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martedì 5 aprile 2016

IL BABIRUSSA

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Il babirussa è un rappresentante della famiglia dei suidi, parente del cinghiale comune, endemico di alcune isole della Sonda.

Classificato da Linnaeus già nel 1758, ha sempre lasciato perplessi i naturalisti in quanto, pur avendo l'aspetto generale di un maiale selvatico, ha punti in comune con i pecari e gli ippopotami ed ha uno stomaco, simile a quelle delle pecore, che lo rende un "quasi-ruminante".
La sua caratteristica più curiosa, che gli è valsa il nome che presso gli indigeni significa "maiale-cervo", è rappresentata dalle due notevoli coppie di zanne degli esemplari maschi; mentre una coppia è costituita semplicemente da canini inferiori estesi, la seconda è costituita da canini superiori, le cui radici, nel corso dell'evoluzione, hanno subito una mutazione ed hanno ruotato con il risultato che le zanne compiono un percorso semicircolare ed emergono ai lati del labbro superiore, fornendo una sorta di protezione per gli occhi, visto che il babirussa ama vivere tra le canne degli ambienti umidi. Una credenza popolare dei nativi afferma che lo scopo di questi canini enormi sia "agganciare" la grossa testa del babirussa ad un ramo per sorreggerla quando dorme. Il naturalista John McKinnon nel 1981 ha ipotizzato che le zanne superiori si siano sviluppate soltanto come mezzo di difesa dagli attacchi degli altri maschi, non essendovi a Celebes altri predatori. Al contrario, le femmine, non avendo esigenze difensive, hanno canini meno sviluppati.
Questo suide glabro sembra rifarsi, dal punto di vista genetico, ad un primitivo maiale europeo, estintosi 35 milioni di anni fa, i cui eredi si sono diffusi in tutti i continenti.

Il babirussa è alto dai 50 agli 80 cm al garrese e i più grandi arrivano a pesare fino a 100 kg. La sua coda, molto corta, non supera i 20 cm e non ha ciuffo di peli terminali.

La caratteristica più importante di questo maiale selvatico è la dentatura.

Esso è, con il facocero africano, il solo membro della famiglia ad avere trentaquattro denti, mentre le altre sette specie ne hanno quarantaquattro.

Nel maschio i due canini superiori crescono alla rovescia. Anziché svilupparsi dall'alto in basso, essi forano i bordi della volta palatina, attraversano il muso ed emergono sulla testa, sotto forma di «corna», lunghe affilate ed incurvate. Il babirussa è il solo mammifero a presentare questa singolarità. Le difese o zanne sono più o meno incurvate. Alcuni maschi le hanno quasi diritte, altre le hanno incurvate, a semianello. Si conosce il cranio di un babirussa, nel quale i denti si sono incurvati in modo così anormale da forare il muso e penetrare nell'osso, formando un anello completo.

Questi denti, molto ricercati dagli indigeni, sono anche molto richiesti, perché se ne confezionano collane e braccialetti ad uso dei capi-tribù.

I babirussa sono notturni. Vivono solitari o in piccoli gruppi familiari e segnalano la loro presenza con grugniti sordi, udibili a una certa distanza. Frugano nei mucchi di avanzi vegetali, nei tronchi in decomposizione e scavano il terreno alla ricerca di cibo. Il regime alimentare dei babirussa si compone di semi, di noci e frutti diversi, di funghi, di radici polpose e bulbi. Grazie alla loro forte dentatura, possono schiacciare le noci più dure. Sono molto agili e galoppano con facilità nei folti più inestricabili.

Tutti i suidi sono buoni nuotatori. Il babirussa è in grado di superare anche stretti marini e nuotare da un'isoletta all'altra. È così che è giunto a colonizzare isolette sperdute, che nessun altro mammifero terrestre avrebbe potuto raggiungere con le proprie forze. Si distingue perché raramente usa il muso per scavare.



Dopo una gestazione che va dai 125 ai 150 giorni, le femmine, che hanno due mammelle, partoriscono 1 o 2 piccoli. Quando questi sono gemelli, essi sono invariabilmente dello stesso sesso; misurano da 15 a 20 cm di lunghezza alla nascita e non hanno le strisce chiare caratteristiche dei cinghiali e di altri suidi selvatici. Quando è inseguita, la madre è molto aggressiva e difende la sua prole.

La durata della vita dei babirussa è stimata a una dozzina d'anni, ma in cattività si sono avuti casi-record di 19 anni allo zoo di Washington e perfino di più di 20 anni in quello di Chicago.

Di tutti i maiali selvatici, il babirussa occupa l'areale più ristretto: il suo territorio è limitato ad alcune isole della Sonda: Celebes, Buru e Togia.

È un abitante discreto e poco conosciuto delle giungle più fitte, che gli indigeni cacciano assiduamente per la carne e per i denti, che ritengono essere corna analoghe a quelle dei cervi; da ciò il suo nome malese di «babi-rusa» (maiale-cervo).

I babirussa sono ospiti rari dei giardini zoologici. Questi animali si addomesticano bene quando sono giovani, ma restano intrattabili se sono stati catturati adulti. Quando sono inquieti o di cattivo umore, fanno sentire un battere di denti, ripetuto in rapida cadenza. Sensibili al freddo, si adattano molto male alla cattività. Tuttavia i giardini zoologici di Chicago, San Diego, Londra e Berlino hanno conservato abbastanza a lungo i loro ospiti, che vi si sono perfino riprodotti.



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lunedì 13 aprile 2015

IL MAIALE

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 "L'ha miss al porch' a l'ora" 
(ha messo il maiale all'ombra, ovvero: al chiuso per l'ingrasso e quindi suo consumo in ambito familiare), sottintendeva il raggiunto benessere.
"l'è grass come un porch" 
(di chi è eccessivamente grasso) 
"l'è ignorant come un porch"
(di chi è particolarmente ignorante) 
"l'è sporch come un porch"
(è sporco come un maiale) 
"al màgna come un porch"
(mangia come un maiale sia per quantità che modalità)
"l'è un porch o 'na nìmela o 'na tròia ".
(di chi è particolarmente vizioso).
"Al pians come un gugiol (o ninett)"
(Piange come usa piangere un maiale o maialino al macello)
"Per Sant'Andrea (30 novembre) ciapa al porch per la sea// E ste 'na 'l vô ciapèr las'l ander fin a Nadel//" 
(Per Sant'Andrea, prendi il maiale per il codino/ e se non lo vuoi prendere per quella data, puoi rimandare la sua macellazione sotto Natale) 
"Da Santa Lucia a Nadel/ al vilan al màsa al maiel//"
(Da santa Lucia a Natale il contadino ammazza il maiale).
"Per San Tomè (29 dicembre)/ ciapa al porch per i pe'//"
(Per San Tommaso prendi il maiale peri i piedi, ovvero l'azione di rovesciare il maiale su un fianco dopo averlo legato per le zampe a due a due, prima di macellarlo).
"Per la Santa Epifania/ se al 'nimel a l'n'è mia mort l'è in agunia//" 
(Se per l'Epifania il maiale non è ancora morto, è in agonia).
A far la barba si sta bene un giorno, a prender moglie si sta bene un mese, ad ammazzare il maiale si sta bene un anno
che maiale! : che sporcaccione!
mangiare come un maiale : avere pessima educazione a tavola

Il suino (Sus scrofa domesticus L.), chiamato comunemente maiale o porco è un suide addomesticato appartenente ai Mammiferi dell'ordine Artiodattili Suiformi. Il maschio si chiama verro e la femmina scrofa, mentre i cuccioli sono detti lattonzoli o anche verretti se di sesso maschile e scrofette se di sesso femminile. È uno degli animali da macello più diffusi e più utilizzati dall'uomo, anche in ragione dell'ampia gamma di sottoprodotti derivati, che vanno da articolatissime specifiche lavorazioni delle sue carni, allo sfruttamento delle setole (secondo un antico adagio, del resto, «del maiale non si butta via niente»). Il maiale domestico e il selvatico cinghiale appartengono entrambi a un'unica specie, essendo interfecondi.

Nell'anatomia generale, il maiale domestico non si discosta molto dal cinghiale: come quest'ultimo possiede infatti un caratteristico grugno mobile e adatto a grufolare nel terreno, una pelle spessa e dotata di uno spesso strato di grasso sottocutaneo, la stessa formula dentaria e canini trasformati in zanne.

Le razze più antiche di maiale dovevano essere molto simili ai cinghiali selvatici, come testimoniato per esempio dalle pitture vascolari greche. La selezione artificiale ha tuttavia modificato numerosi caratteri che hanno fatto sì che molte razze attuali presentino aspetti peculiari. In primo luogo, trattandosi di un animale da carne, si è cercato di accelerarne la crescita e di aumentarne il peso: esistono razze con esemplari che raggiungono e superano i 300 kg, ossia più del doppio di un grosso cinghiale maschio adulto.

Anche il colore della pelle e delle setole è diverso da quello del cinghiale: il classico "maiale rosa" altro non è che un animale dalla cute depigmentata, ma esistono anche maiali neri o pezzati. In alcune razze le setole sono assenti o presenti in numero ridotto; possono inoltre essere presenti delle tettole, ovvero piccole protuberanze pendenti nella parte inferiore del collo.

Le orecchie possono essere erette (come, per esempio, nel cinghiale e nella razza Large White, largamente diffusa in tutto il mondo), oppure pendenti in avanti (come nella razza Landrace), a coprire parzialmente il muso. Un carattere esclusivo di certe razze, che conferisce agli animali un aspetto "a siluro", è la presenza di una o due vertebre soprannumerarie; tale caratteristica aumenta la lunghezza dei lombi del maiale, da cui si ricava carne pregiata.

La coda può essere diritta, curvata a punto interrogativo o arrotolata a formare un ricciolo; termina generalmente con un ciuffo di setole più folte.

Le zampe, corte e forti, sono dotate di due zoccoli centrali maggiori e di due "speroni" laterali che, a differenza di molte altre specie di artiodattili, spesso toccano terra e fungono da sostegno. Gli zoccoli possono allargarsi molto, in modo da ampliare la superficie di appoggio quando il maiale cammina in un terreno fangoso, impedendogli di sprofondare.

I maschi possiedono canini molto sviluppati che, tuttavia, a differenza del cinghiale, restano solitamente all'interno della bocca. In molte razze si possono occasionalmente osservare verri con zanne sviluppate; in particolare i maschi dei maialini pancia a tazza hanno spesso zanne lunghe e ricurve sia nella mascella, sia nella mandibola.

I maiali sono molto prolifici: le scrofe possono dare alla luce anche 8-10 suinetti alla volta, che allattano poi contemporaneamente grazie al grande numero di mammelle, variabile fra 10 e 16. I piccoli alla nascita sono poco più grandi di un ratto; solitamente hanno già una colorazione simile a quella degli adulti, ma vi sono casi in cui i piccoli nascono con un mantello striato simile a quello dei cinghialetti, che poi perdono nei mesi successivi.

L'allevamento del maiale pare antichissimo, e raffigurazioni di suoi presumibili progenitori sono anche nei graffiti della grotta di Altamira (ca. 40.000 a.C.). Intorno al 5.000 a.C. si suppone che sia avvenuta la domesticazione in Cina, e tracce di poco più recenti se ne hanno anche in Mesopotamia. Il maiale è sempre stato di vitale importanza nel sistema alimentare dell'uomo e la sua copiosa produzione lo ha reso di generale popolarità. Molte delle caratteristiche morfologiche o comportamentali del maiale sono anzi entrate nella fraseologia comune presso quasi tutte le culture (per lo più in senso spregiativo o offensivo, sino alla blasfemia).

Le caratteristiche nutrizionali della carne di maiale, ricca di grassi, sono forse all'origine di taluni precetti di alcune religioni (particolarmente di alcune originate in aree calde del Pianeta) che vietano di cibarsene o ne limitano l'assunzione. Il porco peraltro è onnivoro, pertanto nelle aree geografiche desertiche e semidesertiche, contraddistinte da generale scarsità di risorse alimentari, il motivo del precetto religioso che ne vieta la presenza, oltre che la consumazione delle carni e dei sottoprodotti, può essere ravvisato nel fatto che, sul piano alimentare, esso si pone in concorrenza diretta con l'uomo: il suo allevamento pertanto non potrebbe avvenire che a discapito della disponibilità di cibo per la specie umana. Secondo un'altra teoria, il motivo è che il maiale ha bisogno di molta acqua per l'allevamento, e se i ricchi "sprecassero" la poca acqua di quelle regioni per l'allevamento di maiali, non ce ne sarebbe per il resto della popolazione.

La domesticazione del maiale non è profonda, nel senso che il maiale lasciato libero immediatamente rinselvatichisce senza grossi problemi di riadattamento, e può presentare mutazioni morfologiche in tempi sorprendentemente rapidi; del resto, la differenza stessa fra i maiali selvatici ed il maiale d'allevamento è relativa.

La vita del maiale d'allevamento non è lunga. Nei moderni allevamenti nasce in tutti i mesi dell'anno. Le cucciolate sono normalmente da circa dieci - dodici piccoli. Alla nascita il lattonzolo pesa da uno a due chili. La scrofa partorisce due volte all'anno; in realtà la somma delle durate delle due gestazioni è meno di un anno solare. Il periodo di gestazione è di circa 114 giorni che equivalgono a tre mesi tre settimane e tre giorni. Negli allevamenti, per evitare che la scrofa schiacci inavvertitamente i piccoli, essa viene fatta partorire ed allevare la prole in una gabbia che la contiene appena e nella quale non può muoversi liberamente. In natura questo non avviene, poiché i maiali selvatici costruiscono dei giacigli di rami e foglie, che consentono ai piccoli di spostarsi rapidamente, cosa che invece non possono fare sul cemento. Il periodo di svezzamento di norma, negli allevamenti, dura circa un mese.

A seconda dello scopo per cui vengono allevati gli animali, esiste un'importante suddivisione: suino leggero e suino pesante. Il primo viene macellato quando raggiunge al massimo i 100–110 kg di peso vivo, il secondo tra i 150 e i 180 kg (mediamente attorno ai 160 kg). L'allevamento del suino pesante è una realtà specificatamente italiana e molto raramente spagnola (il resto del mondo occidentale alleva solo suini leggeri). La stragrande maggioranza dei suini allevati in Italia segue questa filiera.

La provincia italiana con la più alta concentrazione di suini è quella di Mantova, dove per ogni abitante ci sono in media quattro suini.

Il maiale è ampiamente utilizzato come organismo modello, in particolare per la ricerca inerente alle patologie cardiovascolari. Il maiale, infatti, è anzitutto molto simile all'uomo dal punto di vista genetico. Rispetto ai topi (gli organismi modello d'elezione), inoltre, il suo sistema cardiovascolare è molto più maneggevole e simile a quello umano. Esistono dunque modelli suini per patologie vascolari di grande incidenza nell'uomo come l'aterosclerosi o la restenosi.

I suini sono anche gli organismi di elezione per lo studio e l'applicazione degli xenotrapianti: pur essendo il genoma umano molto più simile a quello dei primati che non a quello suino, il maiale è certamente un animale che, anche grazie alle millenarie conoscenze agrotecniche riguardo al suo allevamento, può essere cresciuto molto più agevolmente delle scimmie antropomorfe.

In varie religioni il maiale riveste un significato trascendente, per il fatto di essere oggetto di prescrizioni alimentari religiose.

Nel giudaismo e nell'islamismo si osserva la prescrizione di non mangiare carne di maiale, considerata impura.

L'origine della prescrizione nella religione ebraica è scritta nel libro del Levitico 11,7-8

«...il porco, perché ha l'unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri; li considererete immondi.»
e nel Deuteronomio 14,8

«...anche il porco, che ha l'unghia bipartita ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri.»
L'origine della prescrizione nella religione islamica è fondata nei seguenti versi del Corano, Sura II, 173:

«In verità vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di Dio.»
Un caso significativo è la persecuzione di cui furono vittima i giudei dell'epoca maccabeica (Primo e Secondo libro dei Maccabei): la legge istituita da Antioco IV Epifane rendeva obbligatorio mangiare carne suina e molti giudei, tra i quali spicca la figura di Eleazaro, affrontarono la morte per non tradire la legge dei loro padri.

In altre religioni, invece, il maiale può essere un simbolo di fertilità, abbondanza e ricchezza. Si veda ad esempio il mito di Gullinbursti nella mitologia norrena.

Nella religione cristiana non esistono prescrizioni particolari riguardo al maiale; tuttavia in molti paesi a prevalenza cristiana una reminiscenza della reputazione "immonda" del maiale è riscontrabile nel fatto che il nome della divinità o della Madonna associato a quello del maiale costituisce la più diffusa forma di bestemmia.

Esistono popolazioni di maiali rinselvatichite in varie parti del mondo che, laddove condividano l'ambiente con cinghiali selvatici con i quali spesso si incrociano, rappresentano un notevole rischio di inquinamento genetico per le popolazioni originarie, specie laddove queste siano di origine autoctona e non frutto di reintroduzioni a scopo venatorio. Altro rischio sono i virus della peste suina classica e peste suina africana innocui per l' uomo ma che se già presenti in una delle 2 popolazioni si trasmettono dai maiali bradi, semibradi o rinselvatichiti al cinghiale ed anche viceversa causando seri problemi non solo alla salute degli animali ma anche e soprattutto dal punto di vista economico e di scambi commerciali con zone indenni.


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domenica 8 marzo 2015

IL CINGHIALE

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Il cinghiale (Sus scrofa Linnaeus, 1758) è un mammifero artiodattilo della famiglia dei Suidi.

Da sempre considerato al contempo una preda ambita per la sua carne ed un fiero avversario per la sua tenacia in combattimento, in virtù di questo strettissimo legame con l'uomo il cinghiale appare assai frequentemente, e spesso con ruoli da protagonista, nella mitologia di moltissimi popoli, e solo nel corso del secolo passato ha cessato di essere una fonte di cibo di primaria importanza per l'uomo, soppiantato in questo dal suo discendente domestico, il maiale.

Originario dell'Eurasia e del Nordafrica, nel corso dei millenni il cinghiale è stato a più riprese decimato e reintrodotto in ampie porzioni del proprio areale ed anche in nuovi ambienti, dove si è peraltro radicato talmente bene, grazie alle sue straordinarie doti di resistenza ed adattabilità, che al giorno d'oggi viene considerato una delle specie di mammiferi a più ampia diffusione e risulta assai arduo tracciarne un profilo tassonomico preciso, in quanto le varie popolazioni, originariamente pure, hanno subito nel tempo l'apporto di esemplari alloctoni o di maiali rinselvatichiti.

Gli esemplari adulti misurano fino a 180 cm di lunghezza, per un'altezza al garrese che può sfiorare il metro ed un peso massimo di un quintale circa. Sussistono tuttavia grandi variazioni di dimensioni e peso a seconda delle sottospecie, con tendenza all'aumento dei sopracitati parametri in direttrice Sud-Ovest/Nord-Est: gli esemplari spagnoli di cinghiale, infatti, raramente superano gli 80 kg di peso, mentre in Russia si avrebbe notizia di esemplari di peso superiore ai tre quintali. In ogni caso, i maschi hanno dimensioni e peso ben maggiori rispetto alle femmine.

Nelle Alpi Italiane il peso dei cosiddetti "neri", soggetti con mantello scuro, grigio-nerastro, morfologicamente adulti, oscilla tra i 100 ed i 200 kg: nel centro e sud Italia, invece, il peso medio è sugli 80–90 kg, con esemplari che possono raggiungere il quintale e mezzo di peso.

Il cinghiale ha costituzione massiccia, con corpo squadrato e zampe piuttosto corte e sottili: ciascun piede è dotato di quattro zoccoli, dei quali i due anteriori, più grossi e robusti, poggiano direttamente sul terreno, mentre i due laterali sono più corti e poggiano sul terreno solo quando l'animale cammina su terreni soffici o fangosi, favorendo una migliore distribuzione del peso ed impedendogli di sprofondare. Nonostante le piccole zampe, il cinghiale si muove piuttosto velocemente, solitamente al trotto, è in grado di galoppare molto velocemente anche nel fitto del bosco (ad esempio durante una carica od una fuga), seguendo quasi sempre traiettorie rettilinee.

La coda è pendula e può misurare fino a 40 cm di lunghezza: essa è interamente ricoperta di setole, che vanno a formare un ciuffetto di peli al suo apice. L'animale la agita nervosamente quando è infastidito od irritato, ma essa trova un ottimo impiego anche come scacciamosche.

La testa è grande e massiccia, dotata di un lungo muso conico che termina in un grugno (o grifo) cartilagineo che poggia su un disco muscolare, che gli assicura una grande mobilità e precisione: grazie alla ricca innervazione, il grugno del cinghiale possiede inoltre una grande sensibilità tattile ed olfattiva. Il grugno è assicurato al muso grazie ad un apposito osso prenasale assai allungato, detto osso fognaiuolo. La fronte, soprattutto nei vecchi maschi, è praticamente perpendicolare al resto del muso. Il collo è corto e tozzo: soprattutto nei mesi invernali, quando l'animale è ricoperto da un pelo più folto, esso appare praticamente assente, con la testa che pare innestarsi direttamente sul torso.

Gli occhi sono obliqui, piuttosto piccoli e posti lateralmente sul cranio, per assicurare al cinghiale una visione quanto più ampia possibile di ciò che gli accade attorno e non essere perciò preso alla sprovvista: la vista è tuttavia piuttosto debole, a vantaggio di altri sensi, come l'olfatto e l'udito. Le orecchie sono di media grandezza e vengono portate diritte.

La dentatura del cinghiale si compone di 44 denti, che ne rivelano le abitudini alimentari opportunistiche: si possono contare in totale dodici incisivi, quattro canini, sedici premolari e dodici molari. Gli incisivi ed i premolari tendono a cadere con l'età, mentre i molari sono permanenti: essi hanno forma appiattita e servono a triturare il cibo.

Sono però i canini, spesso chiamati anche zanne, la caratteristica principale del cinghiale, quella che per prima risalta nell'immaginario collettivo. Si tratta di denti a crescita continua, presenti in ambedue i sessi, ma che tuttavia solo nel maschio hanno dimensioni tali da protrudere al di fuori della bocca, inarcandosi verso l'alto. I canini inferiori (detti difese) sono più grandi di quelli superiori (detti coti): essi sono profondamente conficcati nella mandibola e possono raggiungere (sempre nel cinghiale maschio) in casi eccezionali i 30 cm di lunghezza, mentre sono considerabili normali delle lunghezze comprese fra i 15 ed i 20 cm, di cui comunque meno della metà protrudono dalla bocca; i canini inferiori crescono con un'incurvatura verso l'alto di 180°, andando a creare interferenza con i canini superiori e mantenendoli sempre affilati. In ogni caso, zanne eccessivamente lunghe risultano svantaggiose per l'animale, in quanto incurvandosi all'indietro divengono inutili come arma d'offesa. Le zanne cominciano a spuntare a partire dal secondo anno d'età, e nel giro di un anno le inferiori oltrepassano di misura le superiori in lunghezza.

Nelle femmine i canini inferiori misurano sempre meno di 10 cm, mentre i canini superiori sono piccoli e rivolti verso il basso: solo nelle femmine più anziane essi possono mostrare una tendenza a piegarsi verso l'alto. Lo sfregamento fra canini superiori ed inferiori e fra canini superiori ed incisivi inferiori, coi quali essi combaciano, fa sì che le zanne mantengano sempre un orlo tagliente. Le zanne hanno per il cinghiale una duplice funzione: esse vengono infatti utilizzate sia come strumenti da lavoro, ad esempio per facilitare l'attività di scavo nel terreno, che come strumenti di difesa od offesa, per difendersi dai predatori o per competere con gli altri esemplari durante il periodo degli amori.

La pelle è molto spessa e poco vascolarizzata, spesso con presenza di cuscinetti adiposi sottocutanei: essa costituisce una vera e propria corazza, che rende l'animale virtualmente immune alle punture d'insetto ed alle piante spinose del sottobosco, e lo preserva addirittura dai morsi di vipera (a meno che questi non vengano assestati in punti nevralgici, come il grugno). Essa è quasi totalmente ricoperta (ad eccezione di alcune parti della testa e della parte inferiore delle zampe) da setole rigide, frammiste ad un sottopelo lanoso più fine e morbido, che ha lo scopo di isolare termicamente il corpo. Le setole sono rivolte all'indietro (verso la coda) su tutto il corpo, tranne che sul petto e ventre, dove esse sono rivolte in avanti. Sulla fronte e sulle spalle il manto va a formare una sorta di criniera, più evidente in alcune sottospecie rispetto ad altre: quando l'animale è irritato od impaurito, la criniera viene drizzata, rendendo l'animale ancora più grande e massiccio alla vista di quanto non sia in realtà.

Il mantello invernale, folto e di colore scuro, nei mesi primaverili lascia il posto al mantello estivo, con perdita della maggior parte del sottopelo e setole dalla punta di colore chiaro. La colorazione del manto varia anche di molto a seconda della popolazione di cinghiali presa in considerazione, mantenendosi tuttavia in un range di colori che va dal bruno-rossiccio al nerastro: in Asia Centrale vi è un'inusuale abbondanza di esemplari di colore biancastro (ma non albini), in Russia occidentale sono frequenti animali di colore rossiccio, mentre in Manciuria abbondano gli esemplari nerastri. Sporadicamente (con una frequenza di tre individui ogni cento circa) vengono avvistati cinghiali con pezzature scure di varia grandezza sul manto: tale mutazione recessiva si è dimostrata frutto di incroci in tempi più o meno recenti con maiali domestici.

Gli individui pezzati, come dimostrato da studi compiuti negli anni settanta, avrebbero indici di mortalità più elevati rispetto ai conspecifici "normali", poiché il loro pelo sarebbe meno termoisolante. Il verso del cinghiale è il grugnito, del tutto simile a quello del maiale: messo di fronte a un pericolo, tuttavia, l'animale sbuffa rumorosamente dalle narici ed emette un brontolio gutturale. Qualora spiazzato od impaurito, invece, il cinghiale emette un acuto gemito.

Si tratta di animali dalle abitudini crepuscolari e notturne: durante il giorno, i cinghiali riposano distesi in buche nel terreno che essi stessi scavano col muso e gli zoccoli fra i cespugli, per poi ingrandirle con l'usura. Durante l'inverno, tali buche vengono spesso imbottite con frasche e foglie secche. Numerosi punti di riposo si trovano anche lungo i tragitti percorsi dagli animali durante la notte, che collegano le zone di foraggiamento con la tana principale e gli abbeveratoi. Alcuni individui sono stati osservati strappare l'erba alta e le canne per poi porli fra i rami bassi ed i cespugli, in modo tale da crearsi dei ripari: in questo senso, i cinghiali sarebbero fra i pochissimi ungulati (assieme ad altri suidi) a costruirsi una tana.

I cinghiali sono animali sociali, che vivono in gruppi composti da una ventina di femmine adulte coi propri cuccioli, guidate dalla scrofa più anziana: in alcune zone con grande ricchezza di cibo, tuttavia, si trovano gruppi comprendenti anche più di 50 animali, spesso frutto della fusione di più gruppi. I maschi più anziani conducono una vita solitaria per la maggior parte dell'anno, mentre i giovani maschi che ancora non si sono accoppiati tendono a riunirsi in gruppetti. Ciascun gruppo occupa un proprio territorio, che si estende su un'area di una ventina di chilometri quadrati circa d'ampiezza e viene delimitato tramite secrezioni odorose della zona labiale ed anale: i territori dei maschi sono solitamente più grandi di quelli delle femmine, anche del doppio. Generalmente, il gruppo rimane nello stesso territorio finché le risorse sono sufficienti al proprio sostentamento, per poi abbandonarlo alla ricerca di aree più ricche di cibo qualora la disponibilità alimentare diminuisca: questo spiega l'apparizione improvvisa di cinghiali in aree dove storicamente la loro presenza non è contemplata.

I vari esemplari comunicano fra loro attraverso una vasta gamma di suoni, che comprendono una serie di grugniti a varie frequenze, come anche grida e ruggiti che possono avere la funzione di comunicare la propria appartenenza ad un gruppo o la disponibilità all'accoppiamento ed al combattimento: l'emissione di suoni si accompagna anche alla comunicazione olfattiva tramite gli odori corporei o le secrezioni ghiandolari. Spesso gli esemplari di uno stesso gruppo praticano una sorta di grooming, lisciandosi vicendevolmente il pelo del dorso con la lingua od il grugno.

I cinghiali sono noti per il temperamento aggressivo: qualora presi alla sprovvista o messi alle strette, infatti, questi animali, anche se feriti o debilitati, attaccano senza pensarci due volte, combattendo strenuamente e risultando molto pericolosi. La diversa conformazione delle zanne nei due sessi provoca anche una diversa reazione davanti al pericolo: mentre il maschio carica a testa bassa, per poi menare fendenti verso l'alto e lateralmente, al fine di sventrare l'aggressore, la femmina si getta sul nemico tenendo la bocca aperta ed azzannandolo a ripetizione, spesso infierendo sul suo corpo anche dopo averlo atterrato. Gli attacchi dei cinghiali, sebbene raramente mortali per i grossi predatori come l'uomo o l'orso, lasciano spesso ricordi indelebili nell'aggressore, sotto forma di cicatrici e mutilazioni.

Nonostante la credenza popolare, che vede il cinghiale come un animale sudicio, si tratta di animali che curano molto la loro igiene: l'abitudine di rotolarsi nel fango, detta insoglio, è la prima azione che l'animale compie dopo essersi svegliato ed ha la duplice funzione di rinfrescare il corpo nei mesi caldi, proteggendolo inoltre da scottature dovute ai raggi solari, oltre che di favorire la cicatrizzazione delle numerose ferite, di entità più o meno grave, che l'animale si procura in combattimento od attraverso il semplice movimento nel sottobosco spinoso. Per scrostarsi di dosso il fango essiccato, poi, l'animale si sfrega periodicamente contro superfici verticali, come massi e tronchi d'albero (soprattutto querce ed abeti rossi). Laddove siano assenti pozze d'acqua atte all'insoglio, il cinghiale ne ricava una smuovendo la terra col grugno ed urinandovi, per poi rotolarsi nell'impasto ottenuto.

I cinghiali sono animali grossi e forti, che non esitano ad attaccare per primi se disturbati: per questo motivo, è abbastanza raro che un predatore scelga di cacciare questi animali, qualora disponga di altre specie meno impegnative da cacciare. Il principale predatore dei cinghiali è l'uomo: nelle regioni in cui le due specie si trovano a convivere, tuttavia, anche le tigri cacciano occasionalmente i cinghiali, piombando loro addosso dall'alto e finendoli velocemente con un morso alla gola, per evitare che l'animale, riavutosi dalla sorpresa e dallo spavento, reagisca ed attacchi a sua volta.

Anche il lupo si dimostra un temibile predatore per il cinghiale: nonostante tendano a nutrirsi dei cuccioli lasciati temporaneamente incustoditi dalle femmine, alcune popolazioni locali di lupo (fra cui quelle italiane, siberiane e spagnole) si nutrono abitualmente anche di cinghiali adulti. Il metodo di caccia raramente è impostato su un attacco diretto al cinghiale, che reagirebbe caricando a testa bassa e facendo strage di lupi prima di venire sopraffatto dal numero degli assalitori: gli attacchi avvengono generalmente alle spalle (con qualche lupo che distrae l'animale) e vengono indirizzati alla zona di carne morbida del perineo, provocando la morte dell'animale per dissanguamento. È stato dimostrato che la comparsa del lupo nelle Alpi Italiane (o sarebbe meglio dire ricomparsa), ha portato ad una scomparsa nelle valli in cui si è insediato dei cinghiali femmine e dei piccoli (che mediamente sono migrate nelle valli vicine), lasciando solo i maschi che possono opporre una resistenza agli attacchi dei lupi. La caccia da parte dei lupi rende i cinghiali più aggressivi nei confronti di qualsiasi canide.
Altri predatori occasionali di cinghiali sono i grossi orsi (che predano questi animali soprattutto in prossimità dell'inverno, quando hanno bisogno di incrementare le proprie scorte di grasso), le iene striate (di cui si pensa però che solo le sottospecie di maggiori dimensioni possano cacciare un cinghiale adulto con successo) ed i coccodrilli.

Si tratta di animali dalla dieta onnivora e molto varia, come dimostra la dentizione mista e lo stomaco scarsamente specializzato (solo due compartimenti, a differenza dei tre dei pecari e dei quattro dei ruminanti): pur nutrendosi principalmente di materiale vegetale, come ghiande (nei periodi in cui queste sono particolarmente abbondanti il cinghiale non mangia praticamente altro), frutti, bacche, tuberi, radici, e funghi, il cinghiale non disdegna di integrare di tanto in tanto la propria dieta con materiale di origine animale, come insetti ed altri invertebrati, uova e talvolta anche carne e pesce, provenienti questi principalmente da carcasse dissotterrate o trovate nei pressi dell'acqua.

Ogni tanto, i cinghiali cacciano attivamente, scegliendo come proprie vittime piccoli animali come rane e serpenti, ma anche prede di una certa dimensione, come cerbiatti ed agnelli. Il finissimo olfatto di questo animale gli consente di fiutare il cibo anche qualora questo si trovi sottoterra.

A seconda del clima e della disponibilità di cibo, la femmina può andare in estro da una a tre volte l'anno, con estro di tre giorni su cicli di tre settimane: in Italia le nascite si concentrano in primavera ed alla fine dell'estate. Le femmine tendono a sincronizzare il loro ciclo estrale, in modo tale da allevare cuccioli di età il più simili possibile, massimizzando le probabilità di sopravvivenza della prole.
Durante il periodo degli amori, i maschi abbandonano la vita solitaria per aggregarsi ai gruppi di femmine, spesso percorrendo anche grandi distanze sulla scia delle piste odorose e non nutrendosi né riposando per raggiungerne uno al più presto: una volta raggiunto il gruppo, per prima cosa il maschio allontana i giovani che dovessero ancora trovarsi assieme alla femmina.

La presenza di numerosi maschi adulti in un gruppo, tuttavia, genera tensioni che si risolvono spesso in aspri combattimenti: prima del combattimento vero e proprio, in ogni caso, i maschi compiono tutta una serie di rituali di minaccia, consistenti nel faccia a faccia fra i due contendenti, che cominciano a spruzzare urina e raspare il terreno, sbattendo i denti e schiumando saliva per intimorire l'avversario: solo se questo rituale non scoraggia nessuno dei due maschi si passa alle vie di fatto. Durante il combattimento, i maschi cozzano testa contro testa, parando i colpi proprio con l'armatura: ciò non scongiura tuttavia il rischio di procurarsi lesioni anche gravi, sebbene assai raramente mortali. Per far fronte a tali episodi violenti, durante il periodo degli amori i cinghiali maschi sviluppano la cosiddetta "armatura", ossia un ispessimento cutaneo ed adiposo che ricopre il collo e le spalle fino all'altezza dell'ultima costola.

Una volta decretato il vincitore, comincia la fase del corteggiamento: il maschio, emettendo un suono simile al rombo di un motore endotermico, comincia ad inseguire la femmina più vicina. Una volta raggiuntala, esso comincia a massaggiarle in maniera piuttosto rude la schiena ed i fianchi col grugno, emettendo al contempo dei suoni particolari in maniera ritmica: in tal modo la femmina pronta all'accoppiamento si immobilizza, come ipnotizzata, permettendo al maschio di montarla. L'accoppiamento dura circa cinque minuti ed avviene numerose volte e con numerose femmine (fino ad otto per i maschi più forti e vigorosi), fino alla fine dell'estro della femmina: a questo punto, il maschio abbandona il gruppo e torna alla sua vita solitaria, almeno fino al periodo degli amori successivo.

La gestazione dura fino a cinque mesi (in Italia, secondo il detto popolare, la gravidanza del cinghiale dura "tre mesi, tre settimane e tre giorni"): in prossimità del parto, la femmina si isola dal resto del gruppo per costruirsi una tana nel folto della vegetazione, simile ai giacigli che essa è solita usare per la notte. Tale tana spesso ha apertura rivolta verso sud, sicché può essere meglio riscaldata dai raggi solari. In questa tana vengono dati alla luce i cuccioli, che sono in numero variabile da tre a dodici per ciascuna cucciolata. Alla nascita, i piccoli hanno gli occhi aperti e si affannano nella ricerca di uno dei dodici capezzoli materni, disposti in due file lungo il ventre della femmina: in caso di cucciolate particolarmente abbondanti, i cinghialetti più deboli sono perciò destinati a morire d'inedia.

Il pelo del cucciolo è brunastro o rossiccio, con le punte dei peli giallastre, che contribuiscono a renderlo più chiaro di quanto non sia in realtà: su schiena e fianchi sono presenti 4-5 striature orizzontali di un colore che va dal bianco al beige, che danno un forte effetto criptico sul sottobosco e sulla copertura di foglie morte del terreno. Ulteriori striature sono presenti sulla spalla e sul posteriore, mentre maculature dello stesso colore possono essere presenti sul muso del cucciolo: la disposizione delle strisce varia da individuo a individuo, sicché è possibile riconoscere individualmente i giovani cinghialetti.

Per la prima settimana dopo il parto, la femmina di cinghiale abbandona rarissimamente la tana coi cuccioli, e se lo fa ha cura di nascondere la cucciolata coprendola con frasche e foglie durante la sua assenza. Le femmine sono estremamente protettive nei confronti della propria prole: durante l'allevamento della cucciolata, infatti, esse diventano estremamente pericolose in quanto aggrediscono con potenti morsi alle zampe ed al corpo qualsiasi intruso che per loro potrebbe rappresentare un pericolo per la progenie, sia esso un pericoloso predatore od anche solamente un ignaro visitatore a passeggio per il bosco. Qualora venga sottratto loro un figlio, le femmine inseguono il rapitore al galoppo per svariati chilometri.

A una settimana di vita, i cuccioli sono in grado di seguire la femmina nei suoi spostamenti, tornando alla tana solo durante la notte. A due settimane di vita, i piccoli cinghialetti cominciano a grufolare nel terreno e ad assaggiare del cibo solido, ma continuano tuttavia a succhiare il latte materno almeno fino a tre mesi di vita: lo svezzamento può dirsi completato solo dopo il quarto mese, ed è solo dopo questo traguardo che la femmina ed i cuccioli (che proprio attorno al quarto mese perdono la colorazione giovanile del pelo, per acquisire la colorazione subadulta) fanno ritorno al proprio branco d'origine.

L'indipendenza viene raggiunta attorno al settimo mese di vita, tuttavia i cuccioli tendono a restare con la madre anche fino ad un anno d'età, quando vengono scacciati dai maschi adulti bramosi di accoppiarsi con la femmina. Le femmine raggiungono la maturità sessuale attorno all'anno e mezzo di vita, mentre i maschi sono più tardivi e non completano lo sviluppo prima del secondo anno d'età: raramente però riusciranno ad accoppiarsi prima del compimento del quinto anno, a causa della competizione con altri maschi più anziani e forti.

La speranza di vita dei cinghiali si aggira, in natura, attorno ai 10 anni, mentre in cattività possono sfiorare il trentesimo anno d'età.

Il cinghiale è originario dell'Eurasia e del Nordafrica: esso era inoltre diffuso in tempi storici anche in Inghilterra ed Irlanda. La forte pressione venatoria alla quale questo animale è stato praticamente da sempre sottoposto da parte dell'uomo ne provocò la scomparsa dalle isole britanniche probabilmente durante il corso del XIII secolo, salvo poi esservi reintrodotto a più riprese fra il 1610 (da parte di re Giacomo I) ed il 1700: questi tentativi di reintroduzione del cinghiale, peraltro, si risolsero sempre in un fallimento, in quanto la pressione venatoria sulle popolazioni introdotte era sempre maggiore rispetto al ritmo riproduttivo di queste ultime.

Il cinghiale fu inoltre importato dagli spagnoli in Nordamerica attorno alla metà del Cinquecento: attualmente, esso si è naturalizzato in vaste aree degli Stati Uniti, dove è conosciuto col nome colloquiale di razorback. Nel 1900, il cinghiale era sparito dalla Danimarca, dalla Tunisia e dal Sudan, mentre era sull'orlo dell'estinzione in Germania, Austria e Russia. La popolazione francese di cinghiali, invece, rimaneva stabile.

A partire dal 1950 l'areale del cinghiale tornò ad espandersi e questi animali riconquistarono vaste porzioni del loro areale, diffondendosi a nord fino ad Arcangelo, oltre che in Danimarca e Svezia, complici le fughe di esemplari allevati in cattività ed in seguito rinselvatichitisi. L'esplosione demografica del cinghiale negli anni del Dopoguerra è dovuta a una serie di cause concatenate: fra queste, la più importante è sicuramente lo spopolamento delle zone rurali e di media montagna a causa dell'ingente flusso migratorio verso le aree urbane, col conseguente abbandono di vaste aree rurali che vennero prontamente ricolonizzate dagli abitanti del bosco, fra cui per l'appunto il cinghiale.

In Italia la specie è distribuita, seppure con areale discontinuo, dalla Valle d'Aosta fino alla Calabria, oltre che in Sardegna, in Sicilia, nell'isola d'Elba ed in altre piccole isole, dove però è stato introdotto dall'uomo in tempi recenti. Popolazioni meno numerose si incontrano in alcune regioni prealpine e sui monti di Lombardia, Veneto, Trentino e Friuli. È stato inserito nell'elenco delle 100 tra le specie invasive più dannose al mondo.

I cinghiali europei sono tipici abitatori dei boschi ben maturi ed in particolare dei querceti, mentre le sottospecie africane ed asiatiche sembrano preferire le aree aperte e paludose: in generale il cinghiale si dimostra però assai adattabile in termini di habitat, e colonizza praticamente ogni tipo di ambiente a disposizione. Nei territori occupati dai cinghiali deve tuttavia essere sempre presente una fonte d'acqua, dalla quale l'animale non si allontana mai molto.

Pertanto, il cinghiale evita le aree desertiche, rocciose e quelle a forte precipitazione nevosa, dove per l'animale risulta disagevole grufolare. I cinghiali, tuttavia, tollerano molto bene il freddo (resistono a temperature di decine di gradi al di sotto dello zero), mentre sono meno adattabili a climi eccessivamente caldi, dove danno segni di sofferenza: l'umidità dell'ambiente li interessa relativamente poco, grazie al pelo altamente isolante.

In ambienti boschivi in cui la specie è autoctona, il cinghiale svolge un'azione benefica, in quanto la sua continua opera di scavo nello strato superficiale del terreno contribuisce all'aerazione del terreno, alla diminuzione della presenza di larve d'insetti nocivi ed all'interramento di semi, favorendo quindi lo sviluppo del manto boschivo. La riduzione dell'habitat, tuttavia, ha provocato la concentrazione in zone ristrette di un gran numero di animali, il che a lungo andare provoca danni sia alla copertura arborea (che viene consumata e non rinnovata perché anche i semi e le giovani piante vengono consumati) che alla presenza animale nella zona: in particolare, è stato dimostrato un legame fra la presenza massiccia di cinghiale e la diminuzione del numero dei Cervidi presenti nell'area, oltre che di varie specie di Galliformi, come il gallo forcello, la pernice rossa ed il fagiano.

Nelle aree nelle quali questo animale viene introdotto, invece, esso si dimostra estremamente nocivo, in quanto soppianta altre specie di suidi e pecari eventualmente presenti nella zona e devasta le aree forestali con la sua continua opera di scavo. Esso inoltre causa il declino e la scomparsa di molte specie rettili, anfibi ed uccelli terricoli, in quanto si nutre attivamente sia degli animali che delle loro uova: per questo motivo, in molte aree in cui questo animale è stato introdotto vengono periodicamente organizzate battute di caccia per diminuirne drasticamente il numero.

Qualora il loro habitat confini con aree rurali, i cinghiali non esitano a lasciare nottetempo la copertura boschiva ed avventurarsi nelle piantagioni, dove oltre a fare incetta dei prodotti coltivati devastano anche il terreno con il loro scavo, provocando danni anche ingenti: in alcune zone addirittura più dell'80% dei fondi per il risarcimento di danni causati da fauna selvatica viene destinato a cause riguardanti danni provocati proprio dai cinghiali.

Nelle aree a forte presenza umana, invece, i cinghiali possono lasciare i boschi per abbandonarsi a sortite notturne o mattutine nelle periferie urbane o nelle discariche, dove non esitano a nutrirsi del materiale organico contenuto nell'immondizia e possono causare danni ai veicoli che eventualmente transitano in zona; a Genova, per ridurre il fenomeno, sono state previste nel 2009 delle battute di caccia al cinghiale alla periferia cittadina, mentre a Milano nel giugno 2009 un cinghiale adulto, entrato in città, è stato ripescato dall'Alzaia del Naviglio Grande.

Da sempre apprezzato come vivanda, ma allo stesso tempo considerato un avversario fiero e temibile dalle popolazioni primitive, non c'è dunque da stupirsi se il cinghiale sia una presenza costante nelle mitologie antiche.

Nella cultura dell'antica Grecia, il cinghiale era visto come simbolo di morte: questo perché la stagione di caccia a questi animali si apriva il 23 di settembre, giorno vicino alla fine dell'anno. Il cinghiale era inoltre simbolo dell'oscurità in lotta con la luce, a causa delle sue abitudini notturne e della colorazione scura del manto.

Nella mitologia greca risaltano due cinghiali leggendari: il primo è il ben conosciuto cinghiale di Erimanto, ferocissimo animale che Eracle domò come terza delle sue dodici fatiche, mentre il secondo è il cinghiale calidonio, poderosa bestia mandata sulla terra da Ares come punizione per Adone ed uccisa nella caccia calidonia, alla quale partecipò la maggior parte degli eroi della mitologia greca.

Nella mitologia celtica, il cinghiale era invece considerato l'animale simbolo della divinità Arduina e molte storie mitologiche (come quella di Fionn mac Cumhaill nella mitologia irlandese) sono incentrate proprio attorno alla caccia di questo animale.

Nella mitologia norrena, il cinghiale è associato alla fertilità ed è fedele accompagnatore degli dei Freyr (il cui cinghiale si chiama Gullinbursti) e Freyja (il cui cinghiale si chiama Hildisvíni): si pensa che la figura di Freyr col suo cinghiale sia stata poi trasfigurata nella cristianità in quella di San Nicodemo da Cirò o di Sant'Antonio Abate, ambedue spesso raffigurati in compagnia di questo animale.

Nella Persia dell'impero sasanide i cinghiali erano considerati meritevoli di rispetto in quanto creature coraggiose e sprezzanti del pericolo, tanto che l'aggettivo Boraz o Goraz (cinghiale) veniva aggiunto al nome di una persona per sottolinearne il coraggio in battaglia. Nella mitologia indiana il cinghiale invece rappresenta Varaha, il terzo avatar di Vishnu.

Il cinghiale è piuttosto comune nell'araldica di alcune zone, come la Germania meridionale e l'Italia settentrionale: si può però trovare anche negli stemmi di alcune zone dell'Italia meridionale. Ad esempio, questo animale è rappresentato negli stemmi delle città di Benevento e di Apricena (comune in provincia di Foggia il cui nome deriverebbe dal latino aper, "cinghiale", e coena, "cena", in riferimento a un grande banchetto che, secondo una leggenda, ivi si tenne in presenza dell'imperatore Federico II per festeggiare la cattura per l'appunto di un enorme cinghiale) e di una provincia del Regno di Napoli, l'Abruzzo Citra, così come nello stemma dell'attuale corrispondente di quest'ultima, vale a dire la provincia di Chieti.

Il cinghiale rappresenta generalmente la forza ed il coraggio in battaglia. La sua presenza negli stemmi è solitamente associata alla presenza in tempi passati nella zona di tribù galliche o celtiche, che al cinghiale erano particolarmente devote perché legate ad esso sia da vincoli religiosi che alimentari, in quanto la caccia al cinghiale era una delle fonti primarie di sostentamento di queste popolazioni (basti pensare alla saga di Asterix, nella quale ogni avventura dei due protagonisti termina con una grande tavolata a base di cinghiale arrosto).

Gli antichi Romani mutuarono l'utilizzo di questo animale in araldica proprio delle tribù galliche stanziate nella Pianura Padana. Almeno tre legioni romane, infatti, avevano per emblema uno di questi animali: Legio I Italica, Legio X Fretensis, Legio XX Valeria Victrix. La seconda delle tre fu coinvolta nella prima guerra giudaica, e secondo alcune teorie i massacri e le distruzioni perpetrati in Giudea sotto l'insegna raffigurante il cinghiale sarebbero fra le cause dell'avversione giudea verso tutto ciò che è suino.

Il cinghiale (sotto forma di scrofa semilanuta) è anche uno dei simboli della città di Milano: come riferito nel libro Emblemata di Andrea Alciato, edito nel 1584, durante gli scavi per edificare le mura difensive della città venne dissotterrato proprio uno di questi animali. Al di fuori delle motivazioni leggendarie, si ha motivo di credere che la scelta sia caduta proprio su questo animale poiché la tribù celtica degli Edui, stanziata nella zona dove sorse la città e probabilmente fra le sue fondatrici, aveva come animale totemico proprio il cinghiale. Il cinghiale raffigurato nello stemma, tuttavia, possiede un inusuale vello lanoso: ciò è dovuto alla fusione dell'animale con l'ariete, animale totemico dell'altra tribù fondatrice della città, vale a dire quella dei Biturigi. Proprio questa "scrofa mediolanuta" starebbe all'origine del nome latino della città di Milano, Mediolanum: attualmente, tuttavia, si è più propensi a credere che il nome della città derivi da qualche toponimo celtico significante "in mezzo alla pianura".

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