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martedì 21 luglio 2015

LA MOSCA



La mosca domestica è un insetto cosmopolita che vive in associazione con l’uomo, all’esterno e all’interno delle abitazioni. Non morde e non punge e rompe le scatole, ma si comporta da commensale e si nutre di cibi liquidi che aspira con la sua proboscide. Gli adulti trascorrono l’inverno in rifugi ben riparati, dai quali escono in marzo. Le femmine fecondate depongono circa 150 uova su sostanze di origine animale o vegetale, anche in decomposizione, e sugli escrementi, ove le larve si nutrono e si sviluppano; al momento di trasformarsi in pupe si portano nel terreno. Nelle regioni europee la mosca domestica può avere fino a 5 generazioni all’anno, visto che una decina di giorni le sono sufficienti per passare dallo stadio di larva a quello di individuo adulto, in grado a sua volta di riprodursi. Può essere un importante vettore di vari germi patogeni (dalla tubercolosi alla dissenteria), di vermi intestinali e amebe, dal momento che si posa sui più disparati materiali infetti e poi sui cibi e sulle stoviglie.

La mosca domestica si è evoluta all'inizio dell'Era cenozoica, circa 65 milioni di anni fa. Si pensa che questa specie abbia avuto origine nella regione paleartica, in particolare nel Medio Oriente. Data la loro stretta relazione commensalistica con la specie umana, le mosche probabilmente devono la loro diffusione su scala mondiale a movimenti di co-migrazione con l'uomo.

Nei climi più freddi le mosche domestiche sopravvivono solamente se vivono con l'uomo. Hanno la tendenza ad aggregarsi e risultano difficili da cacciare via. Sono capaci di trasportare più di 100 agenti patogeni responsabili di malattie come tifo, colera, salmonellosi, shigellosi, tubercolosi, antrace, infezioni degli occhi e vermi endoparassiti. Nelle regioni più povere e con scarso livello di igiene le mosche sono tra i principali vettori di malattie. Alcuni ceppi hanno sviluppato resistenza ai più comuni insetticidi.

La mosca domestica si nutre di sostanze liquide o semi-liquide oltre a materiali organici solidi che ha pretrattato con la sua saliva o vomito. A causa della grande quantità di cibo che ingerisce quotidianamente, essa deposita feci in maniera praticamente costante e questo è uno dei fattori che rende questo insetto un vettore di patogeni nefasto e molto pericoloso.
La mosca domestica è un insetto dell'ordine dei Ditteri, appartenente alla famiglia dei Muscidi.

È in grado di riprodursi con estrema facilità sia per la capacità di deporre le uova all'interno di qualsiasi materiale di natura biologica in decomposizione, sia per la velocità con cui le larve raggiungono lo stato di individuo adulto, diventando a loro volta capaci di riprodursi: circa dieci giorni. La sua vita, in condizioni ottimali di cibo e ambiente, è di circa 8-10 giorni durante i quali è in grado di deporre fino a 1000 uova (500 alla volta, in gruppi da 150-200 ciascuno, ogni 3-4 giorni).



L'insetto adulto usa una proboscide raspante per nutrirsi. I cibi solidi vengono prima cosparsi di saliva per essere sciolti e poi succhiati con la proboscide stessa. Sebbene siano mosche domestiche, generalmente confinate alle abitazioni umane, questi insetti possono volare per alcuni chilometri dal luogo in cui sono nate. Sono attive solo durante le ore diurne e di notte riposano negli angoli delle stanze o sospese al soffitto.


La larva della Mosca domestica misura dai 9,5 ai 19,1 millimetri.
L'identificazione delle larve usa una classificazione per stadi. Nel primo stadio la larva è lunga 2-5 mm; nel secondo stadio 6-14 mm; nel terzo stadio 15-20 mm. Rispettivamente queste fasi vengono raggiunte in circa 2-3 giorni, 3-4 giorni e 4-6 giorni (per le mosche domestiche) dalla deposizione delle uova.

Per antonomasia si associa il nome di mosca alla "mosca domestica" (Musca domestica), dittero cosmopolita e ubiquitario, comune in tutti gli ambienti frequentati dall'Uomo, aperti o chiusi. La stretta relazione di commensalismo che lega la mosca domestica all'uomo ne rende familiare sia l'aspetto esteriore sia il comportamento. Per estensione si tende spesso ad associare il termine "mosca" a qualsiasi dittero che più o meno vagamente possa ricordare la mosca domestica nel comportamento e, soprattutto, nell'aspetto.

Nel linguaggio comune, l'uso appropriato del termine è correlato alla capacità di percepire in modo consapevole le differenze morfologiche ed etologiche che intercorrono tra la mosca domestica e un qualsiasi altro dittero. Gli stessi esperti, almeno nel linguaggio informale, indicano con il nome di mosca non solo la specie Musca domestica, ma anche le specie del genere Musca e, per estensione, quelle della famiglia Muscidae. L'uso frequente di questa estensione, fra gli specialisti, comporta la necessità di aggiungere l'aggettivo "domestico" quando in genere si fa specifico riferimento alla M. domestica.

Nei profani, la capacità di percepire le specificità morfologiche ed etologiche nell'ambito dei ditteri si riduce e aumentano perciò i contesti in cui il termine "mosca" è usato in senso esteso e più o meno inappropriato, fino a comprendere tutti i ditteri che, per vaga somiglianza e per dimensioni, ricordano la mosca domestica. In questi casi il termine è, a rigore, sinonimo di "dittero muscoide" e fa riferimento ad un qualsiasi dittero che nell'immediata percezione non è riconducibile ad una zanzara o ad un moscerino o che, comunque, non presenta particolari specificità morfologiche. Ad esempio, la percezione di una marcata differenza delle dimensioni, comporta l'uso comune del termine moscone per indicare i ditteri muscoidi di grandi dimensioni, come ad esempio i Sarcofagidi, e l'uso comune del termine moscerino per indicare non solo i Nematoceri ma anche i ditteri muscoidi di piccole dimensioni, come ad esempio i Drosofilidi. La percezione di marcate differenze nella pigmentazione comporta differenti approcci. Ad esempio, l'aposematismo e l'etologia che caratterizzano i Sirfidi, difficilmente li porta ad essere associati alla mosca propriamente detta, pur avendo molte specie un aspetto muscoide, poiché ad un'osservazione non attenta sono facilmente scambiati dagli inesperti per imenotteri apoidei. Al contrario, nel caso delle Lucilia (Diptera: Calliphoridae), la percezione della morfologia prevale su quella cromatica nonostante i caratteristici colori metallici le rendano facilmente riconoscibili; questi insetti sono infatti associati alle mosche e nel linguaggio comune ci si limita per lo più ad aggiungere un aggettivo che specifica il colore.



In araldica, l'insistenza, tipica della mosca, nel molestare gli altri esseri, è stata sublimata in tenacia in battaglia e con tale significato compare come elemento decorativo dei blasoni. La mosca araldica è generalmente rappresentata rampante, ovvero con la testa rivolta verso l'alto.

In astronomia, la Mosca è una delle dodici costellazioni introdotte da Petrus Plancius nel XVI secolo. Originariamente rappresentava un'ape verso cui il Camaleonte protendeva la propria lingua. Nel XVIII secolo Nicolas Louis de Lacaille la ribattezzò Mosca Australe. L'aggettivo cadde in disuso quando fu soppressa la costellazione della Mosca Boreale.

La mosca, in quanto insetto di minuscole dimensioni, viene talvolta impiegata in denominazioni metaforiche che fanno allusione alla piccolezza e/o alla leggerezza.

In ambito biologico, "uccello-mosca" è una denominazione corrente dei colibrì, una famiglia di uccelli dalle dimensioni estremamente ridotte (il colibrì di Elena Mellisuga helenae, che ne fa parte, è il più piccolo uccello vivente). Analogamente, nella boxe, la categoria dei pesi mosca è quella col limite di peso più basso (almeno nella European Boxing Union).

Il nome di una divinità filistea adorata in epoca biblica nella città di Ekron, ovvero il dio Belzebù, significa letteralmente "Signore delle Mosche".

Secondo una leggenda metropolitana particolarmente diffusa nel nord Italia e non basata su ricerche scientifiche, affiggere un cartello con scritto in nero a caratteri grandi il numero 58 terrebbe lontano le mosche. Tale tesi si basa sulla presupposizione che l'insetto vedrebbe nel cartello il pericolo di una ragnatela, tenendosi quindi a distanza.

Eliminare le mosche può diventare un problema molto serio. Le mosche sono insetti portatori di malattie e devono essere eliminate ogni qual volta si presentano. Nei climi caldi le Mosche riescono a moltiplicarsi in  2-3 settimane, soprattutto se trovano il modo di approvvigionarsi. Ecco perché bisogna eliminare le mosche quanto prima, anche l'accidentale ingestione di uova di Mosca può provocare mal di stomaco.

Questi insetti sono in grado di percepire anche il più piccolo movimento nelle correnti d’aria, per questo motivo eliminare le mosche può risultare assai difficoltoso. Tra gli esemplari di questi insetti più difficili da eliminare vi è la mosca cavallina: una Mosca cavallina riesce a perforare la pelle ed infliggere un colpo doloroso agli esseri umani. Diventa fondamentale liberarsi di questi esemplari, soprattutto in prossimità di stalle e depositi.

La situazione di invasione di questi insetti non sembra allarmare più di tanto, si possono mettere in pratica alcune trappole del tutto naturali per allontanare ed eliminare le mosche, nel dettaglio:

- si possono adoperare delle foglie di alloro, mentuccia, eucalipto o chiodi di garofano, da riporre dentro una borsa di mussola da distribuire tutte intorno alla casa. Si possono scuotere e colpire in modo da rilasciare l’essenza;
- si può invece, utilizzare del comune basilico dolce in un piccolo contenitore nella cucina o accanto a possibili fonti di alimentazione, come le ciotole contenenti i pasti degli animali domestici;
- utilizzando qualche goccia di olio di eucalipto, distribuito in oggetti o gomitoli di cotone, si terrano ugualmente lontane le mosche dalle proprie abitazioni.

La mosca è un insetto alquanto fastidioso. Cosa significa quindi sognare di vedere mosche che ci girano intorno o che si posano da qualche parte sul nostro corpo oppure che si posano nel cibo che magari stiamo per mangiare ? Vedere in sogno mosche vive o morte oppure che volano o addirittura che lasciano le uova ? Sognare insetti come mosche ed api o vespe ci riporta spesso a situazioni che possono provacarci problemi, a persone che possono essere un notevole blocco per noi.

Un tempo la mosca era considerata la reincarnazione delle anime che, non trovando pace, venivano a trovarci nella realtà. Per questo motivo la mosca nei sogni, per alcuni, indica un defunto che viene a farci visita, magari per avvisarci riguardo qualcosa. Ma studi onirici più approfonditi hanno potuto verificare che, statisticamente, sognare una mosca, è indice di una situazione che ci disturba nella realtà. Così come una mosca nella vita reale ci da fastidio e non la sopportiamo, soprattutto quando si posa sulle nostre cose, così in sogno, essa indica una situazione che non sopportiamo, a volte una persona che, con il suo comportamento, ci disturba. E se le mosche in sogno sono più d'una e volano unite ?

In questo caso quello che ci opprime è molto importante. La situazione nella vita reale che non riusciamo a sbrigliare è molto grande, a meno che, in sogno, riusciamo ad uccidere le mosche. In questo caso potremmo liberarci anche nella realtà. Ma attenzione che una mosca può anche partorire larve e se la vediamo in questo atteggiamento in sogno, allora dobbiamo senz'altro stare attenti perchè verranno situazioni che ci porteranno parecchio disagio.

Se poi la mosca si posa sul cibo che stiamo per assaporare in sogno, allora significa che non siamo in grado di recuperare energie proprio a causa di situazioni oppressive.

Una mosca bianca è, secondo una comune metafora della lingua italiana, una persona o un oggetto con caratteristiche particolari rispetto ai suoi simili, che lo rendono un caso estremamente raro.

L'espressione si riferisce al fatto che le mosche comuni sono nere o di colore scuro e vederne una bianca sarebbe un fatto straordinario.

In molte antiche culture le mosche erano considerate esseri imperfetti che si generavano dalla corruzione e che si diffondevano ovunque portando malattie e contaminando i cibi.
Soprattutto in Oriente questi insetti erano (e sono) una vera calamità.
Nel suo rituale magico Zoroastro incarna in una diavolessa, di nome Nasu, la mosca; simbolo della putrefazione anche perché è sempre accanto ai cadaveri. Però altre creature – figlie di Ormazd il bene – sono quegli animali, uccelli o cani che si nutrono di cadaveri: basta una sola occhiata di questi animali perché Nasu sia sconfitta.

Zoroastro ha lasciato un rituale da eseguire sui cadaveri per scacciare con la diavolessa mosca ogni impurità.
Un rituale che in molti punti assomiglia agli esorcismi cristiani per liberare da Satana un indemoniato.
Le stesse credenze erano vive un pò in tutto l’Oriente.

A Canaan si adorava Beelzebub, che significa appunto “Signore delle mosche”: un nome che è rimasto nella demonologia seguente, a impersonificare lo stesso signore dell’inferno e il capo di tutte le schiere demoniache. Per avere idea dell’importanza di Beelzebub basti dire che, secondo il Cristianesimo medievale, egli comanda la bellezza di 6.666 demoni. Nella città di Canaan, il tempio dedicato a Beelzebub era l’unico luogo ove non vi fossero mai mosche. Le mosche si trovano in tutto l’arco della storia della magia. Nel 1600 una indemoniata a Laon, fu esorcizzata e il Maligno fuggì da lei uscendone dalla bocca sotto forma di mosca.

Il fatto fu narrato, con testimonianze di vari notabili che assistevano, dal primo consigliere del re di Francia (nonché esperto occultista e demonologo, 1550-1634) , Pierre Le Loyer.
Nelle credenze magiche del Cristianesimo alla mosca si unirono molti atri insetti che rappresentavano forze paranormali o entità malefiche. Le streghe inglesi allattavano questi insetti, che potevano essere anche giganteschi, come la mosca enorme che punse il re dei Longobardi, Cuniberto.
Il mostro fu cacciato dalle guardie ma fuggì: di esso non rimase che una sola, enorme zampa.



In passato i marinai si tatuavano una mosca sulla punta del pene per simboleggiare la mancanza di attività sessuale durante le lunghe attraversate in mare.




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lunedì 20 luglio 2015

LE BELLE MEDUSE

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La medusa è un animale planctonico, in prevalenza marino, appartenente al phylum degli Cnidari, che assieme agli Ctenofori formavano una volta quelli che erano i Celenterati.

Generalmente rappresentano uno stadio del ciclo vitale che si conclude dopo la riproduzione sessuata, con la formazione di un polipo. Alcuni studi hanno verificato che la medusa Turritopsis nutricula è potenzialmente immortale, anzi col passare del tempo è in grado di ringiovanire sempre di più fino a ricominciare un nuovo ciclo di vita. Questo processo di ringiovanimento sembra essere causato da forti fattori ambientali che partecipano ai mutamenti cellulari dell'organismo.

I loro tentacoli ospitano delle particolari cellule, gli cnidociti, che funzionano una volta sola, per cui devono essere rigenerate. Hanno funzioni difensive ma soprattutto offensive (per paralizzare la preda). Esse si attivano quando vengono toccate, grazie a un meccanorecettore detto cnidociglio, ed estroflettono dei filamenti urticanti detti cnidae. Le cnidae possono essere di diverso tipo: nematocisti o spirocisti, e sono collegate ad appositi organuli, cnidoblasti che contengono un liquido urticante. Le cnidae, in genere, inoculano una sostanza che uccide la preda per shock anafilattico. Il liquido urticante ha azione neurotossica o emolliente, la cui natura può variare a seconda della specie, ma di solito è costituita da una miscela di tre proteine a effetto sinergico. Dai suoi studi, il Premio Nobel Charles Robert Richet individuò le tre proteine e le classificò come: ipnotossina, talassina e congestina. L'ipnotossina ha effetto anestetico, quindi paralizzante; la talassina ha un comportamento allergenico che causa una risposta infiammatoria; la congestina paralizza l'apparato circolatorio e respiratorio.

Anche se non tutte le meduse sono urticanti, alcune cubomeduse come la Chironex fleckeri, sono particolarmente pericolose per l'uomo, in taluni casi possono causare anche la morte per shock anafilattico.

Secondo Fenner & Williamson i casi mortali segnalati sono soprattutto localizzati nelle aree del Sud-Est asiatico e Oceania e nel Golfo del Messico; mentre le specie normalmente presenti nel Mediterraneo non sono mai così pericolose.




Le sostanze urticanti liberate dalle nematocisti delle meduse provocano: una reazione infiammatoria acuta caratterizzata da eritema, gonfiore, vescicole e bolle, accompagnata da bruciore e sensazione di dolore. Questa reazione è dovuta all'effetto tossico diretto del liquido contenuto in tentacoli di medusa (nematocisti). A volte, le meduse possono provocare lesioni cutanee ritardate nel tempo. La reazione cutanea alla medusa ritardata nel tempo rappresenta una entità clinica seria nella quale si sviluppano lesioni di tipo eczematose a distanza di giorni o di mesi dopo il contatto con gli invertebrati, in questo caso si può anche ricorrere, nei casi più gravi, a terapie sperimentali con immunosoppressori.

Talvolta le lesioni cutanee hanno carattere di dermatiti ricorrenti.

Comunemente vengono utilizzate soluzioni diluite a base di bicarbonato di sodio, ammoniaca o acido acetico per lenire l'effetto urticante provocato dalle nematocisti delle meduse. Un recente studio statunitense, però, ha verificato che le stesse sostanze non hanno proprietà lenitive sul dolore; al contrario, l'anestetico per uso topico lidocaina, bloccando i canali ionici del calcio e del sodio delle nematocisti, mostra un'azione inibente il rilascio delle tossine, oltre che un'azione anestetica lenitiva sulla pelle colpita.

Nella terapia di pronto soccorso viene anche usato l'aceto prima di applicare un bendaggio compressivo; oppure nel casi di tentacoli di Tamoya gargantua, una specie tropicale, il ghiaccio, il solfato di alluminio e l'acqua calda.

Il farmaco di elezione, però, nel trattamento degli stati più gravi di reazione infiammatoria al veleno di medusa è lo steroide, che è in grado di controllare le complicanze infiammatorie più gravi.

I Celenterati costituiscono un phylum di animali invertebrati che comprende essenzialmente meduse e coralli. Sono anche chiamati Cnidari, dal termine greco knide che vuol dire "ortica", in riferimento alle cellule urticanti possedute da questi animali, tutti acquatici. I celenterati sono predatori, sebbene alcune si cibino anche di piccole alghe. I celenterati sono caratterizzati da una geometria radiale durante le varie fasi dello sviluppo, e possono avere una forma sacciforme (polipo) o ad ombrello (medusa).

Ad oggi, sono state individuate circa 7000 specie di meduse, che sono suddivise in 3 classi: Idrozoi, Scifozoi e Cubozoi. Questa classificazione si basa sulla loro forma (cubica, presenza o assenza di una struttura chiamata velo), e in base al ciclo biologico (nascita, sviluppo e riproduzione).

Le meduse sono animali costituiti per il 99% da acqua (contro il 60% dell’uomo) e hanno una consistenza quasi gelatinosa: per questo motivo in inglese questo animale viene chiamato jellyfish, ovvero “pesce-gelatina”. Questa caratteristica, insieme alla forma, viene riconosciuta da predatori marini come le tartarughe: talvolta tuttavia questi rettili ingeriscono inavvertitamente sacchetti di plastica fluttuanti in mare, scambiandoli per meduse. Per evitare che questi animali possano rischiare l’estinzione a causa dell’impatto dell’uomo sulle acque, si sta cercando di utilizzare plastiche biodegradabili, che siano velocemente smaltite nell’ambiente.
Nonostante la bizzarra forma e la grande quantità di acqua nei loro tessuti, le meduse possiedono strutture anatomiche complesse: un cappello, detto ombrello, che può essere ricoperto  da un velo (che ha scopo protettivo), e da cui si diramano tentacoli che possono raggiungere lunghezze notevoli (fino a diversi metri).
Alcune meduse risultano ustionanti per altri animali (fra cui l’uomo), a seguito del contatto diretto con le porzioni del loro corpo non coperte da velo, come i tentacoli. Questi possiedono cellule rigonfie di liquidi velenosi, che vengono usati contro i predatori (e non soltanto per pungere ignari  bagnanti). I tentacoli hanno anche lo scopo di permettere alle meduse di procacciarsi il cibo.
Il veleno delle meduse è costituito da 3 proteine che causano diversi effetti: paralizzante, infiammatorio, neurotossico (ovvero danneggiano il sistema nervoso centrale). Non esiste un vero antidoto, ma essendo le proteine estremamente sensibili al calore, esse si degradano facilmente ad alte temperature (> 40°C). Nonostante non esista un farmaco d'elezione spesso si utilizzano acido acetico (C2H4O2) e cloruro d'ammonio (ClNH4), che hanno proprietà astringenti, ovvero un’azione vasocostringente con blanda attività anti-infiammatoria. Per circoscrivere ulteriormente l'infiammazione viene a volte utilizzato il cortisone. Nei casi più gravi, per fortuna meno comuni, si hanno reazioni da shock anafilattico, che vengono tenute sotto controllo con iniezioni intramuscolo o endovenose di adrenalina.
Una delle meduse più pericolose per l'uomo è la caravella portoghese (Physalia physalis): questa specie è diffusa nei mari tropicali ma occasionalmente “visita” anche il Mar Mediterraneo, muovendosi usando la forza del vento grazie a una struttura a forma di vela che emerge dal pelo dell’acqua. Nonostante sembri un unico animale, questo idrozoo è in realtà una colonia di polipi altamente specializzati: alcuni per esempio alle prede, alla digestione, alla riproduzione.
In generale le meduse sfruttano un moto propulsorio utilizzando il cappello per darsi una spinta: alcune specie tuttavia, non sono capaci di nuotare e si lasciano trasportare delle correnti marine.


La maggior parte delle meduse ha sessi separati, e quindi possiede una riproduzione sessuata (attraverso gameti maschili e femminili). I gameti vengono emessi nell'acqua e qui si incontrano: la fecondazione è pertanto esterna. La larva che si origina dall'incontro dei gameti è detta planula. Gli Scifozoi e i Cubozoi sono costituite da specie medusoidali, cioé che possiedono le caratteristiche appena descritte, mentre le specie della classe degli Idrozoi (idromeduse), possiedono una prima fase di vita sotto forma di polipo, ancorata al fondale marino con movimenti limitati, per poi dare origine per gemmazioni a individui che a un certo punto si staccano e diventano meduse adulte.
Uno straordinario ciclo vitale “alterato” è proprio della Turritopsis nutricula, conosciuta come “medusa immortale”. È l'unico animale conosciuto al mondo che dopo una fase di maturità riesce a regredire fino ad una fase sessualmente immatura (il polipo), e quindi a tornare “giovane”. Ciò avviene perchè alcune cellule differenziate possono ridiventare totipotenti, e da esse si riescono a differenziare cellule di vario tipo. Un' altra medusa interessante è la Aequorea victoria, che vive sulle coste pacifiche del Nord America, in particolare in prossimità dei fondali marini molto profondi. Questo habitat così ostile a causa del buio ha “guidato” l'evoluzione verso lo sviluppo di una bioluminescenza simile a quella di alcuni insetti: in questo caso la medusa sintetizza una proteina verde fluorescente, chiamata GFP (green fluorescent protein), che è intrisicamente in grado di emanare una luce, senza aver bisogno di particolari enzimi o dei raggi solari. Questa caratteristica è stata sfruttata in biologia molecolare per monitorare l'espressione di un gene, o la forza di un promotore: quando il gene viene espresso viene espressa anche la GFP. Al contrario di ciò che si può pensare, non tutte le meduse abitano nei mari e negli oceani: alcune infatti vivono anche in acque dolci. Un esempio è Craspedacusta sowerbii avvistata in diversi fiumi del mondo, soprattutto negli Stati Uniti.

Gli Antozoi, invece, comprendono parecchie specie coloniali, che vivono in aggregati di milioni di individui, come i coralli. Le cellule urticanti vengono utilizzate per il nutrimento e la difesa da eventuali predatori. Questa caratteristica ha permesso ad alcune specie, in particolare gli anemoni di mare, di instaurare rapporti di simbiosi con altre specie, spesso pesci, i quali cedono gli avanzi della loro cena al celenterato, in cambio di protezione. Gli antozoi sono particolarmente interessanti in quanto molte specie costruiscono grandi formazioni chiamate barriere coralline, dai colori e dalle forme spettacolari. Alcune specie, come il corallo rosso (Corallium rubrum), sono molto ricercate in quanto pregiate, e per questo motivo la loro pesca è regolata da leggi rigorose. Curioso il caso delle penne di mare, che sono colonie di organismi del genere Pennatula dalla forma complessiva di piume d’uccello.

Il segreto dell'immortalità è forse custodito su fondo del Mar Mediterraneo. Una piccola medusa dei nostri mari riesce infatti a evitare la morte, così come Eracle riuscì a godere della doppia natura celeste e terrena dopo aver sposato Ebe, la dea dell'eterna giovinezza. In condizioni di disturbo, quando si presenta il rischio di non poter sopravvivere, Turritopsis dohrnii, un idrozoo lungo circa un centimetro, riesce a invertire il suo ciclo vitale e ritornare a uno stadio primordiale di ammasso di cellule indifferenziate. Lo stratagemma consente all'animale di ricominciare l'intero ciclo vitale, rigenerandosi forse all'infinito.

Il meccanismo è stato descritto per la prima volta da un team di scienziati italiani e tedeschi, tra cui Ferdinando Boero e Stefano Piraino dell'Università del Salento di Lecce, mentre Maria Pia Miglietta studia il fenomeno negli Stati Uniti presso l'Università di Notre Dame.



Generalmente, ogni tatuaggio porta con sé un significato generico al quale ovviamente va a sommarsi un significato che la persona tatuata può attribuirvi. La medusa tatuata in questo caso indica una persona che vuole “fluire col mare della vita”, lasciarsi trasportare dagli eventi come una medusa fa con le correnti marine. La medusa pare avere il potere di connetterci col mondo dell’inconscio e di fidarci quindi del ciclo della vita. Naturalmente, essendo un animale marino, i tatuaggi con medusa hanno una forte correlazione con l’amore per l’acqua e il mare.

L’acqua è spesso simbolo dell’introspettività, del pensiero, dell’io profondo che risiede in ognuno di noi. Tatuarsi quindi un animale acquatico, come in questo caso la medusa,  può significare la volontà di congiungere pensiero e fisico, acqua e terra, anima e materia.


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