venerdì 17 aprile 2015

LA FILANDA

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Le filande erano nel nord Italia gli stabilimenti di lavorazione e filatura dapprima della seta e poi anche del cotone.

Erano grandi edifici, generalmente a più piani, dai soffitti alti e dotati di grandi finestre per garantire l'illuminazione. Costruiti vicino a corsi d'acqua, la utilizzavano sia per la forza motrice che per le vasche di trattura.

Le prime filande erano a fuoco diretto, l'acqua nelle vasche di trattura era riscaldata direttamente con fuoco di legna, poi le filande diventarono a vapore, con un maggior controllo della temperatura dell'acqua e di conseguenza di una miglior qualità del prodotto.

Il periodo delle filande, specialmente nel Comasco, dove raggiunge i massimi livelli qualitativi del mondo, è un fondamentale periodo di transizione tra l'economia agricola e l'economia industriale.

L'allevamento dei bachi da seta (bachicoltura) era affidato a contadini e mezzadri. I bozzoli erano raccolti nella filanda, stufati, essiccati in forno in modo che il calore uccidesse il baco per evitare il foramento del bozzolo con conseguente rottura della bava, e trasformati in filato attraverso queste fasi di lavorazione:

cernita, i bozzoli venivano scelti dividendoli per qualità
spelaiatura, eliminazione della peluria che circonda il bozzolo
scopinatura, operazione che permette di trovare il capo della bava, viene svolta mettendo il bozzolo a bagno in vasche con acqua a 75-80 gradi, che scioglie la colla (sericina) che lo tiene unito; con uno scopino si acchiappa quindi il capo
trattura o, impropriamente, filatura, srotolamento della bava che veniva arrotolata su di un aspo
imbozzimatura, trattamento con sostanze oleose
incannaggio, trasferimento dalle matasse degli aspi ai rocchetti
binatura, accoppiamento di due o più capi per ottenere un filo di dimensione sufficiente
torcitura, torsione dei fili per renderli resistenti
sgommatura, lavaggio del filato
carica, reintegrazione dei principi persi durante le fasi di lavorazione

Il lavoro della filanda era svolto principalmente da giovani donne e da bambine, che venivano chiamate filerine, filandere o filerande. I turni erano pesanti, potevano arrivare da 12 a 16 ore al giorno con durissimi controlli sulla quantità e qualità del prodotto lavorato; le filerine venivano multate se non rispettavano tali turni. Il lavoro faticoso e malsano (per via dei vapori delle vasche), le mani tenute nell'acqua calda (80 gradi), la polvere, i salari da fame: per aiutarsi a sopportare queste dure condizioni le filerine cantavano in coro.
Il lavoro in fabbrica  era privo di tutele: dodici ore al giorno in condizioni durissime, un salario basso corrispondente ai giorni di lavoro effettivamente prestati e bastante appena per soddisfare i bisogni primari, un’età minima di dodici anni per l’assunzione. Al lavoro in fabbrica spesso si associava, per molti, il lavoro nelle campagne.
La “conquista” delle otto ore fu realizzata solo nel 1919, grazie alle prime attività sindacali delle Leghe.
La condizione della donna in fabbrica era resa ancora più difficile dall’inesistenza del congedo di maternità introdotto solo nel 1930: si trattava di un mese appena di astensione dal lavoro prima del parto. Molte sono le canzoni da filanda che sono giunte fino a noi, alcune sono conosciute grazie alle interpretazioni che ne hanno dato cantanti di successo come Milva. Tra le più importanti filande si ricordano quelle di Carlo e Alessandro Verza; nello stabilimento di Canzo, alla fine dell'Ottocento, si raggiunse la quota di 1000 dipendenti. Il complesso, che si trova presso la cascata della Vallategna, comprendeva anche tre grandi mulini ad acqua.




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