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mercoledì 10 agosto 2016

L'ASINO



L'asino è forte e robusto e ha abitudini semplici ma un carattere che può diventare molto ostinato. E proprio questo ha indotto l'uomo a trattarlo spesso con minor cura e maggior durezza rispetto agli altri animali domestici. Invece, è ormai noto che il comportamento dell'asino domestico dipende in larga misura dal suo padrone: trattato e tenuto bene si dimostra svelto, docile e operoso; altrimenti è pigro, ottuso e testardo. L'evoluzione tecnologica, lo sviluppo economico di molte zone rurali e la diffusione di macchine agricole semplici ed efficienti rendono l'asino sempre meno utile al suo tradizionale "datore di lavoro" cosicché, soprattutto nei paesi industrializzati come l'Italia, la sopravvivenza di questo animale è sempre più a rischio.

In simpatia, però, non lo batte nessuno (quando non si intestardisce troppo…). Ha una memoria eccellente e ricorda molto bene i sentieri e i luoghi che frequenta. In passato era molto diffuso come animale da sella e da soma, ossia trasportava paziente e resistente sulla groppa uomini e merci anche pesanti. E in più veniva sfruttato per il latte, le carni, la pelle.

E' esigente solo sull'acqua da bere. Quanto al cibo, invece, si accontenta del foraggio più povero. Per esempio è contentissimo di mangiare l'erba e il fieno rifiutati dalle mucche. E in caso di bisogno si nutre anche di ortiche e piante spinose.

Piccolo, morbido da accarezzare, paziente, lento nei movimenti, controllato… Alcuni medici hanno scoperto che queste caratteristiche dell'asino ne fanno un prezioso alleato per la cura di alcuni handicap e un amico insostituibile per bambini che devono superare problemi di socializzazione.

Gli asini comunicano attraverso il linguaggio del corpo: la mimica, la posizione della coda, i versi, i movimenti del corpo, delle zampe e delle orecchie (orecchie abbasssate all’indietro sono cattivo segno, alte e ritte sono segno di attenzione e curiosità).
Allo stato selvatico gli asini vivono in famiglie non troppo numerose composte dalle madri coi rispettivi piccoli (nascono più spesso femmine). Lo stallone tollera i giovani maschi nel branco, ma, quando ai primi calori iniziano a interessarsi alle femmine e a lottare tra loro o a sfidarlo, li caccia; spesso gli allontanati formano branchi separati.
Sono dotati di un ampio repertorio di comportamenti sociali, e il branco non è guidato dallo stallone come tra i cavalli, ma dall’asina più saggia, spesso la più anziana.
L’asino selvatico vive in luoghi pietrosi e desertici con scarsa vegetazione (per questo mangia anche i rovi, anche con le spine) spesso son costretti dal clima anche a periodiche migrazioni. In alcuni esemplari si può notare una riserva di grasso che va dalla nuca alla coda che come le gobbe dei cammelli serve per fare scorte d’acqua per le traversate di zone aride.

Le uniche cure di cui necessita sono quelle del maniscalco per la pareggiatura degli zoccoli e quelle del veterinario per le vaccinazioni e per la svermatura. Magari una limata ai denti ogni tanto per pareggiarli, dato che sono in crescita continua. Animale robusto, difficilmente dimostra sofferenza, bisogna osservarlo attentamente, magari quando mangia, per capire se ha problemi.

Ad una prima occhiata le principali differenze tra asino e cavallo sono anatomiche: sicuramente la statura (ne esistono poi di varie taglie, da 80 a 160cm).
La testa grossa con ganasce molto sviluppate e le tipiche orecchie lunghe: anche da adulto l’asino mantiene una testa grande e due grandi occhi una sproporzione che in natura ha l’effetto di muovere l’istinto protettivo, stimolare l’affettività e inibire l’aggressività.
Ha la groppa (mulina) più stretta di quella del cavallo, il ventre grande e cascante (tanto che ai meno esperti l’asina può sembrare sempre incinta).
Hanno l’unghia (gli zoccoli) più piccola e più dura, una vertebra in meno, ossa più corte e poi la sua voce caratteristica: il raglio, definito da alcuni la voce più brutta del regno animale (raglio d’asino non arrivò mai in cielo, dice un proverbio) e invece da altri interpretata come una risata.
Si muove lentamente dando a tutti la possibilità di trovare con lui il proprio ritmo.
Gli asini non giudicano, non svalorizzano e questo mette tutti a proprio agio.
Il rendimento lavorativo, paragonato a quello del cavallo, è notevole soprattutto date le dimensioni: necessita  di una minore quantità di cibo e di cure e ha una resistenza fisica notevole (spesso troppo sfruttata).
I bambini, ma anche gli adulti, si trovano più a loro agio con l’asino perchè non è imponente e nobile come il cavallo, non mette in soggezione; è caldo e ha il pelo più lungo, rado e soffice, quindi più piacevole al tatto così stimola ad esser abbracciato e accarezzato.
E' affettuoso in modo quasi invadente, infatti non tollera essere ignorato e fa di tutto finchè non riceve l’attenzione che esige.
Non va dimenticato che per insegnare qualcosa a qualcuno è fondamentale adeguarsi ai suoi ritmi di attenzione e di ascolto e fare in modo che ciascuno si senta a proprio agio come con un amico, un compagno di giochi.
Con delle orecchie cosi grandi non può che esser un buon ascoltatore: è molto attento alle parole, le memorizza facilmente. Altra cosa importante per lavorarci insieme è che riflette e ragiona: non sta ad imbizzarirsi o spaventarsi per la sua stessa ombra.

Le prime tracce di domesticazione dell’asino risalgono al 4000 a.C., nel basso Egitto, mentre in Europa i primi ritrovamenti appartengono all’epoca tra quella del bronzo e quella del ferro.
Oltre che lungo le coste dell'Africa orientale-settentrionale, vive ed ha vissuto nella Siria, in Mesopotamia, nell'Afghanistan, nella Persia, nella Russia asiatica meridionale, nel Tibet, nella Mongolia, ecc.
Dagli asini selvatici africani deriverebbero i ciuchi armati di pazienza destinati a fare la parte più dura dei lavori di una volta, in cambio di un magro pasto; senza mai dar peso al fatto di esser eletto simbolo dell’ignoranza e della testardaggine.
E’ sempre stato allevato da contadini che non avevano i mezzi per selezionarne razze, quindi è rimasto molto simile, anche nelle abitudini, al suo antenato selvatico che viveva in branco in ambienti desertici; è in grado di nutrirsi anche mangiando anche rovi secchi e spinosi e di sopportare molto bene la sete. Le striature caratteristiche che l’asino ha sul dorso, da una spalla all’altra, sono il segno della stretta parentela con la zebra.


Bassorilievi assiri mostrano le prime figure di muli, quindi l’asino ha da sempre alleviato le fatiche di molti, ricchi e poveri girando la mola, portando pesi, trainando carri e aratri ma anche fornendo carne, cuoio e latte (che tra l’altro è ottimo come composizione nutritiva, meglio di quello vaccino).
Va considerato che la sua ben nota testardaggine è data da una cattiva interpretazione del fatto che è difficile forzare chiunque a fare qualcosa che contraddica i suoi istinti di conservazione;
date le bastonate e i lavori che comunque svolgeva merita un plagio alla pazienza che dimostrava: solo quando crollava a terra ci si rendeva conto di averlo caricato troppo.
Dopo millenni di servizio, alcune razze rischiano ora l’estinzione, persino le poste italiane nel 2007 hanno pubblicato un francobollo che rappresenta le razze italiane a rischio di estinzione.

L’asino evidenzia l’ambivalenza che possono avere i simboli: nei millenni ha rappresentato il coraggio, la testardaggine, la saggezza e la stupidità; è stato venerato come divinità e bastonato come spirito malvagio.
Il noto Lucignolo di Pinocchio pare proprio prenda ispirazione alla vecchia leggenda di Apuleio il quale, spinto dalla troppa curiosità, venne tramutato in asino con la possibilità di tornare al suo aspetto normale solo dopo diverse peripezie; anche il racconto “pelle d’asino” segue lo stesso concetto di metamorfosi attraverso lo studio.
Leopardi parla dell’asino nella sua “Dissertazione sopra l'anima delle bestie” che non trovò mai editori per una pubblicazione critica della stessa.

La raffigurazione sacra dell’asino ha avuto fin dagli inizi del cristianesimo un singolare riconoscimento in Vaticano, si è recentemente scoperta tutta una iconografia sacra. Alcuni sostengono che sia Gesù quello raffigurato con orecchie e zoccoli asinini nel famoso graffito sul muro del Palatino a Roma; troviamo ancora l’immagine di Gesù con orecchie d’asino e zoccoli ammantato di toga con un libro in mano, ci riferisce Tertulliano; queste sono tutt’altro che caricature di pagani in scherno dei cristiani.
Troviamo ancora un somarello ad accompagnare Maria all’Avvento. Accompagna ancora Gesù nel ritorno a Gerusalemme.
Una cappella affrescata lo ritrae quando, nel 1213, disturbava San Francesco col suo ragliare, ma il santo con uno dei suoi “frate asino, sta in quiete” lo convinse ad ascoltare l’orazione che stava facendo ai Trevani (abitanti di Trevi).
Secondo i Vangeli è una specie prediletta da Dio, tanto che non può subire sortilegi né esser colpito dai fulmini (da qui la croce che porta disegnata sulla schiena).
Nel medioevo rappresentava il diavolo: in spoglie asinine ragliava durante gli equinozi, dodici volte di giorno e altrettante di notte, chiamando le anime che lo avevano abbandonato (da quando cioè vide gli umani convertirsi a Dio).

Ha corpo d’asino anche l’arconte Typoon che controlla diversi demoni.
Accompagnava le streghe ai sabbath, dato che, pare che il diavolo abbia dato solo a lui la capacità di percorrere le mulattiere che portano ai luoghi dei riti (gli asinelli dell’asinara rimangono tutt’oggi l’unico mezzo in grado di percorrere certi sentieri).
Leggenda vuole che abbia il muso bianco dal giorno in cui Dio, sotto suggerimento degli angeli, lo invitò in Paradiso: era il più paziente e resistente tra gli animali, lo meritava; quando però l’asino arrivò davanti al Paradiso, sporse solo il muso con circospezione e vide che aveva a disposizione dei bei prati, ma che avrebbe dovuto giocare insieme ai bambini, gli scalmanati figli dei contadini che lo bastonavano e calciavano; si impuntò, allora, e non ci fu modo di convincerlo ad entrare, da allora il muso gli rimase bianco: “beato”.
Esce dal bosco accompagnando nella distribuzione dei doni anche San Nicolao (poi diventato Santa Claus) e Santa Lucia il 13 dicembre, aiutandola nel suo lavoro.

Leggende e racconti arrivano da ogni parte del mondo, anticamente per tutto l’Oriente l’asino simboleggiava la saggezza e la regalità e lo troviamo ancora come simbolo di partiti politici in America.
I greci lo collegavano a Saturno, in relazione con la trasformazione della materia, e lo veneravano per il suo coraggio.
In araldica l'asino è ritenuto un animale nobile e degno di onore, simboleggia sobrietà ed umiltà. Assunto anche come emblema del popolo Ebreo.

Biologicamente,l'asino è un animale che vive in regioni quasi 'impossibili':quelli selvatici,di cui restano pochissime razze in Asia e forse solo una o due nell'Africa Orientale,sopravvivono nelle caldissime e inospitali regioni della Duncalia, dell' Abissinia e della Somalia.Dagli asini africani deriverebbero le razze domestiche,i ciuchi armati di pazienza destinati a trasportare merci e individui, in mancanza del più 'nobile'cavallo, in tempi antichi e,oggi,quando manca un mezzo a motore(in vari paesi è ancora sfruttato parecchio).

Presso i Caldei era messaggero di morte,la divinità che vi si presiedeva si manifestava inginocchiata su un asino;i Greci lo collegavano a Saturno,in relazione con la materia,la terra,l'isolamento,la fine delle cose;godeva di venerazione perchè considerato coraggioso e lo attribuivano anche al dio Marte e a Dioniso.
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martedì 21 luglio 2015

LA MOSCA



La mosca domestica è un insetto cosmopolita che vive in associazione con l’uomo, all’esterno e all’interno delle abitazioni. Non morde e non punge e rompe le scatole, ma si comporta da commensale e si nutre di cibi liquidi che aspira con la sua proboscide. Gli adulti trascorrono l’inverno in rifugi ben riparati, dai quali escono in marzo. Le femmine fecondate depongono circa 150 uova su sostanze di origine animale o vegetale, anche in decomposizione, e sugli escrementi, ove le larve si nutrono e si sviluppano; al momento di trasformarsi in pupe si portano nel terreno. Nelle regioni europee la mosca domestica può avere fino a 5 generazioni all’anno, visto che una decina di giorni le sono sufficienti per passare dallo stadio di larva a quello di individuo adulto, in grado a sua volta di riprodursi. Può essere un importante vettore di vari germi patogeni (dalla tubercolosi alla dissenteria), di vermi intestinali e amebe, dal momento che si posa sui più disparati materiali infetti e poi sui cibi e sulle stoviglie.

La mosca domestica si è evoluta all'inizio dell'Era cenozoica, circa 65 milioni di anni fa. Si pensa che questa specie abbia avuto origine nella regione paleartica, in particolare nel Medio Oriente. Data la loro stretta relazione commensalistica con la specie umana, le mosche probabilmente devono la loro diffusione su scala mondiale a movimenti di co-migrazione con l'uomo.

Nei climi più freddi le mosche domestiche sopravvivono solamente se vivono con l'uomo. Hanno la tendenza ad aggregarsi e risultano difficili da cacciare via. Sono capaci di trasportare più di 100 agenti patogeni responsabili di malattie come tifo, colera, salmonellosi, shigellosi, tubercolosi, antrace, infezioni degli occhi e vermi endoparassiti. Nelle regioni più povere e con scarso livello di igiene le mosche sono tra i principali vettori di malattie. Alcuni ceppi hanno sviluppato resistenza ai più comuni insetticidi.

La mosca domestica si nutre di sostanze liquide o semi-liquide oltre a materiali organici solidi che ha pretrattato con la sua saliva o vomito. A causa della grande quantità di cibo che ingerisce quotidianamente, essa deposita feci in maniera praticamente costante e questo è uno dei fattori che rende questo insetto un vettore di patogeni nefasto e molto pericoloso.
La mosca domestica è un insetto dell'ordine dei Ditteri, appartenente alla famiglia dei Muscidi.

È in grado di riprodursi con estrema facilità sia per la capacità di deporre le uova all'interno di qualsiasi materiale di natura biologica in decomposizione, sia per la velocità con cui le larve raggiungono lo stato di individuo adulto, diventando a loro volta capaci di riprodursi: circa dieci giorni. La sua vita, in condizioni ottimali di cibo e ambiente, è di circa 8-10 giorni durante i quali è in grado di deporre fino a 1000 uova (500 alla volta, in gruppi da 150-200 ciascuno, ogni 3-4 giorni).



L'insetto adulto usa una proboscide raspante per nutrirsi. I cibi solidi vengono prima cosparsi di saliva per essere sciolti e poi succhiati con la proboscide stessa. Sebbene siano mosche domestiche, generalmente confinate alle abitazioni umane, questi insetti possono volare per alcuni chilometri dal luogo in cui sono nate. Sono attive solo durante le ore diurne e di notte riposano negli angoli delle stanze o sospese al soffitto.


La larva della Mosca domestica misura dai 9,5 ai 19,1 millimetri.
L'identificazione delle larve usa una classificazione per stadi. Nel primo stadio la larva è lunga 2-5 mm; nel secondo stadio 6-14 mm; nel terzo stadio 15-20 mm. Rispettivamente queste fasi vengono raggiunte in circa 2-3 giorni, 3-4 giorni e 4-6 giorni (per le mosche domestiche) dalla deposizione delle uova.

Per antonomasia si associa il nome di mosca alla "mosca domestica" (Musca domestica), dittero cosmopolita e ubiquitario, comune in tutti gli ambienti frequentati dall'Uomo, aperti o chiusi. La stretta relazione di commensalismo che lega la mosca domestica all'uomo ne rende familiare sia l'aspetto esteriore sia il comportamento. Per estensione si tende spesso ad associare il termine "mosca" a qualsiasi dittero che più o meno vagamente possa ricordare la mosca domestica nel comportamento e, soprattutto, nell'aspetto.

Nel linguaggio comune, l'uso appropriato del termine è correlato alla capacità di percepire in modo consapevole le differenze morfologiche ed etologiche che intercorrono tra la mosca domestica e un qualsiasi altro dittero. Gli stessi esperti, almeno nel linguaggio informale, indicano con il nome di mosca non solo la specie Musca domestica, ma anche le specie del genere Musca e, per estensione, quelle della famiglia Muscidae. L'uso frequente di questa estensione, fra gli specialisti, comporta la necessità di aggiungere l'aggettivo "domestico" quando in genere si fa specifico riferimento alla M. domestica.

Nei profani, la capacità di percepire le specificità morfologiche ed etologiche nell'ambito dei ditteri si riduce e aumentano perciò i contesti in cui il termine "mosca" è usato in senso esteso e più o meno inappropriato, fino a comprendere tutti i ditteri che, per vaga somiglianza e per dimensioni, ricordano la mosca domestica. In questi casi il termine è, a rigore, sinonimo di "dittero muscoide" e fa riferimento ad un qualsiasi dittero che nell'immediata percezione non è riconducibile ad una zanzara o ad un moscerino o che, comunque, non presenta particolari specificità morfologiche. Ad esempio, la percezione di una marcata differenza delle dimensioni, comporta l'uso comune del termine moscone per indicare i ditteri muscoidi di grandi dimensioni, come ad esempio i Sarcofagidi, e l'uso comune del termine moscerino per indicare non solo i Nematoceri ma anche i ditteri muscoidi di piccole dimensioni, come ad esempio i Drosofilidi. La percezione di marcate differenze nella pigmentazione comporta differenti approcci. Ad esempio, l'aposematismo e l'etologia che caratterizzano i Sirfidi, difficilmente li porta ad essere associati alla mosca propriamente detta, pur avendo molte specie un aspetto muscoide, poiché ad un'osservazione non attenta sono facilmente scambiati dagli inesperti per imenotteri apoidei. Al contrario, nel caso delle Lucilia (Diptera: Calliphoridae), la percezione della morfologia prevale su quella cromatica nonostante i caratteristici colori metallici le rendano facilmente riconoscibili; questi insetti sono infatti associati alle mosche e nel linguaggio comune ci si limita per lo più ad aggiungere un aggettivo che specifica il colore.



In araldica, l'insistenza, tipica della mosca, nel molestare gli altri esseri, è stata sublimata in tenacia in battaglia e con tale significato compare come elemento decorativo dei blasoni. La mosca araldica è generalmente rappresentata rampante, ovvero con la testa rivolta verso l'alto.

In astronomia, la Mosca è una delle dodici costellazioni introdotte da Petrus Plancius nel XVI secolo. Originariamente rappresentava un'ape verso cui il Camaleonte protendeva la propria lingua. Nel XVIII secolo Nicolas Louis de Lacaille la ribattezzò Mosca Australe. L'aggettivo cadde in disuso quando fu soppressa la costellazione della Mosca Boreale.

La mosca, in quanto insetto di minuscole dimensioni, viene talvolta impiegata in denominazioni metaforiche che fanno allusione alla piccolezza e/o alla leggerezza.

In ambito biologico, "uccello-mosca" è una denominazione corrente dei colibrì, una famiglia di uccelli dalle dimensioni estremamente ridotte (il colibrì di Elena Mellisuga helenae, che ne fa parte, è il più piccolo uccello vivente). Analogamente, nella boxe, la categoria dei pesi mosca è quella col limite di peso più basso (almeno nella European Boxing Union).

Il nome di una divinità filistea adorata in epoca biblica nella città di Ekron, ovvero il dio Belzebù, significa letteralmente "Signore delle Mosche".

Secondo una leggenda metropolitana particolarmente diffusa nel nord Italia e non basata su ricerche scientifiche, affiggere un cartello con scritto in nero a caratteri grandi il numero 58 terrebbe lontano le mosche. Tale tesi si basa sulla presupposizione che l'insetto vedrebbe nel cartello il pericolo di una ragnatela, tenendosi quindi a distanza.

Eliminare le mosche può diventare un problema molto serio. Le mosche sono insetti portatori di malattie e devono essere eliminate ogni qual volta si presentano. Nei climi caldi le Mosche riescono a moltiplicarsi in  2-3 settimane, soprattutto se trovano il modo di approvvigionarsi. Ecco perché bisogna eliminare le mosche quanto prima, anche l'accidentale ingestione di uova di Mosca può provocare mal di stomaco.

Questi insetti sono in grado di percepire anche il più piccolo movimento nelle correnti d’aria, per questo motivo eliminare le mosche può risultare assai difficoltoso. Tra gli esemplari di questi insetti più difficili da eliminare vi è la mosca cavallina: una Mosca cavallina riesce a perforare la pelle ed infliggere un colpo doloroso agli esseri umani. Diventa fondamentale liberarsi di questi esemplari, soprattutto in prossimità di stalle e depositi.

La situazione di invasione di questi insetti non sembra allarmare più di tanto, si possono mettere in pratica alcune trappole del tutto naturali per allontanare ed eliminare le mosche, nel dettaglio:

- si possono adoperare delle foglie di alloro, mentuccia, eucalipto o chiodi di garofano, da riporre dentro una borsa di mussola da distribuire tutte intorno alla casa. Si possono scuotere e colpire in modo da rilasciare l’essenza;
- si può invece, utilizzare del comune basilico dolce in un piccolo contenitore nella cucina o accanto a possibili fonti di alimentazione, come le ciotole contenenti i pasti degli animali domestici;
- utilizzando qualche goccia di olio di eucalipto, distribuito in oggetti o gomitoli di cotone, si terrano ugualmente lontane le mosche dalle proprie abitazioni.

La mosca è un insetto alquanto fastidioso. Cosa significa quindi sognare di vedere mosche che ci girano intorno o che si posano da qualche parte sul nostro corpo oppure che si posano nel cibo che magari stiamo per mangiare ? Vedere in sogno mosche vive o morte oppure che volano o addirittura che lasciano le uova ? Sognare insetti come mosche ed api o vespe ci riporta spesso a situazioni che possono provacarci problemi, a persone che possono essere un notevole blocco per noi.

Un tempo la mosca era considerata la reincarnazione delle anime che, non trovando pace, venivano a trovarci nella realtà. Per questo motivo la mosca nei sogni, per alcuni, indica un defunto che viene a farci visita, magari per avvisarci riguardo qualcosa. Ma studi onirici più approfonditi hanno potuto verificare che, statisticamente, sognare una mosca, è indice di una situazione che ci disturba nella realtà. Così come una mosca nella vita reale ci da fastidio e non la sopportiamo, soprattutto quando si posa sulle nostre cose, così in sogno, essa indica una situazione che non sopportiamo, a volte una persona che, con il suo comportamento, ci disturba. E se le mosche in sogno sono più d'una e volano unite ?

In questo caso quello che ci opprime è molto importante. La situazione nella vita reale che non riusciamo a sbrigliare è molto grande, a meno che, in sogno, riusciamo ad uccidere le mosche. In questo caso potremmo liberarci anche nella realtà. Ma attenzione che una mosca può anche partorire larve e se la vediamo in questo atteggiamento in sogno, allora dobbiamo senz'altro stare attenti perchè verranno situazioni che ci porteranno parecchio disagio.

Se poi la mosca si posa sul cibo che stiamo per assaporare in sogno, allora significa che non siamo in grado di recuperare energie proprio a causa di situazioni oppressive.

Una mosca bianca è, secondo una comune metafora della lingua italiana, una persona o un oggetto con caratteristiche particolari rispetto ai suoi simili, che lo rendono un caso estremamente raro.

L'espressione si riferisce al fatto che le mosche comuni sono nere o di colore scuro e vederne una bianca sarebbe un fatto straordinario.

In molte antiche culture le mosche erano considerate esseri imperfetti che si generavano dalla corruzione e che si diffondevano ovunque portando malattie e contaminando i cibi.
Soprattutto in Oriente questi insetti erano (e sono) una vera calamità.
Nel suo rituale magico Zoroastro incarna in una diavolessa, di nome Nasu, la mosca; simbolo della putrefazione anche perché è sempre accanto ai cadaveri. Però altre creature – figlie di Ormazd il bene – sono quegli animali, uccelli o cani che si nutrono di cadaveri: basta una sola occhiata di questi animali perché Nasu sia sconfitta.

Zoroastro ha lasciato un rituale da eseguire sui cadaveri per scacciare con la diavolessa mosca ogni impurità.
Un rituale che in molti punti assomiglia agli esorcismi cristiani per liberare da Satana un indemoniato.
Le stesse credenze erano vive un pò in tutto l’Oriente.

A Canaan si adorava Beelzebub, che significa appunto “Signore delle mosche”: un nome che è rimasto nella demonologia seguente, a impersonificare lo stesso signore dell’inferno e il capo di tutte le schiere demoniache. Per avere idea dell’importanza di Beelzebub basti dire che, secondo il Cristianesimo medievale, egli comanda la bellezza di 6.666 demoni. Nella città di Canaan, il tempio dedicato a Beelzebub era l’unico luogo ove non vi fossero mai mosche. Le mosche si trovano in tutto l’arco della storia della magia. Nel 1600 una indemoniata a Laon, fu esorcizzata e il Maligno fuggì da lei uscendone dalla bocca sotto forma di mosca.

Il fatto fu narrato, con testimonianze di vari notabili che assistevano, dal primo consigliere del re di Francia (nonché esperto occultista e demonologo, 1550-1634) , Pierre Le Loyer.
Nelle credenze magiche del Cristianesimo alla mosca si unirono molti atri insetti che rappresentavano forze paranormali o entità malefiche. Le streghe inglesi allattavano questi insetti, che potevano essere anche giganteschi, come la mosca enorme che punse il re dei Longobardi, Cuniberto.
Il mostro fu cacciato dalle guardie ma fuggì: di esso non rimase che una sola, enorme zampa.



In passato i marinai si tatuavano una mosca sulla punta del pene per simboleggiare la mancanza di attività sessuale durante le lunghe attraversate in mare.




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domenica 8 marzo 2015

IL CINGHIALE

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Il cinghiale (Sus scrofa Linnaeus, 1758) è un mammifero artiodattilo della famiglia dei Suidi.

Da sempre considerato al contempo una preda ambita per la sua carne ed un fiero avversario per la sua tenacia in combattimento, in virtù di questo strettissimo legame con l'uomo il cinghiale appare assai frequentemente, e spesso con ruoli da protagonista, nella mitologia di moltissimi popoli, e solo nel corso del secolo passato ha cessato di essere una fonte di cibo di primaria importanza per l'uomo, soppiantato in questo dal suo discendente domestico, il maiale.

Originario dell'Eurasia e del Nordafrica, nel corso dei millenni il cinghiale è stato a più riprese decimato e reintrodotto in ampie porzioni del proprio areale ed anche in nuovi ambienti, dove si è peraltro radicato talmente bene, grazie alle sue straordinarie doti di resistenza ed adattabilità, che al giorno d'oggi viene considerato una delle specie di mammiferi a più ampia diffusione e risulta assai arduo tracciarne un profilo tassonomico preciso, in quanto le varie popolazioni, originariamente pure, hanno subito nel tempo l'apporto di esemplari alloctoni o di maiali rinselvatichiti.

Gli esemplari adulti misurano fino a 180 cm di lunghezza, per un'altezza al garrese che può sfiorare il metro ed un peso massimo di un quintale circa. Sussistono tuttavia grandi variazioni di dimensioni e peso a seconda delle sottospecie, con tendenza all'aumento dei sopracitati parametri in direttrice Sud-Ovest/Nord-Est: gli esemplari spagnoli di cinghiale, infatti, raramente superano gli 80 kg di peso, mentre in Russia si avrebbe notizia di esemplari di peso superiore ai tre quintali. In ogni caso, i maschi hanno dimensioni e peso ben maggiori rispetto alle femmine.

Nelle Alpi Italiane il peso dei cosiddetti "neri", soggetti con mantello scuro, grigio-nerastro, morfologicamente adulti, oscilla tra i 100 ed i 200 kg: nel centro e sud Italia, invece, il peso medio è sugli 80–90 kg, con esemplari che possono raggiungere il quintale e mezzo di peso.

Il cinghiale ha costituzione massiccia, con corpo squadrato e zampe piuttosto corte e sottili: ciascun piede è dotato di quattro zoccoli, dei quali i due anteriori, più grossi e robusti, poggiano direttamente sul terreno, mentre i due laterali sono più corti e poggiano sul terreno solo quando l'animale cammina su terreni soffici o fangosi, favorendo una migliore distribuzione del peso ed impedendogli di sprofondare. Nonostante le piccole zampe, il cinghiale si muove piuttosto velocemente, solitamente al trotto, è in grado di galoppare molto velocemente anche nel fitto del bosco (ad esempio durante una carica od una fuga), seguendo quasi sempre traiettorie rettilinee.

La coda è pendula e può misurare fino a 40 cm di lunghezza: essa è interamente ricoperta di setole, che vanno a formare un ciuffetto di peli al suo apice. L'animale la agita nervosamente quando è infastidito od irritato, ma essa trova un ottimo impiego anche come scacciamosche.

La testa è grande e massiccia, dotata di un lungo muso conico che termina in un grugno (o grifo) cartilagineo che poggia su un disco muscolare, che gli assicura una grande mobilità e precisione: grazie alla ricca innervazione, il grugno del cinghiale possiede inoltre una grande sensibilità tattile ed olfattiva. Il grugno è assicurato al muso grazie ad un apposito osso prenasale assai allungato, detto osso fognaiuolo. La fronte, soprattutto nei vecchi maschi, è praticamente perpendicolare al resto del muso. Il collo è corto e tozzo: soprattutto nei mesi invernali, quando l'animale è ricoperto da un pelo più folto, esso appare praticamente assente, con la testa che pare innestarsi direttamente sul torso.

Gli occhi sono obliqui, piuttosto piccoli e posti lateralmente sul cranio, per assicurare al cinghiale una visione quanto più ampia possibile di ciò che gli accade attorno e non essere perciò preso alla sprovvista: la vista è tuttavia piuttosto debole, a vantaggio di altri sensi, come l'olfatto e l'udito. Le orecchie sono di media grandezza e vengono portate diritte.

La dentatura del cinghiale si compone di 44 denti, che ne rivelano le abitudini alimentari opportunistiche: si possono contare in totale dodici incisivi, quattro canini, sedici premolari e dodici molari. Gli incisivi ed i premolari tendono a cadere con l'età, mentre i molari sono permanenti: essi hanno forma appiattita e servono a triturare il cibo.

Sono però i canini, spesso chiamati anche zanne, la caratteristica principale del cinghiale, quella che per prima risalta nell'immaginario collettivo. Si tratta di denti a crescita continua, presenti in ambedue i sessi, ma che tuttavia solo nel maschio hanno dimensioni tali da protrudere al di fuori della bocca, inarcandosi verso l'alto. I canini inferiori (detti difese) sono più grandi di quelli superiori (detti coti): essi sono profondamente conficcati nella mandibola e possono raggiungere (sempre nel cinghiale maschio) in casi eccezionali i 30 cm di lunghezza, mentre sono considerabili normali delle lunghezze comprese fra i 15 ed i 20 cm, di cui comunque meno della metà protrudono dalla bocca; i canini inferiori crescono con un'incurvatura verso l'alto di 180°, andando a creare interferenza con i canini superiori e mantenendoli sempre affilati. In ogni caso, zanne eccessivamente lunghe risultano svantaggiose per l'animale, in quanto incurvandosi all'indietro divengono inutili come arma d'offesa. Le zanne cominciano a spuntare a partire dal secondo anno d'età, e nel giro di un anno le inferiori oltrepassano di misura le superiori in lunghezza.

Nelle femmine i canini inferiori misurano sempre meno di 10 cm, mentre i canini superiori sono piccoli e rivolti verso il basso: solo nelle femmine più anziane essi possono mostrare una tendenza a piegarsi verso l'alto. Lo sfregamento fra canini superiori ed inferiori e fra canini superiori ed incisivi inferiori, coi quali essi combaciano, fa sì che le zanne mantengano sempre un orlo tagliente. Le zanne hanno per il cinghiale una duplice funzione: esse vengono infatti utilizzate sia come strumenti da lavoro, ad esempio per facilitare l'attività di scavo nel terreno, che come strumenti di difesa od offesa, per difendersi dai predatori o per competere con gli altri esemplari durante il periodo degli amori.

La pelle è molto spessa e poco vascolarizzata, spesso con presenza di cuscinetti adiposi sottocutanei: essa costituisce una vera e propria corazza, che rende l'animale virtualmente immune alle punture d'insetto ed alle piante spinose del sottobosco, e lo preserva addirittura dai morsi di vipera (a meno che questi non vengano assestati in punti nevralgici, come il grugno). Essa è quasi totalmente ricoperta (ad eccezione di alcune parti della testa e della parte inferiore delle zampe) da setole rigide, frammiste ad un sottopelo lanoso più fine e morbido, che ha lo scopo di isolare termicamente il corpo. Le setole sono rivolte all'indietro (verso la coda) su tutto il corpo, tranne che sul petto e ventre, dove esse sono rivolte in avanti. Sulla fronte e sulle spalle il manto va a formare una sorta di criniera, più evidente in alcune sottospecie rispetto ad altre: quando l'animale è irritato od impaurito, la criniera viene drizzata, rendendo l'animale ancora più grande e massiccio alla vista di quanto non sia in realtà.

Il mantello invernale, folto e di colore scuro, nei mesi primaverili lascia il posto al mantello estivo, con perdita della maggior parte del sottopelo e setole dalla punta di colore chiaro. La colorazione del manto varia anche di molto a seconda della popolazione di cinghiali presa in considerazione, mantenendosi tuttavia in un range di colori che va dal bruno-rossiccio al nerastro: in Asia Centrale vi è un'inusuale abbondanza di esemplari di colore biancastro (ma non albini), in Russia occidentale sono frequenti animali di colore rossiccio, mentre in Manciuria abbondano gli esemplari nerastri. Sporadicamente (con una frequenza di tre individui ogni cento circa) vengono avvistati cinghiali con pezzature scure di varia grandezza sul manto: tale mutazione recessiva si è dimostrata frutto di incroci in tempi più o meno recenti con maiali domestici.

Gli individui pezzati, come dimostrato da studi compiuti negli anni settanta, avrebbero indici di mortalità più elevati rispetto ai conspecifici "normali", poiché il loro pelo sarebbe meno termoisolante. Il verso del cinghiale è il grugnito, del tutto simile a quello del maiale: messo di fronte a un pericolo, tuttavia, l'animale sbuffa rumorosamente dalle narici ed emette un brontolio gutturale. Qualora spiazzato od impaurito, invece, il cinghiale emette un acuto gemito.

Si tratta di animali dalle abitudini crepuscolari e notturne: durante il giorno, i cinghiali riposano distesi in buche nel terreno che essi stessi scavano col muso e gli zoccoli fra i cespugli, per poi ingrandirle con l'usura. Durante l'inverno, tali buche vengono spesso imbottite con frasche e foglie secche. Numerosi punti di riposo si trovano anche lungo i tragitti percorsi dagli animali durante la notte, che collegano le zone di foraggiamento con la tana principale e gli abbeveratoi. Alcuni individui sono stati osservati strappare l'erba alta e le canne per poi porli fra i rami bassi ed i cespugli, in modo tale da crearsi dei ripari: in questo senso, i cinghiali sarebbero fra i pochissimi ungulati (assieme ad altri suidi) a costruirsi una tana.

I cinghiali sono animali sociali, che vivono in gruppi composti da una ventina di femmine adulte coi propri cuccioli, guidate dalla scrofa più anziana: in alcune zone con grande ricchezza di cibo, tuttavia, si trovano gruppi comprendenti anche più di 50 animali, spesso frutto della fusione di più gruppi. I maschi più anziani conducono una vita solitaria per la maggior parte dell'anno, mentre i giovani maschi che ancora non si sono accoppiati tendono a riunirsi in gruppetti. Ciascun gruppo occupa un proprio territorio, che si estende su un'area di una ventina di chilometri quadrati circa d'ampiezza e viene delimitato tramite secrezioni odorose della zona labiale ed anale: i territori dei maschi sono solitamente più grandi di quelli delle femmine, anche del doppio. Generalmente, il gruppo rimane nello stesso territorio finché le risorse sono sufficienti al proprio sostentamento, per poi abbandonarlo alla ricerca di aree più ricche di cibo qualora la disponibilità alimentare diminuisca: questo spiega l'apparizione improvvisa di cinghiali in aree dove storicamente la loro presenza non è contemplata.

I vari esemplari comunicano fra loro attraverso una vasta gamma di suoni, che comprendono una serie di grugniti a varie frequenze, come anche grida e ruggiti che possono avere la funzione di comunicare la propria appartenenza ad un gruppo o la disponibilità all'accoppiamento ed al combattimento: l'emissione di suoni si accompagna anche alla comunicazione olfattiva tramite gli odori corporei o le secrezioni ghiandolari. Spesso gli esemplari di uno stesso gruppo praticano una sorta di grooming, lisciandosi vicendevolmente il pelo del dorso con la lingua od il grugno.

I cinghiali sono noti per il temperamento aggressivo: qualora presi alla sprovvista o messi alle strette, infatti, questi animali, anche se feriti o debilitati, attaccano senza pensarci due volte, combattendo strenuamente e risultando molto pericolosi. La diversa conformazione delle zanne nei due sessi provoca anche una diversa reazione davanti al pericolo: mentre il maschio carica a testa bassa, per poi menare fendenti verso l'alto e lateralmente, al fine di sventrare l'aggressore, la femmina si getta sul nemico tenendo la bocca aperta ed azzannandolo a ripetizione, spesso infierendo sul suo corpo anche dopo averlo atterrato. Gli attacchi dei cinghiali, sebbene raramente mortali per i grossi predatori come l'uomo o l'orso, lasciano spesso ricordi indelebili nell'aggressore, sotto forma di cicatrici e mutilazioni.

Nonostante la credenza popolare, che vede il cinghiale come un animale sudicio, si tratta di animali che curano molto la loro igiene: l'abitudine di rotolarsi nel fango, detta insoglio, è la prima azione che l'animale compie dopo essersi svegliato ed ha la duplice funzione di rinfrescare il corpo nei mesi caldi, proteggendolo inoltre da scottature dovute ai raggi solari, oltre che di favorire la cicatrizzazione delle numerose ferite, di entità più o meno grave, che l'animale si procura in combattimento od attraverso il semplice movimento nel sottobosco spinoso. Per scrostarsi di dosso il fango essiccato, poi, l'animale si sfrega periodicamente contro superfici verticali, come massi e tronchi d'albero (soprattutto querce ed abeti rossi). Laddove siano assenti pozze d'acqua atte all'insoglio, il cinghiale ne ricava una smuovendo la terra col grugno ed urinandovi, per poi rotolarsi nell'impasto ottenuto.

I cinghiali sono animali grossi e forti, che non esitano ad attaccare per primi se disturbati: per questo motivo, è abbastanza raro che un predatore scelga di cacciare questi animali, qualora disponga di altre specie meno impegnative da cacciare. Il principale predatore dei cinghiali è l'uomo: nelle regioni in cui le due specie si trovano a convivere, tuttavia, anche le tigri cacciano occasionalmente i cinghiali, piombando loro addosso dall'alto e finendoli velocemente con un morso alla gola, per evitare che l'animale, riavutosi dalla sorpresa e dallo spavento, reagisca ed attacchi a sua volta.

Anche il lupo si dimostra un temibile predatore per il cinghiale: nonostante tendano a nutrirsi dei cuccioli lasciati temporaneamente incustoditi dalle femmine, alcune popolazioni locali di lupo (fra cui quelle italiane, siberiane e spagnole) si nutrono abitualmente anche di cinghiali adulti. Il metodo di caccia raramente è impostato su un attacco diretto al cinghiale, che reagirebbe caricando a testa bassa e facendo strage di lupi prima di venire sopraffatto dal numero degli assalitori: gli attacchi avvengono generalmente alle spalle (con qualche lupo che distrae l'animale) e vengono indirizzati alla zona di carne morbida del perineo, provocando la morte dell'animale per dissanguamento. È stato dimostrato che la comparsa del lupo nelle Alpi Italiane (o sarebbe meglio dire ricomparsa), ha portato ad una scomparsa nelle valli in cui si è insediato dei cinghiali femmine e dei piccoli (che mediamente sono migrate nelle valli vicine), lasciando solo i maschi che possono opporre una resistenza agli attacchi dei lupi. La caccia da parte dei lupi rende i cinghiali più aggressivi nei confronti di qualsiasi canide.
Altri predatori occasionali di cinghiali sono i grossi orsi (che predano questi animali soprattutto in prossimità dell'inverno, quando hanno bisogno di incrementare le proprie scorte di grasso), le iene striate (di cui si pensa però che solo le sottospecie di maggiori dimensioni possano cacciare un cinghiale adulto con successo) ed i coccodrilli.

Si tratta di animali dalla dieta onnivora e molto varia, come dimostra la dentizione mista e lo stomaco scarsamente specializzato (solo due compartimenti, a differenza dei tre dei pecari e dei quattro dei ruminanti): pur nutrendosi principalmente di materiale vegetale, come ghiande (nei periodi in cui queste sono particolarmente abbondanti il cinghiale non mangia praticamente altro), frutti, bacche, tuberi, radici, e funghi, il cinghiale non disdegna di integrare di tanto in tanto la propria dieta con materiale di origine animale, come insetti ed altri invertebrati, uova e talvolta anche carne e pesce, provenienti questi principalmente da carcasse dissotterrate o trovate nei pressi dell'acqua.

Ogni tanto, i cinghiali cacciano attivamente, scegliendo come proprie vittime piccoli animali come rane e serpenti, ma anche prede di una certa dimensione, come cerbiatti ed agnelli. Il finissimo olfatto di questo animale gli consente di fiutare il cibo anche qualora questo si trovi sottoterra.

A seconda del clima e della disponibilità di cibo, la femmina può andare in estro da una a tre volte l'anno, con estro di tre giorni su cicli di tre settimane: in Italia le nascite si concentrano in primavera ed alla fine dell'estate. Le femmine tendono a sincronizzare il loro ciclo estrale, in modo tale da allevare cuccioli di età il più simili possibile, massimizzando le probabilità di sopravvivenza della prole.
Durante il periodo degli amori, i maschi abbandonano la vita solitaria per aggregarsi ai gruppi di femmine, spesso percorrendo anche grandi distanze sulla scia delle piste odorose e non nutrendosi né riposando per raggiungerne uno al più presto: una volta raggiunto il gruppo, per prima cosa il maschio allontana i giovani che dovessero ancora trovarsi assieme alla femmina.

La presenza di numerosi maschi adulti in un gruppo, tuttavia, genera tensioni che si risolvono spesso in aspri combattimenti: prima del combattimento vero e proprio, in ogni caso, i maschi compiono tutta una serie di rituali di minaccia, consistenti nel faccia a faccia fra i due contendenti, che cominciano a spruzzare urina e raspare il terreno, sbattendo i denti e schiumando saliva per intimorire l'avversario: solo se questo rituale non scoraggia nessuno dei due maschi si passa alle vie di fatto. Durante il combattimento, i maschi cozzano testa contro testa, parando i colpi proprio con l'armatura: ciò non scongiura tuttavia il rischio di procurarsi lesioni anche gravi, sebbene assai raramente mortali. Per far fronte a tali episodi violenti, durante il periodo degli amori i cinghiali maschi sviluppano la cosiddetta "armatura", ossia un ispessimento cutaneo ed adiposo che ricopre il collo e le spalle fino all'altezza dell'ultima costola.

Una volta decretato il vincitore, comincia la fase del corteggiamento: il maschio, emettendo un suono simile al rombo di un motore endotermico, comincia ad inseguire la femmina più vicina. Una volta raggiuntala, esso comincia a massaggiarle in maniera piuttosto rude la schiena ed i fianchi col grugno, emettendo al contempo dei suoni particolari in maniera ritmica: in tal modo la femmina pronta all'accoppiamento si immobilizza, come ipnotizzata, permettendo al maschio di montarla. L'accoppiamento dura circa cinque minuti ed avviene numerose volte e con numerose femmine (fino ad otto per i maschi più forti e vigorosi), fino alla fine dell'estro della femmina: a questo punto, il maschio abbandona il gruppo e torna alla sua vita solitaria, almeno fino al periodo degli amori successivo.

La gestazione dura fino a cinque mesi (in Italia, secondo il detto popolare, la gravidanza del cinghiale dura "tre mesi, tre settimane e tre giorni"): in prossimità del parto, la femmina si isola dal resto del gruppo per costruirsi una tana nel folto della vegetazione, simile ai giacigli che essa è solita usare per la notte. Tale tana spesso ha apertura rivolta verso sud, sicché può essere meglio riscaldata dai raggi solari. In questa tana vengono dati alla luce i cuccioli, che sono in numero variabile da tre a dodici per ciascuna cucciolata. Alla nascita, i piccoli hanno gli occhi aperti e si affannano nella ricerca di uno dei dodici capezzoli materni, disposti in due file lungo il ventre della femmina: in caso di cucciolate particolarmente abbondanti, i cinghialetti più deboli sono perciò destinati a morire d'inedia.

Il pelo del cucciolo è brunastro o rossiccio, con le punte dei peli giallastre, che contribuiscono a renderlo più chiaro di quanto non sia in realtà: su schiena e fianchi sono presenti 4-5 striature orizzontali di un colore che va dal bianco al beige, che danno un forte effetto criptico sul sottobosco e sulla copertura di foglie morte del terreno. Ulteriori striature sono presenti sulla spalla e sul posteriore, mentre maculature dello stesso colore possono essere presenti sul muso del cucciolo: la disposizione delle strisce varia da individuo a individuo, sicché è possibile riconoscere individualmente i giovani cinghialetti.

Per la prima settimana dopo il parto, la femmina di cinghiale abbandona rarissimamente la tana coi cuccioli, e se lo fa ha cura di nascondere la cucciolata coprendola con frasche e foglie durante la sua assenza. Le femmine sono estremamente protettive nei confronti della propria prole: durante l'allevamento della cucciolata, infatti, esse diventano estremamente pericolose in quanto aggrediscono con potenti morsi alle zampe ed al corpo qualsiasi intruso che per loro potrebbe rappresentare un pericolo per la progenie, sia esso un pericoloso predatore od anche solamente un ignaro visitatore a passeggio per il bosco. Qualora venga sottratto loro un figlio, le femmine inseguono il rapitore al galoppo per svariati chilometri.

A una settimana di vita, i cuccioli sono in grado di seguire la femmina nei suoi spostamenti, tornando alla tana solo durante la notte. A due settimane di vita, i piccoli cinghialetti cominciano a grufolare nel terreno e ad assaggiare del cibo solido, ma continuano tuttavia a succhiare il latte materno almeno fino a tre mesi di vita: lo svezzamento può dirsi completato solo dopo il quarto mese, ed è solo dopo questo traguardo che la femmina ed i cuccioli (che proprio attorno al quarto mese perdono la colorazione giovanile del pelo, per acquisire la colorazione subadulta) fanno ritorno al proprio branco d'origine.

L'indipendenza viene raggiunta attorno al settimo mese di vita, tuttavia i cuccioli tendono a restare con la madre anche fino ad un anno d'età, quando vengono scacciati dai maschi adulti bramosi di accoppiarsi con la femmina. Le femmine raggiungono la maturità sessuale attorno all'anno e mezzo di vita, mentre i maschi sono più tardivi e non completano lo sviluppo prima del secondo anno d'età: raramente però riusciranno ad accoppiarsi prima del compimento del quinto anno, a causa della competizione con altri maschi più anziani e forti.

La speranza di vita dei cinghiali si aggira, in natura, attorno ai 10 anni, mentre in cattività possono sfiorare il trentesimo anno d'età.

Il cinghiale è originario dell'Eurasia e del Nordafrica: esso era inoltre diffuso in tempi storici anche in Inghilterra ed Irlanda. La forte pressione venatoria alla quale questo animale è stato praticamente da sempre sottoposto da parte dell'uomo ne provocò la scomparsa dalle isole britanniche probabilmente durante il corso del XIII secolo, salvo poi esservi reintrodotto a più riprese fra il 1610 (da parte di re Giacomo I) ed il 1700: questi tentativi di reintroduzione del cinghiale, peraltro, si risolsero sempre in un fallimento, in quanto la pressione venatoria sulle popolazioni introdotte era sempre maggiore rispetto al ritmo riproduttivo di queste ultime.

Il cinghiale fu inoltre importato dagli spagnoli in Nordamerica attorno alla metà del Cinquecento: attualmente, esso si è naturalizzato in vaste aree degli Stati Uniti, dove è conosciuto col nome colloquiale di razorback. Nel 1900, il cinghiale era sparito dalla Danimarca, dalla Tunisia e dal Sudan, mentre era sull'orlo dell'estinzione in Germania, Austria e Russia. La popolazione francese di cinghiali, invece, rimaneva stabile.

A partire dal 1950 l'areale del cinghiale tornò ad espandersi e questi animali riconquistarono vaste porzioni del loro areale, diffondendosi a nord fino ad Arcangelo, oltre che in Danimarca e Svezia, complici le fughe di esemplari allevati in cattività ed in seguito rinselvatichitisi. L'esplosione demografica del cinghiale negli anni del Dopoguerra è dovuta a una serie di cause concatenate: fra queste, la più importante è sicuramente lo spopolamento delle zone rurali e di media montagna a causa dell'ingente flusso migratorio verso le aree urbane, col conseguente abbandono di vaste aree rurali che vennero prontamente ricolonizzate dagli abitanti del bosco, fra cui per l'appunto il cinghiale.

In Italia la specie è distribuita, seppure con areale discontinuo, dalla Valle d'Aosta fino alla Calabria, oltre che in Sardegna, in Sicilia, nell'isola d'Elba ed in altre piccole isole, dove però è stato introdotto dall'uomo in tempi recenti. Popolazioni meno numerose si incontrano in alcune regioni prealpine e sui monti di Lombardia, Veneto, Trentino e Friuli. È stato inserito nell'elenco delle 100 tra le specie invasive più dannose al mondo.

I cinghiali europei sono tipici abitatori dei boschi ben maturi ed in particolare dei querceti, mentre le sottospecie africane ed asiatiche sembrano preferire le aree aperte e paludose: in generale il cinghiale si dimostra però assai adattabile in termini di habitat, e colonizza praticamente ogni tipo di ambiente a disposizione. Nei territori occupati dai cinghiali deve tuttavia essere sempre presente una fonte d'acqua, dalla quale l'animale non si allontana mai molto.

Pertanto, il cinghiale evita le aree desertiche, rocciose e quelle a forte precipitazione nevosa, dove per l'animale risulta disagevole grufolare. I cinghiali, tuttavia, tollerano molto bene il freddo (resistono a temperature di decine di gradi al di sotto dello zero), mentre sono meno adattabili a climi eccessivamente caldi, dove danno segni di sofferenza: l'umidità dell'ambiente li interessa relativamente poco, grazie al pelo altamente isolante.

In ambienti boschivi in cui la specie è autoctona, il cinghiale svolge un'azione benefica, in quanto la sua continua opera di scavo nello strato superficiale del terreno contribuisce all'aerazione del terreno, alla diminuzione della presenza di larve d'insetti nocivi ed all'interramento di semi, favorendo quindi lo sviluppo del manto boschivo. La riduzione dell'habitat, tuttavia, ha provocato la concentrazione in zone ristrette di un gran numero di animali, il che a lungo andare provoca danni sia alla copertura arborea (che viene consumata e non rinnovata perché anche i semi e le giovani piante vengono consumati) che alla presenza animale nella zona: in particolare, è stato dimostrato un legame fra la presenza massiccia di cinghiale e la diminuzione del numero dei Cervidi presenti nell'area, oltre che di varie specie di Galliformi, come il gallo forcello, la pernice rossa ed il fagiano.

Nelle aree nelle quali questo animale viene introdotto, invece, esso si dimostra estremamente nocivo, in quanto soppianta altre specie di suidi e pecari eventualmente presenti nella zona e devasta le aree forestali con la sua continua opera di scavo. Esso inoltre causa il declino e la scomparsa di molte specie rettili, anfibi ed uccelli terricoli, in quanto si nutre attivamente sia degli animali che delle loro uova: per questo motivo, in molte aree in cui questo animale è stato introdotto vengono periodicamente organizzate battute di caccia per diminuirne drasticamente il numero.

Qualora il loro habitat confini con aree rurali, i cinghiali non esitano a lasciare nottetempo la copertura boschiva ed avventurarsi nelle piantagioni, dove oltre a fare incetta dei prodotti coltivati devastano anche il terreno con il loro scavo, provocando danni anche ingenti: in alcune zone addirittura più dell'80% dei fondi per il risarcimento di danni causati da fauna selvatica viene destinato a cause riguardanti danni provocati proprio dai cinghiali.

Nelle aree a forte presenza umana, invece, i cinghiali possono lasciare i boschi per abbandonarsi a sortite notturne o mattutine nelle periferie urbane o nelle discariche, dove non esitano a nutrirsi del materiale organico contenuto nell'immondizia e possono causare danni ai veicoli che eventualmente transitano in zona; a Genova, per ridurre il fenomeno, sono state previste nel 2009 delle battute di caccia al cinghiale alla periferia cittadina, mentre a Milano nel giugno 2009 un cinghiale adulto, entrato in città, è stato ripescato dall'Alzaia del Naviglio Grande.

Da sempre apprezzato come vivanda, ma allo stesso tempo considerato un avversario fiero e temibile dalle popolazioni primitive, non c'è dunque da stupirsi se il cinghiale sia una presenza costante nelle mitologie antiche.

Nella cultura dell'antica Grecia, il cinghiale era visto come simbolo di morte: questo perché la stagione di caccia a questi animali si apriva il 23 di settembre, giorno vicino alla fine dell'anno. Il cinghiale era inoltre simbolo dell'oscurità in lotta con la luce, a causa delle sue abitudini notturne e della colorazione scura del manto.

Nella mitologia greca risaltano due cinghiali leggendari: il primo è il ben conosciuto cinghiale di Erimanto, ferocissimo animale che Eracle domò come terza delle sue dodici fatiche, mentre il secondo è il cinghiale calidonio, poderosa bestia mandata sulla terra da Ares come punizione per Adone ed uccisa nella caccia calidonia, alla quale partecipò la maggior parte degli eroi della mitologia greca.

Nella mitologia celtica, il cinghiale era invece considerato l'animale simbolo della divinità Arduina e molte storie mitologiche (come quella di Fionn mac Cumhaill nella mitologia irlandese) sono incentrate proprio attorno alla caccia di questo animale.

Nella mitologia norrena, il cinghiale è associato alla fertilità ed è fedele accompagnatore degli dei Freyr (il cui cinghiale si chiama Gullinbursti) e Freyja (il cui cinghiale si chiama Hildisvíni): si pensa che la figura di Freyr col suo cinghiale sia stata poi trasfigurata nella cristianità in quella di San Nicodemo da Cirò o di Sant'Antonio Abate, ambedue spesso raffigurati in compagnia di questo animale.

Nella Persia dell'impero sasanide i cinghiali erano considerati meritevoli di rispetto in quanto creature coraggiose e sprezzanti del pericolo, tanto che l'aggettivo Boraz o Goraz (cinghiale) veniva aggiunto al nome di una persona per sottolinearne il coraggio in battaglia. Nella mitologia indiana il cinghiale invece rappresenta Varaha, il terzo avatar di Vishnu.

Il cinghiale è piuttosto comune nell'araldica di alcune zone, come la Germania meridionale e l'Italia settentrionale: si può però trovare anche negli stemmi di alcune zone dell'Italia meridionale. Ad esempio, questo animale è rappresentato negli stemmi delle città di Benevento e di Apricena (comune in provincia di Foggia il cui nome deriverebbe dal latino aper, "cinghiale", e coena, "cena", in riferimento a un grande banchetto che, secondo una leggenda, ivi si tenne in presenza dell'imperatore Federico II per festeggiare la cattura per l'appunto di un enorme cinghiale) e di una provincia del Regno di Napoli, l'Abruzzo Citra, così come nello stemma dell'attuale corrispondente di quest'ultima, vale a dire la provincia di Chieti.

Il cinghiale rappresenta generalmente la forza ed il coraggio in battaglia. La sua presenza negli stemmi è solitamente associata alla presenza in tempi passati nella zona di tribù galliche o celtiche, che al cinghiale erano particolarmente devote perché legate ad esso sia da vincoli religiosi che alimentari, in quanto la caccia al cinghiale era una delle fonti primarie di sostentamento di queste popolazioni (basti pensare alla saga di Asterix, nella quale ogni avventura dei due protagonisti termina con una grande tavolata a base di cinghiale arrosto).

Gli antichi Romani mutuarono l'utilizzo di questo animale in araldica proprio delle tribù galliche stanziate nella Pianura Padana. Almeno tre legioni romane, infatti, avevano per emblema uno di questi animali: Legio I Italica, Legio X Fretensis, Legio XX Valeria Victrix. La seconda delle tre fu coinvolta nella prima guerra giudaica, e secondo alcune teorie i massacri e le distruzioni perpetrati in Giudea sotto l'insegna raffigurante il cinghiale sarebbero fra le cause dell'avversione giudea verso tutto ciò che è suino.

Il cinghiale (sotto forma di scrofa semilanuta) è anche uno dei simboli della città di Milano: come riferito nel libro Emblemata di Andrea Alciato, edito nel 1584, durante gli scavi per edificare le mura difensive della città venne dissotterrato proprio uno di questi animali. Al di fuori delle motivazioni leggendarie, si ha motivo di credere che la scelta sia caduta proprio su questo animale poiché la tribù celtica degli Edui, stanziata nella zona dove sorse la città e probabilmente fra le sue fondatrici, aveva come animale totemico proprio il cinghiale. Il cinghiale raffigurato nello stemma, tuttavia, possiede un inusuale vello lanoso: ciò è dovuto alla fusione dell'animale con l'ariete, animale totemico dell'altra tribù fondatrice della città, vale a dire quella dei Biturigi. Proprio questa "scrofa mediolanuta" starebbe all'origine del nome latino della città di Milano, Mediolanum: attualmente, tuttavia, si è più propensi a credere che il nome della città derivi da qualche toponimo celtico significante "in mezzo alla pianura".

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