali che vanno dai 5 ai 30 °C. A temperature ambientali superiori, la temperatura corporea dell'animale tende ad aumentare repentinamente anche di due °C, salvo poi ritornare ai valori normali nel giro di un paio d'ore, senza che tuttavia l'animale mostri segni di malessere. Questo perché per eliminare il calore in eccesso, il diavolo della Tasmania (che non è in grado di sudare) ansima in maniera simile ai cani: molti marsupiali invece non sono in grado di disperdere calore in maniera efficiente e ciò li costringe ad avere abitudini notturne, per sfuggire alle alte temperature riscontrabili in Australia durante il giorno. Tuttavia, il tasso metabolico del diavolo della Tasmania è molto più basso rispetto a quello di altri carnivori, marsupiali e no, presentando invece analogie con quello di marsupiali erbivori di taglia simile (141 kJ/kg, il che vuol dire che un esemplare di 5 kg ha un fabbisogno energetico giornaliero di 170 kcal, in proporzione un quarto del fabbisogno energetico dell'affine dasiuro orientale). Il tasso metabolico sembrerebbe subire un'impennata nei mesi autunnali, sebbene non siano state ancora chiarite le cause di questo fenomeno.



I diavoli della Tasmania sono animali essenzialmente carnivori: sebbene possano aggredire e sopraffare animali di dimensioni anche considerevolmente maggiori (come giovani canguri e pecore), molto spesso si accontentano di mangiare carogne, animali giovani o malati, piccoli mammiferi (come bettongie e ratti canguro), pesci e anche frutta e bacche, mostrando una grande variabilità nella dieta in relazione al cibo reperibile nella zona abitata. Ad esempio, nelle zone costiere il diavolo della Tasmania si nutre degli animali rimasti intrappolati nelle pozze di marea e di ciò che il mare lascia sulla riva, come carcasse galleggianti e pesci morti, nelle aree erbose segue a distanza le greggi in attesa di attaccare individui giovani o malati, mentre nelle aree urbane non esita a cercare il cibo fra i rifiuti o a intrufolarsi nelle case per nutrirsi di animali domestici, del loro cibo e anche di scarpe in cuoio: generalmente, le prede preferite rimangono i vombati e le loro carcasse, in quanto relativamente semplici da cacciare e dalle carni ricche di grasso.

Prima dell'estinzione del tilacino, il diavolo della Tasmania occasionalmente predava i piccoli di questa specie, che venivano lasciati incustoditi dai genitori durante la ricerca di cibo (e a sua volta veniva predato da questi ultimi). I diavoli della Tasmania tendono inoltre a concentrarsi nei pressi delle strade, dove possono agevolmente nutrirsi degli animali investiti dai veicoli di passaggio. Non di rado, i diavoli della Tasmania giungono alle carcasse mentre i predatori (generalmente dasiuri) se ne stanno ancora cibando, e in questo caso non esitano a scacciarli per nutrirsi: ciò rappresenta un problema in particolare per il quoll maculato, che si nutre di prede arboricole di grosse dimensioni e difficilmente riesce a consumarle completamente prima dell'arrivo dei diavoli della Tasmania.

La dieta di questi animali mostra variazioni anche piuttosto consistenti, sia a livello stagionale sia in base al sesso: ad esempio, studi recenti hanno dimostrato che i maschi durante il periodo invernale preferiscono nutrirsi di animali di dimensioni medie e grandi (rapporto 4:5), mentre in estate mangiano principalmente prede di grosse dimensioni (rapporto 7:2): queste due categorie da sole rappresentano il 95% della dieta di un maschio adulto. Le femmine invece tendono a non nutrirsi di grosse prede, ma mostrano ugualmente una variazione stagionale della dieta: in inverno, le prede medie e grandi costituiscono rispettivamente il 58% e il 25% del totale della dieta (la restante parte è rappresentata per il 10% da uccelli e per il 7% da prede di piccole dimensioni), mentre durante l'estate tale percentuale cambia in 61% (prede di medie dimensioni) e 37% (prede di grandi dimensioni). I giovani, più propensi ad arrampicarsi, si nutrono prevalentemente di invertebrati e piccoli vertebrati, non disdegnando di razziare i nidi per nutrirsi di uova e nidiacei: fra febbraio e luglio, essi tendono a nutrirsi di piccoli uccelli e possum (fino al 35,8% della dieta). Anche gli adulti curiosamente presentano una percentuale abbastanza elevata di prede dalle abitudini arboricole nella dieta (fino al 16,2% del totale annuo, che nelle femmine sale in inverno fino al 40%), principalmente composta da falangeriformi e solo in piccola parte da uccelli.

La dieta prevalentemente saprofaga del diavolo della Tasmania è dovuta principalmente al fatto che si tratta di un animale non molto veloce, che perciò difficilmente potrebbe avere la meglio su prede veloci come canguri e wallabies: tuttavia il fatto che il diavolo della Tasmania possa compiere scatti di una certa velocità (che costano all'animale in termini energetici, come dimostrato dal fatto che dopo tali scatti l'animale deve riposarsi per circa mezz'ora) fa pensare che durante la caccia questo animale si comporti principalmente come un predatore d'agguato, che attende che la preda si avvicini abbastanza da compiere un breve ma veloce scatto e sopraffarla.

Una volta catturata la preda (o trovata la sua carcassa), il diavolo della Tasmania la consuma a partire dal ventre, aprendo l'addome e consumando le soffici interiora: nel caso in cui la preda consumata sia di dimensioni medio-grandi (come una pecora, un cavallo o una mucca), l'animale non esita a stabilirsi all'interno della cavità addominale per alcuni giorni mentre ne consuma la carne. Questo comportamento è probabilmente alla base della credenza popolare che vuole che le femmine di diavolo della Tasmania lascino i propri piccoli nelle carcasse di grossi animali, nelle quali essi si fanno strada fino a uscirne da adulti. Sebbene l'animale cacci da solo, voci non confermate parlerebbero di cacce di gruppo, con un esemplare che insegue la preda facendola fuggire verso altri esemplari in agguato.

La ricerca di cibo è generalmente un'attività solitaria: tuttavia nei pressi di una carcassa o di una preda appena uccisa si radunano spesso vari esemplari (fino a 12, sebbene la media sia di 2-5 esemplari), che durante il pasto comunicano fra loro sfoggiando tutta una serie di richiami simili a urla che possono essere uditi a chilometri di distanza. La forza delle vocalizzazioni sembrerebbe essere direttamente proporzionale alle dimensioni della preda, il che farebbe supporre che essi servano come richiamo per altri diavoli della Tasmania situati nei dintorni.

Fra questi animali vige una gerarchia nel consumo del cibo: generalmente i giovani (attivi al tramonto) raggiungono la preda e si nutrono prima degli adulti (attivi a notte inoltrata). Gli esemplari dominanti sono i primi a mangiare, scacciando in malo modo eventuali pretendenti al pasto: questi generalmente si allontanano tenendo ben eretta la coda, con l'esemplare dominante che li insegue per un breve tratto, mordendone quando possibile il quarto posteriore. Il fatto che tali scaramucce divengano meno frequenti con l'aumento del cibo disponibile fa capire che esse non abbiano motivazioni gerarchiche vere e proprie, come osservabile invece in molti predatori sociali (come lupi e leoni). Durante il pasto sono state identificate venti posture a scopo comunicativo (fra cui il caratteristico sbadiglio a denti scoperti) e undici vocalizzazioni: la combinazione di queste due cose generalmente serve a stabilire il rango di ciascun animale senza arrivare a epiloghi violenti, tuttavia nella comunicazione molto probabilmente giocano un ruolo importante anche i segnali chimici che l'animale dà attraverso un'apposita ghiandola posta nel sottocoda. I combattimenti avvengono generalmente fra maschi adulti di pari stazza, che si mordono a vicenda o si ergono sulle zampe posteriori, spingendosi come lottatori di sumo con le zampe anteriori e utilizzando la coda come terza gamba per puntellarsi.

Un diavolo della Tasmania consuma in media una quantità di cibo pari al 15% del proprio peso corporeo, sebbene qualora se ne presenti l'occasione esso possa mangiare quantità di cibo pari al 40% del proprio peso in circa mezz'ora, consumando l'intera preda, ossa e pelo compresi, grazie all'azione delle fortissime mascelle.

Dopo un pasto abbondante, i diavoli della Tasmania diventano estremamente torpidi e poco reattivi, divenendo assai facili da catturare: con ogni probabilità, questo comportamento è presente grazie alla mancanza di predatori naturali sull'isola. La digestione è piuttosto veloce (sebbene molto meno rispetto agli altri dasiuridi) e l'animale tende a defecare sempre nei medesimi posti, formando delle latrine che possono essere condivise con altri esemplari e che probabilmente hanno un ruolo nella comunicazione coi conspecifici. Le feci del diavolo della Tasmania sono piuttosto grandi rispetto alle dimensioni dell'animale: esse hanno infatti una lunghezza che oscilla fra i 15 e i 25 cm e solitamente possiedono un caratteristico colore grigio, dovuto alla presenza di ossa al loro interno.

Le femmine vanno in estro una volta l'anno, prevalentemente nei mesi compresi fra febbraio e marzo (ma molte femmine possono accoppiarsi anche fino a giugno), dimodoché i piccoli vengano svezzati in coincidenza con la tarda primavera australe, quando il cibo è più abbondante: la femmina può avere fino a tre ovulazioni nel giro di tre settimane, ciascuna delle quali prevede la maturazione di più cellule uovo. Come in tutti i marsupiali, manca una vera e propria placenta allantoide, ma si stabilisce un rapporto diretto tra l'uovo e la parete uterina, sicché l'embrione si nutre delle sostanze nutritizie contenute nell'uovo stesso. Quando le femmine vanno in estro, i maschi combattono furiosamente fra loro, per stabilire chi di loro avrà il diritto ad accoppiarsi con le migliori femmine della zona.

L'accoppiamento avviene in aree appartate e può avere luogo indifferentemente di giorno o durante le ore notturne. Il maschio si accoppia numerose volte con la femmina in estro per un periodo di 5-6 giorni (ma anche fino a 8), seguendola costantemente per evitare che venga montata da altri maschi nelle vicinanze. Dal canto suo, la femmina di diavolo della Tasmania si dimostra piuttosto selettiva coi suoi pretendenti, scacciando con decisione quelli di piccole dimensioni o ancora giovani. Tuttavia, alla fine della stagione riproduttiva circa l'80% delle femmine in età fertile sono gravide.

La gestazione, come in tutti i marsupiali, è molto breve: dopo soli 21 giorni dall'accoppiamento la femmina infatti partorisce stando in posizione supina fino a 20-30 piccoli che si presentano glabri, sordi e in generale ancora poco sviluppati (fatta eccezione per le zampe anteriori, molto forti e munite di unghie che a differenza di molti marsupiali non sono decidue), ciascuno dei quali pesa fra gli 0,18 e gli 0,24 grammi. Nei maschi lo scroto è esterno e già ben visibile, il che consente di distinguere i sessi già appena dopo la nascita.

Appena venuti al mondo, i piccoli si fanno strada con le zampette anteriori unghiute lungo il corpo della madre per raggiungere il marsupio: presentando quest'ultimo apertura posteriore, la madre è fisicamente impossibilitata ad aiutare i piccoli a raggiungerlo, come accade in altri marsupiali (specialmente i canguri). All'interno del marsupio, i piccoli si attaccano a un capezzolo, il quale reagisce alla suzione gonfiandosi nella bocca del piccolo e ancorandolo letteralmente alla madre, che così non rischia di perderlo durante il movimento: in tal modo, il piccolo va incontro a una sorta di "seconda gestazione" all'interno del marsupio materno. Le femmine del diavolo della Tasmania possiedono solo quattro capezzoli a fronte di cucciolate che contano anche 20-30 piccoli (sebbene il numero di piccoli per cucciolata tenda a diminuire anche di molto con l'età), per cui solo i più forti e svelti riusciranno a raggiungere i capezzoli e quindi a sopravvivere: le femmine sembrano essere migliori dei maschi in questo senso, in quanto il loro numero nei marsupi è maggiore.

I piccoli restano attaccati al capezzolo materno per circa 100 giorni: il latte non viene succhiato dal piccolo, ma immesso direttamente nella sua bocca mediante l'azione di appositi muscoli mammali. Il prolungamento della laringe, che raggiunge le coane nasali, consente ai cuccioli di respirare anche mentre ingeriscono il latte materno. Grazie al latte materno molto nutriente e straordinariamente ricco in ferro, lo sviluppo dei piccoli è piuttosto rapido: già a partire dalla seconda settimana di vita sono ben distinguibili il rinario e l'orecchio esterno (che tuttavia diventa del tutto funzionale solo attorno alla decima settimana di vita), a 16 giorni di vita appaiono le palpebre, a 17 giorni spuntano le vibrisse e a 20 sono ben distinguibili le labbra, che tuttavia possono schiudersi dal capezzolo materno solo dopo la decima settimana di vita, sebbene i piccoli possano cominciare a emettere suoni (generalmente degli acuti squittii) già a partire dai due mesi. Il pelo comincia a crescere dopo il quarantanovesimo giorno di vita e la pelliccia è completamente cresciuta quando il piccolo ha tre mesi: i primi peli spuntano a partire dal muso e in seguito crescono man mano sul resto del corpo, con il quarto posteriore che è l'ultima parte del corpo a ricoprirsi di pelo. Contemporaneamente alla crescita del pelo, la pelle dei piccoli tende a inscurirsi, passando dal rosa al grigio-nerastro. Sebbene le palpebre si formino a partire dalla terza settimana di vita e attorno ai 50 giorni appaiano anche le ciglia, i piccoli diavoli della Tasmania schiudono gli occhi solo fra gli 87 e i 83 giorni di vita, poco prima di staccarsi per la prima volta dal capezzolo materno.

I piccoli non escono dal marsupio prima dei 105 giorni di vita, quando sono praticamente una copia in miniatura degli adulti e pesano all'incirca 200 g ciascuno: per altri tre mesi non lasciano il rifugio materno, avventurandosi fuori di esso verso l'inizio dell'estate australe (ottobre-dicembre), seguendo la madre durante la ricerca del cibo e spesso lasciandosi trasportare sulla sua groppa. Essi saranno completamente indipendenti entro il mese di gennaio, dimodoché la femmina non dedica loro che circa un mese e mezzo (durante la loro permanenza del marsupio la femmina non interagisce in alcun modo con essi, con l'eccezione dell'allattamento): fino al raggiungimento dell'indipendenza essi continuano a bere il latte materno, il che consente loro una crescita molto rapida (circa mezzo chilo al mese).

La maturità sessuale viene raggiunta attorno ai due anni d'età: le femmine possono cominciare a riprodursi già a quell'età, mentre i maschi solitamente sono costretti ad aspettare ancora, in quanto ancora troppo deboli per competere nei combattimenti con maschi più anziani per assicurarsi il diritto all'accoppiamento. Probabilmente a causa del crollo numerico di questi animali in seguito all'epidemia di DFTM, molte femmine hanno cominciato a riprodursi anche già a partire dal primo anno di vita e sempre a causa di questa malattia la stagione riproduttiva è divenuta meno ben definita in molte zone.
La speranza di vita dei diavoli della Tasmania si aggira attorno ai cinque anni d'età: un esemplare di nome Coolah, vissuto in cattività e morto a sette anni e mezzo, rappresenta con ogni probabilità l'esemplare più anziano di questa specie finora registrato.

Il diavolo della Tasmania può essere osservato in tutta la Tasmania e su Robbins Island (che comunque durante la bassa marea è collegata all'isola da un ponte di terra): fino ai primi anni del XX secolo si aveva notizia della presenza su questi animali anche su Bruny Island, dove tuttavia non sono avvenuti più avvistamenti dal 1900, mentre una popolazione introdotta verso la metà degli anni novanta su Badger Island si è estinta nel 2005.

L'habitat tipo di questo animale si pensa sia rappresentato dalle aree temperate della Tasmania nord-occidentale, con foreste rade e clima piuttosto secco: tuttavia, i diavoli della Tasmania possono essere osservati nella maggior parte degli habitat presenti sull'isola, giardini e periferie urbane compresi. La densità della popolazione di questi animali pare essere particolarmente alta nelle foreste costiere e nelle aree a sclerofillo, mentre la specie è poco presente nelle pianure a button grass della Tasmania sud-occidentale e manca del tutto nelle aree montane. I diavoli della Tasmania sono inoltre molto numerosi in prossimità delle strade, dove si nutrono degli animali investiti dalle auto di passaggio.

La prima testimonianza di interazione fra l'uomo e il diavolo della Tasmania consiste in un monile formato da 178 denti (appartenenti a 49 diversi esemplari) rinvenuto al collo di uno scheletro umano ritrovato nel 1970 nella località di Lake Nitchie, in Nuovo Galles del Sud, e risalente a 7.000 anni fa (i denti tuttavia potrebbero essere ancora più antichi).

Gli aborigeni della Tasmania erano soliti condividere col diavolo orsino i ripari per la notte senza alcun problema: mentre non vi sono prove che essi si nutrano o che in passato abbiano avuto l'usanza di nutrirsi della carne di questo animale, abbondano i miti locali nei quali si racconta che i diavoli della Tasmania possano mangiare gli sventurati che si attardino nella foresta durante la notte. Sebbene possano nutrirsi di carne umana (ad esempio mangiando i corpi dei caduti in battaglia o dei suicidi), tuttavia, i diavoli orsini non rappresentano un pericolo concreto per l'uomo: in presenza di esso, la maggioranza di questi animali si immobilizza per osservare l'intruso, annusando cautamente l'aria e solo in rari casi alcuni esemplari cominciano a dare segni di nervosismo. Qualora disturbati, tuttavia, i diavoli della Tasmania possono graffiare o mordere con forza.

A causa delle sue potenti grida notturne e al colore nero intenso della pelliccia, i primi esploratori europei della Tasmania dettero a questo animale il nome di diavolo, associandolo al vizio e alla malvagità. I primi coloni europei in Tasmania si nutrivano sporadicamente del diavolo della Tasmania, paragonando il sapore e la consistenza delle sue carni a quelli del vitello.

A causa delle sue abitudini, il diavolo della Tasmania è stato visto perlopiù come un animale aberrante e dannoso (anche i turisti venivano messi in guardia fino a tempi recenti circa la presunta ferocia e malvagità di questo animale), da eliminare piuttosto che da studiare: per questo motivo, bisognerà attendere la seconda metà degli anni sessanta prima che una squadra di ricercatori, capitanata dal professor Guiler, avviasse una serie di studi sul campo che durarono una decade e aiutarono a fare luce sul diavolo orsino, e solo nel 1991 venne assegnato il primo dottorato di ricerca riguardante lo studio di questo animale. I primi, timidi tentativi di approccio scientifico vennero tuttavia portati avanti nei primi anni del XIX secolo, prima da una guardiana dello zoo di Hobart (Mary Roberts, che dedicò buona parte della propria vita a rendere l'immagine pubblica del diavolo della Tasmania meno negativa, con articoli e pubblicazioni) e in seguito da Theodore Thomson Flynn, a cavallo della prima guerra mondiale.

Lo status di specie protetta di cui gode il diavolo orsino fa sì che questi animali non possano essere esportati dall'Australia, se non in casi eccezionali. Tuttavia, in passato essi erano ospiti piuttosto comuni dei giardini zoologici di tutto il mondo, e spesso tenuti come animali domestici nelle case rurali della Tasmania.

Sebbene possano essere tenuti in cattività e mostrare un certo grado di attaccamento al padrone, i diavoli della Tasmania non sono dei buoni animali da compagnia. Essi tendono infatti a mostrarsi asociali, non mostrando (e non dando segno di gradire) forme d'affetto: inoltre, sebbene si puliscano costantemente con le zampe e si lecchino in maniera simile a dei gatti, i diavoli orsini emanano un caratteristico odore pungente che può essere evitato solo rimuovendo loro la ghiandola presente sul sottocoda. In generale, le femmine sembrano risentire maggiormente dello stress da cattività rispetto ai maschi. Il problema principale con l'allevamento in cattività del diavolo orsino è che si tratta di un animale notturno, mentre nelle case e nei giardini zoologici questi animali vengono generalmente forzati a essere attivi durante il giorno per essere osservati dai visitatori.

I primi tentativi di allevare in cattività il diavolo orsino ebbero scarso successo: la prima a provarci fu  Mary Roberts nello zoo di Beumaris, nel 1913. I due animali tenuti nello zoo (i cui nomi erano Billy e Truganini) vennero inizialmente tenuti separati per evitare liti, ma vennero in seguito rimessi insieme poiché la femmina mostrava segni di sofferenza dovuti alla mancanza del maschio. Nello stesso anno del loro arrivo Truganini venne ingravidata e portò a termine la gestazione, ma i piccoli vennero probabilmente mangiati da Billy: nel 1914, una seconda cucciolata venne salvata allontanando il maschio prima del parto, e Mary Roberts raccolse una serie di appunti sulle abitudini dei piccoli diavoli della Tasmania, appunti che vennero poi inviati alla Società Zoologica di Londra.

L'ultimo diavolo della Tasmania in cattività al di fuori dell'Australia, un maschio chiamato Coolah, morì nel 2004 al Fort Wayne Children's Zoo, nell'Indiana. Nel 2005, con la nascita di Cristiano, primogenito del principe Federico di Danimarca (sposato con la tasmaniana Mary Donaldson), il governo della Tasmania decise di inviare in regalo due coppie di diavoli della Tasmania, attualmente ospitati allo zoo di Copenaghen. Questi quattro esemplari rappresentano perciò gli unici diavoli della Tasmania viventi al di fuori dell'Australia, sebbene si sospetti che vi siano sparsi in giro per il mondo alcuni di questi animali venduti illegalmente.

Nonostante la fama sinistra di cui ha goduto in passato (e della quale gode in parte a tutt'oggi), il diavolo della Tasmania rappresenta attualmente uno degli animali simbolo dell'Australia, e in particolare è l'animale simbolo della Tasmania (e spesso rappresenta anche la prima e unica cosa che viene a essa associata nel mondo). L'osservazione di questi animali è alla base della visita della maggior parte dei turisti sull'isola, e la fama che ne deriva fa sì che l'amministrazione locale faccia di tutto per preservare la specie, poiché l'estinzione del diavolo della Tasmania specie rappresenterebbe un danno enorme per l'economia.

Pertanto, il diavolo orsino è raffigurato sui simboli di numerose associazioni ed enti, oltre che su numerosi oggetti della vita di tutti i giorni, sia in Tasmania sia nel resto dell'Australia: esso era il simbolo della rappresentativa tasmaniana di football australiano nella Victorian Football League (conosciuta infatti proprio come the devils, "i diavoli") e degli Hobart Devils, squadra di pallacanestro militante nella National Basketball League. Il diavolo della Tasmania, inoltre, pur non comparendo nella serie regolare è presente su varie edizioni speciali e commemorative del dollaro australiano. È inoltre stata proposta la costruzione di un modello gigante (19 m di altezza e 35 di lunghezza) di diavolo della Tasmania, da collocare come attrazione turistica nella città tasmaniana di Launcestonì.

Il diavolo della Tasmania è inoltre il protagonista di numerosi libri, documentari e cartoni animati, spesso in veste di antieroe o del cattivo di turno: probabilmente il più conosciuto di questi è il personaggio dei Looney Tunes Taz. Questo personaggio, creato nel 1954, apparve per la prima volta nel 1957, salvo poi essere ritirato nel 1964: negli anni novanta, con alcune modifiche, esso venne riproposto nella serie Taz-Mania, guadagnando ampia popolarità, al punto che la Warner Bros pose il copyright sul nome “Tasmanian Devil”. Questo portò a una serie di incontri fra la casa produttrice e il governo tasmaniano, che portò a un accordo fra le parti basato sul pagamento di una somma annuale pattuita da parte del governo della Tasmania in cambio della possibilità di utilizzare il personaggio di Taz a fini di promozione turistica e commerciale: in particolare, nel 2006 venne avviata la produzione di pupazzi raffiguranti Taz, il profitto derivante dalla vendita dei quali viene reinvestito nella ricerca sul DFTD. Sempre a supporto della ricerca contro questa malattia, nella versione 2.6.29 del kernel Linux, al posto del solito pinguino Tux venne presentato un diavolo della Tasmania denominato Tuz. Altro personaggio creato dalla Warner su ispirazione di questo animale è Dizzy Devil, un giovane diavolo della Tasmania co-protagonista della serie televisiva Tiny Toons. Poiché molti dei personaggi di questa serie sono versioni infantili dei Looney Tunes, Dizzy Devil si presenta molto simile a Taz sia nell'aspetto che nel comportamento, pur presentando a volte un'indole leggermente meno aggressiva e più amichevole del suo modello ispiratore (divenendo amico di animali che potrebbero essere sue potenziali prede) e rivestendo, in alcuni episodi, il ruolo di vittima piuttosto che quello di antagonista.

Diavolo della Tasmania (Tasmanian Devil) è il nome di un metaumano dell'universo DC, una sorta di "diavolo della Tasmania mannaro" e apertamente omosessuale, e i personaggi delle serie dei Biocombat, Snarl e Tasmanian Kid, presentano come forma animale proprio un diavolo della Tasmania.

Infine, "Tasmanian Devil" è anche il nome assegnato a una forma mutante di topo da laboratorio, caratterizzata dal mancato sviluppo delle stereociglia a livello dell'orecchio che ne causano comportamenti simili a quelli dei topi ballerini: in particolare, l'abitudine di roteare su sé stessi ricordò ai ricercatori il tipico girare a trottola del personaggio di Taz, fruttando così il nome comune a questa varietà.

Sebbene durante il Pleistocene il diavolo della Tasmania fosse diffuso in gran parte del continente australiano, nel corso dell'Olocene questa specie subì un drastico declino numerico, al punto che attorno ai tremila anni fa ne sopravvivevano in Australia solo tre popolazioni relitte: una popolazione settentrionale (ipotizzata in base al ritrovamento di un fossile di questo animale nei pressi di Darwin e a pitture rupestri raffiguranti il diavolo orsino), una sud-occidentale (piuttosto dubbia, in quanto la sua esistenza si basa su un singolo dente ritrovato nel 1972 da Mike Archer e Alex Baynes e risalente a un periodo compreso fra i 160 e i 430 anni fa, giudicato poco attendibile come fonte in quanto potrebbe essere capitato per caso sul luogo e anche perché la datazione così recente cozza con la cronistoria della specie, scomparsa quasi simultaneamente dall'Australia continentale attorno ai 3.000 anni fa) e una sud-orientale (ritrovamento di resti sparsi a est del fiume Murray, negli attuali stati di Victoria e Nuovo Galles del Sud). Quest'ultima popolazione si trovò separata da quella residente in Tasmania (con la quale era un tutt'uno) a causa dell'aumento del livello del mare durante l'Olocene, che decretò la comparsa dello stretto di Bass.

Il declino del diavolo orsino in Australia continentale è stato tradizionalmente associato con l'arrivo e la diffusione in Australia degli antenati degli aborigeni australiani e in particolare del dingo: tuttavia, stando ai reperti fossili, il diavolo della Tasmania avrebbe convissuto con essi per circa 3.000 anni prima di estinguersi, a differenza di altre specie (come il tilacino) scomparse dall'entroterra australiano quasi subito dopo l'arrivo dell'uomo.
Alcuni studiosi ritengono più probabile che la scomparsa del diavolo della Tasmania dall'Australia sia da attribuire al fenomeno di El Niño, che durante l'Olocene si manifestò in maniera particolarmente forte, tale da abbattere alcune popolazioni animali particolarmente sensibili a esso.

Con l'arrivo dei coloni europei, i diavoli della Tasmania cominciarono a essere abbattuti in quanto ritenuti implacabili cacciatori di bestiame e competitori nella caccia al wallaby (molto ricercato in passato per la pelliccia): nel 1830 venne introdotto un sistema di taglie da assegnare per ogni animale ucciso, e nel solo 1923 vennero abbattuti più di 900.000 diavoli orsini, sia con armi da fuoco sia attraverso metodi indiretti, come trappole ed esche avvelenate. Il bracconaggio nei confronti di questa specie attualmente viene definito "localmente intenso" dalle autorità tasmaniane, tuttavia il numero di animali abbattuti non è tale da rappresentare un effettivo problema per la sopravvivenza della specie: fino alla seconda metà degli anni '90, invece, l'uccisione illegale di diavoli della Tasmania causava la morte di circa 10.000 di questi animali ogni anno.

La visione del diavolo della Tasmania come un astuto e implacabile predatore, che uccide anche senza essere spinto dalla fame (probabilmente dovuta all'osservazione di qualche gruppo di questi animali intento ad attaccare qualche pecora vecchia o malata) dimostrò la propria infondatezza quando venne appurato che anche nelle aree in cui la specie era stata completamente estirpata il numero di capi di bestiame ucciso non differiva di molto rispetto a quello misurato quando la specie era ancora presente nell'area: mentre le pecore e gli altri capi di bestiame venivano attaccati e uccisi principalmente da mute di cani rinselvatichiti, il pollame veniva razziato dai gatti rinselvatichiti e dai dasiuri.

Con l'estinzione del tilacino, avvenuta nel 1936, la popolazione tasmaniana prese coscienza della necessità di preservare una fauna unica come quella locale e nel giugno 1941 venne emanata una legge speciale che decretava la protezione del diavolo della Tasmania, allora divenuto piuttosto raro: negli anni cinquanta, tuttavia, in virtù di una veloce crescita numerica di questa specie, venne permessa la cattura limitatamente agli esemplari colpevoli di razzie ai danni dell'uomo. Negli anni sessanta venne permesso anche l'utilizzo di esche avvelenate per evitare tali razzie, mentre le pressioni effettuate sul governo per togliere al diavolo della Tasmania lo status di specie protetta ebbero scarso successo (questo principalmente perché il movimento ambientalista locale evidenziò che il ruolo di questa specie nelle razzie ai pollai e agli ovili era del tutto marginale, mentre i principali artefici dei danni erano i cani rinselvatichiti).

Negli anni novanta, venne stimata una popolazione di diavoli della tasmania compresa fra i 130.000 e i 150.000 animali. Nel 2005, in seguito al diffondersi del tumore facciale del diavolo, la specie venne classificata come "vulnerabile" dal governo locale, e l'anno dopo tale classificazione venne confermata anche dal governo centrale australiano. Nel 2008 una nuova stima della popolazione effettuata dal governo tasmaniano stimò una popolazione selvatica compresa fra i 10.000 e i 100.000 individui, con 20.000-50.000 esemplari sessualmente maturi. A fronte di questo vertiginoso declino, nel 2009 l'IUCN riclassificò la specie (sino ad allora considerata come "A rischio minimo") come "In pericolo.

La popolazione selvatica di diavolo della Tasmania pare essere suscettibile a cali periodici di consistenza numerica, dovuti probabilmente all'oscillazione della disponibilità di cibo o allo scoppio di epizoozie: anche se già nel 1850 viene segnalata una rarefazione della specie per non meglio precisati motivi, il primo evento del genere ben documentato risale al 1909 e il secondo al 1950. Dopo un boom della popolazione durante la prima metà degli anni settanta, la consistenza numerica della specie calò nuovamente, probabilmente a causa della scarsità di cibo dovuta al sovrappopolamento: anche nel 1987 venne registrato un calo dovuto alla medesima causa, sebbene un anno dopo venne scoperto che il 30% circa della popolazione selvatica di diavolo della Tasmania presentava infestazione da Trichinella spiralis. La cosa generò una certa apprensione, poiché tale parassita rappresenta un serio problema per gli animali domestici e può infettare anche l'uomo: tuttavia, venne appurato che i parassiti del diavolo orsino non erano trasmissibili ad altre specie. Inoltre, oltre a essere soggetto all'infestazione da parte di tutta una serie di parassiti, come pulci e zecche, il diavolo della Tasmania rappresenta l'unica specie ospite del cestode Dasyurotaenia robusta, che pertanto (in seguito al declino della popolazione di diavolo orsino) viene considerato "raro" dal governo della Tasmania.

Dal 1999, a tutti i diavoli della Tasmania osservati durante ricerche sul campo vengono prelevati campioni di tessuto da un orecchio per effettuare una biopsia e prelevarne il DNA, in modo tale da avere informazioni sempre aggiornate circa lo stato di salute della popolazione selvatica: nel settembre del 2010, erano a disposizione degli studiosi 5.642 campioni.

I diavoli della Tasmania cadono spesso vittima della strada: la loro conformazione, colorazione e la relativa lentezza nei movimenti li rendono molto difficili da avvistare ed evitare per tempo dagli automobilisti rispetto ad altre specie di taglia simile, tanto che un recente studio ha dimostrato che, per evitare con successo un diavolo della Tasmania in procinto di attraversare la strada, un autoveicolo dovrebbe muoversi a una velocità pari a circa la metà del limite massimo imposto nelle zone rurali tasmaniane. Già negli anni novanta venne notato che nelle aree attraversate da strade asfaltate di nuova costruzione si registrava un rapido dimezzamento della popolazione di diavoli orsini: assieme ai dasiuri, inoltre, questi animali sono soliti attardarsi sulla strada durante la notte per cibarsi degli animali investiti, il che li rende ancora più suscettibili di venire investiti a loro volta. Per evitare un eccessivo impatto delle strade sulla popolazione di diavolo della Tasmania (si calcola che annualmente circa 3.392 esemplari, vale a dire fra il 3,8 e il 5,7% della popolazione selvatica, cadano vittime della strada), il governo locale ha lanciato varie campagne di sensibilizzazione correlate a misure di sicurezza come l'illuminazione delle strade rurali, la rimozione degli animali morti da parte di squadre di volontari e l'installazione di cartelli di avvertimento: queste azioni sembrano aver dato i loro frutti, in quanto la mortalità di questa specie si è molto ridotta.

Il declino numerico di questa specie ha favorito la diffusione in Tasmania di alcune specie introdotte, come cani, gatti e soprattutto la volpe rossa, che nel resto dell'Australia rappresentano un serio problema per la fauna locale, avendo decimato numerose specie autoctone. I diavoli della Tasmania, infatti, competono attivamente con questi animali nella ricerca del cibo e spesso si nutrono dei piccoli o anche degli adulti, tenendone il numero sotto controllo: a loro volta, però, i cani e le volpi rappresentano un pericolo per i giovani esemplari. Per cercare di arginare il problema, sono state progettate delle trappole con esca avvelenata, munite di particolari modifiche studiate per permetterne il consumo solo da parte di volpi e cani.

Diagnosticato per la prima volta nel 1996 in Tasmania nord-orientale, il tumore facciale del diavolo (DFTD) in pochi anni si è diffuso nel 65% della Tasmania (zona centro-orientale dell'isola, mentre le aree nord-occidentali e meridionali pare siano ancora libere dal contagio), decimando la popolazione selvatica del diavolo della Tasmania: le stime sull'impatto della malattia parlano di una riduzione in numero compresa fra il 20% e il 50%.

Questa malattia rappresenta un esempio di cancro trasmissibile, in quanto può essere trasmesso da un animale all'altro. La malattia si manifesta con la comparsa di formazioni neoplastiche attorno agli occhi e alla bocca (e a uno stadio avanzato anche all'interno di essa), che ostacolano le normali attività di ricerca del cibo e nutrizione, portando nella maggior parte dei casi alla morte per inedia nel giro di pochi mesi. Non è ancora stato possibile approntare un vaccino o una cura efficace per questo male, sicché l'unica maniera per arginarne gli effetti sulla popolazione selvatica è isolare il prima possibile gli individui infetti, per evitare che diffondano il contagio. Sono inoltre in atto catture mirate di esemplari sani, messi in quarantena per salvaguardare il biotipo in caso di distruzione della specie allo stato selvatico: a questo scopo vengono allevate in condizioni di semilibertà due "popolazioni di sicurezza", una nel villaggio di Taroona (sito nei pressi della capitale tasmaniana Hobart) e una su Maria Island, al largo della costa orientale della Tasmania. Operano in supporto al salvataggio delle informazioni genetiche anche lo Healesville Sanctuary di Melbourne e il Taronga Zoo di Sydney. Nel gennaio 2010, il numero di diavoli della Tasmania ospitati in queste strutture ammontava a 277 esemplari.

Nel 2008 da esami chimici effettuati sul tessuto adiposo di 16 individui colpiti da DFTD è emersa la presenza di forti dosi di elementi chimici tossici e potenzialmente cancerogeni: in particolare, è stata evidenziata la presenza di BB153 (esabromodifenile) e BDE209 (decabromodifenile), appartenenti alla categoria dei PBDE (eteri difenili polibrominati) e utilizzati comunemente come ritardanti di fiamma in molti oggetti di uso comune. In passato era stata chiesta la messa al bando di questi composti ai sensi della convenzione di Stoccolma: tuttavia, le industrie produttrici di BDE209 avevano espressamente negato la possibilità di bioaccumulo da parte del composto, che si era pertanto imposto sui prodotti concorrenti proprio per questa caratteristica.

Nell'ambito del sequenziamento del codice genetico del diavolo orsino, delle analisi effettuate sulle molecole di classe I del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC) di questi animali hanno mostrato l'esistenza di 25 "tipi" diversi, con differenze crescenti in direttrice nord-ovest/est. Nell'area orientale dell'isola il 70% dei diavoli della Tasmania presenta un tipo associato all'insorgenza del DFTD (in particolare il 30% di essi presenta tipo 1, il 24% tipo A, la rimanente percentuale si divide fra i tipi D e G), mentre a ovest poco più della metà degli animali appartengono a una di queste categorie: sono invece presenti tipi endemici di questa zona. Ciò significa che, pur presentando diversità genetica minore, nella popolazione nord-occidentale di diavolo della Tasmania tale diversità si manifesta principalmente a livello dei geni del MHC, consentendo maggiore resistenza al DFTD.

Nel 2011, è stato stimato che il costo per la salvaguardia della specie ammonterebbe a circa 11 milioni di dollari.



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IL TILACINO



Risale al lontano 1936 l'estinzione ufficiale del  tilacino (Thylacinus cynocephalus), il misterioso "lupo" marsupiale, chiamato tigre della Tasmania o Aka. La Tasmania era conosciuta come il suo ultimo rifugio e la scomparsa del tilacino un paio di millenni fa dal continente australiano è ben documentata, mentre non molti sanno che durante il Pleistocene, terminato soli 11.700 anni fa, la tigre della Tasmania viveva anche in Nuova Guinea. La testa e le spalle di questo mammifero sono simili a quelle di un cane, ma la sua bocca sarebbe più grande e forte, e la sua coda è molto lunga e sottile. I papuasi dicono che questo "cane" ha i fianchi così sottili perché non ha intestini, inoltre la parte posteriore del corpo è a strisce.

La presenza preistorica del tilacino in Nuova Guinea è venuta alla luce negli anni '60, quando degli archeologi scoprirono la mascella inferiore di una tigre della Tasmania.
Il tilacino o lupo marsupiale della Tasmania (Thylacinus cynocephalus) era un grande carnivoro marsupiale diffuso in Australia e Tasmania. I primi coloni europei lo conoscevano come “tigre della Tasmania” o “lupo della Tasmania”. Questa specie è l’ultimo membro della famiglia Thylacinidae sopravvissuto fino a tempi recenti. Il risultato di un’evoluzione isolata di un predatore marsupiale nei dintorni australiani. Di fatto pur essendo un marsupiale, non era imparentato con le altre specie di questa famiglia, ma ne aveva la stessa forma e lo stesso adattamento. Purtroppo questo singolare animale si è estinto già inizialmente in Australia a partire da migliaia di anni fa la sua sopravvivenza fu stroncata a causa dell’introduzione da parte dell’uomo di cani selvatici noti nel continente come “Dingo”. Il tilacino riuscì comunque a sopravvivere nell’isola della Tasmania sino agli anni ’30 del ventesimo secolo, periodo in cui la spietata caccia da parte dell’uomo ebbe il sopravvento su questa povera specie portandola definitivamente all’estinzione. L’ultimo tilacino ufficialmente conosciuto fu chiamato “Benjamin” e morì in cattività nello zoo di Hobart il 6 settembre 1936. La tigre della Tasmania fu quindi ufficialmente dichiarata estinta.

I dati sulle dimensioni di questi animali sono piuttosto variabili, in virtù del fatto che la maggior parte degli esemplari conservati sono cuccioli e si dispone solo di animali impagliati, scheletri e fotografie in bianco e nero per estrapolare i dati.
Si stima che un esemplare maturo misurasse circa 100–130 cm di lunghezza, cui vanno sommati 50–65 cm di coda: ne risulta che i tilacini di maggiori dimensioni fossero lunghi anche due metri. L'altezza alla spalla raggiungeva i 60 cm, mentre il peso si attestava attorno ai 20–30 kg.

Il dimorfismo sessuale in questa specie era piuttosto evidente in quanto i maschi erano visibilmente più grossi e robusti rispetto alle femmine a parità d'età.

Come intuibile dal nome comune, il lupo marsupiale somigliava nel suo quarto anteriore ad un grosso cane a pelo corto, con piccole orecchie appuntite: la parte posteriore del corpo si incurvava bruscamente verso il basso, con una coda lunga e spessa che si estendeva dal corpo come quella dei canguri. Questo strano effetto di gibbosità ha fatto sì che molti dei primi europei a vedere questo animale lo abbiano paragonato alle iene piuttosto che ai cani, anche in virtù della colorazione striata.

Il cranio del tilacino somigliava in maniera impressionante a quello dei canidi e ancor più specificatamente a quello di una volpe, al punto che Richard Dawkins raccontava anedotticamente che molti studenti di zoologia dell'Università di Oxford venivano regolarmente tratti in inganno e rimandati alla sessione d'esami successiva presentando loro un cranio di tilacino che veniva puntualmente confuso con un cane o viceversa. Tale somiglianza non era dovuta a un'effettiva parentela fra i due animali, anzi viceversa gli antenati dei canidi e dei tilacini avevano cominciato a divergere svariate decine di milioni di anni, quanto piuttosto a un fenomeno di convergenza evolutiva, molto facilmente osservabile in un ambiente insulare e isolato com'è l'Australia, secondo il quale specie anche lontane filogeneticamente ma sottoposte a stimoli ambientali simili sviluppano adattamenti simili.
Comparando attentamente i due crani emergono alcune differenze che permettono una distinzione agevole:
l'area frontale del tilacino appare più ampia rispetto a quella dei canidi in generale;
le arcate zigomatiche dei due animali hanno conformazione differente;
sul palato duro del tilacino sono presenti due forami (vacuità maxillo-palatine) tipici dei marsupiali e assenti nei canidi;
la dentizione è piuttosto dissimile, in quanto i tilacini presentano 46 denti, di cui otto incisivi superiori contro i sei dei canidi e mancano di denti carnassiali, tipici dei carnivori placentati. Anche la forma dei molari è differente nei due animali, in quanto quelli del tilacino sono meno specializzati nella triturazione del cibo;
Il tilacino era in grado di spalancare le proprie fauci fino a oltre 120 gradi, caratteristica unica fra i mammiferi.

Le zampe posteriori presentavano quattro dita, mentre le zampe anteriori erano munite di cinque dita (quattro poggianti sul terreno e uno laterale, che veniva probabilmente utilizzato dall'animale di trattenere e maneggiare il cibo, similmente a quanto fanno i cani o il diavolo della Tasmania): ciascun dito era munito di robusti artigli non retrattili. La zampa poggiava su un cuscinetto carnoso trilobato, caratteristica questa che (assieme al fatto che le orme erano generalmente poste in due linee quasi parallele) permetteva di distinguere in maniera piuttosto agevole le tracce di tilacino da quelle di altri animali, come cani, volpi o diavoli della Tasmania.

Il pelo era denso e soffice, lungo circa 15 mm: il colore seguiva le varie tonalità del fulvo, dal crema al bruno scuro, mantenendosi più chiara sul ventre rispetto al dorso. Sulla parte posteriore del dorso era presente una caratteristica tigratura (da cui l'altro nome comune di "tigre marsupiale" con cui questo animale è conosciuto), ben marcata e nera nei giovani, più sbiadita man mano che l'animale invecchiava: la tigratura dorsale aveva verosimilmente funzione mimetica per l'animale, ma si pensa che potesse anche essere utilizzata dai vari esemplari a fini identificativi. Una leggenda aborigena narra che all'alba dei tempi il tilacino fosse sprovvisto di striature dorsali, ma che se le procurò nel tentativo di avvertire il Bunyip, il canguro, l'ornitorinco ed il Grande Uccello dell'approssimarsi di un incendio.
Nei giovani era inoltre presente un pennacchio di peli più lunghi sulla punta della coda, che spariva con l'età adulta.

Si conosce molto poco riguardo alle abitudini del tilacino: la maggior parte dei dati sono stati ottenuti da animali in cattività o da testimonianze aneddotiche dei coloni, risalenti perlopiù alla prima metà del XX secolo (quando il destino della specie era già segnato e non ne rimanevano che pochi esemplari), le quali a volte risultano anche atipiche (ad esempio la maggior parte degli avvistamenti e delle osservazioni di tilacini sono state fatte di giorno).

Molto verosimilmente il tilacino era un animale dalle abitudini principalmente crepuscolari e notturne, che durante il giorno si riposava in cavità degli alberi o delle rocce, che esso stesso provvedeva a foderare con erba secca, muschio e fronde di felci. Mentre durante il giorno i tilacini preferivano rifugiarsi in aree collinari e ben ricoperte da vegetazione, durante le ore di attività essi tendevano a spostarsi in aree prative o cespugliose.
Tutti coloro che hanno lasciato testimonianze sul comportamento del tilacino lo definiscono un animale estremamente timido e riservato, con forte tendenza a evitare il contatto con l'uomo, pur mostrando di tanto in tanto curiosità, tuttavia ai tempi delle persecuzioni nei suoi confronti il tilacino veniva descritto come animale aggressivo e pericoloso.
Poco si conosce sulle abitudini sociali del tilacino: la maggior parte degli avvistamenti si riferiscono a singoli animali, tuttavia in cattività coppie o gruppi familiari di tilacini convivevano senza problemi. Probabilmente lo scarso numero di animali allo stato selvatico rimasti ai tempi delle osservazioni condotte faceva sì che essi si muovessero perlopiù isolati, fatto questo che alterava i loro comportamenti.

Questo animale presentava un'andatura abbastanza goffa, che lo rendeva piuttosto lento in corsa, tuttavia soprattutto in cattività sono stati osservati più volte tilacini muoversi saltellando sulle zampe posteriori, in maniera simile ai canguri. Si ritiene che quest'andatura servisse all'animale per allontanarsi velocemente in caso di pericolo. La coda lunga e forte, oltre che per bilanciare l'animale durante la corsa e il salto, risultava utile anche come "terza gamba" per poggiarvi il peso, permettendo ai tilacini di rimanere sulle zampe posteriori per brevi periodi.

Sono state descritte numerose vocalizzazioni per il tilacino, fra cui ringhi e soffi spesso preceduti da sbadigli quando l'animale era agitato, sospiri o abbaii, questi ultimi specialmente durante la caccia, per tenersi in contatto fra membri dello stesso gruppo ed un lungo e lamentoso latrato, probabilmente emesso per l'identificazione a distanza. Mancano però studi approfonditi condotti in merito.
Esiste inoltre discordia riguardo all'odore emesso dall'animale in vita: mentre alcuni descrivono i tilacini come animali dal caratteristico forte odore muschiato, altri parlano genericamente e in maniera neutra di un odore di animale, mentre altri non parlano di alcun odore in particolare: è possibile che, similmente al diavolo della Tasmania, anche il tilacino possedesse delle ghiandole odorifere che secernessero sostanze odorose quando l'animale era eccitato o agitato.



Il tilacino era un superpredatore, esclusivamente carnivoro. Il suo stomaco poteva estendersi per permettere all'animale di mangiare grandi quantità di carne in una sola volta: questo era probabilmente il risultato di un adattamento ai periodi in cui il cibo era scarso o introvabile. Per lo stesso motivo, similmente al diavolo orsino, il tilacino utilizzava probabilmente la grossa coda come deposito di grasso durante i periodi di abbondanza di cibo.

I primi studi su questo animale riportavano che esso si servisse per cacciare principalmente dell'olfatto, tuttavia recenti analisi della struttura cerebrale dimostrerebbero che il bulbo olfattivo non è particolarmente sviluppato nel tilacino, e che quindi l'odorato non avesse un ruolo particolarmente importante nella caccia, mentre l'animale verosimilmente si serviva perlopiù della vista e dell'udito.
Sebbene il tilacino venga generalmente visto come il corrispettivo marsupiale dei canidi, uno studio recente suggerirebbe che in realtà si trattava perlopiù di un predatore d'attesa come i felidi piuttosto che di un cacciatore attivo: anche le osservazioni condotte in cattività e le testimonianze di cacciatori dell'epoca sembrerebbero suggerire che era compito di alcuni membri del gruppo scegliere una preda e condurla in direzione di un altro individuo in agguato. In questo senso, basandosi sulle presunte modalità di caccia, piuttosto che "lupo marsupiale" sarebbe più appropriato per il tilacino il nome comune di "tigre della Tasmania".

Nonostante gli studi sugli esemplari conservati forniscano sempre più indizi sul tipo di dieta del tilacino, essa rimane oggetto di accesi dibattiti nella comunità scientifica. Fra le prede del tilacino probabilmente figuravano canguri, wallaby, vombati ed altri piccoli vertebrati, fra cui anche rettili e uccelli. Alcuni studiosi hanno suggerito che tra le possibili prede di questo animale vi fosse anche l'emù della Tasmania: si è addirittura supposto che l'abilità al salto dei tilacini fosse utile a questi animali per azzannare gli emù al collo e che l'estinzione degli emù della Tasmania attorno alla metà del XIX secolo abbia dato inizio al fatale declino della popolazione di lupi marsupiali.

Fra i coloni europei il tilacino godeva della triste fama di implacabile predone di pollame e greggi, particolarmente sensibile all'odore del sangue: lo stesso Michael Sharland, illustre naturalista, sosteneva che animali che rifiutavano il cibo, anche vivo, acquistavano immediatamente appetito annusando del sangue. Gli esemplari in cattività accettavano senza problemi una gran varietà di cibi, dal coniglio al wallaby, al pollame, passando per la carne di manzo, pecora e cavallo.

Uno studio recente ha dimostrato tramite analisi computerizzate che le mascelle del tilacino erano sorprendentemente molto più deboli di quanto ci si aspettasse, al punto che se empiricamente si suppone un animale carnivoro in grado di sopraffare prede più o meno del suo stesso peso, un tilacino adulto del peso di 30 kg difficilmente era in grado di aver ragione di prede più pesanti di 5 kg: per questo motivo le possibili prede del tilacino erano soltanto piccoli animali come bandicoot e possum. Ciò li scagiona dalle accuse di essere decimatori di pecore, cosa che li rendeva molto suscettibili a cambiamenti ambientali anche minimi oltre a metterli in competizione diretta con altri predatori, come i dasiuri e il diavolo della Tasmania.

In base alle osservazioni fatte sugli esemplari catturati, specialmente femmine con piccoli, si pensa che non vi fosse una stagione riproduttiva ben definita, ma che i tilacini fossero in grado di riprodursi durante tutto l'arco dell'anno, sebbene vi fosse un picco delle nascite fra l'inverno e la primavera australi. Il numero di cuccioli andava dai due ai quattro: come in tutti i marsupiali, anche nel tilacino i neonati erano molto poco sviluppati, ciechi e nudi, e la madre li ospitava per più di tre mesi nel marsupio, continuando a prendersene cura fino a quando non avessero raggiunto la maturità.
Il tilacino rappresenta una delle due specie di marsupiali, l'altra è lo yapok, e l'unica di marsupiale australiano in cui ambedue i sessi sono provvisti di marsupio: questa tasca, rivolta all'indietro, alloggiava quattro capezzoli e serviva per l'allevamento della prole, nel maschio essa funge da borsa scrotale.
Una volta lasciato il marsupio, i cuccioli erano soliti aspettare che la madre tornasse dalle battute di caccia nascosti fra la vegetazione o nelle tane.
È noto un unico caso di riproduzione in cattività per questa specie, avvenuto nel 1899 nello zoo di Melbourne.

La speranza di vita di questi animali allo stato selvatico era di circa 5-7 anni, mentre in cattività difficilmente i tilacini superavano i nove anni d'età.

Inizialmente considerato una specie endemica della Tasmania, in base alle pitture rupestri si è ipotizzato che l'areale del tilacino, almeno fino a tempi preistorici, si estendesse anche al resto dell'Australia e alla Nuova Guinea. La prova inconfutabile dell'esistenza di questo animale in Australia fino a tempi relativamente recenti è stata il ritrovamento di una carcassa mummificata di tilacino in una caverna della piana di Nullarbor nel 1990, datata a circa 3300 anni fa.

Si pensa che il tilacino in Australia abitasse di preferenza le foreste secche di eucalipto, le aree cespugliose e le praterie erbose, mentre le popolazioni tasmaniane prediligevano le lande costiere, scelte in seguito anche dai coloni europei per pascolare il bestiame.

Il tilacino era molto presente nell'arte aborigena, essendo raffigurato in numerose pitture rupestri sparse in giro per l'Australia e risalenti anche a 3000 anni fa: quando gli europei scoprirono l'isola-continente, il lupo marsupiale era già scomparso da tempo. Bisogna aspettare il 1642, con la scoperta della Tasmania da parte di Abel Tasman, per avere notizie di impronte di "una bestia sconosciuta con zampe simili a una tigre". Il primo a parlare esplicitamente dell'avvistamento di un "gatto-tigre" fu Dufresne nel 1772, sebbene l'animale menzionato potrebbe anche essere un dasiuro: la prima menzione sicura di un tilacino risale al 13 maggio 1792 e venne redatta da Labilliardére, naturalista al seguito della spedizione di D'Entrecasteaux, anche se per avere una descrizione dettagliata dell'animale bisognerà aspettare il 1805, quando il governatore William Paterson ne farà una per il Sydney Gazette.

La descrizione scientifica del tilacino fu a cura di George Harris e risale al 1808, cinque anni dopo la fondazione della prima coonia europea in Tasmania. Harris classificò il tilacino nel genere Didelphis col nome di D. cynocephala, sottintendendone una parentela con gli opossum americani. Solo due anni dopo, tuttavia, il lupo marsupiale venne riclassificato nel genere Dasyurus, creato nel 1796 da Geoffroy Saint-Hilaire per ospitare i marsupiali carnivori australiani: per risolvere il conflitto di genere (essendo Didelphis un nome femminile e Dasyurus nome maschile) la specie venne rinominata al maschile D. cynocephalus.
Nel 1824 Temminck ascrisse il tilacino a un proprio genere monospecifico, Thylacinus, col nome definitivo di Thylacinus cynocephalus.

Gli aborigeni della Tasmania chiamavano questo animale coorinna, loarinna, laoonana o lagunta, tuttavia nessuno di questi nomi è stato preso in considerazione per divenire nome comune della specie

Nell'ambito dei Dasyuromorphia, il tilacino occuperebbe un clade molto basale e ben distinto dagli altri, vicino al diavolo della Tasmania e al formichiere marsupiale.
I primi tilacini propriamente detti apparvero circa 4 milioni di anni fa: i fossili più antichi ascrivibili a questa specie appartengono a vari esemplari rinvenuti a Riversleigh, nel Queensland nord-occidentale.

Si stima che il tilacino sia quasi completamente scomparso dall'Australia continentale almeno 2000 anni fa, e probabilmente ancora prima dalla Nuova Guinea; vengono tuttavia considerate attendibili testimonianze di avvistamenti di questi animali in Australia Meridionale (Monti Flinders) e Nuovo Galles del Sud (Blue Mountains) sia da parte di aborigeni australiani che di coloni europei fino al 1830.

Fra le cause della scomparsa del tilacino dall'Australia continentale (ed in seguito della sua completa estinzione) la più citata e generalmente considerata attendibile è l'arrivo del dingo al seguito dell'uomo: tuttavia, specialmente negli ultimi anni questa ipotesi ha perso molta della sua centralità, in quanto si pensa che le due specie non competessero attivamente fra loro (sia perché i dingo sono animali diurni mentre i tilacini erano prevalentemente notturni, sia perché il target di prede era probabilmente diverso nelle due specie), e che in caso di scontri il tilacino, più grosso e forte, avrebbe probabilmente avuto la meglio.
Assieme all'arrivo del dingo, anche la presenza umana fu determinante per la scomparsa del tilacino dall'Australia, così come più in generale per l'estinzione di circa il 90% della megafauna australiana nel tardo Quaternario. Non in maniera diretta, ossia attraverso la caccia, quanto piuttosto si pensa per i cambiamenti effettuati sull'ecosistema australiano, ai quali il tilacino mostrava una particolare vulnerabilità: ne è la prova il fatto che per un buon lasso di tempo, vale a dire finché tali cambiamenti non avvennero, il tilacino continuò a sopravvivere accanto all'uomo, mentre altre specie, cacciate attivamente, andavano incontro all'estinzione una dopo l'altra.

La specie sopravvisse tuttavia in Tasmania: all'arrivo dei primi coloni europei sull'isola, l'animale sembrava essere più comune nel centro-nord dell'isola. Nonostante a causa della sua natura timida e delle abitudini notturne gli avvistamenti fossero rari, ben presto il tilacino guadagnò la fama di ladro di bestiame, e non tardarono ed essere introdotti sistemi di taglie sui capi uccisi: già nel 1830 la compagnia della Terra di Van Diemen introdosse le prime ricompense, mentre fra il 1888 ed il 1909 il governo tasmaniano pose una taglia di un dollaro australiano (circa 122,02 euro attuali) per ciascuna testa di adulto e dieci scellini per cucciolo, pagandone in totale 2184, sebbene si pensi che il numero di animali uccisi fosse ben più consistente.
Alla caccia spietata a cui i tilacini venivano sistematicamente sottoposti si sommava la competizione con i cani introdotti dall'uomo, la perdita dell'habitat, la sparizione di molte delle prede di questo animale (anch'esse cacciate dall'uomo e dai predatori introdotti) e un'epidemia di cimurro.

Per la somma di tutte le cause summenzionate, il tilacino era diventato estremamente raro e già a partire dagli anni '20 gli avvistamenti di questo animale erano divenuti un evento quasi eccezionale, tanto che già dal 1901 erano sorti comitati che chiedevano maggiore protezione per questa specie; accortasi di ciò, nel 1928 la commissione per la fauna nativa della Tasmania emise un apposito decreto di protezione di questi animali, proponendo l'istituzione di un'area protetta dove ospitarli fra i fiumi Arthur e Pieman.

L'ultima uccisione di un tilacino selvatico avvenne nel 1930 a opera del fattore Wilf Batty nella porzione nord-orientale dell'isola: Batty sparò all'animale, probabilmente di sesso maschile, dopo averlo osservato aggirarsi per alcune settimane per la sua tenuta.

L'ultimo tilacino in cattività, invece, rimase un esemplare di nome Benjamin: catturato nella Florentine Valley nel 1933 da tale Elias Churchill, venne ospitato allo zoo di Hobart. Il nome "Benjamin" venne assegnato all'animale solo nel maggio del 1968, quando il sedicente allora guardiano dello zoo Frank Darby dichiarò che lo staff era solito appellare familiarmente in tal modo l'esemplare, sebbene non esistano prove a riguardo e anzi la curatrice dello zoo all'epoca Alison Reid e il pubblicista dello stesso Michael Sharland abbiano sempre smentito tale affermazione e addirittura dichiarato di non ricordare Darby come membro dello staff dello zoo. Lo stesso Darby ha inoltre sempre sostenuto che Benjamin era un maschio, mentre in base a quanto osservabile dalle foto dell'animale esso sarebbe stato in realtà una femmina: la questione è stata risolta solo recentemente, quando, dopo un'attenta analisi di un video risalente al 1933, in alcuni frame del terzo spezzone di riprese (previo ingrandimento e modifica di contrasto e esposizione) risulta chiaramente distinguibile lo scroto.

Benjamin morì il 7 settembre 1936, rimanendo chiuso fuori dal suo alloggio per la notte e quindi patendo la grande escursione termica fra il giorno e la notte: paradossalmente, 59 giorni prima della morte (il 10 luglio 1936) il governo tasmaniano decretò in maniera ufficiale lo status di specie in pericolo di estinzione del tilacino. Tale ritardo è stato generalmente giustificato con difficoltà di carattere politico che provocavano il continuo slittamento del provvedimento.
Benjamin fu l'ultimo esemplare di tilacino ufficialmente osservato: sebbene si creda che la specie possa essere sopravvissuta nelle aree più remote dell'entroterra tasmaniano fino agli anni '60, e nonostante gli avvistamenti, le osservazioni di impronte e feci ascrivibili all'animale e l'ascolto di vocalizzazioni compatibili con quelle del tilacino, tutte le ricerche volte all'osservazione di eventuali animali superstiti, nonostante il consistente dispiego di mezzi, si sono sempre risolte in insuccessi. Nonostante ciò, la specie è stata dichiarata estinta dallo IUCN solo nel 1982 e dal governo della Tasmania nel 1986: questo perché gli standard internazionali impongono che, per poter sancire in maniera ufficiale l'estinzione di una specie, devono passare 50 anni dall'ultimo avvistamento confermato. Solo nel 2013, inoltre, il tilacino è stato rimosso dall'appendice I della CITES.

Esistono numerosi gruppi e organizzazioni di appassionati, o anche singoli, che continuano a cercare eventuali esemplari di tilacino ancora in vita nelle aree più remote della Tasmania, rifiutando di rassegnarsi a un'eventuale estinzione e scambiandosi pareri ed eventuali reperti su appositi forum.

L'ARFRA (Australian Rare Fauna Research Association) conta ad oggi circa 3800 avvistamenti di tilacino fin dall'avvenuta estinzione della specie nel 1936: secondo altre fonti, gli avvistamenti ritenuti attendibili sarebbero 138 fino al 1998, di cui 65 in Australia Occidentale, oppure 360 in Tasmania e 269 in Australia continentale.

Con l'avvento dell'era del digitale, cominciarono ad apparire in circolazione numerose foto e video di presunti tilacini in Australia e Tasmania, oltre a numerosi avvistamenti, alcuni dei quali hanno goduto di grande rilevanza mediatica almeno in patria: fra i primi si registra un video di una decina di secondi girato in Australia Meridionale nel 1973, nel quale l'animale ripreso non può essere identificato con sicurezza a causa della scarsa qualità dell'immagine: una presunta osservazione di tre minuti del 1982 da parte del ricercatore Hans Naarding portò a estese ricerche (finanziate dal governo) nel settore nord-occidentale della Tasmania, durate un anno ma infruttuose. Tre anni dopo, nel 1985, la guida aborigena Kevin Cameron si rivelò in possesso di cinque fotografie scattate in Australia Occidentale, in cui era raffigurato quello che sembrava un tilacino intento a scavare. Nel gennaio del 1995 un guardacaccia osservò nelle prime ore del mattino quello che sembrava un tilacino a Pyengana, in Tasmania nord-orientale: le indagini seguite nella zona non mostrarono però alcuna traccia della presenza dell'animale. Nel 1997, alcuni missionari alle pendici del Puncak Jaya, in Irian Jaya, riportarono di aver osservato dei tilacini, avvistamenti confermati dagli indigeni, che affermarono di sapere da anni della presenza degli animali: nell'aprile del 2006, invece, il turista tedesco Klaus Emmerichs mostrò alcune fotografie digitali di un tilacino da lui avvistato nel febbraio del 2005 nel Parco nazionale di Cradle Mountain-Lake St Clair, non sempre ritenute del tutto autentiche e attendibili.

In virtù dell'incertezza dell'effettiva estinzione e degli avvistamenti che periodicamente vengono effettuati, il tilacino viene considerato un criptide.

Fin dal 1983, Ted Turner ha offerto centomila dollari a chiunque fosse in grado di fornire prove valide dell'esistenza di tilacini ancora in vita in Australia e Tasmania: nel 2000, tuttavia, tale ricompensa è stata ritirata. Anche The Bulletin, popolare giornale australiano, in occasione del centoventicinquesimo anniversario della testata nel 2005 si dichiarò disposto a offrire 1,25 milioni di dollari a chi fosse in grado di catturare un esemplare vivo e incolume di tilacino, mentre il tour operator Stewart Malcolm arrivò a offrire 1,75 milioni di dollari per un esemplare: va però detto che la cattura e la detenzione del tilacino sarebbero illegali ai sensi delle leggi predisposte per la protezione dell'animale.

Nel 1999 il professor Mike Archer dell'Australian Museum di Sydney annunciò pubblicamente l'avvio di un progetto di clonazione del Thylacinus. L'intenzione era quella di utilizzare campioni di DNA prelevati da reperti anatomici di cuccioli di tilacino conservati in etanolo risalenti ai primi del XX secolo per tentare la clonazione dell'animale e quindi la sua de-estinzione. L'ambizioso progetto, sottoposto al vaglio di esperti biologi molecolari, venne severamente criticato e giudicato irrealizzabile.
Alla fine del 2002 vennero estratti frammenti replicabili di DNA, ma il 15 febbraio 2005 il progetto venne abbandonato, in quanto il materiale genetico recuperato fu giudicato troppo danneggiato per poter essere utilizzato.
Tuttavia nel maggio 2005 il professor Micheal Archer della University of New South Wales, già direttore dell'Australian Museum e biologo evoluzionista, annunciò che il progetto sarebbe stato portato avanti da un gruppo di università interessate e da un centro di ricerca: appena un mese prima, dopo quattro anni di ricerca e catalogazione, era stato ultimato l'International Thylacine Specimen Database, un database completo di tutti i resti di tilacino conosciuti presenti in musei, università e collezioni private.

Nel 2008 i ricercatori Andrew J. Pask e Marilyn B. Renfree dell'università di Melbourne e Richard R. Behringer dell'università di Austin hanno annunciato di aver isolato dalla pelliccia di un esemplare adulto e dal corpo di alcuni piccoli, tutti conservati in etanolo, il gene Col2A1 enhancer, che ha il compito di assemblare la proteina che forma ossa e cartilagini del tilacino. Il gene è stato impiantato in alcuni topi di laboratorio e risulta funzionante: la ricerca ha rianimato la speranza di ricreare un giorno una popolazione di tilacini. Lo stesso anno un altro gruppo di ricercatori sequenziò con successo il DNA mitocondriale del tilacino a partire da due esemplari conservati in museo. Il loro successo apre la prospettiva del sequenziamento completo del DNA nucleare di questo animale a partire da esemplari da museo. Il loro risultato è stato pubblicato sulla rivista Genome Research nel 2009.

Ancora nel 2013 Mike Archer e Stewart Brand, in due interventi indipendenti fra loro alla conferenza TED, citavano il tilacino come possibile candidato alla de-estinzione.

Il tilacino viene utilizzato molto spesso come simbolo della Tasmania, anche in loghi e stemmi: i tilacini sono i sostegni dello stemma della Tasmania e una versione stilizzata di questo animale è presente anche nel logo del governo tasmaniano, oltre che dal 1998 sulle targhe dei veicoli immatricolati in Tasmania, e nello stemma della città di Launceston. Il tilacino è anche la mascotte dell'università della Tasmania e del Tasmania cricket team ed è presente nello stemma del sottomarino della Royal Australian Navy HMAS Dechaineux.

Il tilacino è apparso inoltre sui francobolli di Australia, Guinea Equatoriale e Stati Federati di Micronesia.

Molte delle illustrazioni di tilacino comunemente utilizzate provengono dal libro The Mammals of Australia di John Gould, risalente al periodo 1845-1853, e sono utilizzate anche dal birrificio Cascade Brewery fin dal 1984.

Ty, protagonista della trilogia Ty la tigre della Tasmania, e Tiny Tiger, nerboruto personaggio della serie videoludica Crash Bandicoot sono entrambi tilacini, così come Wendell T. Wolf, personaggio della serie televisiva Tazmania.
Nell'anime Flo, la piccola Robinson, l'isola deserta è popolata da numerosi gruppi di tilacini, che aggrediscono e minacciano più volte la famiglia Robinson.
Nel fumetto Allen, parodia del film Alien scritta da Leo Ortolani, il tilacino si ritiene estinto a causa del suo bizzarro stile di guida.
Nel film The Hunter, ispirato all'omonimo romanzo di Julia Leigh, il tilacino è l'animale protagonista ricercato dai mercenari per conto di una multinazionale.

Il Giorno Nazionale delle Specie Minacciate in Australia, fin dalla sua istituzione nel 1996, cade il 7 settembre, giorno della morte di Benjamin, ultimo esemplare di tilacino osservato.

Una ricostruzione di tilacino è presente al Parco Natura Viva.



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giovedì 28 aprile 2016

ACQUA SPRECATA

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Il consumo medio quotidiano di una famiglia europea si aggira attorno ai 165 litri. Calcolando anche l'acqua virtuale, quella che non vediamo ma è servita a produrre il cibo e a far funzionare le industrie, scopriamo che il conto s'impenna. E che la situazione del nostro paese si fa critica: l'impronta idrica in Italia, cioè la quantità di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi, è pari a 132 miliardi di metri cubi l'anno, 6.309 litri pro capite al giorno. Siamo il terzo importatore netto di acqua virtuale al mondo (62 miliardi di metri cubi l'anno), dopo Giappone e Messico e prima di Germania e Regno Unito.

"La colpa è del peggioramento delle nostre abitudini alimentari", spiega Francesca Greco, la ricercatrice del King's College di Londra che assieme a Marta Antonelli ha curato lo studio. "In Italia il consumo di cibo è responsabile dell'89 per cento dei consumi di acqua e questo dato ci dovrebbe aiutare perché la dieta mediterranea ha un impatto idrico molto minore di quella a base di carne. Peccato che negli ultimi anni il nostro stile di vita sia peggiorato: importiamo grandi quantità di beni che richiedono molta acqua come la carne di maiale tedesca".

Non solo abbiamo aumentato i consumi di carne (una bistecca da 3 etti costa 4 mila litri di acqua) ma siamo passati dal pollo ruspante al wurstel, dalla ricotta con latte di pecora al pascolo ai latticini d'importazione provenienti da allevamenti intensivi. E così la situazione è progressivamente peggiorata: l'impronta idrica dell'Italia è del 66 per cento più alta della media mondiale (1.385 metri cubi pro capite l'anno). E tra le principali economie non europee l'Italia si colloca al vertice dei consumi pro capite, dopo Stati Uniti, Canada e Australia.

"Sul risparmio idrico è stata fatta molta comunicazione ma sul versante sbagliato: si parla quasi solo dei consumi nelle case che valgono il 4 per cento del nostro bilancio complessivo", aggiunge Francesca Greco. "Visto che i prodotti di origine animale (latte, uova, carne, formaggi) rappresentano quasi la metà dell'impronta idrica totale dei consumi, in Italia per migliorare dovremmo puntare con forza sul made in Italy, sui prodotti da pascolo, sul chilometro zero, sulla dieta mediterranea".

Entro il 2050 non ci sarà abbastanza cibo per sfamare i nove miliardi di popolazione previsti. Secondo le recenti stime la domanda di cibo e fibre crescerà del 70% con un impatto insostenibile per l’oro blu.
A lanciare l’allarme è lo Stockholm International Water Institute (SIWI), che denuncia anche lo spreco enorme di acqua. Oltre un quarto di tutta l’acqua che consumiamo al mondo serve a produrre un miliardo di tonnellate di cibo che vengono poi buttate.
Se analizziamo i consumi attuali di acqua, vediamo che il 70% dell’oro blu viene impiegato in agricoltura, il 20% dall’industria e il 10% per uso domestico. E le richieste possono essere molto differenti tra loro, per esempio la produzione di carne richiede circa 8-10 volte più acqua rispetto a quella di cereali. Un bambino che nasce nei paesi industrializzati consuma da 30 a 50 volte più acqua rispetto a un coetaneo che abita in un Paese in via di sviluppo.
Per il 2025 nei Paesi in via di sviluppo si prevede un aumento del 50% dei consumi di acqua e in quelli industrializzati una crescita del 18%. La conseguenza immediata sarà che nel 2030 il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree con problemi di scarsità d’acqua. Inoltre dare da mangiare a tutti nel 2050 potrebbe richiedere il 50% in più di acqua rispetto a quella necessaria attualmente.

Ogni giorno utilizziamo centinaia di litri d’acqua senza prestare molta attenzione; in genere l’atteggiamento più diffuso è quello di pensare che «basta aprire un rubinetto e servirsene a piacere», in realtà le cose non stanno proprio così, è necessario fermarsi a riflettere un attimo per dare il giusto valore ad una risorsa che purtroppo non è infinita.

Gli effetti di questa situazione sono sotto gli occhi di tutti: casi crescenti di razionamento idrico; il consumo di acqua minerale o filtrata diventato quasi un obbligo; lievitazione del costo dell’acqua potabile ecc.

Se poi allarghiamo lo sguardo a livello mondiale, il panorama diventa ancora più preoccupante: circa un miliardo e mezzo di persone non dispongono di acqua potabile.

Di fronte ad un quadro tutt’altro che roseo, oltre ad avvicinarsi al rubinetto con maggiore rispetto, diventa importante porsi il problema di come contribuire in prima persona a migliorare la situazione.

D’altra parte, un uso più appropriato dell’acqua non fa bene solo all’ambiente, ma anche al portafogli e con molta probabilità anche alla pace tra i popoli, perché sono oramai numerosi gli analisti politici che individuano nella carenza d’acqua uno dei possibili motivi di conflitto armato tra i paesi.

La doccia presenta un minor consumo d’acqua, rispetto al bagno, soprattutto se si tiene l’acqua aperta solo quando serve.
Inoltre è possibile adottare docce a risparmio energetico, in grado di ridurre i consumi oltre il 70%. In termini pratici, considerando una doccia al giorno si possono risparmiare in un anno oltre 50.000 litri d’acqua e diverse centinaia di euro.
La cosa importante è di utilizzare docce che non si limitino a ridurre il consumo d’acqua (allora tanto vale non aprire totalmente il rubinetto, con il risultato che s’impiega più tempo a lavarsi e si consuma lo stesso quantitativo di acqua), ma sfruttino in maniera più intelligente l’acqua, garantendo un elevato potere lavante a fronte di minori consumi.
Vi sono inoltre vantaggi secondari interessanti: nel caso di boiler elettrico, più persone riescono a fare la doccia consecutivamente e minori sono i cali di portata per gli altri utenti, l’unico rovescio della medaglia è che, passando meno acqua nei tubi, si deve attendere più tempo l’arrivo dell’acqua calda.

Nel caso in cui si utilizzino lavatrici o lavastoviglie è bene farle girare sempre a pieno carico; nel caso dei lavaggi a mano evitare l’uso d’acqua corrente e preferire l’acqua raccolta in un lavabo o in una bacinella.
Sempre per ridurre gli sprechi, non lasciate diventare vecchio lo sporco dei piatti e le macchie ostiche dei tessuti perché richiedono un lavaggio più impegnativo sia da un punto di vista chimico (detersivi) sia energetico (tempi e temperature più elevate); lavare separatamente i pezzi a seconda del grado di sporco.
Si consuma più acqua, energia e detersivi lavando a mano o a macchina?
Per rispondere in maniera corretta a questa domanda è necessario conoscere due fattori: grado di riempimento ed «economicità» della macchina da una parte e capacità di lavaggio manuale dall’altra.
Comunque alcuni studi in materia hanno dimostrato che per lavare lo stesso quantitativo di stoviglie, pari ad un carico intero di una lavapiatti, mediamente si consumano 80 litri d’acqua se lavati a mano; 60 se lavati a macchina; 12 litri nel caso di apparecchi ad elevata efficienza, i quali oltre al risparmio d’acqua consentono una notevole contrazione dei consumi di detersivi ed energia.



Le vaschette del water tradizionali, in genere contengono circa 24 litri, un volume d’acqua tale da permettere una buona azione lavante nel caso di presenze solide, ma eccessivamente elevata nel caso di rifiuti liquidi.
Mediamente, con tali sciacquoni si ha un consumo giornaliero di circa 100 litri a persona, in gran parte sprecati.
Più efficienti sono le vaschette a due mandate, una da 3 e l’altra da 6 litri, grazie alle quali il consumo giornaliero, a parità di funzione, scende a 15 litri d’acqua.
Se utilizzate in maniera corretta, ossia schiacciando il tasto giusto al momento giusto, con le vaschette a doppia mandata si arriva a risparmiare circa 17.000 litri d’acqua l’anno a persona.
Quando non si hanno a disposizione vaschette ad hoc, è possibile modificare i tradizionali cassonetti introducendo dei pesi che permettono di ottenere le stesse prestazioni.
Un altro metodo è di inserire nella vaschetta un mattone o più semplicemente una bottiglia piena d’acqua.
In quest’ultimo caso si risparmia molta acqua, ma si riduce anche la quantità disponibile per ogni scarico con l’inconveniente di ridurre l’azione lavante.

I rubinetti vanno aperti solo quando serve e tenuti chiusi mentre ci si insapona o ci si lava i denti; analogamente per lavare la frutta e la verdura è sufficiente usare acqua raccolta in una bacinella e non quella corrente.
Per dare un’idea concreta di quanto questi gesti quotidiani possano far variare notevolmente il livello dei consumi idrici, analizziamo in dettaglio cosa accade durante il lavaggio dei denti: tenendo aperto il rubinetto per tutto il periodo di pulizia, si arriva a consumare 10.000 litri l’anno a persona; quando il rubinetto viene aperto solo per il risciacquo il consumo d’acqua si riduce a 1600; se poi invece dell’acqua corrente si utilizza quella contenuta in un bicchiere, si arriva a non più di 200 litri d’acqua l’anno.
Per quanto concerne interventi di tipo impiantistico, è possibile sostituire i normali filtrini dei rubinetti (quelli che ogni tanto dobbiamo pulire dal calcare e da altre sporcizie) con dei modelli risparmio energetico (aeratori).
Come per le docce vale il discorso di acquistare dei modelli che non si limitino a ridurre la portata dell’acqua, ma che producano un getto di eguale capacità lavante con consumi inferiori.

L’acqua, che a causa di perdite delle guarnizioni gocciola dai rubinetti o dallo sciacquone, sembra poca cosa, ma essendo continuativo, anche il semplice gocciolamento comporta uno spreco inutile di migliaia di litri d’acqua (e di euro).
Nel caso in cui l’impianto è dotato di accumuli dell’acqua calda, come ad esempio i boiler elettrici, oltre al consumo d’acqua le perdite idriche si tramutano anche in uno spreco d’energia elettrica.
È pertanto consigliabile di sostituire immediatamente le guarnizioni danneggiate.

Tutti i detergenti, compresi quelli ecologici, comportano un impatto ambientale per la loro produzione, il trasporto e lo smaltimento.
Inoltre, soprattutto nel caso di detergenti convenzionali, si ha una liberazione di residui tossici nell’ambiente che poi vengono assimilati attraverso la respirazione, la pelle e il consumo di alimenti.
Ecco perché è bene ridurre al minimo l’impiego di detergenti e detersivi e in ogni caso preferire i prodotti ecologici.
In tutti i processi di pulizia viene utilizzata l’acqua come diluente che, se usata in modo intelligente, riserva ottime sorprese.
Per il lavaggio di stoviglie e del bucato è possibile trattare energicamente l’acqua con opportuni dispositivi da applicare direttamente alle condotte dell’acqua o direttamente nelle macchine da lavare o sotto forma di additivi, ottenendo circa un dimezzamento dei consumi dei detersivi.
Per quanto concerne la pulizia delle superfici è consigliabile impiegare dei panni in microfibra dove l’azione chimica degli additivi è completamente sostituita dall’azione meccanica, ossia si pulisce e si sgrassa unicamente utilizzando l’acqua.
Ma anche in questo caso, per non avere risultati deludenti, è necessario scegliere prodotti d’elevata qualità.

Il calcare è ben noto per la tendenza a creare incrostazioni, assai difficili da rimuovere da box doccia, lavelli e rubinetteria in generale; ma i maggiori inconvenienti, il calcare li crea all’interno dell’impianto idraulico, ossia nelle condutture e, soprattutto, nei generatori d’acqua calda (elettrici o a gas).
Tali depositi creano due tipi di barriere: una termica e una fisica.
La prima si traduce in un maggior consumo di energia per nulla trascurabile, infatti, per ogni millimetro di deposito di calcare nei tubi, si registra un aumento dei consumi elettrici di circa il 10% e siccome lo strato accumulato in un generatore d’acqua calda può diventare molto spesso, nel tempo, i consumi possono crescere vertiginosamente.
Analogamente, lo strato di calcare crea anche una barriera fisica al passaggio dell’acqua che, nel caso d’impianto dotato di autoclave, fa anch’esso aumentare i consumi di elettricità.
Infine va detto che il calcare sollecita maggiormente l’impianto idraulico riducendone la durata.
Una verifica della presenza di calcare all’interno dei tubi può essere realizzata con una semplice prova.
Aprite al massimo il rubinetto dell’acqua fredda e notate la portata; dopo qualche istante ripetete la stessa cosa con il rubinetto dell’acqua calda.
La minore portata dell’acqua calda è essenzialmente dovuta alle incrostazioni di calcare presenti nel generatore di calore.
Le soluzioni utili per vincere il calcare si dividono in due categorie: trattamenti in grado di inibire il potere di coesione del calcare che, pur continuando ad essere presente nell’acqua, non è più in grado di formare incrostazioni; trattamenti di rimozione del calcare dall’acqua.

La gestione e la salvaguardia di una delle più importanti risorse naturali, l’acqua, a livello europeo è sempre più impostata sui principi del cosiddetto sviluppo sostenibile. L’acqua è natura, salute, cibo, uguaglianza, urbanizzazione, industria, energia. La gestione efficiente di questa preziosa risorsa è sufficiente a garantire uno sviluppo sostenibile e tale obiettivo è perseguibile mediante un perfezionamento dei sistemi tecnologici, un’ottimizzazione del mercato, attraverso una modulazione della richiesta, un abbattimento degli sprechi ed una maggiore consapevolezza degli effetti delle azioni antropiche sull’ambiente. In altri termini una migliore qualità della vita è figlia di una migliore qualità della risorsa acqua.



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