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mercoledì 10 febbraio 2016

ABBIGLIAMENTO VEGANO

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Già dagli inizi del XX secolo l'abitudine al consumo di prodotti lattiero-caseari era stata oggetto di forti dibattiti all'interno del movimento vegetariano. Nell'agosto del 1944 Elsie Shrigley e Donald Watson, due membri della Vegetarian Society, pensarono che fosse necessario formare un coordinamento di "vegetariani non consumatori di latticini", nonostante l'opposizione di eminenti vegetariani che rifiutavano l'idea di un vegetarianismo completamente privo di prodotti animali. Nel novembre dello stesso anno Watson organizzò a Londra una riunione di sei "vegetariani non consumatori di latticini", in cui venne deciso di costituire una nuova società, la Vegan Society, di cui Watson stesso fu eletto presidente, e di adottare come definizione il termine vegan, come contrazione di vegetarian.

Il termine indica una filosofia di vita basata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali (per alimentazione, abbigliamento, spettacolo e ogni altro scopo). La sola pratica alimentare di una dieta a base vegetale con l'esclusione di tutti i cibi di origine animale, separata dall'aspetto etico, è definita vegetalismo. Il vegetalismo può avere all'origine motivazioni etiche (se tale pratica alimentare viene adottata all'interno del veganismo), ma può anche essere dettata da ragioni di altra natura (quando tale pratica alimentare fa parte di una più ampia concezione di vita salutistica, ecologistica o religiosa). Il vegetalismo, oltre alla dieta vegana classica, comunemente adottata nel veganismo, comprende anche altre diete più restrittive che non implicano l'uso di ingredienti di origine animale, come la crudista vegana, la fruttariana o la dieta senza muco. Colui che adotta il veganismo come filosofia di vita viene definito vegano (o, con prestito dalla lingua inglese, vegan).

Il veganismo è dettato da principi etici di rispetto per la vita animale e basato sul pensiero antispecista e su una visione non-violenta della vita, come esemplificato nella posizione di Gary L. Francione e altri filosofi. Il veganismo può essere considerato la prassi della teoria antispecista e, nella pratica quotidiana, si traduce nel rifiuto di acquistare, usare e consumare, per quanto possibile e praticabile, prodotti derivanti da sfruttamento e uccisione degli animali, nonché il rifiuto di dedicarsi, partecipare e sostenere attività che implicano un uso dell'animale o la sua uccisione.

Fine della pratica vegana non è dunque quello di evitare l'uccisione di ogni forma di vita animale, un obiettivo che sarebbe, oltre che poco utile, impossibile da realizzare, in quanto anche un'esistenza limitata all'essenziale per la sopravvivenza comporta l'uccisione, diretta e indiretta, di numerosi animali (si pensi ad esempio al semplice atto del camminare, causa di morte di una moltitudine di insetti). Scopo del veganismo è invece quello di non partecipare allo sfruttamento e all'uccisione sistematica, intenzionale e non necessaria degli animali, evitando il sostegno ad attività quali l'allevamento degli animali per l'alimentazione umana, la sperimentazione sugli animali, la caccia e così via. Un vegano etico pertanto rifiuta l'idea che l'uomo abbia il diritto di disporre della vita degli altri animali come meglio crede, ma realisticamente riconosce che la semplice esistenza di un essere umano implica la morte accidentale e non intenzionale di altri animali.

Evitare tutti i prodotti in pelle. Le scarpe, in primis, ma anche le borse, i giubbotti, e le varie guarnizioni degli abiti, i divani. Basta solo fare attenzione a quel che si compra, per abiti e giubbotti, leggendo le etichette, e preferire le alternative in alcantara o "finta pelle". Per quanto riguarda le scarpe, in molti negozi ci sono alternative non in pelle, oppure si può optare per i negozi on-line che offrono una vastissima scelta di scarpe vegan, di svariati modelli e fasce di prezzo.

Attenzione a una cosa: non è vero che la pelle si può tranquillamente usare "perché tanto l'animale non viene ucciso apposta" e una volta morto per finire nelle pance altrui tanto vale usare il suo cadavere... no. In primis, perché non lo fareste mai con la pelle del vostro gatto, giusto? In secondo luogo, perché gli allevatori guadagnano tanti bei soldini con questo commercio, e non vorrete mica dar loro dei soldi, dopo che hanno ucciso l'animale?! A volte il guadagno che fornisce la pelle può fare la differenza tra andare in perdita o essere in attivo... Inoltre, la pelle più a buon mercato, quella che proviene dall'India, è ottenuta uccidendo l'animale appositamente per la pelle, non per la sua carne. Ben lungi dall'essere un sottoprodotto, dunque, la pelle è un prodotto a tutti gli effetti. Un prodotto che si può ottenere solo uccidendo animali. Per questo, va evitata, sempre.

Oltretutto, l'industria conciaria è una della più inquinanti, e quindi, rinunciando alla pelle si grava meno sull'ambiente.

Nei normali negozi spesso si possono trovare scarpe non in pelle, basta chiedere ai commessi.

Per riconoscere le scarpe acquistabili nei negozi "normali" occorre esaminare l'etichetta che contiene le informazioni sulla composizione delle 3 parti della calzatura, infatti ha 3 simboli: il primo indica il materiale della tomaia (la parte esterna della scarpa), il secondo si riferisce al rivestimento interno, il terzo specifica di cosa è fatta la suola.

Se uno dei 3 simboli è quello del cuoio, cioè il disegno stilizzato di una pelle di animale distesa, rimettiamo giù la scarpa e tanti saluti. Una specie di griglia a trattini indica le materie tessili e sintetiche. Un rombo indica la gomma o altri materiali comunque non animali. Se tutti e 3 i simboli sono rombo o griglia, possiamo comprare la scarpa, verificando solo che non vi siano parti in lana (la lana è considerato un tessuto, quindi ha come simbolo la griglia).

Bisogna sempre esaminare l'etichetta, perché a volte i commessi danno informazioni a caso, dicono che una scarpa non è di pelle anche quando invece lo è (salvo poi rispondere candidamente quando glielo fai notare: "Ma non è pelle, è cuoio!". Eh già, allora cambia tutto...).

Rimane comunque un problema, perché le informazioni devono riguardare l'80% del materiale mentre per il restante 20% non è necessario specificare il materiale usato. Quindi, in alcuni casi ci possono essere parti in pelle non visibili e non dichiarate.

Un altro "ingrediente" problematico dell'abbigliamento è la lana: molti pensano che la lana sia prodotta in maniera naturale e non cruenta. La realtà è molto diversa. Poche settimane dopo la nascita, alle pecore viene tagliata la coda senza anestesia, mentre per gli agnelli si procede alla castrazione. La tosatura viene praticata senza nessuna cura per gli animali, spesso con mezzi meccanici che provocano dolore e ferite; molte pecore soffrono il freddo e si ammalano perché esposte alle intemperie dopo le tosature eseguite in pieno inverno.

Quando le pecore iniziano a produrre meno lana sono mandate al macello e sostituite con animali più giovani e redditizi. Non esiste produzione di lana senza uccisione di animali: è bene ricordare che ogni volta che esiste allevamento, la conseguenza è sempre il macello. NESSUN animale allevato si salva, qualsiasi sia "l'uso" cui esso è destinato. La fine è sempre e comunque il macello. Non esistono dunque prodotti ottenuti da animali che possano essere "senza crudeltà".

Pensare di rinunciare alla lana sembra un cosa un po' strana, ma in realtà vi sono molti materiali che si possono usare al suo posto e che sono anche molto migliori, perché non infeltriscono, non pizzicano la pelle, sono meno costosi: il velluto, che è fatto di cotone o materiali sintetici; la ciniglia di cotone; la calda flanella di cotone; il pile, caldo, morbido e leggerissimo; il caldo-cotone. Ne esiste anche in forma di filato, per cui si possono realizzare maglioni a ferri, proprio come si fa per la lana. E lo stesso vale per la ciniglia. Con l'acrilico e il modal si realizzano maglioncini molto morbidi e caldi, che si trovano facilmente in ogni negozio.



Leggete attentamente la composizione delle trapunte per il letto e dei giacconi imbottiti: evitate quelli col "ripieno" di piume! Le piume vengono strappate alle oche senza alcun riguardo, e soprattutto senza anestesia. Lo spiumaggio inizia quando il pulcino ha otto settimane e viene ripetuto ogni due mesi fino a quando la qualità delle piume comincia a risentirne. A questo punto le oche sono uccise per la loro carne, o sottoposte a un altro tormento: per settimane vengono iperalimentate forzatamente, con un imbuto infilato nel becco, affinché il loro fegato si ammali per eccesso di grasso, e poi vengono uccise per la produzione del "paté de foie gras", vale a dire "paté di fegato grasso". Le piume d'oca possono oggi essere facilmente sostituite con imbottitura sintetica, sia nei giacconi che nei piumoni da letto.

Anche la seta nasconde morte: i piccoli bachi vengono bolliti vivi per estrarre la seta dei loro bozzoli! Al posto della seta si possono usare alternative vegetali o sintetiche come la viscosa e il rayon.

Tutti ormai han sentito parlare di cosmetici e detersivi "non testati su animali". Ma cosa significa esattamente? Fino al marzo 2013 era obbligatorio per legge eseguire dei test sugli animali per gli ingredienti dei prodotti cosmetici e per l'igiene della persona, prima di mettere in commercio un prodotto. A partire da quella data, in Europa è entrato in vigore il divieto totale per i test su animali degli ingredienti realizzati per i prodotti cosmetici.

Tuttavia, vi sono alcuni casi non coperti e comunque il divieto non vale per i detersivi. Rimane dunque ancora in vigore lo Standard Internazionale "senza crudeltà", secondo il quale una ditta deve:

Non testare su animali il prodotto finito, né commissionare questi test a terzi.
Non testare i singoli ingredienti, né commissionare i test a terzi.
Dichiarare che i test svolti dai suoi fornitori sulle materie prime sono avvenuti prima di un certo anno a sua scelta (per esempio, 1995). Il che significa non usare più alcun ingrediente nuovo, ma solo ingredienti completamente vegetali o di sintesi già in commercio prima dell'anno scelto. Così facendo, non si incrementa di fatto la sperimentazione su animali.
Le etichette che si trovano sui cosmetici e detergenti non danno alcuna indicazione sull'adesione o meno a questo Standard, quindi non hanno alcun valore circa la "non crudeltà" del prodotto.

Inoltre, quando gli ingredienti derivano da sfruttamento e/o uccisione di animali, anche se non testati, non sono comunque vegan. Si tratta di: grassi animali, oli animali, gelatina animale, acido stearico, glicerina, collagene, placenta, ambra grigia, muschio di origine animale, zibetto, latte, panna, siero di latte, uova, lanolina, miele, cera d'api.

Come fare dunque a sapere quali prodotti comprare e quali evitare? Si deve sempre e comunque far riferimento a una lista di aziende "positive", che però è in continua evoluzione... quindi, sia per la lista che per i dovuti approfondimenti, rimandiamo al sito VIVO - Consumo Consapevole. Possiamo dire in generale che quasi nessuno dei prodotti che si trovano al supermercato vanno bene, mentre molti di quelli che si trovano in erboristeria sono adatti.

Pelliccia: non ci sarà forse bisogno di ribadirlo, ma gli indumenti in pelliccia sono i responsabili di una delle più grandi sofferenze animali. Furetti, volpi, ermellini, conigli e altri mammiferi vengono uccisi in modo barbarico – non è raro che subiscano scosse elettriche ad alto voltaggio, affinché il manto rimanga ritto e lucido – e può capitare che siano addirittura scuoiati vivi;

Perle: secondo gli ambienti più rigorosi dell’universo veg, anche le perle sarebbero da rifiutare. Sebbene il mollusco non venga ucciso e pare che il processo sia indolore, si tratta pur sempre di sfruttamento di un essere vivente;
Riproduzioni sintetiche: in ambiente vegano, non sono gradite nemmeno le riproduzioni sintetiche di materiali di origine animale: pelle ecologica, pelliccia finta e falsi monili sarebbero da allontanare dall’armadio perché comunque collegati all’immaginario collettivo della sofferenza animale.



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venerdì 17 aprile 2015

LA FILANDA

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Le filande erano nel nord Italia gli stabilimenti di lavorazione e filatura dapprima della seta e poi anche del cotone.

Erano grandi edifici, generalmente a più piani, dai soffitti alti e dotati di grandi finestre per garantire l'illuminazione. Costruiti vicino a corsi d'acqua, la utilizzavano sia per la forza motrice che per le vasche di trattura.

Le prime filande erano a fuoco diretto, l'acqua nelle vasche di trattura era riscaldata direttamente con fuoco di legna, poi le filande diventarono a vapore, con un maggior controllo della temperatura dell'acqua e di conseguenza di una miglior qualità del prodotto.

Il periodo delle filande, specialmente nel Comasco, dove raggiunge i massimi livelli qualitativi del mondo, è un fondamentale periodo di transizione tra l'economia agricola e l'economia industriale.

L'allevamento dei bachi da seta (bachicoltura) era affidato a contadini e mezzadri. I bozzoli erano raccolti nella filanda, stufati, essiccati in forno in modo che il calore uccidesse il baco per evitare il foramento del bozzolo con conseguente rottura della bava, e trasformati in filato attraverso queste fasi di lavorazione:

cernita, i bozzoli venivano scelti dividendoli per qualità
spelaiatura, eliminazione della peluria che circonda il bozzolo
scopinatura, operazione che permette di trovare il capo della bava, viene svolta mettendo il bozzolo a bagno in vasche con acqua a 75-80 gradi, che scioglie la colla (sericina) che lo tiene unito; con uno scopino si acchiappa quindi il capo
trattura o, impropriamente, filatura, srotolamento della bava che veniva arrotolata su di un aspo
imbozzimatura, trattamento con sostanze oleose
incannaggio, trasferimento dalle matasse degli aspi ai rocchetti
binatura, accoppiamento di due o più capi per ottenere un filo di dimensione sufficiente
torcitura, torsione dei fili per renderli resistenti
sgommatura, lavaggio del filato
carica, reintegrazione dei principi persi durante le fasi di lavorazione

Il lavoro della filanda era svolto principalmente da giovani donne e da bambine, che venivano chiamate filerine, filandere o filerande. I turni erano pesanti, potevano arrivare da 12 a 16 ore al giorno con durissimi controlli sulla quantità e qualità del prodotto lavorato; le filerine venivano multate se non rispettavano tali turni. Il lavoro faticoso e malsano (per via dei vapori delle vasche), le mani tenute nell'acqua calda (80 gradi), la polvere, i salari da fame: per aiutarsi a sopportare queste dure condizioni le filerine cantavano in coro.
Il lavoro in fabbrica  era privo di tutele: dodici ore al giorno in condizioni durissime, un salario basso corrispondente ai giorni di lavoro effettivamente prestati e bastante appena per soddisfare i bisogni primari, un’età minima di dodici anni per l’assunzione. Al lavoro in fabbrica spesso si associava, per molti, il lavoro nelle campagne.
La “conquista” delle otto ore fu realizzata solo nel 1919, grazie alle prime attività sindacali delle Leghe.
La condizione della donna in fabbrica era resa ancora più difficile dall’inesistenza del congedo di maternità introdotto solo nel 1930: si trattava di un mese appena di astensione dal lavoro prima del parto. Molte sono le canzoni da filanda che sono giunte fino a noi, alcune sono conosciute grazie alle interpretazioni che ne hanno dato cantanti di successo come Milva. Tra le più importanti filande si ricordano quelle di Carlo e Alessandro Verza; nello stabilimento di Canzo, alla fine dell'Ottocento, si raggiunse la quota di 1000 dipendenti. Il complesso, che si trova presso la cascata della Vallategna, comprendeva anche tre grandi mulini ad acqua.




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                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-sesto-calende.html



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martedì 7 aprile 2015

LA SETA

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La seta è un filamento tessile molto pregiato derivato dalla secrezione di un insetto chiamato filugello, cavaliere o semplicemente baco da seta.

Il baco da seta più conosciuto è il bombice, larva della falena Bombyx mori, cioè bombice del gelso, appartenente all’ordine dei Lepidotteri e alla famiglia dei Bombicidi.

Il gelso, unico alimento dei bachi da seta, è una pianta appartenente alla classe Angiosperme, ordine urticali, famiglia Moracee, genere Morus, specie Alba. E’ un albero che può raggiungere l’altezza di 10-12 metri con chioma larga.
Nell’ambito di questa specie esistono diverse varietà Morettiano, Florio, Ichinose, Kayrio e Kokuso.
Nella campagna Lucchese i gelsi erano in passato molto diffusi, infatti la maggior parte delle famiglie contadine avevano il proprio allevamento di "filugelli"( così erano chiamati i bachi all’inizio del secolo scorso.
Una località nella zona di Fossanera ancora si chiama "il gelsaio" per la gran quantità di gelsi che vi si trovavano.

Si narra che la nascita della bachicoltura si deve all'imperatrice cinese Xi Ling Shi, ma probabilmente la lavorazione della seta si conosceva in Cina già nel 3000 a.C. Le vesti di seta che erano riservate agli imperatori cinesi entrarono a far parte del guardaroba della classe sociale più ricca, diventando un bene di lusso ambìto che si estese fino alle aree raggiunte dai mercanti cinesi per le qualità di leggerezza e bellezza. La crescente domanda per i prodotti in seta ha reso questa fibra una delle merci più importanti per il commercio internazionale fino a raggiungere l'industrializzazione della sua produzione.

Gli imperatori cinesi si sforzarono di mantenere segreta la conoscenza della sericoltura, tuttavia gli allevatori cinesi iniziarono a spostarsi in Giappone, Corea e India. In Europa, sebbene l'Impero romano conoscesse e apprezzasse la seta, la sericoltura ebbe inizio solo intorno al 550, attraverso l'Impero bizantino; la leggenda dice che monaci agli ordini dell'imperatore Giustiniano furono i primi a portare a Costantinopoli delle uova di baco da seta nascoste nel cavo di alcune canne.

Dal XII secolo l'Italia fu la maggior produttrice europea di seta: le città di Palermo, Messina, Catanzaro erano particolarmente rinomate. A Vienna esiste ancora un bel manto di seta in cui è ricamata un'iscrizione in lingua araba ove è detto che era stato tessuto nella fabbrica reale di Palermo nel 1133-34: questo laboratorio si trovava nel palazzo e vi lavoravano, oltre a operai della seta, orefici e gioiellieri. Da Palermo la coltivazione del baco e la lavorazione della seta si sarebbe diffusa prima in Italia e quindi in Europa. Il primato italiano venne infatti conteso dalla zona di Lione in Francia nel XVII secolo, nella quale giunsero molti artigiani provenienti da Catanzaro sotto dominazione francese. L'allevamento dei bachi fu un importante reddito di supporto all'economia agricola e la produzione e commercio di tessuti, assieme a quella della lana, un'industria molto redditizia che diede ricchezza e potere alle corporazioni che la praticavano, come a Firenze dove venne riconosciuta l'Arte della Seta quale una delle sette Arti Maggiori.

Industrie dei filati serici fiorirono a Lucca ed in seguito (alla fine del XIII secolo) a Bologna: il "mulino alla bolognese" viene così descritto in una cronaca del 1621:

« Certe macchine grandi, le quali mosse da un piccolo canaletto d'acqua di Reno fanno ciascuna di loro con molta prestezza filare, torcere et adopiare quattro mila fila di seta, operando in un istante quel che farebero quatro mila filatrici. »
(Secondo una cronaca del 1621)
Il "mulino alla bolognese" migliorava le macchine utilizzate a Lucca mediante una ruota idraulica ed un incannatoio meccanico e permetteva di ottenere filati più uniformi e resistenti rispetto a quelli prodotti a mano o con altri mezzi meccanici. Secondo numerosi storici della rivoluzione industriale il mulino da seta alla bolognese, forte di innovazioni tecniche e dell'energia meccanica dei canali di Bologna, rappresenta un importante modello di sistema protoindustriale che permise alla città di commercializzare filati in tutta Europa attraverso il Canale Navile.
Con Cina e Giappone l'Italia è ai vertici della produzione mondiale di seta greggia. Primeggiano Catania (con sede a Palazzo Auteri), Como e la zona di Meldola nel forlivese, e San Leucio (Caserta).

La produzione di bozzoli in Italia comincia a declinare nel periodo tra le due guerre mondiali fino a scomparire dopo l'ultima, a causa di due fattori: la produzione di fibre sintetiche e il cambiamento dell'organizzazione agricola. Con l'inurbamento e l'industrializzazione la concorrenza estera divenne insostenibile. Continuarono a produrre, grazie alle tecnologie avanzate e all'alta qualità dei prodotti destinati alla moda e all'arredamento, le tessiture e stamperie del centro-nord, che lavoravano seta cinese. Ora che i paesi asiatici si stanno massicciamente industrializzando e il loro livello tecnologico e qualitativo si adegua alle esigenze occidentali la loro concorrenza è diventata insostenibile: molti produttori italiani si limitano a commercializzare coi loro marchi prodotti interamente realizzati all'estero. Nel 1900 i maggiori esponenti dell'industria serica italiana furono le famiglie Gavazzi e Ferrario (cav. comm. grande uff. Angelo Ferrario, presidente nazionale ed internazionale dell'industria serica dal 1913 al 1929) e la ditta Schmid. La Schmid aveva stabilimenti a Cavenago di Brianza (MB) ed a Cassolnovo (PV), ma aveva sede a Milano. A Cavenago venne prodotta tutta la stoffa usata per ricoprire i palchi e le pareti del teatro alla Scala di Milano dopo i bombardamenti subiti nella seconda guerra mondiale. Sempre a Cavenago venne confezionata tutta la stoffa usata per produrre il manto della Regina d'Italia, Elena del Montenegro.

Il baco da seta secerne un filamento, di lunghezza variabile tra 350 metri a circa 3 chilometri, con il quale forma il bozzolo che gli serve da protezione durante la metamorfosi. Il filamento è formato da due bavelle di fibroina (presente per circa l'80% in peso) avvolte nella sericina (20% circa). Quest'ultima viene eliminata durante un processo chiamato "sgommatura". Al microscopio la fibra ha un aspetto regolare molto simile a quello di fibre sintetiche.

La sericina può essere eliminata trattando il filo di seta grezza (seta cruda) con acqua calda: questo trattamento migliora la lucentezza, la flessibilità e la "mano" della fibra. A seconda della quantità di sericina eliminata possiamo avere:

la seta sgommata o cotta, quando la sericina è stata rimossa del tutto;
la seta raddolcita o "souplè", nella quale la sericina è stata tolta solo in parte.
Nel caso della seta cotta si può fare un trattamento di "caricatura" che serve a migliorare la resistenza della fibra, che era stata compromessa con il processo di sgommatura. Una caratteristica particolare di questa fibra è la lunghezza del filamento: può arrivare facilmente ai 700-800 metri. Questo, rende la fibra animale più lunga.

Da 100 kg di bozzoli si ricavano 20/25 kg di seta cruda e 15 kg di cascame.

Il baco da seta è un insetto dell’ordine dei lepidotteri,famiglia Bombicidi, genere Bombyx ,specie Mori.
Le tappe fondamentali della vita del baco sono 4:uovo,larva,crisalide, farfalla. Con la schiusa delle uova, inizia la fase larvale , i bachi appena nati misurano circa 3 mm e iniziano subito a mangiare la foglia di gelso tagliata finemente.
Seguiranno 4 "mute" durante le quali il bacolino cresce, dorme e cambia pelle.
Giunti alla fine della quinta età larvale, il  raggiunto circa 9 cm di lunghezza ed è pronto per iniziare la "salita al bosco" e la costruzione del bozzolo, formato da un unico filamento serico che può raggiungere una lunghezza di 2000 metri.
Chiusa dentro il bozzolo la larva si trasforma in crisalide e dopo circa 10 giorni sarà pronta ad uscire una bianca farfalla. Tutto il ciclo dura circa 45 giorni.

Una volta raccolti i bozzoli dal bosco inizia il delicato processo  di trattura, in cui il bozzolo viene scaldato in acqua bollente per eliminare lo strato gommoso che lo ricopre.
Una volta pronti si procede a cercare l’inizio della bava e si avvolge il filo tramite un aspo.
Successivamente per rendere il filo idoneo alla tessitura si hanno altri passaggi tra i quali i principali sono la torcitura e la sgommatura

Bombyx mori (Linnaeus, 1758) è una specie di farfalla della famiglia Bombycidae, originaria dell'Asia cento-orientale.

La sua larva, conosciuta come baco da seta, ha una notevole importanza economica in quanto utilizzato nella produzione della seta. La sua dieta consiste esclusivamente di foglie di gelso.

Il baco produce la seta in due ghiandole che sono collocate parallele all'interno del corpo. La seta è costituita da proteine raccolte nelle ghiandole, il baco la estrude da due aperture situate ai lati della bocca, i seritteri. La bava sottilissima a contatto con l'aria si solidifica e, guidata con movimenti ad otto della testa, si dispone in strati formando un bozzolo di seta grezza, costituito da un singolo filo continuo di seta di lunghezza variabile fra i 300 e i 900 metri. Il filo microscopicamente è formato da due proteine: due fili di fibroina paralleli ricoperti da sericina.
Il baco impiega 3-4 giorni per preparare il bozzolo formato da circa 20-30 strati concentrici costituiti da un unico filo ininterrotto dopodiché si trasformerà in crisalide e poi questa in farfalla.

I bachi da seta hanno un notevole appetito: mangiano foglie di gelso giorno e notte, senza interruzione, e di conseguenza crescono rapidamente. Il loro pasto è interrotto solo quattro volte, le "dormite", in corrispondenza di altrettante mute. Le quattro mute suddividono la vita della larva in cinque cosiddette "età". Dopo la quarta muta (ovvero nella quinta età), il corpo del baco diventa giallastro, per la turgidità delle ghiandole della seta all'interno del corpo e la "pelle" più tesa; a questo punto, il baco è pronto per avvolgersi nel suo bozzolo di seta (in gergo si dice anche che il baco "sale al bosco", in quanto il bozzolo viene costruito attorno a rametti secchi). Prima della filatura del bozzolo la larva deve eliminare tutti i liquidi in eccesso e le feci che non possono essere contenute nel bozzolo, questo momento viene definito dagli allevatori "purga". A questo punto il baco che fino ad ora si è nutrito sulla foglia fornita dal bachicoltore su ripiani orizzontali, il "letto", inizia a cercare un luogo adatto alla filaturata verso l'alto, lontano dal letto di allevamento per cui diventa piuttosto mobile.

Se la metamorfosi arriva a termine e il bruco si trasforma in falena, l'insetto adulto uscirà dal bozzolo forandolo, utilizzando un liquido e le zampe, rendendo il filo di seta che lo compone inutilizzabile. Di conseguenza, gli allevatori uccidono le crisalidi in appositi essiccatoi prima che questo avvenga. L'immersione in acqua bollente permette il dipanamento del filo di seta sciogliendo parzialmente lo strato proteico di sericina che avvolge il filo di seta. In alcune culture, la crisalide, estratta dal bozzolo, viene mangiata.

Alcuni bozzoli vengono risparmiati per consentire la riproduzione del baco. La falena del baco da seta è incapace di volare e di cibarsi. Questa specie di insetto esiste ormai solo come risultato di una selezione esplicita da parte dell'uomo e ha presumibilmente perso gran parte delle sue caratteristiche originarie. Per esempio il bruco è incapace di sopravvivere in pieno campo su un gelso: il colore della sua pelle è bianco e manca del necessario mimetismo per cui è facile preda di animali.
Come per tutti gli animali allevati dall'uomo esistono moltissime "razze" di baco da seta. Allevato per millenni ogni paese votato alla bachicoltura ha creato peculiari razze con caratteristiche diverse per quantità di seta prodotta, diametro del filo, colore del bozzolo. Hanno produttività superiore le razze dette "poliibrido" giapponese selezionate in quel paese lo scorso secolo.

A causa della sua lunga storia e della sua importanza economica, il genoma del baco da seta è stato oggetto di approfonditi studi da parte della scienza moderna.

Secondo una delle leggende relative al baco, diffusa in Cina, la scoperta dell'utilità di questo insetto si deve a un'antica imperatrice di nome Xi Ling-Shi nel XXVIII secolo a.C. L'imperatrice stava passeggiando quando notò un bruco. Lo sfiorò con un dito e dal bruco spuntò un filo di seta. Man mano che il filo fuoriusciva dal baco, l'imperatrice lo avvolgeva attorno al dito, ricavandone una sensazione di calore. Alla fine, vide un piccolo bozzolo, e comprese improvvisamente il legame fra il baco e la seta. Insegnò quanto aveva scoperto al popolo, e la notizia si diffuse.

Nell'antichità classica la seta viaggiava, insieme ad altre merci, dalla Cina fino ai paesi mediterranei lungo la famosa via della seta senza che i destinatari finali ne conoscessero l'origine.

Quando conquistarono la Sicilia, i saraceni vi introdussero l'allevamento dei bachi da seta (bachicoltura), allora sconosciuta in Europa. In seguito, questa pratica si diffuse anche altrove ma la Sicilia mantenne per diversi secoli una posizione avvantaggiata nella produzione di seta; questa attività contribuì notevolmente alla ricchezza dell'isola. La massima produzione di seta si raggiunse nel nord Italia nel XVIII secolo, cominciò a calare nel periodo tra le due guerre per scomparire totalmente negli anni cinquanta a causa della concorrenza della Cina che ne è attualmente il maggior produttore mondiale.

Il baco da seta viene utilizzato dalla medicina tradizionale cinese nella forma di bombyx batryticatus o "baco da seta rigido". Si tratta del corpo calcificato della larva della quarta o quinta età e morta di calcino, una malattia dovuta all'infezione da parte del fungo Beauveria bassiana. Il baco calcificato viene usato per risolvere problemi al ventre e di digestione, come aerofagia, mal di pancia, e sonnolenza.


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domenica 15 marzo 2015

IL GELSO

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Il gelso (Morus L.) è un genere di piante della famiglia delle Moracee originario dell'Asia, ma anche diffuso, allo stato naturale, in Africa e in Nord America. Comprende alberi o arbusti di taglia media.

Le foglie sono caduche, alterne, di forma ovale o a base cordata con margine dentato. Le principali specie conosciute e rinvenibili in Italia e in Europa sono il Gelso bianco (Morus alba) e il Gelso nero (Morus nigra).

Il gelso fu scoperto da Marco Polo nel 1271 in Cina, dove egli si era recato per conoscere l'Oriente e per stabilire rapporti amichevoli con il Gran Khan.

Il nome generico Morus viene dal latino mōrus, parola mediterranea attestata anche nel greco μόρον móron "mora". La parola latina si è poi diffusa in area germanica (antico alto tedesco mūrboum, tedesco Maulbeere) e celtica insulare (gallese mwyar).

Le specie del genere Morus vengono coltivate per diversi scopi:

I frutti (more nere e more bianche) sono eduli.
Le foglie sono utilizzate in bachicoltura come alimento base per l'allevamento dei bachi da seta.
Come piante ornamentali.
Per ricavarne legname da lavoro, buona legna da ardere e per ricavarne pertiche flessibili e vimini per la fabbricazione di cesti.

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