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giovedì 10 novembre 2016

IL TAPIRO

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Ossa di tapiri fossili sono state rinvenute in Europa ed in Asia, e anche nell'America settentrionale e meridionale. I più antichi di questi reperti datano di 50 milioni di anni fa e molte di queste ossa, benché ovviamente della stessa famiglia, differivano da quelle del tapiro di oggi. Ciononostante, circa 20 milioni di anni fa esistevano dei tapiri che assomigliavano considerevolmente alle specie attuali. La loro ampia distribuzione si è poi ridotta, fino a limitarsi ora a due regioni circoscritte e nettamente separate. È sorprendente come essi siano stati tanto a lungo e così largamente diffusi; non tanto sorprendente è anche il fatto che alcuni di essi siano giunti fino ad oggi, poiché, tra tutti i grossi animali della terra, essi sono probabilmente i più completamente indifesi. Infatti sono normalmente lenti e cauti nei loro movimenti, di solito con il muso vicino a terra, e non sono praticamente mai all'erta per evitare eventuali pericoli. È probabile che la proboscide abbia contribuito più di ogni altra cosa alla loro sopravvivenza. In effetti, può rappresentare una sentinella altamente efficiente, saggiando costantemente l'aria in ogni direzione, perfino durante la ricerca del cibo, poiché viene girata e contorta senza posa, con le narici spalancate. Quindi, quando si afferma che il tapiro è timido, si dovrebbe dire piuttosto che esso è sensibilissimo al suo ambiente e pronto a darsi alla fuga. Dunque, può essere questa la ragione principale per la quale i tapiri, pur di così lontana discendenza ed ora così nettamente separati dal punto di vista geografico, hanno subìto tanti pochi cambiamenti: essi si sono così bene adattati alla vita da non aver bisogno di alcun cambiamento. Sicché, il segreto della loro sopravvivenza può essere ben rappresentato da quella corta, ma straordinaria proboscide.

I tapiri hanno nasi prensili, sono indispensabili per la salute della foreste e sono una specie ombrello.
Oggi sopravvivono quattro specie di tapiro: il tapiro di montagna (Tapirus pinchaque), il tapiro di Baird (Tapirus bairdii), il tapiro americano (Tapirus terrestris) e il tapiro dalla gualdrappa (Tapirus indicus). Le prime tre specie hanno il manto bruno e vivono nelle foreste tropicali dell’America Meridionale, mentre l’ultima è di colore bianco-nero ed è diffusa nel Sud-Est asiatico.

I tapiri si riproducono molto lentamente, hanno un periodo di gestazione di 13-14 mesi e partoriscono solo un cucciolo alla volta. Questa “lentezza” potrebbe condannare i tapiri, minacciati dalla deforestazione e dalla caccia, se la popolazione dovesse subire un declino significativo è molto improbabile che possa riprendersi.

Possono pesare fino a 300 chili. Grazie alla loro stazza i tapiri possono fare leva sugli alberi per raggiungerne i frutti. Sono animali docili per natura, ma possono attaccare se si sentono minacciati, soprattutto una femmina con i cuccioli. I tapiri sono creature notturne, trascorrono il giorno a dormire nelle fitte macchie boschive e si svegliano nel pomeriggio per mangiare.



Le abitudini notturne del tapiro e la sua predilezione per le zone di giungla più impervie fanno sì che sia difficile studiare sul campo questi animali. Tutt’oggi non si sa molto dell’etologia di questi mammiferi e molti dati sono stati raccolti da esemplari in cattività.

I tapiri coprono grandi distanze, attraversano habitat differenti e “creano” un collegamento tra le varie zone della foresta. Ingoiano i semi della frutta, camminano a lungo e defecano lungo i loro percorsi, disperdendo i semi e favorendo la creazione di un flusso genetico vegetale tra gli habitat. Non sono gli unici animali a farlo ma mangiando enormi quantità di frutta, distribuiscono un’elevata quantità di semi. La struttura delle foreste sarebbe molto diversa senza i tapiri.

Questi animali sono caratterizzati da una protuberanza sul labbro superiore, simile ad una piccola proboscide. Questo organo prensile viene utilizzato dai tapiri per afferrare foglie e frutti, come boccaglio quando si trovano in acqua per sfuggire dai predatori o semplicemente per rinfrescarsi.

I tapiri sudamericani sono presenti in tutto il Sud America. Data la loro ampia distribuzione la gente pensa che i tapiri siano molto numerosi, ma in realtà, i vari biomi che occupano non sono collegati. Il loro habitat viene distrutto costantemente e di fatto esistono solo piccole popolazioni isolate di tapiri in Sud America. Eppure ogni anno gli ambientalisti devono fare pressione per mantenere il tapiro sudamericano sulla Lista Rossa Iucn delle specie minacciate.

Recenti studi delle pratiche venatorie degli indigeni dell’Amazzonia hanno rivelato che le aree immediatamente circostanti agli insediamenti delle comunità sono prive di mammiferi. In luoghi nei quali ancora la deforestazione non è arrivata non si trovano tapiri, pecari o aguti, decimati dalla caccia.

Da piccoli i tapiri sono scuri e coperti da strisce longitudinali e macchie gialle e bianche sul corpo e sulle zampe, un po’ come i piccoli cinghiali. Questo manto serve a mimetizzarsi per eludere i predatori e viene sostituito dalla livrea adulta dopo cinque o sei mesi. I cuccioli rimangono con la madre per circa 12-18 mesi dopo la nascita.

Può sembrare che i tapiri somiglino a dei maiali con la proboscide, ma sono in realtà imparentati con i cavalli e i rinoceronti. Le origini di questa eclettica famiglia sono da ricercarsi indietro nel tempo – e lo stesso tapiro è molto antico. Gli scienziati sono dell’idea che questi animali non siano cambiati molto nelle ultime decine di milioni d’anni.

Nel Nuovo Mondo, i tapiri vivono generalmente nelle foreste e nelle praterie del Centro e Sud America. Fa eccezione il tapiro di montagna, che vive ad alte quote sulle Ande: conosciuto anche col nome di tapiro lanoso, per via del suo caldo manto protettivo, è il più piccolo di tutta la sua specie.  Il tapiro più grande si trova invece nel Vecchio Continente, più precisamente nell’Asia sudorientale. Il tapiro malese, dalla caratteristica livrea bianca e nera, può raggiungere i 363 chilogrammi di peso. Vive in Malesia e a Sumatra, tra foreste e paludi. Tutte e quattro le specie di tapiro corrono un più o meno grave rischio di estinzione, a causa soprattutto delle attività di caccia e delle alterazioni ambientali in atto nei rispettivi habitat.


LEGGI ANCHE: http://marzurro.blogspot.it/2016/10/la-malesia.html


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mercoledì 1 giugno 2016

IL TILACINO



Risale al lontano 1936 l'estinzione ufficiale del  tilacino (Thylacinus cynocephalus), il misterioso "lupo" marsupiale, chiamato tigre della Tasmania o Aka. La Tasmania era conosciuta come il suo ultimo rifugio e la scomparsa del tilacino un paio di millenni fa dal continente australiano è ben documentata, mentre non molti sanno che durante il Pleistocene, terminato soli 11.700 anni fa, la tigre della Tasmania viveva anche in Nuova Guinea. La testa e le spalle di questo mammifero sono simili a quelle di un cane, ma la sua bocca sarebbe più grande e forte, e la sua coda è molto lunga e sottile. I papuasi dicono che questo "cane" ha i fianchi così sottili perché non ha intestini, inoltre la parte posteriore del corpo è a strisce.

La presenza preistorica del tilacino in Nuova Guinea è venuta alla luce negli anni '60, quando degli archeologi scoprirono la mascella inferiore di una tigre della Tasmania.
Il tilacino o lupo marsupiale della Tasmania (Thylacinus cynocephalus) era un grande carnivoro marsupiale diffuso in Australia e Tasmania. I primi coloni europei lo conoscevano come “tigre della Tasmania” o “lupo della Tasmania”. Questa specie è l’ultimo membro della famiglia Thylacinidae sopravvissuto fino a tempi recenti. Il risultato di un’evoluzione isolata di un predatore marsupiale nei dintorni australiani. Di fatto pur essendo un marsupiale, non era imparentato con le altre specie di questa famiglia, ma ne aveva la stessa forma e lo stesso adattamento. Purtroppo questo singolare animale si è estinto già inizialmente in Australia a partire da migliaia di anni fa la sua sopravvivenza fu stroncata a causa dell’introduzione da parte dell’uomo di cani selvatici noti nel continente come “Dingo”. Il tilacino riuscì comunque a sopravvivere nell’isola della Tasmania sino agli anni ’30 del ventesimo secolo, periodo in cui la spietata caccia da parte dell’uomo ebbe il sopravvento su questa povera specie portandola definitivamente all’estinzione. L’ultimo tilacino ufficialmente conosciuto fu chiamato “Benjamin” e morì in cattività nello zoo di Hobart il 6 settembre 1936. La tigre della Tasmania fu quindi ufficialmente dichiarata estinta.

I dati sulle dimensioni di questi animali sono piuttosto variabili, in virtù del fatto che la maggior parte degli esemplari conservati sono cuccioli e si dispone solo di animali impagliati, scheletri e fotografie in bianco e nero per estrapolare i dati.
Si stima che un esemplare maturo misurasse circa 100–130 cm di lunghezza, cui vanno sommati 50–65 cm di coda: ne risulta che i tilacini di maggiori dimensioni fossero lunghi anche due metri. L'altezza alla spalla raggiungeva i 60 cm, mentre il peso si attestava attorno ai 20–30 kg.

Il dimorfismo sessuale in questa specie era piuttosto evidente in quanto i maschi erano visibilmente più grossi e robusti rispetto alle femmine a parità d'età.

Come intuibile dal nome comune, il lupo marsupiale somigliava nel suo quarto anteriore ad un grosso cane a pelo corto, con piccole orecchie appuntite: la parte posteriore del corpo si incurvava bruscamente verso il basso, con una coda lunga e spessa che si estendeva dal corpo come quella dei canguri. Questo strano effetto di gibbosità ha fatto sì che molti dei primi europei a vedere questo animale lo abbiano paragonato alle iene piuttosto che ai cani, anche in virtù della colorazione striata.

Il cranio del tilacino somigliava in maniera impressionante a quello dei canidi e ancor più specificatamente a quello di una volpe, al punto che Richard Dawkins raccontava anedotticamente che molti studenti di zoologia dell'Università di Oxford venivano regolarmente tratti in inganno e rimandati alla sessione d'esami successiva presentando loro un cranio di tilacino che veniva puntualmente confuso con un cane o viceversa. Tale somiglianza non era dovuta a un'effettiva parentela fra i due animali, anzi viceversa gli antenati dei canidi e dei tilacini avevano cominciato a divergere svariate decine di milioni di anni, quanto piuttosto a un fenomeno di convergenza evolutiva, molto facilmente osservabile in un ambiente insulare e isolato com'è l'Australia, secondo il quale specie anche lontane filogeneticamente ma sottoposte a stimoli ambientali simili sviluppano adattamenti simili.
Comparando attentamente i due crani emergono alcune differenze che permettono una distinzione agevole:
l'area frontale del tilacino appare più ampia rispetto a quella dei canidi in generale;
le arcate zigomatiche dei due animali hanno conformazione differente;
sul palato duro del tilacino sono presenti due forami (vacuità maxillo-palatine) tipici dei marsupiali e assenti nei canidi;
la dentizione è piuttosto dissimile, in quanto i tilacini presentano 46 denti, di cui otto incisivi superiori contro i sei dei canidi e mancano di denti carnassiali, tipici dei carnivori placentati. Anche la forma dei molari è differente nei due animali, in quanto quelli del tilacino sono meno specializzati nella triturazione del cibo;
Il tilacino era in grado di spalancare le proprie fauci fino a oltre 120 gradi, caratteristica unica fra i mammiferi.

Le zampe posteriori presentavano quattro dita, mentre le zampe anteriori erano munite di cinque dita (quattro poggianti sul terreno e uno laterale, che veniva probabilmente utilizzato dall'animale di trattenere e maneggiare il cibo, similmente a quanto fanno i cani o il diavolo della Tasmania): ciascun dito era munito di robusti artigli non retrattili. La zampa poggiava su un cuscinetto carnoso trilobato, caratteristica questa che (assieme al fatto che le orme erano generalmente poste in due linee quasi parallele) permetteva di distinguere in maniera piuttosto agevole le tracce di tilacino da quelle di altri animali, come cani, volpi o diavoli della Tasmania.

Il pelo era denso e soffice, lungo circa 15 mm: il colore seguiva le varie tonalità del fulvo, dal crema al bruno scuro, mantenendosi più chiara sul ventre rispetto al dorso. Sulla parte posteriore del dorso era presente una caratteristica tigratura (da cui l'altro nome comune di "tigre marsupiale" con cui questo animale è conosciuto), ben marcata e nera nei giovani, più sbiadita man mano che l'animale invecchiava: la tigratura dorsale aveva verosimilmente funzione mimetica per l'animale, ma si pensa che potesse anche essere utilizzata dai vari esemplari a fini identificativi. Una leggenda aborigena narra che all'alba dei tempi il tilacino fosse sprovvisto di striature dorsali, ma che se le procurò nel tentativo di avvertire il Bunyip, il canguro, l'ornitorinco ed il Grande Uccello dell'approssimarsi di un incendio.
Nei giovani era inoltre presente un pennacchio di peli più lunghi sulla punta della coda, che spariva con l'età adulta.

Si conosce molto poco riguardo alle abitudini del tilacino: la maggior parte dei dati sono stati ottenuti da animali in cattività o da testimonianze aneddotiche dei coloni, risalenti perlopiù alla prima metà del XX secolo (quando il destino della specie era già segnato e non ne rimanevano che pochi esemplari), le quali a volte risultano anche atipiche (ad esempio la maggior parte degli avvistamenti e delle osservazioni di tilacini sono state fatte di giorno).

Molto verosimilmente il tilacino era un animale dalle abitudini principalmente crepuscolari e notturne, che durante il giorno si riposava in cavità degli alberi o delle rocce, che esso stesso provvedeva a foderare con erba secca, muschio e fronde di felci. Mentre durante il giorno i tilacini preferivano rifugiarsi in aree collinari e ben ricoperte da vegetazione, durante le ore di attività essi tendevano a spostarsi in aree prative o cespugliose.
Tutti coloro che hanno lasciato testimonianze sul comportamento del tilacino lo definiscono un animale estremamente timido e riservato, con forte tendenza a evitare il contatto con l'uomo, pur mostrando di tanto in tanto curiosità, tuttavia ai tempi delle persecuzioni nei suoi confronti il tilacino veniva descritto come animale aggressivo e pericoloso.
Poco si conosce sulle abitudini sociali del tilacino: la maggior parte degli avvistamenti si riferiscono a singoli animali, tuttavia in cattività coppie o gruppi familiari di tilacini convivevano senza problemi. Probabilmente lo scarso numero di animali allo stato selvatico rimasti ai tempi delle osservazioni condotte faceva sì che essi si muovessero perlopiù isolati, fatto questo che alterava i loro comportamenti.

Questo animale presentava un'andatura abbastanza goffa, che lo rendeva piuttosto lento in corsa, tuttavia soprattutto in cattività sono stati osservati più volte tilacini muoversi saltellando sulle zampe posteriori, in maniera simile ai canguri. Si ritiene che quest'andatura servisse all'animale per allontanarsi velocemente in caso di pericolo. La coda lunga e forte, oltre che per bilanciare l'animale durante la corsa e il salto, risultava utile anche come "terza gamba" per poggiarvi il peso, permettendo ai tilacini di rimanere sulle zampe posteriori per brevi periodi.

Sono state descritte numerose vocalizzazioni per il tilacino, fra cui ringhi e soffi spesso preceduti da sbadigli quando l'animale era agitato, sospiri o abbaii, questi ultimi specialmente durante la caccia, per tenersi in contatto fra membri dello stesso gruppo ed un lungo e lamentoso latrato, probabilmente emesso per l'identificazione a distanza. Mancano però studi approfonditi condotti in merito.
Esiste inoltre discordia riguardo all'odore emesso dall'animale in vita: mentre alcuni descrivono i tilacini come animali dal caratteristico forte odore muschiato, altri parlano genericamente e in maniera neutra di un odore di animale, mentre altri non parlano di alcun odore in particolare: è possibile che, similmente al diavolo della Tasmania, anche il tilacino possedesse delle ghiandole odorifere che secernessero sostanze odorose quando l'animale era eccitato o agitato.



Il tilacino era un superpredatore, esclusivamente carnivoro. Il suo stomaco poteva estendersi per permettere all'animale di mangiare grandi quantità di carne in una sola volta: questo era probabilmente il risultato di un adattamento ai periodi in cui il cibo era scarso o introvabile. Per lo stesso motivo, similmente al diavolo orsino, il tilacino utilizzava probabilmente la grossa coda come deposito di grasso durante i periodi di abbondanza di cibo.

I primi studi su questo animale riportavano che esso si servisse per cacciare principalmente dell'olfatto, tuttavia recenti analisi della struttura cerebrale dimostrerebbero che il bulbo olfattivo non è particolarmente sviluppato nel tilacino, e che quindi l'odorato non avesse un ruolo particolarmente importante nella caccia, mentre l'animale verosimilmente si serviva perlopiù della vista e dell'udito.
Sebbene il tilacino venga generalmente visto come il corrispettivo marsupiale dei canidi, uno studio recente suggerirebbe che in realtà si trattava perlopiù di un predatore d'attesa come i felidi piuttosto che di un cacciatore attivo: anche le osservazioni condotte in cattività e le testimonianze di cacciatori dell'epoca sembrerebbero suggerire che era compito di alcuni membri del gruppo scegliere una preda e condurla in direzione di un altro individuo in agguato. In questo senso, basandosi sulle presunte modalità di caccia, piuttosto che "lupo marsupiale" sarebbe più appropriato per il tilacino il nome comune di "tigre della Tasmania".

Nonostante gli studi sugli esemplari conservati forniscano sempre più indizi sul tipo di dieta del tilacino, essa rimane oggetto di accesi dibattiti nella comunità scientifica. Fra le prede del tilacino probabilmente figuravano canguri, wallaby, vombati ed altri piccoli vertebrati, fra cui anche rettili e uccelli. Alcuni studiosi hanno suggerito che tra le possibili prede di questo animale vi fosse anche l'emù della Tasmania: si è addirittura supposto che l'abilità al salto dei tilacini fosse utile a questi animali per azzannare gli emù al collo e che l'estinzione degli emù della Tasmania attorno alla metà del XIX secolo abbia dato inizio al fatale declino della popolazione di lupi marsupiali.

Fra i coloni europei il tilacino godeva della triste fama di implacabile predone di pollame e greggi, particolarmente sensibile all'odore del sangue: lo stesso Michael Sharland, illustre naturalista, sosteneva che animali che rifiutavano il cibo, anche vivo, acquistavano immediatamente appetito annusando del sangue. Gli esemplari in cattività accettavano senza problemi una gran varietà di cibi, dal coniglio al wallaby, al pollame, passando per la carne di manzo, pecora e cavallo.

Uno studio recente ha dimostrato tramite analisi computerizzate che le mascelle del tilacino erano sorprendentemente molto più deboli di quanto ci si aspettasse, al punto che se empiricamente si suppone un animale carnivoro in grado di sopraffare prede più o meno del suo stesso peso, un tilacino adulto del peso di 30 kg difficilmente era in grado di aver ragione di prede più pesanti di 5 kg: per questo motivo le possibili prede del tilacino erano soltanto piccoli animali come bandicoot e possum. Ciò li scagiona dalle accuse di essere decimatori di pecore, cosa che li rendeva molto suscettibili a cambiamenti ambientali anche minimi oltre a metterli in competizione diretta con altri predatori, come i dasiuri e il diavolo della Tasmania.

In base alle osservazioni fatte sugli esemplari catturati, specialmente femmine con piccoli, si pensa che non vi fosse una stagione riproduttiva ben definita, ma che i tilacini fossero in grado di riprodursi durante tutto l'arco dell'anno, sebbene vi fosse un picco delle nascite fra l'inverno e la primavera australi. Il numero di cuccioli andava dai due ai quattro: come in tutti i marsupiali, anche nel tilacino i neonati erano molto poco sviluppati, ciechi e nudi, e la madre li ospitava per più di tre mesi nel marsupio, continuando a prendersene cura fino a quando non avessero raggiunto la maturità.
Il tilacino rappresenta una delle due specie di marsupiali, l'altra è lo yapok, e l'unica di marsupiale australiano in cui ambedue i sessi sono provvisti di marsupio: questa tasca, rivolta all'indietro, alloggiava quattro capezzoli e serviva per l'allevamento della prole, nel maschio essa funge da borsa scrotale.
Una volta lasciato il marsupio, i cuccioli erano soliti aspettare che la madre tornasse dalle battute di caccia nascosti fra la vegetazione o nelle tane.
È noto un unico caso di riproduzione in cattività per questa specie, avvenuto nel 1899 nello zoo di Melbourne.

La speranza di vita di questi animali allo stato selvatico era di circa 5-7 anni, mentre in cattività difficilmente i tilacini superavano i nove anni d'età.

Inizialmente considerato una specie endemica della Tasmania, in base alle pitture rupestri si è ipotizzato che l'areale del tilacino, almeno fino a tempi preistorici, si estendesse anche al resto dell'Australia e alla Nuova Guinea. La prova inconfutabile dell'esistenza di questo animale in Australia fino a tempi relativamente recenti è stata il ritrovamento di una carcassa mummificata di tilacino in una caverna della piana di Nullarbor nel 1990, datata a circa 3300 anni fa.

Si pensa che il tilacino in Australia abitasse di preferenza le foreste secche di eucalipto, le aree cespugliose e le praterie erbose, mentre le popolazioni tasmaniane prediligevano le lande costiere, scelte in seguito anche dai coloni europei per pascolare il bestiame.

Il tilacino era molto presente nell'arte aborigena, essendo raffigurato in numerose pitture rupestri sparse in giro per l'Australia e risalenti anche a 3000 anni fa: quando gli europei scoprirono l'isola-continente, il lupo marsupiale era già scomparso da tempo. Bisogna aspettare il 1642, con la scoperta della Tasmania da parte di Abel Tasman, per avere notizie di impronte di "una bestia sconosciuta con zampe simili a una tigre". Il primo a parlare esplicitamente dell'avvistamento di un "gatto-tigre" fu Dufresne nel 1772, sebbene l'animale menzionato potrebbe anche essere un dasiuro: la prima menzione sicura di un tilacino risale al 13 maggio 1792 e venne redatta da Labilliardére, naturalista al seguito della spedizione di D'Entrecasteaux, anche se per avere una descrizione dettagliata dell'animale bisognerà aspettare il 1805, quando il governatore William Paterson ne farà una per il Sydney Gazette.

La descrizione scientifica del tilacino fu a cura di George Harris e risale al 1808, cinque anni dopo la fondazione della prima coonia europea in Tasmania. Harris classificò il tilacino nel genere Didelphis col nome di D. cynocephala, sottintendendone una parentela con gli opossum americani. Solo due anni dopo, tuttavia, il lupo marsupiale venne riclassificato nel genere Dasyurus, creato nel 1796 da Geoffroy Saint-Hilaire per ospitare i marsupiali carnivori australiani: per risolvere il conflitto di genere (essendo Didelphis un nome femminile e Dasyurus nome maschile) la specie venne rinominata al maschile D. cynocephalus.
Nel 1824 Temminck ascrisse il tilacino a un proprio genere monospecifico, Thylacinus, col nome definitivo di Thylacinus cynocephalus.

Gli aborigeni della Tasmania chiamavano questo animale coorinna, loarinna, laoonana o lagunta, tuttavia nessuno di questi nomi è stato preso in considerazione per divenire nome comune della specie

Nell'ambito dei Dasyuromorphia, il tilacino occuperebbe un clade molto basale e ben distinto dagli altri, vicino al diavolo della Tasmania e al formichiere marsupiale.
I primi tilacini propriamente detti apparvero circa 4 milioni di anni fa: i fossili più antichi ascrivibili a questa specie appartengono a vari esemplari rinvenuti a Riversleigh, nel Queensland nord-occidentale.

Si stima che il tilacino sia quasi completamente scomparso dall'Australia continentale almeno 2000 anni fa, e probabilmente ancora prima dalla Nuova Guinea; vengono tuttavia considerate attendibili testimonianze di avvistamenti di questi animali in Australia Meridionale (Monti Flinders) e Nuovo Galles del Sud (Blue Mountains) sia da parte di aborigeni australiani che di coloni europei fino al 1830.

Fra le cause della scomparsa del tilacino dall'Australia continentale (ed in seguito della sua completa estinzione) la più citata e generalmente considerata attendibile è l'arrivo del dingo al seguito dell'uomo: tuttavia, specialmente negli ultimi anni questa ipotesi ha perso molta della sua centralità, in quanto si pensa che le due specie non competessero attivamente fra loro (sia perché i dingo sono animali diurni mentre i tilacini erano prevalentemente notturni, sia perché il target di prede era probabilmente diverso nelle due specie), e che in caso di scontri il tilacino, più grosso e forte, avrebbe probabilmente avuto la meglio.
Assieme all'arrivo del dingo, anche la presenza umana fu determinante per la scomparsa del tilacino dall'Australia, così come più in generale per l'estinzione di circa il 90% della megafauna australiana nel tardo Quaternario. Non in maniera diretta, ossia attraverso la caccia, quanto piuttosto si pensa per i cambiamenti effettuati sull'ecosistema australiano, ai quali il tilacino mostrava una particolare vulnerabilità: ne è la prova il fatto che per un buon lasso di tempo, vale a dire finché tali cambiamenti non avvennero, il tilacino continuò a sopravvivere accanto all'uomo, mentre altre specie, cacciate attivamente, andavano incontro all'estinzione una dopo l'altra.

La specie sopravvisse tuttavia in Tasmania: all'arrivo dei primi coloni europei sull'isola, l'animale sembrava essere più comune nel centro-nord dell'isola. Nonostante a causa della sua natura timida e delle abitudini notturne gli avvistamenti fossero rari, ben presto il tilacino guadagnò la fama di ladro di bestiame, e non tardarono ed essere introdotti sistemi di taglie sui capi uccisi: già nel 1830 la compagnia della Terra di Van Diemen introdosse le prime ricompense, mentre fra il 1888 ed il 1909 il governo tasmaniano pose una taglia di un dollaro australiano (circa 122,02 euro attuali) per ciascuna testa di adulto e dieci scellini per cucciolo, pagandone in totale 2184, sebbene si pensi che il numero di animali uccisi fosse ben più consistente.
Alla caccia spietata a cui i tilacini venivano sistematicamente sottoposti si sommava la competizione con i cani introdotti dall'uomo, la perdita dell'habitat, la sparizione di molte delle prede di questo animale (anch'esse cacciate dall'uomo e dai predatori introdotti) e un'epidemia di cimurro.

Per la somma di tutte le cause summenzionate, il tilacino era diventato estremamente raro e già a partire dagli anni '20 gli avvistamenti di questo animale erano divenuti un evento quasi eccezionale, tanto che già dal 1901 erano sorti comitati che chiedevano maggiore protezione per questa specie; accortasi di ciò, nel 1928 la commissione per la fauna nativa della Tasmania emise un apposito decreto di protezione di questi animali, proponendo l'istituzione di un'area protetta dove ospitarli fra i fiumi Arthur e Pieman.

L'ultima uccisione di un tilacino selvatico avvenne nel 1930 a opera del fattore Wilf Batty nella porzione nord-orientale dell'isola: Batty sparò all'animale, probabilmente di sesso maschile, dopo averlo osservato aggirarsi per alcune settimane per la sua tenuta.

L'ultimo tilacino in cattività, invece, rimase un esemplare di nome Benjamin: catturato nella Florentine Valley nel 1933 da tale Elias Churchill, venne ospitato allo zoo di Hobart. Il nome "Benjamin" venne assegnato all'animale solo nel maggio del 1968, quando il sedicente allora guardiano dello zoo Frank Darby dichiarò che lo staff era solito appellare familiarmente in tal modo l'esemplare, sebbene non esistano prove a riguardo e anzi la curatrice dello zoo all'epoca Alison Reid e il pubblicista dello stesso Michael Sharland abbiano sempre smentito tale affermazione e addirittura dichiarato di non ricordare Darby come membro dello staff dello zoo. Lo stesso Darby ha inoltre sempre sostenuto che Benjamin era un maschio, mentre in base a quanto osservabile dalle foto dell'animale esso sarebbe stato in realtà una femmina: la questione è stata risolta solo recentemente, quando, dopo un'attenta analisi di un video risalente al 1933, in alcuni frame del terzo spezzone di riprese (previo ingrandimento e modifica di contrasto e esposizione) risulta chiaramente distinguibile lo scroto.

Benjamin morì il 7 settembre 1936, rimanendo chiuso fuori dal suo alloggio per la notte e quindi patendo la grande escursione termica fra il giorno e la notte: paradossalmente, 59 giorni prima della morte (il 10 luglio 1936) il governo tasmaniano decretò in maniera ufficiale lo status di specie in pericolo di estinzione del tilacino. Tale ritardo è stato generalmente giustificato con difficoltà di carattere politico che provocavano il continuo slittamento del provvedimento.
Benjamin fu l'ultimo esemplare di tilacino ufficialmente osservato: sebbene si creda che la specie possa essere sopravvissuta nelle aree più remote dell'entroterra tasmaniano fino agli anni '60, e nonostante gli avvistamenti, le osservazioni di impronte e feci ascrivibili all'animale e l'ascolto di vocalizzazioni compatibili con quelle del tilacino, tutte le ricerche volte all'osservazione di eventuali animali superstiti, nonostante il consistente dispiego di mezzi, si sono sempre risolte in insuccessi. Nonostante ciò, la specie è stata dichiarata estinta dallo IUCN solo nel 1982 e dal governo della Tasmania nel 1986: questo perché gli standard internazionali impongono che, per poter sancire in maniera ufficiale l'estinzione di una specie, devono passare 50 anni dall'ultimo avvistamento confermato. Solo nel 2013, inoltre, il tilacino è stato rimosso dall'appendice I della CITES.

Esistono numerosi gruppi e organizzazioni di appassionati, o anche singoli, che continuano a cercare eventuali esemplari di tilacino ancora in vita nelle aree più remote della Tasmania, rifiutando di rassegnarsi a un'eventuale estinzione e scambiandosi pareri ed eventuali reperti su appositi forum.

L'ARFRA (Australian Rare Fauna Research Association) conta ad oggi circa 3800 avvistamenti di tilacino fin dall'avvenuta estinzione della specie nel 1936: secondo altre fonti, gli avvistamenti ritenuti attendibili sarebbero 138 fino al 1998, di cui 65 in Australia Occidentale, oppure 360 in Tasmania e 269 in Australia continentale.

Con l'avvento dell'era del digitale, cominciarono ad apparire in circolazione numerose foto e video di presunti tilacini in Australia e Tasmania, oltre a numerosi avvistamenti, alcuni dei quali hanno goduto di grande rilevanza mediatica almeno in patria: fra i primi si registra un video di una decina di secondi girato in Australia Meridionale nel 1973, nel quale l'animale ripreso non può essere identificato con sicurezza a causa della scarsa qualità dell'immagine: una presunta osservazione di tre minuti del 1982 da parte del ricercatore Hans Naarding portò a estese ricerche (finanziate dal governo) nel settore nord-occidentale della Tasmania, durate un anno ma infruttuose. Tre anni dopo, nel 1985, la guida aborigena Kevin Cameron si rivelò in possesso di cinque fotografie scattate in Australia Occidentale, in cui era raffigurato quello che sembrava un tilacino intento a scavare. Nel gennaio del 1995 un guardacaccia osservò nelle prime ore del mattino quello che sembrava un tilacino a Pyengana, in Tasmania nord-orientale: le indagini seguite nella zona non mostrarono però alcuna traccia della presenza dell'animale. Nel 1997, alcuni missionari alle pendici del Puncak Jaya, in Irian Jaya, riportarono di aver osservato dei tilacini, avvistamenti confermati dagli indigeni, che affermarono di sapere da anni della presenza degli animali: nell'aprile del 2006, invece, il turista tedesco Klaus Emmerichs mostrò alcune fotografie digitali di un tilacino da lui avvistato nel febbraio del 2005 nel Parco nazionale di Cradle Mountain-Lake St Clair, non sempre ritenute del tutto autentiche e attendibili.

In virtù dell'incertezza dell'effettiva estinzione e degli avvistamenti che periodicamente vengono effettuati, il tilacino viene considerato un criptide.

Fin dal 1983, Ted Turner ha offerto centomila dollari a chiunque fosse in grado di fornire prove valide dell'esistenza di tilacini ancora in vita in Australia e Tasmania: nel 2000, tuttavia, tale ricompensa è stata ritirata. Anche The Bulletin, popolare giornale australiano, in occasione del centoventicinquesimo anniversario della testata nel 2005 si dichiarò disposto a offrire 1,25 milioni di dollari a chi fosse in grado di catturare un esemplare vivo e incolume di tilacino, mentre il tour operator Stewart Malcolm arrivò a offrire 1,75 milioni di dollari per un esemplare: va però detto che la cattura e la detenzione del tilacino sarebbero illegali ai sensi delle leggi predisposte per la protezione dell'animale.

Nel 1999 il professor Mike Archer dell'Australian Museum di Sydney annunciò pubblicamente l'avvio di un progetto di clonazione del Thylacinus. L'intenzione era quella di utilizzare campioni di DNA prelevati da reperti anatomici di cuccioli di tilacino conservati in etanolo risalenti ai primi del XX secolo per tentare la clonazione dell'animale e quindi la sua de-estinzione. L'ambizioso progetto, sottoposto al vaglio di esperti biologi molecolari, venne severamente criticato e giudicato irrealizzabile.
Alla fine del 2002 vennero estratti frammenti replicabili di DNA, ma il 15 febbraio 2005 il progetto venne abbandonato, in quanto il materiale genetico recuperato fu giudicato troppo danneggiato per poter essere utilizzato.
Tuttavia nel maggio 2005 il professor Micheal Archer della University of New South Wales, già direttore dell'Australian Museum e biologo evoluzionista, annunciò che il progetto sarebbe stato portato avanti da un gruppo di università interessate e da un centro di ricerca: appena un mese prima, dopo quattro anni di ricerca e catalogazione, era stato ultimato l'International Thylacine Specimen Database, un database completo di tutti i resti di tilacino conosciuti presenti in musei, università e collezioni private.

Nel 2008 i ricercatori Andrew J. Pask e Marilyn B. Renfree dell'università di Melbourne e Richard R. Behringer dell'università di Austin hanno annunciato di aver isolato dalla pelliccia di un esemplare adulto e dal corpo di alcuni piccoli, tutti conservati in etanolo, il gene Col2A1 enhancer, che ha il compito di assemblare la proteina che forma ossa e cartilagini del tilacino. Il gene è stato impiantato in alcuni topi di laboratorio e risulta funzionante: la ricerca ha rianimato la speranza di ricreare un giorno una popolazione di tilacini. Lo stesso anno un altro gruppo di ricercatori sequenziò con successo il DNA mitocondriale del tilacino a partire da due esemplari conservati in museo. Il loro successo apre la prospettiva del sequenziamento completo del DNA nucleare di questo animale a partire da esemplari da museo. Il loro risultato è stato pubblicato sulla rivista Genome Research nel 2009.

Ancora nel 2013 Mike Archer e Stewart Brand, in due interventi indipendenti fra loro alla conferenza TED, citavano il tilacino come possibile candidato alla de-estinzione.

Il tilacino viene utilizzato molto spesso come simbolo della Tasmania, anche in loghi e stemmi: i tilacini sono i sostegni dello stemma della Tasmania e una versione stilizzata di questo animale è presente anche nel logo del governo tasmaniano, oltre che dal 1998 sulle targhe dei veicoli immatricolati in Tasmania, e nello stemma della città di Launceston. Il tilacino è anche la mascotte dell'università della Tasmania e del Tasmania cricket team ed è presente nello stemma del sottomarino della Royal Australian Navy HMAS Dechaineux.

Il tilacino è apparso inoltre sui francobolli di Australia, Guinea Equatoriale e Stati Federati di Micronesia.

Molte delle illustrazioni di tilacino comunemente utilizzate provengono dal libro The Mammals of Australia di John Gould, risalente al periodo 1845-1853, e sono utilizzate anche dal birrificio Cascade Brewery fin dal 1984.

Ty, protagonista della trilogia Ty la tigre della Tasmania, e Tiny Tiger, nerboruto personaggio della serie videoludica Crash Bandicoot sono entrambi tilacini, così come Wendell T. Wolf, personaggio della serie televisiva Tazmania.
Nell'anime Flo, la piccola Robinson, l'isola deserta è popolata da numerosi gruppi di tilacini, che aggrediscono e minacciano più volte la famiglia Robinson.
Nel fumetto Allen, parodia del film Alien scritta da Leo Ortolani, il tilacino si ritiene estinto a causa del suo bizzarro stile di guida.
Nel film The Hunter, ispirato all'omonimo romanzo di Julia Leigh, il tilacino è l'animale protagonista ricercato dai mercenari per conto di una multinazionale.

Il Giorno Nazionale delle Specie Minacciate in Australia, fin dalla sua istituzione nel 1996, cade il 7 settembre, giorno della morte di Benjamin, ultimo esemplare di tilacino osservato.

Una ricostruzione di tilacino è presente al Parco Natura Viva.



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giovedì 24 marzo 2016

LA GIRAFFA

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La giraffa fu una delle molte specie descritte per la prima volta da Carlo Linneo nel 1758. Egli diede a questa specie il nome di Cervus camelopardalis. Morten Thrane Brünnich istituì il genere Giraffa nel 1772. Agli inizi del XIX secolo, Jean-Baptiste Lamarck credette che il lungo collo della giraffa costituisse una «caratteristica acquisita», evolutasi attraverso generazioni di giraffe ancestrali che si sforzavano di raggiungere le foglie degli alberi più alti. Questa teoria venne in seguito accantonata, e gli studiosi oggi ritengono che il collo della giraffa sia il frutto della selezione naturale darwiniana - le giraffe ancestrali dotate di colli più lunghi erano meglio adattate al loro ambiente e furono così in grado di riprodursi e tramandare i loro geni.

I dati ricavati da uno studio del 2007 sulla genetica di sei sottospecie - le giraffe dell'Africa occidentale, di Rothschild, reticolate, masai, del Sudafrica e dell'Angola - suggeriscono che queste potrebbero essere specie a sé a tutti gli effetti. Sulla base del livello di deriva genetica riscontrato nei DNA nucleare e mitocondriale (mtDNA) gli studiosi hanno dedotto che le giraffe appartenenti a queste popolazioni sono isolate riproduttivamente e si incrociano raramente, malgrado non vi sia nessun ostacolo naturale a tenerle divise. Ciò è particolarmente vero per le popolazioni confinanti di giraffe di Rothschild, reticolate e masai. La giraffa masai potrebbe a sua volta essere costituita da più specie separate tra loro dalla Rift Valley.

Le giraffe reticolate e masai presentano una maggiore diversità nel DNA mitocondriale, il che sta a dimostrare che le giraffe siano comparse per la prima volta nell'Africa orientale. Le popolazioni situate più a nord sono più strettamente imparentate con le prime, mentre quelle situate a sud lo sono con le seconde. Sembra che le giraffe scelgano partner con un disegno del mantello simile, che si imprime loro nella memoria da piccole. Le implicazioni di queste scoperte per la conservazione delle giraffe sono state riassunte da David Brown, autore principale dello studio, che affermò così su BBC News: «Riunire tutte le giraffe in un'unica specie nasconde il fatto che alcune razze siano sull'orlo dell'estinzione. Alcune di queste popolazioni contano appena poche centinaia di esemplari e necessitano di immediata protezione».

La giraffa dell'Africa occidentale è più imparentata da vicino con le giraffe di Rothschild e con quelle reticolate che con la giraffa del Kordofan. I suoi antenati potrebbero essere migrati dall'Africa orientale a quella settentrionale e successivamente aver raggiunto il suo areale attuale in seguito all'espansione del deserto del Sahara. Al culmine della sua estensione, il lago Ciad potrebbe aver agito da barriera tra le giraffe dell'Africa settentrionale e quelle del Kordofan durante l'Olocene.

L'origine del nome «giraffa» viene fatta risalire alla parola araba zarafah, forse a sua volta derivata da una lingua africana. Il nome viene tradotto come «colei che cammina velocemente».

Il nome specifico camelopardalis è di origine latina. Durante il Medioevo la specie era conosciuta come «camelopardo», nome derivato dalle parole greche antiche che indicavano il cammello e il leopardo, animali a cui la giraffa ritenevano somigliasse.

La giraffa appartiene al sottordine Ruminantia. Molte specie di Ruminantia risalenti all'Eocene medio sono state scoperte in Asia centrale, Sud-est asiatico e Nordamerica. Le condizioni ecologiche durante questo periodo potrebbero aver facilitato la loro rapida dispersione. La giraffa è una delle due sole specie viventi della famiglia dei Giraffidi; l'altra è l'okapi. La famiglia un tempo era molto più numerosa: ne sono stati descritti più di 10 generi fossili. Loro parenti conosciuti più stretti erano gli estinti Climacoceratidi. Questi, assieme alla famiglia degli Antilocapridi (la cui unica specie attuale è l'antilocapra), appartenevano alla superfamiglia Giraffoidea. Questi animali forse si evolvettero a partire dagli estinti Paleomericidi, possibili antenati anche dei cervi.

Mentre alcuni antichi Giraffidi, quali il Sivatherium, avevano corpi massicci, altri avevano una forma molto più slanciata. Il più antico antenato conosciuto della linea evolutiva della giraffa è il Canthumeryx, i cui resti, rinvenuti in Libia, sono stati fatti risalire a 25-20, 17-15 o 18-14,3 milioni di anni fa a seconda delle diverse opinioni degli studiosi. Questo animale era una creatura di medie dimensioni, esile e simile a un'antilope. Il Giraffokeryx comparve 15 milioni di anni fa nel subcontinente indiano e ricordava sia un'okapi che una piccola giraffa, ma aveva un collo più allungato e i caratteristici ossiconi simili a corna fatti di cartilagine. Il Palaeotragus, che apparve per la prima volta 14 milioni di anni fa e visse in un'area compresa tra l'Africa orientale e la Mongolia, ricordava l'okapi e potrebbe essere il suo diretto antenato. Aveva un cranio più allungato e schiacciato ed esibiva un dimorfismo sessuale molto marcato. Il Samotherium rimpiazzò il Paleotragus 10-9 milioni di anni fa. Questi animali avevano dimensioni maggiori ed avevano una testa perfino più allungata con seni cranici ben sviluppati e un profilo più simile a quello della giraffa. Vissero sia in Africa che in Eurasia. Il Bohlinia, che comparve per la prima volta nell'Europa sud-orientale e visse 9-7 milioni di anni fa, discendeva probabilmente dal Samotherium ed è a sua volta un probabile antenato diretto della giraffa. Il Bohlinia ricordava moltissimo le giraffe moderne: aveva collo e zampe lunghi e ossiconi e dentatura simili.

Il Bohlinia raggiunse la Cina e l'India settentrionale in risposta ai cambiamenti climatici. In quest'area si evolvette il genere Giraffa che, circa 7 milioni di anni fa, raggiunse l'Africa. Ulteriori cambiamenti climatici provocarono l'estinzione delle giraffe asiatiche, mentre quelle africane sopravvissero e si diversificarono in alcune nuove specie. G. camelopardalis fece la sua comparsa circa 1 milione di anni fa in Africa orientale durante il Pleistocene. Alcuni biologi ipotizzano che l'attuale giraffa discenda dalla G. jumae; altri considerano la G. gracilis un candidato più probabile. Si ritiene che la principale spinta evolutiva che ha portato alla comparsa delle giraffe sia stato il cambiamento climatico, iniziato 8 milioni di anni fa, che trasformò un'area ricoperta da vaste foreste in una regione più aperta. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che questo nuovo habitat, assieme a una nuova dieta, comprendente anche foglie di Acacia, possa aver esposto gli antenati della giraffa a tossine che causarono tassi di mutazione più elevati e un più alto tasso di evoluzione.

La giraffa è un grande mammifero artiodattilo africano appartenente alla famiglia dei Giraffidi, che annovera solo un’altra specie vivente, l’okapi (Okapia johnstoni). È inconfondibile per la forma e le dimensioni. Ha un collo eccezionalmente lungo sorretto da un corpo relativamente corto e zampe molto lunghe. È il più alto tra tutti gli animali terrestri viventi superando abbondantemente i 5 metri di altezza e la tonnellata di peso. Se ne riconoscono fino a 9 sottospecie che differiscono per la forma, dimensione e colore delle macchie che compongono il caratteristico mantello pezzato. Ogni individuo è caratterizzato dal proprio unico disegno distinguibile dagli altri. I maschi sono generalmente più alti e pesanti delle femmine raggiungendo eccezionalmente i 6 metri di altezza e i 1.600 kg di peso. Il collo, che può superare i 2 metri, è composto come in tutti i mammiferi da 7 vertebre cervicali estremamente allungate. Sul capo sono presenti due piccole corna ricoperte di pelo (ossiconi) e una protuberanza ossea mediana più evidente nei maschi. La lingua è assai lunga (50 cm), prensile e coriacea e consente alla giraffa di cibarsi delle foglie di acacia noncurante delle spine sui rami della pianta. Per raggiungere il suolo con la testa (ad esempio per bere) la giraffa è costretta a divaricare gli arti anteriori, mentre può riposarsi inginocchiandosi su tutti e quattro gli arti. Ha solamente due andature, il passo o il galoppo. Non forma mandrie e non mostre spiccata socialità. Diffusa in quasi tutta l’Africa subsahariana, abita le savane alberate e le boscaglie dove si ciba preferenzialmente di foglie di acacia o di altri alberi. I maschi durante il periodo riproduttivo si fronteggiano di fianco colpendosi con il collo (necking). Ogni femmina partorisce un singolo piccolo che alla nascita è altro circa 1,8 metri con il collo in proporzione più corto rispetto all’adulto per facilitare il parto. Le giraffe hanno un’aspettativa di vita di circa 25 anni, molto elevata se rapportata agli altri ruminanti. Da adulti non hanno predatori naturali anche se occasionalmente possono essere vittime di leoni. I giovani sono più vulnerabili e sono predati da leoni, leopardi, licaoni e iene macchiate.



Le giraffe ospitano vari parassiti. Le zecche sono molto frequenti, specialmente nell'area attorno ai genitali, dove la pelle è più sottile che altrove. Tra le specie più comuni che rivolgono attenzione alle giraffe figurano quelle dei generi Hyalomma, Amblyomma e Rhipicephalus. Le giraffe possono affidarsi all'opera delle bufaghe beccorosso e beccogiallo per ripulirsi dalle zecche e per essere avvisate in caso di pericolo. Le giraffe ospitano numerose specie di parassiti interni e sono soggette a varie malattie. Erano in particolar modo vittime della peste bovina, malattia virale attualmente eradicata.

Gli esseri umani interagiscono con le giraffe da millenni. I san dell'Africa meridionale eseguono particolari danze curative che prendono il nome da alcuni animali; la danza della giraffa viene eseguita per trattare le malattie della testa. I motivi per spiegare l'altezza della giraffa sono stati l'oggetto di vari racconti popolari africani, tra cui uno proveniente dall'Africa orientale secondo il quale la giraffa sarebbe divenuta così alta per aver mangiato troppe erbe magiche. Le giraffe sono state raffigurate nell'arte di quasi tutti i popoli africani, quali i kiffiani, gli egizi e i nubiani di Meroe. Ai kiffiani si deve l'incisione di due giraffe a grandezza naturale che sono stati definite i «petroglifi di arte rupestre più grandi del mondo». Gli egizi attribuirono alla giraffa un proprio geroglifico, chiamato «sr» in egizio antico e «mmy» durante i periodi successivi. Gli egizi allevavano le giraffe come animali da compagnia e le trasportavano via nave in altre zone del Mediterraneo.
La giraffa era conosciuta anche presso i greci e i romani, che, considerandola un mostruoso ibrido tra un cammello e un leopardo, la chiamavano camelopardalis. La giraffa fu una delle molte specie animali collezionate e messe in mostra dai romani. La prima giunta a Roma venne portata là da Giulio Cesare nel 46 a.C. ed esibita al pubblico. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, il trasporto di giraffe in Europa cessò. Durante il Medioevo, le giraffe divennero note agli europei attraverso il contatto con gli arabi, che veneravano la giraffa per il suo aspetto particolare.

Nel 1414, una giraffa venne trasportata via nave da Malindi al Bengala. Da qui venne portata in Cina dall'esploratore Zheng He e collocata in uno zoo della dinastia Ming. L'animale divenne una fonte di attrazione per i cinesi, che lo associavano al mitico Qilin. La giraffa dei Medici era una giraffa presentata a Lorenzo de' Medici nel 1486. Il suo arrivo a Firenze provocò una grande eccitazione. Un'altra famosa giraffa venne portata dall'Egitto a Parigi ai primi del XIX secolo come dono di Mohamed Alì di Egitto a Carlo X di Francia. Divenuta una celebrità, la giraffa fu il soggetto di numerosi memorabilia o «giraffanalia».

Le giraffe continuano a essere presenti nella cultura moderna. Salvador Dalí le raffigurò con la criniera in fiamme in alcuni dei suoi dipinti surrealisti. Dalí considerava la giraffa un simbolo di mascolinità, e una giraffa in fiamme sarebbe dovuta apparire come un «mostro apocalittico cosmico mascolino». Vari racconti per bambini hanno come protagonista una giraffa, come La giraffa che aveva paura dell'altezza di David A. Ufer, Le giraffe non sanno danzare di Giles Andreae e Io, la giraffa e il pellicano di Roald Dahl. Le giraffe sono apparse in vari film animati, sia come semplici comparse nei film Disney Il re leone e Dumbo - L'elefante volante, che in ruoli più importanti nei film Uno zoo in fuga e Madagascar. Sophie la Giraffa è un popolare massaggiagengive per bambini fin dal 1961. Un'altra famosa giraffa immaginaria è la mascotte della catena di giocattoli Toys "R" Us, Geoffrey la Giraffa.

La giraffa è stata oggetto di vari esperimenti e scoperte scientifiche. Gli scienziati esaminarono attentamente le proprietà della pelle della giraffa quando dovettero creare tute per gli astronauti e i piloti di caccia, che corrono il rischio di svenire se il sangue scende troppo velocemente lungo gli arti inferiori. Alcuni informatici hanno modellato i disegni del mantello di alcune sottospecie tramite meccanismi di reazione-diffusione.

La costellazione della Giraffa, introdotta nel XVII secolo, raffigura quest'animale. Gli tswana del Botswana interpretano la costellazione della Croce del Sud come due giraffe - Acrux e Mimosa formano il maschio, e Gacrux e Delta Crucis formano la femmina.

Le giraffe sono state probabilmente un comune bersaglio per i cacciatori di ogni parte dell'Africa. Parti diverse del loro corpo venivano utilizzate per scopi differenti. La carne veniva mangiata. Con i peli della coda venivano fabbricati scacciamosche, braccialetti, collane e fili. Dalla pelle venivano ricavati scudi, sandali e tamburi, mentre i tendini erano utili come corde per gli strumenti musicali. Il fumo esalato da una pelle di giraffa bruciata veniva utilizzato dagli sciamani del Buganda per trattare le epistassi. Gli humr del Sudan assumono una particolare bevanda, detta Umm Nyolokh, fatta con il fegato e il midollo osseo della giraffa. L'Umm Nyolokh spesso contiene DMT e altre sostanze psicoattive provenienti dalle piante consumate dalla giraffa, quali l'acacia; la sua assunzione può provocare allucinazioni nelle quali gli humr sostengono di vedere i fantasmi delle giraffe uccise. Nel XIX secolo, gli esploratori europei iniziarono a cacciare la giraffa per puro divertimento. Anche la distruzione dell'habitat ha avuto un effetto deleterio sulla specie: nel Sahel, la richiesta di legna da ardere e di aree da pascolo per il bestiame ha portato a una intensa deforestazione. Normalmente, le giraffe possono convivere pacificamente con il bestiame domestico, dal momento che non competono direttamente con esso.

La giraffa è classificata come specie a rischio minimo dalla IUCN, in quanto è ancora numerosa. Tuttavia, la specie è scomparsa da molte zone del suo areale storico, quali l'Eritrea, la Guinea, la Mauritania e il Senegal. Probabilmente è scomparsa anche in Angola, Mali e Nigeria, ma è stata introdotta con successo in Ruanda e Swaziland. Due sottospecie, la giraffa dell'Africa occidentale e la giraffa di Rothschild, sono considerate in pericolo di estinzione, in quanto allo stato selvatico ne rimangono appena poche centinaia. Nel 1997, Jonathan Kingdon ipotizzava che la giraffa della Nubia fosse la più minacciata tra tutte le giraffe; nel 2010, il suo numero era valutato al di sotto delle 250 unità, ma questa stima è solo approssimativa. Le riserve di caccia private hanno contribuito alla conservazione delle popolazioni di giraffa nell'Africa meridionale. Il Giraffe Manor è un popolare hotel di Nairobi che costituisce un vero e proprio santuario per la giraffa di Rothschild. La giraffa è protetta in quasi tutto il suo areale. È l'animale nazionale della Tanzania ed è protetta dalla legge. Le uccisioni non autorizzate possono essere punite con il carcere. Nel 1999, si stimava che vi fossero in natura più di 140.000 giraffe, ma le stime del 2010 indicano che ne rimangono meno di 80.000.



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mercoledì 9 settembre 2015

LE ZECCHE



Gli Ixodida sono un sottordine di acari che comprende tre famiglie di zecche. Le due principali sono: Ixodidae o "zecche dure" e Argasidae o "zecche molli". La terza famiglia che comprende una sola specie (Nuttalliella namaqua), è quella delle Nuttalliellidae.

Sono parassiti ematofagi di molti animali e anche dell'uomo, e possono essere pericolosi agenti di trasmissione di malattie infettive.

Le specie più note sono la zecca del bosco e la zecca del cane, lunghe più o meno 1–2 mm negli stadi giovanili, ma anche più di un centimetro nello stadio adulto.

Le zecche sono vettori di diverse malattie, sia dell'uomo che degli animali.

La piroplasmosi, o babesiosi, è causata da un protozoo che, iniettato dalla zecca tramite la saliva, si localizza nei globuli rossi invadendoli e distruggendoli provocando ittero, febbre ed emoglobinuria. Rari casi di infezione umana sono stati segnalati nel nord-est degli Stati Uniti d'America e nell'Europa settentrionale.
La rickettsiosi, o febbre bottonosa, il cui agente è Rickettsia conori e il cui vettore è la zecca del cane Rhipicephalus sanguineus appartenente alla famiglia degli Ixodidae. Questa malattia provoca febbre, cefalea, artralgia ed una tipica eruzione esantematica localizzata sugli arti e sul tronco.
La specie Ixodes ricinus (Fam. Ixodidae) può trasmettere:

la malattia di Lyme (o morbo di Lyme o Borreliosi), della quale è stato descritto il primo caso italiano nel 1985,
l'encefalite trasmessa da zecche (o TBE),
la febbre Q
la febbre bottonosa
la tumerea
la erlichiosi
Cytauxzoonosi

Per la lotta contro questi ectoparassiti temporanei è importante conoscere la biologia ed il comportamento delle varie specie, giacché esse presentano una grande diversità.

Habitat, periodi di attività e riposo, ospiti preferenziali, ciclo di sviluppo della specie in questione sono tutti fattori importanti per la riuscita di un intervento di disinfestazione.

In generale per il trattamento di bestiame ed animali domestici si usano prodotti insetticidi, mentre per il trattamento di aree aperte, con infestazione generalmente meno intensa, bastano la semplice rotazione dei pascoli e la falciatura dell'erba.

La puntura di zecca è molto fastidiosa, non perché provochi dolore o prurito, ma perché inizialmente non ce ne si accorge nemmeno. In genere i primi sintomi si avvertono soltanto successivamente, quando l’animaletto comincia a succhiare il sangue ed aumenta le sue dimensioni. Le punture di zecche sull’uomo possono provocare un quadro sintomatologico caratterizzato da gonfiore ed eruzioni cutanee. Non è detto, comunque, che si manifestino questi sintomi.

I sintomi della puntura di zecca non si manifestano nella fase iniziale, soltanto dopo ci si accorge di essere stati punti, perché l’insetto aumenta le sue dimensioni, succhiando il sangue. Quando si provvede a staccare la zecca, la zona interessata dalla puntura si gonfia un po’, presentando una zona centrale infossata, che diventa una piccola crosta.
Soltanto in alcuni casi possono comparire sintomi più generali, come la presenza della febbre, le eruzioni cutanee e l’ingrossamento dei linfonodi. Solo quando la puntura è vicino all’occhio si può riscontrare un gonfiore che può durare anche per un paio di giorni.
Le punture di zecche possono provocare l’insorgenza di alcune malattie. Fra queste c’è la malattia di Lyme, causata da un batterio che infetta le zecche e che viene trasmesso all’uomo. La malattia è caratterizzata dalla formazione di un eritema, da dolori articolari, dal mal di testa e dalla febbre.
Fra le altre patologie causate dalle zecche ci sono: la meningoencefalite, che intacca il sistema nervoso centrale, l’ehrlichinosi, un’infezione batterica con influenza, nausea, vomito e dolori muscolari, e la febbre bottonosa, accompagnata da disturbi cutanei.

Quando ci si accorge di essere stati punti da una zecca, bisogna rimuoverla il prima possibile. Soltanto in questo modo l’animaletto non si nutre del sangue dell’ospite. La rimozione deve essere effettuata in maniera delicata e non si devono utilizzare lozioni oleose, prima che l’insetto venga rimosso.
Inoltre è molto importante rivolgersi al medico, se si avvertono dei sintomi tipicamente influenzali o se si manifestano infezione e arrossamento cutaneo. Specialmente dopo un’escursione in luoghi a rischio, ci si deve accertare, attraverso un’ispezione scrupolosa della cute e del cuoio capelluto.

Per togliere le zecche si devono usare delle pinzette. In alternativa può essere utilizzato un filo avvolto intorno all’animaletto. Si deve chiudere la presa il più possibile vicino alla pelle e si comincia a tirare lentamente. Se non si riesce a toglierla per intero, perché la testa rimane attaccata, bisogna servirsi di un ago sterile e toglierla come se fosse una scheggia.
Se la zecca è molto piccola si può usare anche un coltellino, accertandosi di non rompere, strappare o schiacciare l’animale. Dopo tutto ciò, la zecca va buttata nel water o schiacciata con un sasso. Bisogna poi lavarsi le mani e passare una soluzione di acqua e sapone anche nella zona della puntura.

Spesse volte si tende ad associare le punture di zecca solamente alla malattia di Lyme, perché la più conosciuta: quanto affermato non si rivela sempre corretto. Infatti, le zecche possono causare molti altri disturbi, più o meno gravi, in base allo stato di salute del paziente, al tempo impiegato per la rimozione dell'aracnide, al sistema immunitario del soggetto infetto e, chiaramente, al tipo di zecca.

La vita delle zecche ha una durata di circa due anni, periodo in cui questi piccoli artropodi si sviluppano, passando per tre stadi di crescita: larva, ninfa e zecca adulta.
Le zecche sono parassiti temporanei che si nutrono di sangue. Vivono in regioni umide, ombreggiate, tipiche di boschi e montagne, con vegetazione bassa ed incolta. Molti sono gli animali che fungono da serbatoio per le zecche: cervi, ricci, topi, conigli, volpi, uccelli scoiattoli, cani e gatti; talvolta, infettano l'uomo con il loro morso.

Malgrado le zecche tendano a pungere l'uomo durante tutto l'anno, nelle stagioni intermedie (autunno e primavera) si registrano sempre moltissimi casi di soggetti infettati. A tal proposito, è utile porre particolare attenzione in questi periodi, soprattutto durante le passeggiate nei boschi e nelle regioni montane, luoghi ideali per la replicazione delle zecche.
Tra le regole precauzionali essenziali non può mancare un abbigliamento corretto per le escursioni: sconsigliati i pantaloncini e le magliette corte, preferibile piuttosto un vestiario stretto e calzature lunghe, in modo da impedire un eventuale ancoraggio delle zecche alla pelle. Anche i vestiti chiari rientrano tra le norme precauzionali: la tinta chiara, infatti, permette di mettere in risalto più facilmente l'eventuale presenza delle zecche.
Al fine di accertare l'assenza di zecche sul corpo, al termine dell'escursione, è utile ispezionare scrupolosamente la cute ed il cuoio capelluto.
Chiaramente, gli animali domestici dovrebbero essere sempre sottoposti a trattamenti mirati contro le zecche (vaccinazione), per evitare che questi acari infettino l'uomo.


LEGGI ANCHE : http://marzurro.blogspot.it/2015/09/pianosa.html




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giovedì 27 agosto 2015

IL GECO



Il geco comune è un piccolo sauro della famiglia Phyllodactylidae, diffuso in gran parte dei Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo.

Gli esemplari adulti possono misurare fino a 15 cm di lunghezza, coda compresa. Questo geco è robusto ed ha la testa piana. Su tutto il corpo sono presenti dei tubercoli conici prominenti. La coda, se rigenerata dopo essere stata persa per autotomia, è invece liscia e priva di tubercoli. Ha una bocca simile ad un angolo ottuso, occhi privi di palpebre e pupilla verticale. Ha delle barrette con dei grandi sviluppi laterali e nella parte inferiore della faccia delle lamine aderenti divise una dall'altra. Soltanto la terza barretta rimane unita. Di colorazione è grigio oppure marrone brunastro con punti scuri o luminosi. Questi colori cambiano d'intensità a seconda della luce. Quando sono attivi di giorno il loro colore è più scuro rispetto a quando sono attivi di notte. Lo si trova in cantieri, rovine, pietraie, tronchi d'albero, muretti a secco ecc.
Testa abbastanza grande rispetto al corpo, ovale ed appiattita, con muso appuntito, occhi rotondi grandi, pupilla verticale ed iride giallastra, grigiastra o brunastra. Corpo robusto, grassoccio e appiattito. Dorso e coda grigiastri, brunastri o bruno-grigiastri, ricoperti di tubercoli che gli conferiscono un aspetto "ruvido e spinoso". Le dita sono provviste di ampi cuscinetti, più larghi sulla punta, che hanno sul lato inferiore una serie di lamelle longitudinali con funzione adesiva. Le unghie sono presenti solo nel 3° e 4° dito.
I maschi sono più grandi e robusti delle femmine ed hanno, alla base della coda, due rigonfiamenti in corrispondenza degli organi copulatori.
I piccoli hanno le bande scure sulla coda più evidenti.

La specie è molto legata agli ambienti mediterranei. La si può trovare in pietraie, cave, muretti a secco, cumuli di legna. é anche molto frequente in ambienti antropizzati quali coltivi ed abitazioni umane.

Il Geco Comune è un animale rapido, veloce, agile ed un ottimo arrampicatore. Compatibilmente con la temperatura, lo si può trovare in piena attività sia di giorno sia di notte. Territoriale, delimita la zona con movimenti rituali e la difende dalle invasioni ingaggiando aspre lotte con i rivali.
Il periodo di attività va da febbraio a novembre. Ad aprile cominciano gli accoppiamenti ed i maschi emettono un suono simile ad un pigolio; verso che, in maniera più debole e rauca, viene emesso anche quando l'animale è spaventato.
Dopo l'accoppiamento le femmine depongono una o due uova che schiudono in circa quattro mesi. Sono possibili fino a tre deposizioni annue a distanza di due mesi circa l'una dall'altra.

Il Geco Comune si nutre di insetti di svariati ordini quali Coleotteri, Ditteri, Imenotteri, Isopodi, Lepidotteri, Scorpioni ecc. che caccia all'agguato e cattura con la lingua vischiosa.

In natura viene predato da serpenti arboricoli e terricoli (in particolare dalla Coronella girondica), da alcune specie di rapaci diurni e notturni e da mammiferi quali Riccio, Genetta ed alcune specie di mustelidi.

È considerato di buon auspicio avere un geco che vive nei pressi della propria abitazione.


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lunedì 24 agosto 2015

LA IENA DELLE CAVERNE



La iena delle caverne secondo gli studi si estinse verso la fine dell’utima era glaciale, tra 20 mila e 10 mila anni fa. E’ nota grazie ad una vasta gamma di resti fossili e dai dipinti preistorici e per questo il ritrovamento dei resti a Monopoli sarebbe annoverato tra le più importanti scoperte degli ultimi anni a livello nazionale e non solo.

Sebbene fosse stata descritta originariamente come una specie separata dalla iena maculata a causa delle grosse differenze negli arti anteriori e posteriori, le analisi genetiche non indicano alcuna differenza sostanziale nel DNA di questi due animali. È nota grazie ad una vasta gamma di resti fossili e dai dipinti preistorici. Si estinse in tutto il suo areale verso la fine dell'ultima era glaciale (tra 20.000 e 10.000 anni fa).

La differenza principale tra la iena maculata e la iena delle caverne sta nella diversa lunghezza delle ossa degli arti posteriori ed anteriori. Nella iena delle caverne l'omero ed il femore sono più lunghi, indicando un adattamento ad ambienti diversi da quelli della iena maculata. Non sappiamo se presentava lo stesso dimorfismo sessuale della iena maculata.



Conosciamo poco riguardo alle sue abitudini sociali. È ipotesi largamente accettata che vivesse nelle caverne. Non vi è nessuna indicazione a confermare se le iene delle caverne vivessero in grandi clan o se fossero più solitarie, sebbene il loro ambiente pleistocenico non dovrebbe essere stato molto favorevole a clan numerosi.

Come le iene moderne, le iene delle caverne accumulavano le ossa e le corna delle loro vittime nelle tane, per consumarle successivamente o per giocarci, sebbene non sappiamo se i resti scoperti dai paleontologi siano quelli di carogne o di animali uccisi. Gli studi sui resti animali ritrovati nelle tane di queste iene nelle zone carsiche boeme mostrano che la loro preda più comune fosse apparentemente il cavallo di Przewalski, che costituiva il 16-51% delle sue prede. Le loro prede più grosse erano i rinoceronti lanosi, le cui ossa e crani sono stati ritrovati in molte tane di iena. In alcune regioni, i resti di rinoceronte possono costituire il 25-30% del materiale osseo totale delle tane. Un'altra importante fonte di cibo era costituito dalle renne, il 7-15% delle prede delle iene delle caverne. Il bisonte delle steppe costituiva solamente l'1-6% delle prede di questi animali. Il cervo rosso ne costituiva solamente il 3% e i resti di alce irlandese sono ancora più rari. I resti di fauna alpina, come camosci e stambecchi, costituiscono meno del 3% dei resti e in alcuni luoghi sono perfino assenti, forse a causa della loro maggiore fragilità.



Si ritiene che le iene delle caverne siano state le responsabili della disarticolazione e della frantumazione di alcuni scheletri di orso delle caverne. Alcune grosse carcasse erano una fonte di cibo ottimale per queste iene, soprattutto alla fine dell'inverno, quando il cibo era scarso. Nelle tane sono stati trovati anche resti di leoni delle caverne, lupi e ghiottoni. Esistono inoltre prove che indicano che le iene delle caverne praticassero occasionalmente il cannibalismo.

Prede parzialmente trattate dai Neanderthal e ritrovate nelle tane di queste iene indicano che questi animali derubassero occasionalmente questi ominidi e che fossero in competizione con essi per le caverne. Numerose ossa di ominidi, inclusi i Neanderthal, sono state parzialmente divorate dalla iena delle caverne. Anche gli uomini moderni hanno convissuto a lungo con questo animale e potrebbero aver avuto con esso un'interazione simile.



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giovedì 20 agosto 2015

LO SQUALO DELLA GROENLANDIA



Lo squalo della Groenlandia non è ritenuto pericoloso per l'uomo, ma alcune leggende inuit parlano di squali che attaccano i kayak.

Le sue carni velenose, dall'elevato contenuto di urea, sono alla base della leggenda di Skalugsuak, il primo squalo della Groenlandia. Secondo tale leggenda, una vecchia si lavò i capelli con la propria urina e li asciugò con uno straccio. Da questo straccio, gettato nell'oceano, ebbe origine Skalugsuak.

Un'altra leggenda è quella di Sedna, una ragazza a cui il padre tagliò le dita mentre stava annegando. Si racconta che ogni dito reciso dette origine ad una creatura del mare, tra cui lo squalo della Groenlandia.

Lo squalo della Groenlandia  è un grosso squalo originario delle acque prospicienti le coste della Groenlandia e dell'Islanda, nel Nordatlantico. Si spinge più a nord di qualsiasi altra specie di squalo. È imparentato molto da vicino con il lemargo del Pacifico. È una delle più grandi specie di squalo e le sue dimensioni sono paragonabili solamente a quelle dello squalo bianco: gli esemplari più grandi misurano 6,4 metri di lunghezza e pesano 1000 kg ed alcuni di essi possono raggiungere anche i 7,3 metri. Insieme al lemargo del Pacifico (che può raggiungere i 7 metri) è la più grande specie della famiglia dei Somniosidi. Vive anche molto più a lungo di altri squali.


 
Lo squalo della Groenlandia si nutre soprattutto di pesci, ma può catturare anche mammiferi marini come le foche. Nello stomaco di alcuni esemplari sono stati ritrovati anche resti di orsi polari e renne. Lo squalo stesso è colonizzato da copepodi parassiti che attaccano la cornea, ma che però consentono anche allo squalo di attrarre le prede grazie alla loro bioluminescenza.

Dal 2001 il Gruppo di Ricerca e di Educazione sullo Squalo della Groenlandia e altri Elasmobranchi (GEERG), guidato da alcuni ricercatori canadesi, sta studiando lo squalo della Groenlandia nelle acque del fiordo del Saguenay e dell'estuario del San Lorenzo. La presenza di tale specie nell'area (testimoniata da catture o spiaggiamenti) è stata ripetutamente documentata già dal 1888. Le ricerche intraprese dal GEERG comportano lo studio del comportamento dello squalo grazie all'impiego sia di sommozzatori muniti di telecamere che di apparecchiature segnaletiche acustiche e satellitari posizionate sugli squali stessi; malgrado tutti gli studi effettuati, però, questo gigante del mare rimane tuttora quasi sconosciuto.

Una ricerca condotta dalla Norwegian University of Science and Technology (NTNU), dal Norwegian Polar Institute e dalla Windsor University, in Canada, ha portato risultati imprevisti: non sono gli orsi polari, ma gli squali della Groenlandia gli animali più colpiti dall'inquinamento delle acque oceaniche. Lo studio è stato condotto nelle acque delle isole Svalbard, arcipelago del Mar Glaciale Artico. Si è basato su 43 esemplari, dai quali sono stati prelevati campioni di tessuto epatico. L'analisi del fegato degli squali ha permesso di mettere in luce l'accumulo di sostanze inquinanti nei loro organismi. Si tratta soprattutto di PCB (policlorobifenili), composti organici a lungo utilizzati come isolanti termici e come stabilizzanti in vernici, adesivi, sigillanti industriali. Molte di queste sostanze - solubili nei grassi - sono state negli ultimi tempi dichiarate pericolose e proibite, ma il loro impiego per i lunghi anni dello sviluppo industriale ne ha causato l'inevitabile accumulo nell'ambiente. I ricercatori attribuiscono il ritrovamento di una così massiccia quantità di sostanze pericolose negli squali al loro posizionamento nella catena alimentare: poiché questa specie - intorno alle isole Svalbard - si nutre soprattutto di foche (ma nel loro stomaco sono stati ritrovati anche resti di renne e di orsi), l'accumulo di inquinanti nei loro tessuti è inevitabile. Le foche stesse, infatti, sono caratterizzate da un elevato contenuto di agenti inquinanti. La regola vale per tutti, uomini compresi: se mangi cibo inquinato, tu stesso "ti inquini". Un'osservazione che sembrerebbe confermata dalle differenze rilevate tra gli squali delle Svalbard e quelli che popolano le coste canadesi. Questi ultimi mangiano meno foche; per i primi invece queste costituiscono il 43% della dieta abituale. Meccanismi di difesa Un altro aspetto molto interessante della ricerca norvegese è la scoperta di un originale meccanismo di difesa messo in atto dagli squali delle Svalbard. Nel loro fegato, infatti, è stato rilevato un elevatissimo livello di Vitamina E e una diminuzione della Vitamina A. Questo potrebbe costituire, secondo i ricercatori, un originale strumento di difesa. Perché la Vitamina E è un potente antiossidante che gli animali estraggono dal proprio fegato per metterlo in circolazione nel sangue. Perché studiare gli squali dei mari freddi? Che ce ne importa del loro fegato? Ebbene: al di là dell'interesse scientifico diretto, la ricerca norvegese mette in luce gli effetti a lungo termine dell'inquinamento sugli organismi posti in vetta (o in fondo) alla catena alimentare. In quelle posizioni, a guardar bene, ci sono orsi, foche squali e - purtroppo - anche noi esseri umani.



Gli squali della Groenlandia sono esseri lenti, paragonati ai bradipi sulla terra.
Quasi cechi, tanto lenti da non superare il miglio l’ora e golosi di carcasse in decomposizione. Eppure, questi animali cosi misteriosi giocano un ruolo importantissimo negli ecosistemi marini. Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) può crescere sino a circa 8 metri di lunghezza, questo lo rende uno tra i pesci più grandi del mare. Sicuramente il più grande di tutta la regione artica. Amano il buio ed il freddo, sono rari da osservare, la loro presenza nelle acque superficiali è limitata soltanto alle regioni artiche (Groenlandia ed Islanda), dove la temperatura dell’acqua è bassa anche in superficie. Le segnalazioni e gli avvistamenti, per questo motivo, sono sempre state abbastanza rare, ma in questi anni la tecnologia è venuto in aiuto degli scienziati, segnalando diversi esemplari di squali della Groenlandia tra le acque profonde di Vanada, Portogallo, Francia, Scozia e Scandinavia.

Gli squali della Groenlandia possono vivere ovunque vi siano acque fredde e profonde.

Gli squali della Groenlandia sono comunque stati oggetto di pesca intensiva sino alla metà del 1900. I popoli costieri della Groenlandia cacciavano in abbondanza questi pesci per estrarne olio di fegato utilizzato come combustibile per lampade e come lubrificante industriale. Durante il primo quinquennio degli anni i pescatori locali sono riusciti a catturare circa 30.000 squali, anche oggi sembra che questi pesci non siano in deficit nelle fredde acque dell’oceano, anzi. Sembra che le popolazioni di squali della Groenlandia sia sana e che i pesci siano abbastanza comuni.

Gli squali della Groenlandia sono dei veri e propri spazzini del mare. Mangiano tutto ciò che passa sotto il loro muso, con preferenza se già morto o ancara meglio in decomposizione. Nello stomaco di alcuni squali della Groenlandia sono stati trovati resti di renne, orsi polari e alci.

Uno squalo lento come lo squalo della Groenlandia non può certo sperare ci catturare pesci veloci che sfrecciano in acqua come siluri. Allora si è dedicato a nutrirsi di carcasse, e lo conferma la presenza di crostacei anfipodi ritrovati nello stomaco dello squalo. Ma lo squalo della Groenlandia non è solo lento, è anche abbastanza cieco. La colpa è di Ommatokoita elongata, un crostaceo con la brutta abitudine di vivere attaccandosi permanentemente agli occhi di questi squali, danneggiando le cornee. Sembra che il 90% degli squali della Groenlandia sia infestato da tali parassiti.

Sul fondale, le carcasse di balene ed altri animali marini vengono facilmente individuate dagli squali della Groenlandia che a morsi riducono la carcassa in piccoli pezzi utili all’alimentazione di altri animali degli abissi.
Le popolazioni degli squali della Groenlandia oggi sono fortunatamente sono stabili, e riescono a sopportare bene sia la pesca che il cambiamento climatico.  E’ comunque improbabile che la pesca possa rappresentare una minaccia per questi squali, dato che la loro carne è tossica ed ha un gusto sgradevole. Pensate che tempo fa, un uomo diede da mangiare ai propri cani carne di squalo dello Groenlandia. Il risultato fu: vomito, convulsioni, iper-salivazione con la conseguente morte di alcuni di essi.



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