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venerdì 8 gennaio 2016

DOPO LA MORTE...

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La decomposizione (anche detta, impropriamente, putrefazione) è il processo di disfacimento dei corpi (o di parte di essi) di organismi precedentemente viventi, che si scompongono nelle forme più semplici della materia dopo la morte.

La scienza che studia la decomposizione è generalmente denominata tafonomia.

Il fenomeno ha rilevanza per l'uomo anche sotto l'aspetto sanitario e della nutrizione, poiché l'uomo si alimenta di carni di animali morti, anch'esse quindi soggette a decomposizione.

È comune opinione degli studiosi che la decomposizione cominci al momento della morte, immediatamente dopo di essa, anche se la visibilità esterna dei suoi effetti sia relativamente successiva.

Stanti motivazioni che fanno parte di un istinto generale ed innato dell'Uomo che comprende anche le riflessioni razionali ed irrazionali sulla morte, la decomposizione è vista dall'uomo come un fenomeno temuto e terribile. Uno degli istinti innati, comune anche ad altri mammiferi, è l'immediata repulsione alla vista ed all'olfatto di cadaveri decomposti (con accessi di somatizzazione che includono la nausea ed il vomito).

Una delle pratiche funebri più note, la cremazione, sottrae il cadavere alla decomposizione ordinaria più deterministicamente decomponendolo con l'azione della combustione, che ne scinde ugualmente le molecole, ma per effetto del fuoco e rapidamente.

Un altro dei modi scoperti dall'Uomo per contrastare il processo decompositivo, è l'imbalsamazione, che lo ritarda, ma non lo arresta indefinitamente. Gli imbalsamatori, del resto, tipicamente pongono la loro maggiore attenzione alle parti del corpo più in vista, come la faccia e le mani, talvolta non curandosi di altre parti, o addirittura rimuovendo le parti molli come l'intestino e gli altri visceri, (l'eviscerazione è anche una pratica seguita presso molti popoli con finalità e ritualità religiose).

I prodotti chimici usati nell'imbalsamazione respingono la maggior parte degli insetti e ritardano il processo di putrefazione batterica, ma non conservano un corpo indefinitamente.

In ambienti sufficientemente asciutti, un corpo imbalsamato può conservarsi in stato di mummia per tempi anche considerevoli.

Dalla scoperta che il congelamento del cadavere rallenta l'azione della maggior parte delle forme viventi capaci di aggredirlo si è sviluppata la tecnica dell'ibernazione, che per taluni sarebbe applicabile anche a corpi vivi senza causarne la morte.

Notoriamente le componenti ossee del corpo sono le ultime a decomporsi, dunque lo scheletro è quanto spesso si ritrova di una salma a seguito della riesumazione.

Il tempo necessario perché un corpo umano si riduca ad uno scheletro può variare notevolmente. Normalmente il corpo di un adulto sepolto in terreno ordinario senza una bara richiede dieci-dodici anni per decomporsi ad uno scheletro, in un clima temperato. Immergendo il corpo in acqua, la scheletrificazione accade circa quattro volte più velocemente; esponendo il cadavere all'aria aperta, otto volte più velocemente.

Lo scheletro, in sé, non è permanente poiché gli acidi a cui il cadavere è esposto possono disintegrarlo (questo è uno dei motivi della mancanza di resti umani nel relitto del Titanic anche in parti della nave inaccessibili ai pesci ed agli altri agenti degradanti).

I corpi esposti a terreno freddo e umido possono invece sviluppare una sostanza cerosa denominata "adipocera", a causa dell'azione (sulle proteine e sui grassi del corpo) di prodotti chimici presenti nel terreno. La formazione di adipocere ritarda la decomposizione inibendo l'azione dei batteri che causano la putrefazione.

Varie scienze, per finalità diverse, studiano la decomposizione dei corpi.

Queste scienze hanno spesso relazione con la medicina legale, perché il motivo più frequente per lo studio specifico sulla decomposizione dei corpi umani è determinare il periodo e la causa della morte di un dato individuo a fini legali.

La patologia legale, che studia gli indizi eventualmente utili a individuare la causa della morte come fenomeno medico:
L'entomologia legale, che studia gli insetti e gli altri parassiti trovati nel cadavere; la sequenza in cui compaiono, i generi di insetti e in quale momento del loro ciclo di vita sono trovati, sono indizi che possono far luce sulla data di morte, sulla durata di esposizione del corpo e chiarire se il corpo è stato spostato.
L'antropologia legale è il ramo dell'antropologia che studia gli scheletri ed i resti dell'essere umano, per cercare solitamente indizi quanto all'identità, alla razza ed al sesso del loro ex proprietario.



La velocità e la completezza con cui si degrada un corpo sono influenzate da quattro fattori, il più importante dei quali è la temperatura: la velocità delle reazioni chimiche in un cadavere raddoppia ogni volta che la temperatura aumenta di 10 gradi. Umidità e acqua dell'ambiente attenuano queste reazioni, rallentandone gli effetti. Estrema alcalinità o acidità accelerano la degradazione delle molecole biologiche da parte degli enzimi, sebbene anche in questo caso un'abbondanza di acqua attenui gli effetti. Ogni cosa, infine, che blocchi l'esposizione all'ossigeno, come il trovarsi sottoterra, sott'acqua o a grande altitudine, rallenta la decomposizione. A seconda della combinazione di questi quattro fattori, un corpo diventa scheletro in appena due settimane o anche più di due anni.
Gli scienziati forensi usano le conoscenze di biologia e chimica della decomposizione, e delle variabili che ne influenzano la velocità, per stimare il momento della morte di una persona e scoprire sepolture clandestine. Medici ed eticisti possono dissentire sulla definizione del momento della morte, ma gli stadi attraversati da un corpo in decomposizione sono noti in modo dettagliato. I tempi indicativi sono approssimativi, e si riferiscono a un corpo all'aria aperta. La sepoltura, in terra o in una bara, può estendere significativamente i vari intervalli.

Nel primo stadio i tessuti molli cominciano a decomporsi, in una catena di eventi che inizia con l'autolisi, o autodigestione. Al cessare della respirazione e della circolazione, le cellule restano prive dell'abituale rifornimento di ossigeno. Possono sopravvivere, per un arco di tempo che va da qualche minuto a qualche giorno, ma non possono più scaricare i prodotti di scarto nel flusso sanguigno. L'anidride carbonica, uno dei prodotti di scarto del metabolismo, è acida, perciò il suo accumulo fa aumentare l'acidità all'interno della cellula, provocando la rottura delle membrane cellulari. Le singole membrane che circondano organelli chiamati lisosomi tendono a dissolversi per prime, e i loro sacculi contengono enzimi digestivi che normalmente la cellula usa per degradare macromolecole organiche come le proteine. Una volta usciti dai lisosomi, questi enzimi cominciano a digerire le cellule dall'interno, producendo vescicole all'interno e sulla superficie dei tessuti e degli organi interni, e sulla pelle. Il fluido delle vescicole, costituito da resti delle cellule digerite, è ricco di sostante nutritive.
Quando le vescicole si rompono, questi fluidi danno alla superficie del cadavere una lucentezza umida. Le cellule profonde dalla cute iniziano a staccarsi, con il risultato che la pelle scivola via, uno dei primi rivoltanti segni visivi che segnalano la decomposizione.
Nel giro di qualche ora dopo la morte iniziano anche altri fenomeni. I muscoli si irrigidiscono (rigor mortis), a cominciare dalle palpebre, mascella e collo, quando le cellule smettono di pompare via gli ioni di calcio; è proprio questo pompaggio a mantenere la flessibilità dei muscoli. Per un po' le cellule muscolari continuano a convertire le sostanze nutritive in energia, ma in assenza di ossigeno il processo produce acido lattico, che provoca la contrazione dei muscoli. All'irrigidimento contribuisce anche la gelificazione del contenuto cellulare, dovuto all'aumento dell'acidità. Il rigor mortis arriva al suo apice in 24 ore, ma poi subentra il rilassamento via via che le cellule soccombono all'autolisi.
Il corpo inoltre comincia a raffreddarsi (algor mortis) fino alla temperatura ambiente, generalmente a circa 0,8 gradi l'ora. Ovviamente l'algor mortis può essere influenzato dalle dimensioni e dal punto in cui si trova il corpo, dagli abiti e dalle condizioni climatiche.
Entro un'ora o due dalla morte l'azione della gravità fa depositare i globuli rossi e le cellule bianche del sangue (livor mortis), conferendo gradualmente alla pelle un colorito purpureo o bluastro, salvo che nelle zone che subiscono una compressione, come la pelle a contatto con il terreno. La coagulazione massima avviene fra 6 e 12 ore. La marmorizzazione avviene dopo diversi giorni, quando il sangue e le proteine cominciano a decomporsi liberando composti solforati che contribuiscono allo sgradevole odore del cadavere.

Dopo una settimana circa, il rilascio di fluidi ricchi di sostanze nutritive inizia ad alimentare un esercito di microbi che producono l'ulteriore liquefazione dei tessuti molli del corpo. Batteri, funghi e protozoi, provenienti sia dal cadavere sia dall'ambiente, attaccano i tessuti, producendo numerosi gas, fra cui anidride carbonica, metano, idrogeno solforato, ammoniaca e una varietà di cosiddetti composti organici volatili come il benzene. Il rigonfiamento, o distensione, più evidente avviene nel tratto intestinale, dove si trova la massima concentrazione di microrganismi del corpo umano. I gas intrappolati possono uscire dal retto, o addirittura lacerare la parete intestinale.

Nello stadio della putrefazione attiva, insetti (larve e coleotteri, principalmente) e a volte alcuni carnivori ai microrganismi per rimuovere le restanti tracce di tessuto. Gran parte dei muscoli e dei grassi del corpo è ormai ridotta a un mefitico liquido colloso. Se il tessuto era esposto all'aria (condizioni aerobiche) avrà un pH molto basico, superiore a 9,0 (7,0 corrisponde a pH neutro). Se il cadavere è stato sepolto, in modo che prevalgano condizioni anaerobiche (assenza di ossigeno), il pH sarà invece acido (inferiore a 7,0). La decomposizione è tanto più rapida quanto più estremo è il pH.
Se le condizioni sono basiche e anche tiepide e umide, i lipidi (in primo luogo i trigliceridi) subiranno la «saponificazione», una reazione che produce adipocera, nota anche come cera dei cimiteri. (La stessa reazione è alla base della fabbricazione del sapone in commercio, prodotto da grasso animale.) Il colore dall'adipocera può andare dal biancastro al giallo scuro, con qualche pezzo brunastro. Anche la sua consistenza è variabile: può andare da dura e friabile, se la decomposizione è avvenuta rapidamente, a molle e pastosa, se è stata più lenta. Se l'adipocera ricopre parte del tessuto in decomposizione si crea un ambiente anaerobico e protetto dall'ambiente circostante, che rallenta il processo e potenzialmente ritarda anche di anni la liquefazione di quella area.

Nello stadio secco, le ultime tracce di tessuto sono state ormai rimosse. Resta lo scheletro. Cattivi odori e aspetto sfigurato sono in larga parte spariti. Le ossa subiscono un processo di decomposizione specifico, chiamato diagenesi, che può durare da qualche anno a decine di anni. L'osso ha due componenti: una proteica (collagene) e una minerale, l'idrossiapatite. Le proteine si degradano per prime, rendendo suscettibile il rimanente materiale scheletrico a processi di fessurazione e di sfaldamento. Eliminate le proteine, il materiale scheletrico verrà ridotto in polvere da cicli di congelamento e disgelo, umidità e carnivori ed erosione. Ma se le ossa si trovano in terreno secco e composto da certi minerali, questi minerali possono riempire le fratture e vuoti, legandosi all'idrossiapatite e permettendo a quel che resta del corpo di fossilizzarsi e di resistere all'usura del tempo.




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mercoledì 16 settembre 2015

LE Droghe Sintetiche



Secondo i dati del Cnr la discoteca resterebbe il luogo di elezione, per i ragazzi,  per procurarsi e assumere sostanze psicoattive illegali.

Sono principalmente di due tipi: eccitanti o stimolanti e allucinogene. Alla prima categoria appartengono le anfetamine e la cocaina. Nella seconda categoria rientrano la marijuana, l'hashish, l'lsd e l'ecstasy.  La più utilizzata per lo sballo in discoteca  è l'ecstasy, una droga sintetica che dà effetti eccitanti e allucinogeni. I giovani che l' assumono – avvertono dall'Istituto Neurologico Mediterraneo  - possono morire per una sindrome gravissima, chiamata 'serotoninergica', che può comparire da 15 minuti a 6 ore dopo l'assunzione. Causa ipertermia, collasso cardiocircolatorio, insufficienza renale, necrosi epatica e morte, che può avvenire anche nel giro di un'ora. La tossicità della droga è amplificata da sovraffollamento, elevata temperatura ambientale, musica ad alto volume, ballo e disidratazione.

A fare concorrenza all'ecstasy è il boom delle nuove droghe sintetiche, acquistate online o prodotte in casa. Le reali conseguenze ancora non si conoscono fino in fondo ma, quando non si muore, le subisce il cervello. Le oltre 500 molecole di droghe sintetiche scoperte fino a oggi sfuggono, nella quasi totalità, sia al contrasto delle forze dell'ordine che ai test medici.  "Ci sono sostanze come i catinoni che danno gli stessi effetti della cocaina ma non vengono cercati nei test - sottolinea Carlo Locatelli, direttore del Centro nazionale di informazione tossicologica (Cnit) della fondazione Salvatore Maugeri  - lo stesso vale per chetamine e cannabinoidi sintetici che, in molti casi, non sono illegali".

Una ricerca dell' Istituto tecnico 'Luca Pacioli'  di Crema (Cremona) ha individuato alcune delle droghe, anche molto recenti, più utilizzate in discoteca dai ragazzi.



Cobret: E' polvere di eroina scaldata e sniffata. In Italia cominciò a diffondersi nel  1997 fra i ragazzi che consumavano ecstasy.

Yaba: E' una polvere che arriva dal sud-est asiatico e comincia ad estendersi nelle discoteche europee. Fu sviluppata nei laboratori nazisti, per ordine di Hitler, per tenere sveglie per giorni interi le truppe. Può causare infarto acuto.

Shabu: conosciuti anche come 'diamantini colorati' . Si tratta di anfetamine fumate per provocare un'eccitazione di maggior durata rispetto all'ecstasy. Oltre a disturbi di ordine psichiatrico, può causare infarto.

Popper: Il nome scientifico è 'nitrito d'anile'. In realtà è in circolazione da almeno 20 anni. E' venduto in forma di fialette, mandasu di giri in pochi istanti e può causare  ipertensione e ictus celebrale.

Ketamina: E' un liquido che veniva usato dai veterinari come anestetico. Si è diffuso nei rave dove viene sniffato. Provoca allucinazioni intense, con difficoltà a camminare e cecità temporanea.

Speed: E' una miscela di anfetamina e cocaina. Provoca un'intensa eccitazione che dura ore. I disturbi che provoca passano dall'aritmia cardiaca agli attacchi epilettici, fino a stati paranoici acuti.

Superpill: Uno degli ultimi arrivi nel supermercato delle droghe sintetiche. E' un miscuglio di ecstasy e Viagra, quasi sempre potenziato dall'assunzione di alcol. L'ecstasy spazza via qualsiasi tipo di inibizione, dando la sensazione di maggiore audacia nelle avances sessuali, aiutato in questo da Viagra. Effetti: scompensi cardiaci, pressione e febbre alle stelle.

Ecstasy è il nome usato comunemente per indicare l’Mdma, una droga sintetica. Le droghe sintetiche sono sostanze psicoattive prodotte in laboratorio. Come sottolinea l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, un’agenzia dell’Unione europea, l’Europa è storicamente un mercato di produzione e consumo di droghe sintetiche. In particolare sono tre le droghe sintetiche che dominano il mercato europeo: le anfetamine, le sostanze stupefacenti simili all’ecstasy, soprattutto Mdma, e le metanfetamine.

Le anfetamine si presentano sotto forma di polvere biancastra, ma anche in fiale, pasticche e capsule, pertanto possono essere assunte per via orale o inalate, meno per via endovenosa. Agiscono come stimolanti del sistema nervoso centrale.

L’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze parla di effetti collaterali come ipertensione e tachicardia. Chi assume questo tipo di droghe sintetiche può sentirsi più sicuro di sé e pieno di energie. Le anfetamine sopprimono l’appetito e la fatica e inducono insonnia. A distanza di ore dall’assunzione si può diventare più irritabili, ansiosi e irrequieti. Un’intossicazione acuta provoca anche disturbi al sistema cardiovascolare, mentre un uso prolungato porta a variazioni neurochimiche e dell’anatomia cerebrale.



Gli effetti dell’assunzione di metanfetamine, un’altra categoria di droghe sintetiche, sono simili a quelli delle anfetamine. Tuttavia, sottolinea l’agenzia dell’Ue, le metanfetamine sono più potenti di quest’ultime.

Con l’ecstasy viene incrementata l’attività di alcuni neurotrasmettitori tra cui la serotonina, il cosiddetto “ormone del buonumore”. Ecco perché chi assume questa droga sintetica prova maggiore empatia, ha meno difficoltà a relazionarsi e a entrare in confidenza con gli altri.

Tuttavia l’incremento nella produzione di serotonina causa anche effetti negativi, dalla confusione ai disturbi del sonno all’ansia. Tra gli altri effetti del consumo di ecstasy c’è l’amplificazione delle capacità sensoriali, dal tatto al gusto all’olfatto; si sentono meno la stanchezza, la fame, la sete e il sonno, ma si può provare anche tachicardia e ipertensione. Altre conseguenze sono nausea, vomito, bruxismo e crampi muscolari, aumento della temperatura corporea e sudorazione eccessiva. Il consumo di ecstasy – sottolinea il ministero della Salute – può favorire l’infarto nelle persone che soffrono di malattie cardiovascolari ed è particolarmente pericoloso per le persone con problemi a reni o fegato.

Secondo l’ultima Relazione annuale del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in Italia tra il 2011 e il 2014, nella popolazione scolastica 15-19 anni, c’è stato un lieve aumento dei consumatori di ecstasy o anfetamine. Il 2,2% di questa popolazione riferisce di aver provato queste droghe sintetiche almeno una volta nella vita.

La droga su Internet è un gioco goliardico, ammicca sullo scaffale virtuale come un fumetto o un nuovo videogame. Può chiamarsi «Blue Stuff» e citare nell’immagine stampata sulla confezione la serie tv «Breaking Bad», dove un mite professore di chimica in crisi inizia a produrre «Blue Sky», la droga blu che lo trasformerà in un boss sanguinario. Circola su siti che che dichiarano di offrire «molecole per la ricerca chimica» e poi spediscono a casa da Regno Unito e Germania bustine da un grammo di cristalli a venti euro, oppure pellets, «gogaine», cannabinoidi sintetici, etilfenidato e fenetilamnine.
Tra il 2010 e il 2014 in Italia sono comparse 450 nuove molecole d’abuso disponibili sul mercato. E gli Stati arrancano, costretti ad aggiornare senza sosta le tabelle delle sostanze proibite per provare a tenere il passo delle nuove molecole chimiche sintetizzare a getto continuo in laboratori spesso basati in Cina.
Un fenomeno di nicchia, qualcuno si ostina ad affermare. Riservato ai giovanissimi e confinato in ristrette cerchie di «psiconauti» che sperimentano nei rave o a domicilio e poi condividono esperienze nei forum. «Anche la cocaina è stata un fenomeno di nicchia per decenni in Italia», dice il dottor Paolo Tagliaro dell’Università di Verona che per il Dipartimento Politiche Antidroga ha condotto una ricerca sulle nuove droghe. «Metà della casistica da noi riscontrata riguarda persone sopra i 35 anni», ricorda invece il dottor Carlo Locatelli del Centro Antiveleni di Pavia. Mentre l’Italia non ha ancora deciso se rilanciare o conservare il Dipartimento Politiche Antidroga teenager, studenti e professionisti in cerca di evasione a basso rischio (sul fronte legale) scoprono sempre più numerosi il fascino del «buy-chemicals» on line. Un mercato diventato fonte di concorrenza per le organizzazioni criminali, in grado di sfuggire al loro controllo.
Ci sono molecole la cui circolazione è già segnalata in Europa ma ancora mai sequestrate in Italia: è il caso della MT-45, oppioide sintetico dagli effetti assimilabili a quelli dell’eroina. Ha già fatto diversi morti in Nord Europa e si compra da casa, per esempio su un sito canadese. Altra novità che sta trovando larga diffusione in Italia sono le 25-NBOME, una famiglia di fenetilammine allucinogene vendute sotto forma di francobollini, come l’LSD. O la 1P-LSD, altra sostanza allucinogena nuovissima, immessa recentemente sul mercato e già andata a ruba. Anche la AL-LAD, droga psichedelica sempre della famiglia LSD, riscuote ottime recensioni nei forum in cui gli psiconauti si scambiano consigli su dosaggi e somministrazioni.



LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/09/le-droghe-leggere.html



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lunedì 7 settembre 2015

LA CICUTA

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Dopo aver bevuto la cicuta - racconta Platone - Socrate rimproverò i suoi allievi, che non riuscivano a frenare il pianto: «Che stranezza è mai questa, amici? Si dice che sia bene morire fra serene parole di augurio». E serenamente spirò. Così nel «Fedone». Ma che la cicuta (koneion) desse una morte indolore è tutt’ altro che certo. Platone, probabilmente, voleva idealizzare gli ultimi momenti del maestro ma altri resoconti, più realistici, descrivono la morte di chi aveva ingerito il veleno in modo molto diverso: la mente oscurata, la vista deformata, gli occhi che selvaggiamente roteavano, la gola attanagliata, le estremità paralizzate. La cicuta, infatti, non venne introdotta per alleviare le sofferenze dei condannati a morte. Venne introdotta per calcolo politico dai Trenta Tiranni (V secolo a.C.), che per liberarsi senza troppo rumore degli oppositori mandavano loro in carcere una porzione del veleno: per ovvie ragioni, queste esecuzioni dovevano avvenire senza suscitare scalpore.

La cicuta è una pianta della famiglia Apiaceae. È una pianta erbacea a ciclo biennale che si può trovare fino a 1800 metri di altitudine.

Comunemente nota come cicuta o cicuta maggiore, è originaria dell'Europa ed è passata alla storia quale bevanda che diede la morte al filosofo Socrate, che venne condannato alla pena capitale e la bevve sotto forma di infuso. Tuttavia, con tutta probabilità (dati i sintomi descritti nel Fedone di Platone), Socrate utilizzò una mistura di veleni (cicuta da Conium, oppio e datura).

Conium maculatum è una pianta erbacea con radice carnosa di colore bianco. Presenta un odore sgradevole e nauseabondo, simile all'urina di gatto, soprattutto quando viene spezzata. Cresce spontanea nelle campagne italiane, dove preferisce i luoghi ben freschi (ai bordi delle siepi, nei pressi dei rigagnoli...).



Il fusto, che può raggiungere 1-2 metri di altezza, è cavo, glabro, tipicamente arrossato verso il basso e presenta per tutta la lunghezza delle macchie rosso-vino.

Le foglie possono raggiungere i 50 cm di lunghezza e 40 di larghezza, assumono una forma grosso modo triangolare e sono suddivise al loro interno in un gran numero di foglioline a bordi dentati (foglia composta pennatosetta).

I fiori appaiono generalmente al secondo anno di vita e sono portati in infiorescenze ad ombrella di colore bianco. La pianta fiorisce tra aprile ed agosto.

Tutta la pianta è notevolmente velenosa e può portare alla morte. Ciò è dovuto alla presenza di almeno cinque diversi alcaloidi: la coniina, la conidrina, la pseudoconidrina, la metilconicina e la coniceina. La coniina — una neurotossina — è l'alcaloide più attivo ed agisce a livello delle sinapsi neuromuscolari.

Si ritiene che la dose mortale per un essere umano sia di qualche grammo di frutti verdi. Nell'uomo l'ingestione della cicuta provoca problemi digestivi, cefalee ed in seguito parestesia, diminuzione della forza muscolare, e infine una paralisi ascendente.

La pianta è tossica sia per il bestiame che per l'uomo, e per questo motivo viene ignorata dagli erbivori. La dose letale per un cavallo è di circa 2 chilogrammi di foglie, mentre poco più di mezzo chilogrammo è sufficiente per una vacca. La dose letale per una pecora si aggira intorno ai 2 etti. I volatili in genere invece ne sono immuni. Il veleno agisce anche indirettamente, cioè può portare ad avvelenamento anche in seguito ad ingestione di un animale che se ne era cibato in precedenza.

Con il nome comune di cicuta vengono però comunemente indicate anche altre due specie, ciascuna appartenenti a generi differenti:
La cicuta minore (Aethusa cynapium L.), annuale o bienne a seconda delle sottospecie, è detta anche falso prezzemolo. La sua somiglianza con questa pianta aromatica ha portato a fenomeni di avvelenamento per la confusione tra le due.
La cicuta acquatica (Cicuta virosa L.) è una pianta perenne, che cresce in prossimità di acquitrini. È la più velenosa delle tre ma in Italia è rara anche per la bonifica delle zone paludose in cui cresce.

I libri sulle erbe raccontano di bambini fortemente intossicati perchè giocavano con il suo fusto cavo usandolo come cerbottana.

Nell'antichità la usavano a piccolissime dosi anche come medicina ma, lo sconsigliamo fortemente. Aggiungendo qualche goccia di acido solforico alla tintura alcolica si ottiene un precipitato di coniina pura in grossi cristalli.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/09/il-carcere-nella-storia.html





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martedì 24 marzo 2015

L' OLEANDRO



L'oleandro è un arbusto tipico della vegetazione mediterranea, è diffuso in tutta Italia in coltivazione, nelle zone meridionali è presente anche allo stato naturale; pianta ben nota agli appassionati di giardino e non, l'oleandro è un arbusto vigoroso sempreverde, che produce per tutta la bella stagione bellissimi fiori profumati, riuniti in racemi all'apice dei rami flessibili. I fiori sono di colore tipicamente rosa, ma esistono numerose varietà ibride, con fiori rossi o bianchi, talvolta variegati, talvolta doppi o stradoppi.
Gli oleandri sono piante molto diffuse nelle zone a clima mediterraneo grazie alle poche esigenze colturali, spesso si utilizzano nell'arredo urbano, in quanto sopravvivono anche in condizioni di coltivazione non ideali, come caldo estremo o siccità. Tipicamente in Italia gli oleandri vengono posti a dimora persino lungo le autostrade, visto che sono adatti a vivere senza annaffiature anche per mesi, continuando comunque la fioritura estiva.
L'oleandro ha un portamento arbustivo, con fusti generalmente poco ramificati che partono dalla ceppaia, dapprima eretti, poi arcuati verso l'esterno. I rami giovani sono verdi e glabri. I fusti e i rami vecchi hanno una corteccia di colore grigiastro.

Le foglie, velenose come i fusti, sono glabre e coriacee, disposte a verticilli di 2-3, brevemente picciolate, con margine intero e nervatura centrale robusta e prominente. La lamina è lanceolata, acuta all'apice, larga 1-2 cm e lunga 10-14 cm.

I fiori sono grandi e vistosi, a simmetria raggiata, disposti in cime terminali. Il calice è diviso in cinque lobi lanceolati, di colore roseo o bianco nelle forme spontanee. La corolla è tubulosa e poi suddivisa in 5 lobi, di colore variabile dal bianco al rosa e al rosso carminio. Le varietà coltivate sono a fiore doppio e sono quasi tutte profumate. L'androceo è formato da 5 stami, con filamenti saldati al tubo corollino. L'ovario è supero, formato da due carpelli pluriovulari. La fioritura è abbondante e scalare, ha inizio nei mesi di aprile o maggio e si protrae per tutta l'estate fino all'autunno.

Il frutto è un follicolo fusiforme, stretto e allungato, lungo 10-15 cm. A maturità si apre longitudinalmente lasciando fuoriuscire i semi. Il seme ha dimensione variabile dai 3 ai 5 mm di lunghezza e circa 1 mm di diametro ed è sormontato da una peluria disposta ad ombrello (pappo) che permette al seme di essere trasportato dal vento anche per lunghe distanze.

L'oleandro è una specie termofila ed eliofila, abbastanza rustica. Trae vantaggio dall'umidità del terreno rispondendo con uno spiccato rigoglio vegetativo, tuttavia ha caratteri xerofitici dovuti alla modificazione degli stomi fogliari che gli permettono di resistere a lunghi periodi di siccità. Teme il freddo, pertanto in ambienti freddi fuori dalla sua zona fitoclimatica deve essere posto in luoghi riparati e soleggiati. Viene coltivato in tutta Italia a scopo ornamentale e spesso è usato lungo le strade perché non richiede particolari cure colturali.

Nonostante il portamento cespuglioso per natura, può essere allevato ad albero per realizzare viali alberati suggestivi per la fioritura abbondante, lunga e variegata nei colori. In questo caso richiede frequenti interventi di spollonatura per rimuovere i polloni basali emessi dalla ceppaia.

L'oleandro ha un areale piuttosto vasto che si estende nella fascia temperata calda dal Giappone al bacino del Mediterraneo. In Italia vegeta spontaneamente nella zona fitoclimatica del Lauretum presso i litorali, inoltrandosi all'interno fino ai 1000 metri d'altitudine lungo i corsi d'acqua. In effetti si tratta di un elemento comune e inconfondibile della vegetazione riparia degli ambienti mediterranei, quasi sempre associato ad altre specie riparie quali l'ontano, la tamerice, l'agno casto. S'insedia sia sui suoli sabbiosi alla foce dei fiumi o lungo la loro riva, sia sui greti sassosi, formando spesso una fitta vegetazione.

L'associazione vegetale riparia con una marcata presenza dell'oleandro è una particolare cenosi vegetale che prende il nome di macchia ad oleandro e agno casto, di estensione limitata. Si tratta di una naturale prosecuzione dell'oleo-ceratonion, dal momento che le due cenosi gradano l'una verso l'altra con associazioni intermedie che vedono contemporaneamente la presenza dell'oleandro e di elementi tipici della macchia termoxerofila (lentisco, carrubo, mirto, ecc.). Un caso singolare, forse unico in natura, si rinviene nella Gola di Gorropu fra il Supramonte di Orgosolo e quello di Urzulei in Sardegna: in questo caso la macchia ad oleandro e agno casto si inoltra fino ai 1000 metri, confinando con la lecceta primaria.

È uno dei fiori più affascinanti, ma attenzione al suo “lato oscuro”
In passato non sono mancati poeti, pittori o musicisti che gli abbiano consacrato versi, “pennellate” o note per celebrare il fascino  dell’oleandro. Con questa pianta si può preparare un infuso mortale.
Tutta la pianta è tossica, in ogni sua parte, infatti, sono contenuti glicosidi cardioattivi (cardenolidi) capaci di alterare il ritmo cardiaco, causando aritmie di varia natura.
L’intossicazione si manifesta dapprima con episodi di vomito che spesso contribuiscono a ridurre l’assorbimento delle tossine. Seguono, a distanza di qualche ora, disturbi del ritmo cardiaco come bradicardia sinusale (rallentamento del battito) e aritmie ventricolari. Sebbene i glicosidi cardioattivi agiscano a basse concentrazioni e l’intossicazione sia potenzialmente mortale, questa, purché riconosciuta e trattata tempestivamente, si risolve senza esiti.
Bisogna telefonare immediatamente al Centro Antiveleni che darà i consigli più opportuni relativamente al caso clinico. È disponibile un antidoto che somministrato in tempo utile, risolve l’intossicazione.
Dato che la pianta è tossica, non bisogna bruciarla o usare, per qualsiasi scopo, fiori, foglie, rametti, tronchi, o parte di essi e neppure l’acqua in cui è stato conservato il vegetale reciso. In passato non sono mancati casi in cui sono stati osservati lievi sintomi di intossicazione in seguito ad inalazione del fumo prodotto dalla legna di oleandro bruciata, o a causa di ingestione di spiedini preparati utilizzando come supporto i rametti di oleandro.

La scrittrice indiana Vandana Shiva ha raccontato che l’oleandro è il veleno usato dagli agricoltori del suo Paese per andarsene per sempre quando non riescono a pagare i debiti.

L’oleandro è il veleno dei poveri. Non dà i risultati certi delle pozioni servite nelle cliniche del suicidio assistito. Ma, a quanto pare – se lo si sa dosare – dà una morte relativamente dolce. Non una delle morti orribili alle quali ci hanno abituato questi tempi di disperazione con i disoccupati, gli indebitati, gli usurati, i licenziati che si danno fuoco o si gettano dalla finestra. L’oleandro, quando è ben dosato, dà quasi una “morte svizzera”.




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venerdì 13 marzo 2015

UPUPA EPOPS

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L'upupa (Upupa epops Linnaeus, 1758) è un uccello bucerotiforme della famiglia degli Upupidi, nell'ambito della quale rappresenta l'unica specie vivente. L'upupa gigante, infatti, si è estinta nel XVI secolo.

L'upupa è l'uccello nazionale dello Stato d'Israele dal maggio 2008.

Il nome di questo uccello deriva dall'onomatopea latina del verso che soprattutto i maschi sono soliti emettere durante il periodo riproduttivo, e che suona come un cupo hup-hup-hup trisillabico.

L'upupa è sicuramente uno degli uccelli più appariscenti diffusi alle nostre latitudini: la colorazione molto accesa, rosso-arancio con ali e coda a bande bianche e nere, il lungo becco leggermente ricurvo e la cresta erettile sulla testa risultano inconfondibili fra gli uccelli nostrani, sebbene risulti abbastanza difficile avvistare un'upupa in virtù delle sue abitudini schive e della sua predilezione per le aree rurali e scarsamente antropizzate.

L'upupa è un uccello amante degli spazi aperti e dei climi miti: pur occupando un areale estremamente vasto (che comprende gran parte di Europa, Asia ed Africa), essa tende a migrare verso siti più caldi solo nelle aree temperate, mentre in quelle tropicali e subtropicali risulta stanziale.

L'upupa è lunga 25–32 cm, con apertura alare di 44–48 cm e peso compreso fra i 46 e gli 89 grammi.

L'aspetto è molto caratteristico. L'upupa presenta un becco molto lungo (da due a tre volte il cranio, a seconda della sottospecie) e leggermente ricurvo verso il basso, più largo alla base, di colore bruno scuro o nero con base color carnicino: la testa è sormontata da un ciuffo erettile di penne. Le ali sono tozze e di forma arrotondata, più grandi in proporzione nelle sottospecie che sono solite migrare: la coda è lunga e stretta. Le zampe sono piuttosto tozze e forti, di colore carnicino-grigiastro, sono munite di quattro dita, tre rivolte anteriormente e uno rivolto posteriormente: ciascun dito è provvisto di un'unghia leggermente ricurva. Gli occhi sono piuttosto piccoli, di colore bruno scuro o nero, con pupilla rotonda.

Il piumaggio è anch'esso inconfondibile, di colore bruno-arancio uniforme su tutto il corpo, con tendenza a sbiadirsi e schiarirsi nella regione pettorale e ventrale fino a diventare bianco su basso ventre, zampe e sottocoda: le penne del ciuffo cefalico presentano punta nera, mentre la metà distale delle ali e la coda sono nere con bande orizzontali bianche il cui numero e spessore variano sia individualmente che a seconda della sottospecie. La tonalità del piumaggio varia anch'essa individualmente a seconda della dieta dal grigio-brunastro al color ruggine, ma solitamente è caratteristica per le varie popolazioni ed è un importante strumento per individuare la sottospecie a cui appartiene l'animale. Le femmine possiedono piumaggio simile ai maschi, circa non presenza accennata di una mascherina di colore più scuro attorno a occhi e becco.

L'upupa è un uccello prevalentemente diurno, che ha il suo picco d'attività nelle ore pomeridiane: passa la maggior parte del suo tempo muovendosi al suolo alla ricerca di cibo.
In caso di passaggio di un predatore (ad esempio un uccello rapace), l'upupa si appiattisce al suolo aprendo le ali e la coda e tenendole basse sul terreno, e al contempo alzando la testa verso l'alto: questa postura, mettendo ben in mostra le bande bianche e nere di ali e coda, avrebbe la funzione di rompere il contorno dell'animale e confondere i predatori. Tuttavia, sono state osservate numerose upupe mettersi in questa posizione senza apparente motivo di pericolo, e pertanto si è propensi a credere che essa abbia anche (se non unicamente) la funzione di esporre la maggior superficie possibile del corpo dell'animale ai raggi solari, permettendogli di compiere dei veri e propri bagni di sole.

Spesso l'upupa può essere osservata anche fare bagni di sabbia o di polvere, arruffando le penne ed aiutandosi col becco ai bordi delle strade sterrate: questi hanno lo scopo di liberarsi degli eventuali parassiti che possono infestare le penne.

Il volo è molto caratteristico, in quanto grazie alle tozze ali profondamente digitate che l'animale batte a intervalli regolari, esso procede secondo percorsi sinusoidali, in maniera simile a una grossa farfalla. La forma delle ali consente però all'animale di compiere scarti improvvisi e ripetuti anche in rapida successione, liberandosi facilmente di eventuali inseguitori.

Le popolazioni europee dell'Asia centrale sono solite migrare durante i mesi freddi verso zone più calde, mentre le popolazioni tropicali tendono ad essere stanziali durante l'anno. Tuttavia, può succedere che esemplari isolati od intere popolazioni rimangano stanziali nelle aree settentrionali dell'areale, specialmente in caso di inverni miti o secchi: anche le popolazioni tropicali stanziali possono compiere migrazioni stagionali di piccola entità per sfuggire al monsone.
Durante le migrazioni, le upupe possono muoversi anche ad alta quota, ad esempio per oltrepassare una catena montuosa: esemplari di questa specie furono avvistati attorno ai 6400 m d'altezza durante la prima spedizione volta alla conquista del Monte Everest. Generalmente, però, questi uccelli tendono a rimanere al di sotto degli 800 m di quota, sebbene vi siano delle colonie nidificanti anche a 3000 m di quota, come sui monti dell'Altaj.

Le upupe generalmente sono uccelli molto silenziosi: durante il periodo riproduttivo, tuttavia, è molto frequente udire il caratteristico canto che suona come un hup-up-up trisillabico (sebbene possano essere emesse anche due o quattro sillabe) e che dà alla specie sia il nome comune che quello scientifico. Il canto dell'upupa, in alcune zone dell'areale occupato da questa specie, può essere confuso con quello molto simile del cuculo dell'Himalaya, che però possiede canto tetrasillabico.
L'upupa può emettere anche suoni gracchianti (molto simili al verso della ghiandaia) quando allarmata o disturbata, oppure suoni sibilanti per minacciare gli intrusi: anche i nidiacei fin dalle prime ore di vita emettono suoni sibilanti allo scopo di spaventare gli intrusi che si affaccino al nido, mentre per la richiesta del cibo essi emettono un verso che ricorda il garrito del rondone. Le femmine, durante il corteggiamento, rispondono positivamente alle offerte di cibo da parte del maschio con un verso corto e sospirato.

L'alimentazione dell'upupa si basa quasi esclusivamente sugli insetti: vengono preferiti grilli, grillotalpa, coleotteri, larve e bruchi di varie specie, oltre a formiche, cavallette e crisalidi. Più raramente, questi animali si cibano anche di altri invertebrati come lombrichi, molluschi e ragni. L'animale non disdegna di tanto in tanto di integrare la propria dieta anche con piccoli vertebrati (principalmente lucertole neonate e piccoli anfibi), uova e anche nidiacei di uccelli che nidificano al suolo, oppure con materiale di origine vegetale, come bacche e meno frequentemente anche granaglie.

L'upupa cerca il cibo al suolo ed in maniera solitaria, inserendo più volte anche fino alle narici nel terreno (o fra rocce, pile di foglie morte, sterco) il lungo becco fin quando, grazie al tatto ben sviluppato, percepisce la presenza di una galleria sotterranea: a questo punto, l'animale comincia a seguire percorsi circolari, sondando continuamente il terreno per individuare l'inquilino della galleria. Una volta trovato, l'upupa apre il becco conficcato nel suolo grazie ai potenti muscoli mandibolari, in modo tale da poter catturare la preda sottoterra: qualora non riesca ad afferrarla immediatamente, l'animale non ha problemi a scavare nel terreno raspando con le forti zampe, mettendo a nudo le gallerie o le tane in cui le prede si rifugiano per poi cibarsene.

Mentre scandaglia il terreno alla ricerca di gallerie, l'upupa può cercare il cibo anche servendosi della vista sulla superficie, nutrendosi dei piccoli animali messi in fuga durante le sue attività. Può succedere, anche se piuttosto raramente, che questi uccelli si nutrano al volo, sfruttando la rapidità e l'imprevedibilità del volo per catturare gli insetti (api, calabroni o mosconi): generalmente questo avviene qualora le prede siano presenti in ingenti quantità, come gli sciami di mosche nei pressi dei mucchi di letame.

Generalmente, il range di taglia delle potenziali prede dell'upupa varia fra 1 e 15 cm, con preferenza per prede di piccola taglia, fra i 2 ed i 3 cm di lunghezza: spesso l'animale rimuove le parti chitinose difficili da digerire (come zampe e ali) dalla preda prima di ingoiarla, lanciandola in aria ed afferrandola col becco. Se la preda è particolarmente voluminosa, l'animale la sbatte ripetutamente al suolo o contro una roccia (generalmente ciascun esemplare ha un proprio sito preferito contro il quale compiere questa operazione), in modo tale da sopraffarla ed esporne le parti tenere.

L'upupa è un uccello monogamo per la durata della stagione riproduttiva: le coppie si sciolgono al di fuori di questo periodo e generalmente non si ricongiungono durante le successive stagioni degli amori, coi due sessi che cercano altri partner.

Durante il corteggiamento, il maschio non cessa di seguire la femmina ripetendo incessantemente il proprio verso, con la cresta cefalica ben eretta e le penne della gola leggermente arruffate: esso cerca di conquistare la femmina (che in caso di consenso al corteggiamento risponde ai richiami del maschio) con doni consistenti in cibo. L'accoppiamento avviene al suolo.

Durante il periodo riproduttivo le coppie di questi uccelli (i quali sebbene solitari generalmente tollerano la presenza di conspecifici durante l'anno) sviluppano una spiccata territorialità, col maschio che canta quasi incessantemente per tenere lontani eventuali intrusi dal territorio. Durante questo periodo non sono infrequenti episodi di inseguimenti e combattimenti anche cruenti (con alcuni esemplari che restano feriti o accecati) a colpi di becco fra conspecifici, generalmente fra animali dello stesso sesso.

Il nido è rappresentato da una semplice cavità la cui ubicazione non costituisce un problema per questi animali, purché ad un'altezza inferiore ai 5 metri e con foro d'entrata sufficientemente ampio da farvi entrare la femmina e spazio interno sufficiente da permetterle di covare le uova: pertanto sono potenziali siti di nidificazuione le cavità degli alberi (nello scegliere le quali l'upupa mostra una spiccata preferenza per i grossi alberi secolari, in particolare meli), tane e nidi abbandonati, cavità fra radici e rocce, interstizi fra i mattoni, cassette-nido artificiali. Generalmente il nido non viene imbottito, ma alcuni esemplari possono foderarne rozzamente le pareti inferiori con ramoscelli e sterpaglie.

All'interno del nido viene deposto generalmente durante le prime ore del mattino un numero di uova variabile a seconda della popolazione, con gli animali delle latitudini più elevate che depongono in media un numero maggiore di uova rispetto a quelli diffusi nelle zone equatoriali, numero che è ancora maggiore nelle popolazioni dell'emisfero boreale rispetto a quelle australi: in generale, nelle popolazioni eurasiatiche vengono deposte fino a 12 uova, mentre una covata media di upupe tropicali o subtropicali raramente supera le 4 uova. Le uova presentano forma arrotondata e colore bianco-verdastro, che si sbiadisce assai rapidamente durante l'incubazione, misurano in media 2,6 x 1,8 mm e pesano circa 4,5 g cadauna.
La cova delle uova, che dura fra i 15 ed i 18 giorni, è affidata completamente ed esclusivamente alla femmina, che viene nutrita dal maschio. Durante il periodo riproduttivo, la ghiandola dell'uropigio della femmina aumenta rapidamente le proprie dimensioni e comincia a secernere un liquido nerastro dall'odore nauseabondo, che ricorda la carne marcescente: l'animale spande periodicamente questo liquido oleoso sul proprio piumaggio, probabilmente allo scopo di tenere alla larga eventuali intrusi, sebbene non siano escluse delle sue proprietà antiparassitarie e battericide[9]. La quantità di liquido secreta aumenta proporzionalmente all'eccitazione dell'animale, ma resta nell'ordine delle poche gocce: al di fuori del periodo riproduttivo, la ghiandola dell'uropigio riprende le sue funzioni ordinarie, secernendo un liquido oleoso inodore e giallastro che l'animale utilizza per toelettare le piume.

L'incubazione delle uova non è simultanea, ma ciascun uovo comincia il proprio sviluppo subito dopo la deposizione: per questo motivo, la schiusa è asincrona e l'ultimo nidiaceo può avere anche 16 giorni di differenza rispetto al primo schiuso. Alla nascita, i nidiacei sono ricoperti di piumino, mentre le penne cominciano a crescere fra il terzo ed il quinto giorno di vita: essi presentano ghiandola dell'uropigio ben sviluppata ed utilizzano il liquido secreto similmente alla madre, salvo poi perdere questa funzione attorno al mese di vita. A partire dal sesto giorno di vita, in caso di pericolo essi assumono una caratteristica posizione di difesa (allargando a ventaglio ali e cresta, appiattendosi al fondo del nido e puntando la coda contro il dorso sibilando) e possono spruzzare le proprie feci verso l'apertura del nido e fino a 60 cm di distanza.
Nonostante le credenze popolari che vogliano l'upupa un uccello estremamente sporco, che non si cura dell'igiene del nido durante la cova, la femmina cerca sempre di allontanare gli escrementi dei nidiacei: talvolta ciò può tuttavia non essere reso agevole o possibile dalle piccole dimensioni della cavità scelta come nido, oppure possono essere presenti accumuli fecali risalenti a precedenti occupazioni della stessa (in particolare da parte di columbiformi, che non sono soliti ripulire i propri nidi dalle deiezioni) ed erroneamente imputabili all'upupa da parte dell'osservatore.
La femmina si occupa di nutrire i piccoli col cibo portato dal maschio per 9-14 giorni, oltre che di tenerli caldi e protetti: passato questo periodo, si unisce al coniuge nel cercar loro il cibo. I piccoli si involano attorno alla quarta settimana di vita, ma tendono a rimanere coi genitori per un'ulteriore settimana (durante la quale continuano ad essere imbeccati) prima di allontanarsene.

Generalmente le upupe portano avanti un'unica covata l'anno, ma in casi eccezionali (come la perdita delle uova o dei nidiacei) ve ne può essere una seconda: nelle popolazioni tropicali e subtropicali la tendenza a portare avanti due covate pare più accentuata rispetto alle popolazioni delle aree temperate, e potrebbe rappresentare la norma.

Grazie al loro aspetto caratteristico, le upupe compaiono molto spesso nei racconti popolari e nelle storie di numerosissime civiltà presenti nel loro areale, non sempre con connotazione positiva.

Nell'antico Egitto, l'upupa veniva considerata un uccello sacro, era proibito ucciderla e spesso veniva raffigurata su tombe e templi: essa godeva di simile considerazione anche nella civiltà minoica.

Nella mitologia greca e latina l'upupa è invece ritenuta un essere spregevole: nelle Metamorfosi di Ovidio, ad esempio, il re di Tracia Tereo quando la moglie Procne (venuta a conoscenza dello stupro della sorella Filomela da parte del marito) gli serve delle pietanze cucinate con la carne del loro figlio Iti, tenta di ucciderla e viene tramutato in upupa (ἔποψ épops nel testo, tradotto da alcuni autori, specialmente anglofoni, anche come pavoncella), mentre Procne diviene una rondine e Filomela un usignolo. La scelta dell'upupa da parte degli dei avviene in quanto la cresta di questo uccello indica la regalità, mentre il becco lungo e appuntito richiama la natura violenta di re Tereo.
D'altro canto, però, l'upupa è anche il re degli uccelli nella commedia di Aristofane Gli uccelli.

In Europa centrale le upupe vengono considerate uccelli ladri al pari delle gazze, mentre in Scandinavia l'avvistamento di un'upupa era associato a una guerra imminente, a causa dell'associazione del verso di questi uccelli col grido di guerra Hip hip. Nei Paesi baltici, l'upupa viene considerata in grado di stabilire un contatto fra il regno dei vivi e quello dei morti, ed udirne il canto è presagio di morte di uomini o animali. Anche in numerosi altri Paesi sentire il canto dell'upupa al tramonto è considerato un presagio di sventura.

L'upupa istruisce gli altri uccelli sulla dottrina Sufi nel poema persiano nel poema Il Verbo degli uccelli.
Nella Bibbia, l'upupa viene elencata (probabilmente a causa del forte odore che femmine e nidiacei emanano durante la cova) fra gli animali che non andrebbero mangiati: essa compare nuovamente fra gli animali non kosher.
In seguito, nel simbolismo cristiano questo uccello è stato da alcuni visto come simbolo del peccato. Filippo di Thaon, monaco e poeta normanno vissuto fra l'XI ed il XII secolo, nel suo Bestiario ne parla in questi termini:

« E il sangue indica il peccato / da cui gli uomini sono legati: quando l'uomo dorme nel peccato, / il peccato alla morte lo trae; allora il diavolo vuole coglierlo di sorpresa e strangolarlo. / Per questo dobbiamo lodare / ed adorare Dio, / perché tale insegnamento / mostra agli uomini: / ci propone un grande esempio / con il comportamento dell'upupa »
(Filippo di Thaon, Bestiaire, cap. 31)

La regina di Saba riceve dall'upupa la lettera di Re Salomone in un dipinto orientale.
Nel Corano l'upupa è descritta come messaggero che porta a Salomone la notizia dell'esistenza della Regina di Saba e viene a questa rispedita dal re d'Israele per chiederle di convertirsi.

Nell'antica Persia, le upupe venivano viste come simboli di virtù: nel poema Il Verbo degli uccelli, ad esempio, il capo degli uccelli è proprio un'upupa.

Con l'errata attribuzione di uccello notturno l'upupa compare nei Sepolcri di Ugo Foscolo, mentre Eugenio Montale ne dà un'immagine solare: Upupa, ilare uccello, alìgero folletto.

Nel 1927 venne progettato un caccia per la marina militare britannica, denominato Hawker Hoopoe ("upupa" in inglese), che però non venne mai sviluppato.

L'upupa è l'uccello nazionale dello Stato d'Israele dal maggio 2008, dopo aver superato il bulbul arabo in un referendum di 155000 votanti il giorno del sessantesimo anniversario della nazione: esso è anche l'uccello simbolo dello Stato indiano del Punjab e della LIPU.

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