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sabato 18 aprile 2015

LA SAGITTARIA COMUNE

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Il nome evidenzia la caratteristica che rende inconfondibile questa pianta: la forma a freccia dell’insieme picciolo-foglia.

In realtà questa specie, come molte altre piante che vivono in condizioni di semisommersione, presenta uno spiccato fenomeno di eterofillia (diversa conformazione fogliare).

Dal fusto tuberiforme ipogeo si sviluppa un ventaglio di foglie (rosetta) inizialmente di forma stretta e allungata (a nastro): sono le foglie primaverili adattate alla vita sommersa e galleggiante, che possono essere confuse con quelle della più comune Mestolaccia; successivamente emergono le foglie dalla tipica forma sagittata, adattate a svolgere le loro funzioni in ambiente aereo. I fiori, osservabili in piena estate, hanno tre caratteristici petali bianchi con forma arrotondata e con tonalità roseo-porporine al centro.

Unisessuali, sono riuniti a verticilli di tre e sono sorretti da un fusto fiorifero che si innalza al di sopra delle foglie. Come normalmente accade, nell’infiorescenza i fiori maschili sono posti in alto e quelli femminili in basso.

La parte perenne della pianta è costituita da tuberi sotterranei di colore bluastro, con funzioni di conservazione/svernamento, immagazzinamento di sostanze nutritive (amidi) e riproduzione vegetativa.

La Sagittaria cresce in ambienti eutrofici, ma è poco tollerante agli inquinamenti di altra natura.

È una pianta perenne erbacea che fa parte della famiglia Alismataceae, nativa della zona umida che si espande in tutte le regioni temperate dell’Europa e dell’Asia, il nord America é la casa di numerose specie del genere Sagittaria e molte di queste producono tuberi commestibili.
Molti appassionati di cibi selvatici hanno sentito parlare di lei ma pochi hanno provato a cercarla, infatti cresce nelle acque, nascosta in profondità nel fango e non cattura l’occhio.
Per essere consumato deve essere prima ben pulito, lavato e pelato per eliminare la buccia che risulta amara in bocca, la parte opposta a dove il tubero è attaccato al rizoma deve essere eliminata.
Dopo essere stato bollito può essere utilizzato nei differenti modi in cui si usa la patata anche se il gusto è differente, infatti il tubero ha un retrogusto amaro.
Dopo una mezzora di bollitura si potrà ottenere una specie di purea, aggiungendo un po’ di latte, burro, sale e pepe si potrà ottenere un purè di tuberi. Si possono anche friggere, usare in torte salate o consumati con i cereali cotti.
Altre parti commestibili sono la punta tenera del rizoma che può essere una verdura abbastanza buona sia cotta che cruda, ricorda il sapore del tubero ma è leggermente più dolce. Dalle tarda primavera sono disponibili anche le foglie che possono essere usate per farne decotti o infusi.
L’ultima parte commestibile della pianta è il fiore che può essere mangiato bollito prima che il fiore si stia per aprire.


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IL FALASCO

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Il falasco (Cladium mariscus Pohl, è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Cyperaceae. Tipica della zona Mediterranea, il suo habitat è la palude.

Il falasco è una pianta costituita da foglie molto affilate che se attraversate possono tagliare come rasoi: per toccarlo o coglierlo senza ferirsi bisogna accarezzarlo o tagliarlo sempre dal basso verso l'alto.

Pianta erbacea con fusto eretto e robusto, alla base cilindrico con un diametro che può raggiungere i 3 cm., ed un altezza che varia dagli 80 ai 150 cm.
Le foglie sono sempre verdi, larghe dai 1-2 cm., piuttosto rigide e molto lunghe, con una guaina a nervature reticolate e molto taglienti sui margini.
L'infiorescenza è ramificata con piccole spighe brune di 3-5 mm., riunite in "glomeruli" e composte da 4-6 fiori ferruginei. Generalmente forma i cosidetti "falascheti" grazie alla sua capacità di colonizzare il territorio in cui si trova.
Comune in tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone ricche d'acqua come prati umidi, torbiere neutro basiche, stagni, acquitrini e paludi in genere. Si trova fino a 800 mt. sul livello del mare.

Già la popolazione etrusca si impiegava nella lavorazione delle erbe e piante palustri quali il giunco o la cannuccia sortendone a una specie di ingegneria civile, applicata nella costruzione di robuste capanne dai tetti in paglia, ed a una industria minuta fatta di spazzole, stuoie e ceste.Una attività assai praticata nel comprensorio del lago fino agli anni sessanta del secolo scorso, e oggi tramontata, era permessa dalla presenza di un tipo di pianta: il falasco. Assai diffusa un tempo, come canta – è proprio il caso di dirlo tanta è la musicalità dei suoni – Gabriele D'Annunzio in questi versi tratti dall'Alcyone, il Commiato, composto nei primi anni del Novecento.
«Si i gravi carri lungo le vie chiare / passa il falasco // Sono si vasti i cumoli spioventi / che il timone soperchiano dinnanzi / e il giogo cèlano e le corna e i lenti / corpi dei manzi, // onde sembran di lungi per sé mossi / e tra la polve aspetto hanno di strani / animali dai lanosi dossi, / dai ventri immani. // In fila vanno verso Pietrasanta, / strame ai presepi, ai campi ingrasso. / L'un carrettiere vócia e l'altro canta / a passo a passo.»

Elemento essenziale di tanta semplice architettura il falasco era utilizzato per ricoprire i tetti dei capanni: prime rudimentali abitazioni per tante generazioni. Ancora agli inizi dell'Ottocento la capanna è l'abitazione del pescatore e della sua famiglia, il cui modello costruttivo identico si ripete di generazione in generazione. Costituito da un solo ambiente nel quale in promiscuità si vive: segno di una vita quasi primitiva condotta in un luogo inospitale e inadatto a procurare qualsiasi altro reddito se non quello stesso offerto dalla pratica della pesca e della caccia.
Era usato anche nella costruzione di semplici strutture di riparo per gli animali, o di rimessa per gli arnesi da lavoro. Modeste e semplici costruzioni, quasi elementi naturali dell'ambiente: pochi pali alzati su una base generalmente quadrangolare e collegati tra loro, sopra i quali si stendeva l'orditura del tetto, poi ricoperta dai fasci di falasco.

Ma il falasco era anche materia prima per attività artigianali. Veniva utilizzato nella fabbricazione di sedie, per rivestire oggetti comuni, quali damigiane e fiaschi in vetro, ma anche intrecciato nella composizione di oggetti d'arredo. Oppure direttamente raccolto in fasci che poi venivano venduti. Con il falasco si ricoprivano i pagliai, si preparava lo strame per i buoi. A volte dopo una giornata di pesca o di caccia con mucchi di falasco e legna si accendevano fuochi sui quali venivano cucinati i pesci: le anguille, girate più volte sulle fiamme, oppure se settembre od ottobre, era il luccio il piatto preferito, quando la sua carne si ingentiliva e si faceva più saporita. A volte la lavorazione del falasco si combinava alla pratica della caccia e della pesca, e ad altre occupazioni agricole, adattandosi tutte queste attività alle diverse stagioni in cui l'una o l'altra diventava più proficua e praticabile; dando così vita a esistenze che trascorrevano nell'ambiente del lago quasi in simbiosi con i suoi elementi, seguendone i ritmi, e l'andare delle stagioni.


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IL TOPINAMBUR

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Il topinambur, detto anche rapa tedesca, carciofo di Gerusalemme o patata americana probabilmente per il fatto che per decenni è stato un valido sostituto della patata, è una pianta perenne erbacea originaria del Nord America (Canada in particolare), portata in Europa nei primi anni del ‘600 e appartenente alla famiglia delle Compositae Tubuliflorae.
La pianta del topinambur sembra una grande margherita e può raggiungere i tre metri di altezza, si adatta a diversi tipi di terreno e per questo è facilmente coltivabile in tutti gli orti, anche domestici.

Le varietà di topinambur sono due: la bianca precoce che troviamo disponibile in commercio da fine agosto e la bordeaux che troviamo invece in commercio da ottobre fino ad inizio primavera.

Fu introdotto in Italia nel secolo XVII.
La sua origine non è ancora certa anche se prevale la tesi che sia originario delle praterie occidentali del Nord America e Canada, dove cresce spontaneo, così come cresce spontaneo nelle nostre regioni.
In Italia è coltivato in alcune zone del Nord e del Centro.
In Europa è coltivato soprattutto in Francia e Belgio.

Il topinambur fornisce pochissime calorie (30 Kcal per 100 grammi di prodotto), ed è costituito per l'80% da acqua, proteine, zuccheri, carboidrati e fibre alimentari. Tra le vitamine presenti la vitamina A e alcune appartenenti al gruppo B, mentre tra i minerali troviamo il potassio, il magnesio, il ferro e il fosforo.

Tale tubero è anche particolarmente ricco di inulina (fino al 60% del peso secco), il che lo rende particolarmente indicato per i diabetici e per coloro che vogliono sfruttare le sue proprietà digestive e di riequilibrio della flora intestinale. Per quanto riguarda gli aminoacidi, presenti l'asparagina, la colina e l'arginina.

Il topinambur, tipicamente usato nella cucina piemontese per la bagna cauda, si raccoglie in inverno, sono molto nutrienti e la cottura è simile a quella delle patate: può quindi essere lessato, cotto in padella e anche fritto. Ma possono tranquillamente essere consumati anche crudi, magari in insalata tagliati a fettine e conditi con olio, limone, sale e prezzemolo, o sgranocchiati come i ravanelli.

Gustosi anche cotti al gratin: basta pelarli, affettarli, scottarli qualche minuto in acqua bollente, lasciarli raffreddare e informarli per 5 minuti ricoperti di besciamella e con un pizzico di noce moscata.

Dai tuberi di questa pianta si ottiene anche una farina che può sostituire fino al 10% la farina di grano nella preparazione di pane, dolci e prodotti da forno in generale.

Le radici del topinambur sono reputate galattogene, cioè in grado di aumentare e promuovere la secrezione di latte nelle donne che allattano il loro piccolo al seno. Inoltre l'estratto di topinambur si rivela utilissimo in caso di sovrappeso, configurandosi come un valido ausilio per dimagrire: il consumo di topinambur, soprattutto se preceduto da un bel bicchiere d’acqua, non solo facilita la digestione, ma favorisce anche il senso di sazietà, placando gli attacchi incontrollati di fame.

Del topinambur, che viene considerato droga tonica, stomachica, colagoga e diuretica, si sfruttano anche le foglie, utili per alleggerire i disturbi legati all'insufficienza cardiaca. E, infine, non contenendo glutine, è adatto anche nelle diete per celiaci.

Il topinambur è costituito principalmente da:

Glucidi per il 15%-20%;
Protidi 2%;
Acqua 80%;
Vitamina A, indispensabile per il meccanismo della visione e per la differenziazione cellulare; di conseguenza è necessaria per la crescita, la riproduzione e l'integrità dei sistema immunitario;
Vitamine del gruppo B. Queste vitamine sono indicate negli stati di debilitazione generale, secondaria a varie malattie, stress psico-fisici intensi, anoressia, anemia, alcolismo, obesità, patologie neurologiche varie, periodi post-operatori;
Ferro;
Potassio.
Contiene inoltre:

Asparagina, un aminoacido necessario nel metabolismo dell'alcol.
Arginino, un aminoacido molto diffuso in natura che partecipa ad importanti funzioni nel metabolismo cellulare. È un immunostimolatore, aiuta le ferite a rimarginarsi, rigenera il tessuto del fegato.
Colina, che protegge le cellule contro i danni da ossidazione e svolge un'azione protettiva contro le patologie cardiovascolari.
I tuberi del topinambur sono ricchi di zuccheri complessi.
Essi sono rappresentati per il 15% dall'inulina, sostanza molto simile all'amido ma a differenza di questo, costituita chimicamente non da glucosio ma da fruttosio e da amido.
Il fruttosio è uno zucchero monosaccaride, solubilissimo in acqua, con potere dolcificante molto superiore a quello del saccarosio.
Esso costituisce una valida alternativa a saccarosio e glucosio in molti impieghi: dall'uso come dolcificante, conservante e additivo per bibite dolci, alimenti conservati e sciroppi.

L'inulina non ha potere dolcificante ma, oltre che come fonte di fruttosio, può essere utilizzata come fibra alimentare.
In commercio esistono prodotti a base di inulina disidratata.
Recentemente sembra sia stato trovato un procedimento che, a partire dall'inulina, produce un sostituto dei grassi, a minor contenuto calorico, impiegabile nelle preparazioni di dessert surgelati e nella produzione di cioccolato.
Infatti fino a concentrazioni del 10-12%, l'inulina può dare soluzioni stabili in prodotti alimentari come gelati o yogurt, senza comportare cambiamenti di forma o di sapore.

L'inulina ha inoltre le seguenti proprietà:

Riduce il colesterolo totale;
Riduce i trigliceridi nel sangue;
Ha un blando effetto lassativo;
Aumento dei bifidobatteri positivi.

Il topinambur è un alimento adatto all'alimentazione di convalescenti, anziani e bambini, oltre che di diabetici.
Il fruttosio presente viene assorbito a livello del colon, pertanto non necessita dell'insulina per essere assimilato.
L'inulina, uno dei componenti fondamentali, serve per migliorare la digestione ed è sopratutto indicata per la riduzione della formazione di gas a livello intestinale.
L'assunzione di inulina comporta uno spiccato aumento nel tratto intestinale della presenza di Bifidobatteri e Lattobacilli (fermenti lattici importantissimi per una corretta digestione e per la salute del colon) ed una contemporanea e massiccia diminuzione del numero dei batteri ritenuti nocivi.
L'inulina quindi favorisce il riequilibrio della flora intestinale, potenziandone l'attività e migliorandone il metabolismo.
Non ha potere dolcificante ed oltre che come fonte di fruttosio, può essere utilizzata come fibra alimentare, di conseguenza favorire la peristalsi intestinale.

Il topinambur ha la proprietà di abbassare il livello di assorbimento da parte dell'intestino degli zuccheri e del colesterolo; per questo motivo è molto indicato per i diabetici che non sono così soggetti a bruschi sbalzi della glicemia dopo i pasti. Anche chi soffre di alti livelli di colesterolo può trarre benefici da queste proprietà del topinambur che ne rallenta l'assorbimento a livello dell'intestino. Visto il suo sapore gradevole, un misto di carciofo e patata, si consiglia di consumarlo crudo, in quanto in tal modo l'alimento conserva intatte tutte le sue proprietà.

La vitamina A in esso contenuta è utile alle funzioni delle vista, mentre le vitamine B sono un valido aiuto in caso di spossatezza fisica, anemia, stress; l'arginina invece svolge azione benefica nei confronti del fegato e favorisce la cicatrizzazione delle ferite.

Se aggiunta come farina ad altre farine nella preparazione di pietanze , nella misura del 10% circa, può essere utile a chi soffre di stitichezza.

Oltre che nell'alimentazione umana, esso viene infatti utilizzato dalle industrie alimentari per ottenere etanolo.
L'estrazione di etanolo avviene per fermentazione e successiva distillazione del sugo greggio (ricco in zuccheri) ottenuto dal tubero e dal fusto della pianta.




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IL SALTIMPALO

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Piuttosto tondeggiante, il Saltimpalo deve il suo nome all’abitudine di sostare in cima a pali, rametti e posatoi rialzati. È prevalentemente solitario, anche durante il periodo della migrazione. Quando è posato, muove in continuazione la coda e si concentra nella ricerca della preda.
Il Saltimpalo predilige ambienti aperti e semi-aperti con vegetazione rada, come brughiere, praterie, campi incolti. Il suo habitat ideale è punteggiato di pietre e da recinzioni, muretti, siepi, arbusti o cespugli: tutti possibili posatoi sui quali gli individui si appostano durante la caccia. Il Saxicola torquatus  abita prevalentemente ad altitudini medie o medio-basse.
La specie, nel continente europeo, è diffusa principalmente nell’area occidentale e meridionale – Regno Unito, Irlanda e coste iberiche occidentali – zone che frequenta soprattutto durante il periodo dello svernamento. Le sue sottospecie si distribuiscono tra l’Africa nord-occidentale e meridionale, la Turchia, il Caucaso, la Russia e l’Asia centrale e occidentale. In Italia si concentra soprattutto nelle regioni settentrionali – Lombardia, Veneto, Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta – con popolazioni anche in Toscana, Campania e Sicilia. In generale ha una diffusione piuttosto omogenea su tutto l’areale, fatta eccezione per le elevate altitudini dell’arco alpino alle quali, di solito, evita di spingersi.
Simile nell’aspetto allo Stiaccino, si differenzia da quest’ultimo per l’assenza del sopracciglio, una coda leggermente più lunga e un corpo più compatto. Il Saltimpalo raggiunge i 12-13 cm di lunghezza, 13 grammi di peso e 20-22 cm di apertura alare. Il maschio ha il capo prevalentemente nero, interrotto da un collare di tonalità biancastra. Il petto è tendente al castano con una macchia arancione al centro, mentre la gola è nera. Le ali sono marroni con una macchia bianca visibile anche quando l’individuo è in volo. La femmina presenta un piumaggio più sbiadito rispetto a quello del maschio e un sopracciglio bianco sporco appena accennato. Gli individui più giovani si caratterizzano per la tonalità bruna e da striature nere sulle parti superiori, mentre quelle inferiori sono grigio-bianche.
Il Saltimpalo si nutre di insetti, ragni e vermi catturati spesso sul terreno. Il periodo della riproduzione va da marzo ad agosto e la femmina depone in media due-tre covate. L’area di nidificazione è solitamente a livello del mare o raggiunge al massimo i 600 metri di altitudine. Il nido viene costruito in cavità del terreno utilizzando fili di erba, paglia, licheni e radici. La femmina depone 4-5 uova alla volta e nutre i pulcini con invertebrati e insetti.


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IL FIORRANCINO

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Il fiorrancino (Regulus ignicapilla (Temminck, 1820)) è un uccello della famiglia dei Regulidi.

Il fiorrancino nidifica, come sedentario o migratore, nell’Europa centromeridionale, nell’Asia occidentale, nelle isole dell’Atlantico nordorientale e nell’Africa settentrionale. In Italia, dove è comune anche di passo e svernante, nidifica con un notevole numero di coppie. Il suo ambiente prediletto sono i boschi di caducifoglie, ma si può osservare anche in foreste o piantagioni di conifere, nell’alta macchia mediterranea e nei giardini urbani. Questo passeriforme panciuto, che condivide con il regolo la caratteristica di essere il più piccolo uccello d’Europa, ha un piumaggio olivastro chiaro nelle parti superiori e biancastro in quelle inferiori. Il capo è molto colorato: una striscia nera separa il vertice – che presenta una piccola cresta arancione nei maschi e gialla nelle femmine – dal sopracciglio bianco. Il fiorrancino si muove rapido e nervoso e ha un volo breve, sfarfallante e ondulato. Il canto è un lungo sibilo continuo, che si conclude accelerando. Si nutre di piccoli invertebrati. Nidifica su alberi, arbusti e rampicanti. Il nido, costruito con muschi, licheni e ragnatele e saldamente ancorato ai rami, è di forma globosa e provvisto di un’apertura superiore. Due volte all’anno, a partire da aprile, la femmina vi depone 7-12 uova, alla cui incubazione provvede per circa 2 settimane. I piccoli si involano intorno ai 18-24 giorni.

Specie tutelata ai sensi della L. n.157 dell'11-2-1992 "Norme per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio" e specie strettamente protetta in base alla Direttiva di Berna del 19-9-1979.


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IL PIGLIAMOSCHE

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Il pigliamosche comune (Muscicapa striata (Pallas, 1764)) è un piccolo uccello passeriforme della famiglia dei Muscicapidi.

Il Pigliamosche è specie estiva e nidificante, migratore a lungo raggio, che giunge alle nostre latitudini intorno alla metà di aprile abbandonando i quartieri riproduttivi tra la fine di agosto e la metà di settembre. Il piumaggio è poco appariscente e le parti dorsali appaiono marroni-grige, mentre quelle ventrali sono bianco sporche. E’ specie euriecia riguardo all’habitat riproduttivo. Lo ritroviamo dai margini dei boschi alle strutture ecotonali, alle pareti di roccia, fino ai parchi pubblici e giardini urbani, mostrando talora una sinantropia spiccata. In periodo di nidificazione è territoriale e le modalità di difesa del territorio ricordano quelle del Pettirosso Erithacus rubecula. Il corteggiamento comprende una serie di moduli comportamentali stereotipati, tra cui spicca la consegna della preda del maschio alla femmina. La specie è sostanzialmente monogama. I suoi livelli di abbondanza sono influenzati dalla disponibilità delle prede. I Ditteri costituiscono un’ampia frazione della sua dieta entomica e la loro frequenza incide sulle densità riproduttive del Pigliamosche. La tecnica di caccia è prevalentemente da posatoio: la preda scorta a vista è catturata dopo un inseguimento acrobatico e spettacolare. Il repertorio vocale è modestissimo: un ripetuto “zii-gec” come adverting call, mentre in periodo di sponsali un zziit in crescendo nelle fasi di corteggiamento concitato che precedono la copula. Il Pigliamosche ha un sistema riproduttivo monogamo e nessuna differenza di piumaggio tra i sessi. La nidificazione avviene tra la metà di maggio e i primi di giugno. La femmina opera la detection e la costruzione del nido, così come è sua funzione esclusiva la cova che ha una durata di 12-15 giorni. Alla schiusa, i pulli “nidicoli” sono coperti dalla femmina per termoregolazione, mentre al maschio spettano le operazioni di foraggiamento e approvvigionamento trofico. Il Pigliamosche attualmente non mostra grandi problemi conservazionistici e pur fluttuando numericamente, la sua popolazione ha evidenziato nel medio periodo una tendenza alla stabilità, in virtù, si crede, della sua ampia valenza ecologica.


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IL RAMPICHINO

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Il rampichino comune (Certhia brachydactyla Brehm, 1820) è un uccello della famiglia Certhiidae.

Presente in tutte le regioni italiane, fatta eccezione per la Sardegna, il Rampichino comune è del tutto simile a quello alpestre. Lungo intorno ai 12,5 centimetri, di peso pari a circa a 10 grammi, ha come habitat boschi e foreste tra i 1000 e i 2000 metri, ma si può trovare anche nelle aree verdi e nei parchi dei centri abitati.
È ampiamente diffuso in tutta l’area Eurasiatica e nelle isole più settentrionali, ma non in Scandinavia, mentre verso sud arriva fino al Nord-Africa. Infatti il Rampichino comune ha una presenza che si può descrivere come mediterranea, a differenza del Rampichino alpestre, più diffuso nelle aree settentrionali e orientali.
È grigio scuro e marrone nella parte superiore mentre è chiaro, quasi bianco, in quella inferiore, compresi i fianchi, con sfumature più scure, beige e marroni tendenti al rossiccio. Il sopracciglio bianco è appena accennato, a differenza di quello del Rampichino alpestre.
Si ciba di insetti, che trova nella corteccia degli alberi e nidifica in coppie singole nei mesi di aprile e luglio nelle cavità dei tronchi. In particolare frequenta le piante d’alto fusto, i boschi maturi, i frutteti, gli uliveti e i castagneti da frutto. Ma anche gli alberi di grandi dimensioni presenti nei parchi urbani. Sono preferite le latifoglie (in particolare boschi con querce mature, con elevata densità di tronchi e ampia superficie di corteccia, con elevata ricchezza e diversità di entomofauna) ma sono ugualmente accoglienti per il Rampichino comune anche le pinete di pino silvestre nelle Alpi occidentali e, in Liguria, quelle di conifere alloctone.


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