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venerdì 19 giugno 2015

LA FONTINILIS ANTIPYRETICA

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La fontanalis antipiretica è chiamata anche muschio d’acqua ed è una pianta caratteristica che cresce nelle acque fredde e correnti. I rami sono lunghi circa 30 cm e si possono estendere fino a raggiungere anche il mezzo metro; la pianta è formata da ciuffi ancorati al fondo ma possono facilmente attaccarsi anche su sassi e legni ricoprendone la superficie. Le foglie crescono numerosissime sui rami, hanno forma appuntita, sono sottili, di piccole dimensioni e di colore verde brillante.
Ama molto le acque con correnti forti e temperature basse. Sembra anche che acqua tenera ne migliori la salute. Ha tuttavia bisogno di una luce molto intensa. Con queste condizioni la pianta crescerà enormemente e si diffonderà senza problemi: ma ad un certo punto anche in condizioni ottimali inizierà a perire; potete staccare dei getti per sostituirli alla pianta madre e iniziare una nuova coltivazione.


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LAMIUM ALBUM

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La Falsa ortica bianca (nome scientifico Lamium album) è una piccola pianta erbacea perenne dai bianchi fiori labiati appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.

Uno dei primi studiosi dell'antichità ad usare il nome generico di questo fiore (Lamium) è stato Plinio, scrittore e naturalista latino, il quale ci indica anche una possibile etimologia: questo termine discenderebbe da un vocabolo greco ”laimos” il cui significato è “fauci – gola”. Ma potrebbe discendere anche da altre parole greche: ”lamos” (= larga cavità), oppure dal nome di una regina libica ”Làmia”. In quest'ultimo caso il collegamento esiste in quanto le mamme greche, per far star buoni i loro bambini, descrivevano questa regina come un mostro capace di ingoiarli (come del resto fa il fiore di questa pianta quando un bombo entra nel tubo corollino in cerca del nettare).
Il colore dell'infiorescenza ha invece determinato il nome specifico ”album”.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Lamium album) è stato proposto da Carl von Linné, biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

La pianta in genere è poco pelosa anche se alcune parti (le foglie) sono quasi tomentose. L'altezza della pianta oscilla fra i 30 e i 50 cm (massimo 100 cm in condizioni ottimali). La forma biologica è emicriptofita scaposa (H scap), ossia è una pianta erbacea, perenne con gemme svernanti al livello del suolo e protette dalla lettiera o dalla neve, dotata di un asse fiorale più o meno eretto e con poche foglie.

Le radici sono secondarie da rizoma e molto lunghe.
La parte sotterranea del fusto consiste in un rizoma strisciante (stolone sotterraneo).
La parte aerea del fusto è diffuso-ascendente, raramente ramosa (eventualmente nella parte basale, se la pianta è più robusta). Il fusto ha una sezione quadrangolare a causa della presenza di fasci di collenchima posti nei quattro vertici, mentre le quattro facce sono concave. È inoltre glabro o a pelosità variabile con peli eretti. Nella parte basale può essere arrossato.

Le foglie, tutte picciolate e a forma ovale-lanceolata, sono cordiformi alla base, mentre l'apice è acuminato. Lungo il fusto sono disposte in modo opposto a due a due e sono prive di stipole. La superficie è pubescente quasi tomentosa (specialmente ai margini), il bordo è irregolarmente dentato o crenato e sulla pagina inferiore sono presenti delle evidenti nervature. Il colore delle foglie è verde scuro e spesso si presentano con delle macchie rosso-brunastre quasi violette nella zona centrale della pagina superiore. Lunghezza del picciolo: 1 – 2 cm (fino a 6 cm quelli più lunghi). Dimensione delle foglie: larghezza 3 – 4 cm; lunghezza 4 – 5 cm.

L'infiorescenza è portata in vari verticilli ascellari sovrapposti lungo il fusto. Ogni verticillo è composto da più fiori (6 – 15) disposti circolarmente poggianti su due grandi brattee fogliose (o semplicemente foglie) lievemente staccate dall'infiorescenza vera e propria ma comunque sub-sessili. Le brattee del verticillo seguente sono disposte in modo alternato. Il colore del fiore è bianco (quasi giallastro) con macchie interne giallo-brune che servono da guida agli insetti pronubi.

I fiori sono ermafroditi, zigomorfi (il calice è attinomorfo), tetraciclici (con i quattro verticilli fondamentali delle Angiosperme: calice– corolla – androceo – gineceo) e pentameri (calice e corolla formati da cinque elementi). Sono inoltre omogami (autofecondanti), senza profumo (o solo un leggero aroma balsamico, però sgradevole) ma ricchi di nettare.
I cinque sepali del calice sono concresciuti (calice gamosepalo) in una forma tubulare-campanulata e a struttura piuttosto rigida; è inoltre persistente. Il calice del tubo è lungo 1 – 2 volte il suo diametro e termina con cinque lunghi denti aristati, divergenti (quelli superiori sono ripiegati verso l'alto) e più o meno uguali (simmetria di tipo attinomorfa) simili a setole. La superficie del calice è percorsa da 5 – 10 nervature longitudinali.
I cinque petali sono quasi completamente fusi (gamopetalo) in una unica corolla pubescente formata da due labbra molto sviluppate. Il tubo della corolla è incurvato alla base. Il labbro superiore (composta da due dei cinque petali concresciuti) è a forma di cappuccio ben sviluppato; in questo modo protegge gli organi di riproduzione dalle intemperie e dal sole. Il labello (labbro inferiore composta dal petalo inferiore – gli altri due rimanenti formano dei dentelli laterali appena percettibili – in effetti il labbro inferiore vien considerato tripartito) è anch'esso ben sviluppato e piegato verso il basso per fare da base di “atterraggio” agli insetti pronubi; è inoltre bilobo. Le fauci sono circondate da un anello di peli obliqui per impedire l'accesso ad insetti più piccoli e non adatti all'impollinazione. I bordi della corolla sono smarginati e pelosi. I due labbri divergono di circa novanta gradi. La dimensione della corolla è generalmente maggiore di 20 mm (comunque la parte tubolare è lunga più o meno come il calice).
Gli stami sono quattro (didinami - due corti e due lunghi – quello mediano posteriore, il quinto stame, manca per abortimento) e tutti fertili. Il paio posteriore è più breve, mentre l'altra copia è aderente al labbro superiore della corolla e sporge lievemente; tutti i filamenti sono paralleli tra di loro. Le antere hanno i lobi arrotondati a deiscenza longitudinale; sono inoltre conniventi. Le antere sono pelose (possiedono un ciuffo di peli lanosi biancastri); il loro colore è bruno scuro quasi viola.
L'ovario è semi-infero (quasi supero) composto da quattro parti (quindi quattro ovuli) con logge a forma ovata, derivate da due carpelli: infatti ogni carpello è diviso in due parti da una falso setto divisorio. Lo stilo è semplice ed è inserito tra i carpelli alla base dell'ovario (stilo “ginobasico”). Lo stimma è bifido. Il nettare è nascosto sotto l'ovario.
Fiorisce da aprile a novembre.
L'impollinazione è entomofila ossia tramite insetti e in particolare tramite il bombo, ma anche api. In effetti la corolla di queste piante è sorprendentemente conformata alle dimensioni e struttura dei bombi. Quando questi insetti cercano di entrare nel tubo corollino per raggiungere i nettari (posti alla base dell'androceo) con le loro vibrazioni scuotono le antere poste all'interno del labbro superiore. In questo modo fanno scendere e quindi aderire al loro dorso peloso il polline della pianta. Visitando poi un altro fiore, parte di questo polline andrà a cadere sullo stimma provocando così l'impollinazione e la successiva fecondazione. Questo senz'altro è uno dei più interessanti mutui rapporti tra mondo animale e mondo vegetale per il raggiungimento di reciproci interessi. È da aggiungere comunque che qualora il tubo corollino si presentasse troppo stretto per prelevare il nettare, il Bombo allora si porta all'esterno del fiore e incomincia a rosicchiare la base della corolla raggiungendo così alla fine, per una via non naturale, il suo obiettivo: il nettare. In questo modo però si “rompe” il mutuo rapporto a favore solamente dell'insetto; il fiore non verrà impollinato e rimarrà sterile.
Il frutto è una nucula acheniforme (schizocarpo); più precisamente è una drupa (ossia una noce) con quattro semi (uno per ovulo derivato dai due carpelli divisi a metà). Questo frutto nel caso delle Lamiaceae viene chiamato “clausa”. Le quattro parti in cui si divide il frutto principale, sono ancora dei frutti (parziali) ma monospermici (un solo seme) e privi di endosperma. I frutti si trovano all'interno del calice persistente.
Questa pianta è diffusa su tutta la penisola italiana (escluse le isole); è comune al nord, meno comune al centro e sud. In Europa è presente più o meno ovunque. Si trova anche in Asia settentrionale e orientale ma temperata. Nell'America del nord (parte orientale) è stata introdotta durante il periodo coloniale e quindi si è naturalizzata.
L'habitat tipico sono gli incolti, le zone ruderali e depositi di rifiuti; ma anche i margine dei boschi e le siepi. Il substrato preferito è sia calcareo che siliceo con terreno a pH neutro ma ad alto contenuto nutrizionale (pianta nitrofila) e valori medi di umidità.Sui rilievi queste piante si possono trovare fino a 1200 m s.l.m. (massimo 2000 m s.l.m.); frequentano quindi i seguenti piani vegetazionali: collinare, montano e subalpine.

Veniva utilizzata dalla medicina popolare principalmente come tonico uterino,per ridurre il flusso mesturale eccessivo,arrestare il sanguinamento.
Si utilizzava in Infuso per trattare problemi renali,della vescica,diarrea,problemi mesturali.
Le foglie giovani venivano consumate bollite e consumate con altre verdure,o aggiunte ai minestroni.

In erboristeria e fitoterapia viene utilizzata la tintura madre ricavata dalla pianta intera,nel trattamento di varici,ermorroidi,problemi alle vie urinarie,mesturazioni dolorose,dissenteria,perdite vaginali anomale.
Pianta utilizzata anche come rimedio Omeopatico.

Questa pianta contiene tannini,oli eterei,mucillagini,saponine,sali di potassio.

La pianta di ortica bianca lamium per merito delle sue proprietà è tradizionalmente impiegata per facilitare le funzioni di eliminazione renale, in quanto esercita una blanda attività diuretica favorendo l'eliminazionedi potassio e grazie alla sua attività digestiva, in caso di irritazione della mucosa gastrica, senso di pienezza, flatulenza. Viene inoltre segnalata come espettorante e secretolitica nelle affezioni delle vie aeree superiori.

L'Ortica bianca trova indicazione anche nelle alterazioni circolatorie a carico del bacino come decongestionante pelvico, in particolare nella menopausa, nell'ipertrofia prostatica e nei disturbi del tratto urogenitale in genere.

La medicina popolare considera la pianta per la sue
qualità astringenti, emostatiche, depurative e per combattere l'insonnia.

La tisana d'Ortica bianca è una bevanda dal sapore gradevole per cui la sua assunzione può essere consigliata nelle turbe del sonno che spesso sono presenti in menopausa.

Per uso locale è impiegata nelle flogosi cutanee superficiali e lievi e nel trattamento del prurito e della desquamazione furfuracea del cuoio capelluto (rientra nella formulazione di shampoos). In medicina popolare rientra nelle formulazioni per le lavande vaginali in caso di leucorrea e dismenorrea.

Si applicano compresse di decotto dilamium su tumefazioni, gonfiori, suppurazioni e per calmare i dolori artritici.

I bagni sono considerati utili per tonificare gambe gonfie o affaticate, guarire ulcere, piaghe, foruncoli e scottature.

L'abate Kneipp consigliava il vapore della decozione calda contro le otiti.
Lamium, dalla forma dei fiori, somiglianti alla gola del pesce lamio (Plinio).
Capuron consiglia di far lentamente bollire un pugno di fiori in un litro di latte: aggiungere un grammo di Cannella: ridurre alla dose di una tazza: e darla a bere il mattino a digiuno per 8-10 giorni di seguito (Scotti, 1872).
Le giovani foglie possono essere mangiate cotte in salmi e minestre rinfrescanti.





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L' ARUM ITALICUM

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E' una pianta erbacea alta fino a 1 m di e cresce nei prati, nei cespuglieti, a volte negli orti.

Le foglie si sviluppano in autunno e persistono per tutto l'inverno; sono provviste di un lungo picciolo ed hanno la lamina astata lunga fino a 23 cm, con pagina superiore lucida venata di bianco.

I fiori sono molto piccoli, unisessuali e crescono alla base di una colonna claviforme detta spadice di colore giallastro (violacea in Arum maculatum), lunga 15-25 mm, parzialmente racchiusa da una spata bianco-verdastra. La pianta ha un odore sgradevole di putrefazione motivo per cui attrae le mosche che la impollinano.

Il nome scientifico del genere (Arum) deriva dal greco Aron (ma anche, secondo altre etimologie, dall'ebraico “ar”); in entrambi i casi questi due termini significano “calore” e si riferisce al fatto che queste piante quando sono in piena fioritura emettono calore (caratteristica particolare del genere). Il nome specifico (italicum) si riferisce alle località dei primi ritrovamenti.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Arum italicum) è stato proposto dal botanico scozzese Philip Miller (1691 – 1771) nella pubblicazione ”The Gardeners dictionary – Ottava edizione” del 1768.

I frutti sono delle bacche. Dopo la fecondazione la spata subisce un rapido avvizzimento e così si rendono visibili le bacche carnose di colore scarlatto. Infatti nei boschi è facile incontrare la pannocchia delle bacche isolate e senza altra vegetazione (le foglie) intorno. Il colore di queste bacche varia durante la loro maturazione: sono infatti color bianco-avorio nelle fasi iniziali di maturazione, quando ancora sono avvolte dalla spata; la successiva maturazione comprende una fase di inverdimento, a cui segue la transizione verso il giallo e poi il rosso. A livello cellulare, queste transizioni corrispondono alla conversione degli amiloplasti (stadio bianco-avorio) in cloroplasti (stadio verde) e, infine, in cromoplasti negli stadi giallo e rosso. La formazione di cromoplasti secondo la sequenza amiloplasto-cloroplasto-cromoplasto è piuttosto insolita. Nelle fasi che culminano allo stadio verde, la bacca sviluppa cloroplasti attivi nella fotosintesi, che successivamente vengono convertiti in cromoplasti, prima demolendo i tilacoidi (stadio giallo), poi aumentando la sintesi di carotenoidi (stadio rosso). Nella bacca sono attive le due vie di sintesi di carotenoidi "all trans", che portano alla luteina e all'auroxantina, ma anche una via di sintesi di isomeri "cis" che porta alla cis-neoxantina. Durante la fase finale della maturazione, viene inibita la ciclizzazione dei carotenoidi e ciò porta all'accumulo di precursori come il licopene, di colore rosso.
L'impollinazione è garantita soprattutto da diversi insetti (coleotteri, mosconi e altri piccoli insetti) in quanto pur non essendo piante nettarifere rilasciano comunque diverse sostanze zuccherine (impollinazione entomogama) ma anche odori molto sgradevoli, di putrefazione che attirano in modo particolare le mosche. In queste piante l'autoimpollinazione è evitata in quanto in ogni pianta i fiori femminili maturano prima di quelli maschili. Alcuni studi condotti su vari impollinatori hanno dimostrato che il successo riproduttivo (ma anche l'abbondanza della fruttificazione) è legato (almeno per le zone esaminate dallo studio – la Francia del sud) alla presenza di alcune specie di ditteri quali i Psychoda crassipenis della famiglia dei Psychodidae Newman.La fecondazione avviene tramite l'impollinazione dei fiori.
La dispersione dei semi avviene ad opera di uccelli e piccoli mammiferi favorita dal colore delle bacche.
E' considerata specie rara ma presente su tutto il territorio italiano. Nelle Alpi italiane è presente soprattutto nelle province centrali. Fuori dall'Italia (sempre nelle Alpi) si trova in Francia (dipartimento delle Alpes-Maritimes), in Svizzera (Canton Ticino) e in Slovenia. Sugli altri rilievi europei si trova nel Massiccio Centrale, Pirenei e Monti Balcani. Questa pianta si trova anche in Africa del nord e in Asia temperata.
Cresce preferibilmente in boschi ombrosi (pioppeti, ontaneti e frassineti) e umidi o lungo i fossi e i cigli delle strade; ma anche nelle macchie (arbusteti) e radure e in vigneti e oliveti. È considerata anche una pianta sinantropa in quanto spesso si trova nei fossi vicino ai centri abitati, nelle concimaie o lungo le strade (a volte è coltivata). Il substrato preferito è sia calcareo che siliceo con pH neutro, alti valori nutrizionali del terreno che deve essere umido.
Sui rilievi queste piante si possono trovare fino a 800 m s.l.m. (raramente fino a 1300 m s.l.m.); frequentano quindi i seguenti piani vegetazionali: collinare e montano.

Tutta la pianta è velenosa; solo il contatto con la pelle provoca dermatiti. Si sono verificati casi di avvelenamento mortale in bambini attratti dalle sue bacche rosse, anche se difficilmente vengono ingerite in grande quantità, poiché la loro masticazione crea immediato dolore alla bocca. Il componente velenoso è l'acido ossalico (in particolare i cristalli di ossalato di calcio) che però scompare con la cottura; infatti in tempi di carestia le popolazioni contadine mangiano i tuberi dopo averli cotti.
La parte ipogea (il rizoma) di questa pianta contiene amido e alcuni principi tossici (in parte eliminabili con l'essiccazione o la cottura). Altre sostanze contenute: grassi e saponine. La pianta ha in genere un sapore acre di pepe. Nella medicina popolare un preparato, polverizzando i tuberi, veniva usato come antielmintico (elimina svariati tipi di vermi o elminti parassiti) e antireumatico (attenua i dolori dovuti all'infiammazione delle articolazioni).

Questa pianta (e altre simili dello stesso genere) ha spesso interessato i botanici per la particolarità di trattenere (o catturare) i vari insetti pronubi finché non sia avvenuta la fecondazione degli ovuli. Gli insetti sono attirati dall'odore (nauseabondo per gli uomini) emanato dai fiori e da diverse sostanze zuccherine prodotte nelle zone di estroflessione dell'infiorescenza; ma anche dalla temperatura più elevata o attività “catabolica” (diversi gradi sopra quella ambientale: 5 – 10 °C, fino a 14 °C) prodotta all'interno dalla spata. L'innalzamento della temperatura è causata dalla intensa traspirazione dello spadice. Alcuni ricercatori hanno anche riscontrato una forma “paraboloide dimetrica” per la spata (il fuoco in questa figura geometrica non è un punto ma una linea – l'infiorescenza appunto) in modo da convergere meglio i raggi solari; è da notare inoltre che la spata aperta è sempre rivolta a sud.


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LA SYMPHTUM TUBEROSUM

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Symphytum tuberosum, comunemente detta Consolida femmina, è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Boragineceae (la stessa della comune boragine).
Pianta perenne con radice a fittone, fusto angoloso alato solo in parte. Foglie obovate, alla base ristrette e prolungate sul fusto in una ala, lunga circa la metà dell'internodo. Fiori in cime dense di lunghezza 12-16 millimetri, calice con tubo di 2 mm e denti lineari di 7-8 mm, corolla gialla con denti ottusi e stami non sporgenti, stilo sporgente di 1-2 mm, fiorisce in marzo-aprile.

Vegeta sul terreno bagnato pesante; boschi di latifoglie 0-1300 m.Fiorisce tra marzo e aprile.
Nella medicina popolare si utilizza tutta la pianta ma in special modo la radice che ha proprietà terapeutiche, emollienti, cicatrizzanti ed espettoranti. Viene prescritta con grande successo per eliminare catarri delle vie aeree, calmare i dolori, le ulcere e le lesioni epatiche. Rimedio sovrano nei casi di frattura alle ossa perché accelera e stimola il processo di saldatura.

Il nome del genere "symphytum" deriva dal greco (symphyo=unisco, collego) in virtù delle sue proprietà cicatrizzanti conosciute fin dai tempi antichi, mentre il nome specifico "tuberosum" indica la forma della sua radice e del rizoma (=fusto sotterraneo con funzione di riserva).
Già Dioscoride e Galeno la citavano come ottimo rimedio per curare ferite e arrestare le emorragie. Fino al Medioevo la Consolida femmina veniva spesso utilizzata sia per uso culinario (in minestre, brodi e ripieni, come la boragine, appunto) sia nella medicina popolare, soprattutto per curare piaghe ed ulcere, ma poi è stata pressoché dimenticata e ritenuta di poco conto.  Solo recentemente l'intera pianta è stata rivalutata e grazie all'effetto combinato di allantoine, micillagini e tannini è considerata un ottimo cicatrizzante e astringente e in fitocosmesi trova largo impiego come emolliente.
Il nome comune "consolida" deriverebbe da un usanza degli erboristi medievali: le radici, fatte essiccare e tritate finemente, venivano impastate attorno agli arti rotti e, una volta seccate, fungeva da "gesso", aiutando a consolidare le ossa.


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IL TAMUS COMMUNIS



Pianta erbacea perenne caratterizzata da una radice tuberosa, allungata, carnosa, ricca di sostanze mucillaginose e da fusti rampicanti che si attorcigliano in senso destrorso, sottili, flessuosi, glabri, lunghi fino a 4 m. Le foglie sono ampie e cuoriformi, con margine intero, arrotondate o acuminate all’apice, di colore verde lucido. I fiori, che compaiono tra aprile e maggio, sono unisessuali su piante dioiche, piccoli, di colore giallastro, con perigonio formato da 2 verticilli di 3 elementi sepaloidi; i maschili hanno 6 stami e sono riuniti in racemi ascellari allungati con fiori solitari o in fascetti di 2-3; i femminili hanno un ovario infero con stilo unico e 3 stimmi bilobati e sono riuniti in corti racemi (1 cm) di 3-5 fiori. I frutti maturano in ottobre, sono bacche carnose, globose, di colore rosso, lucide con punta scura, grandi come un pisello e disposte in grappoletti vistosi.

Il Tamaro cresce in tutta Italia particolarmente nel sottobosco delle quercete, come pure nella macchia, nelle radure e nelle siepi, dal livello del mare fino a ca. 800 m di altitudine.

Il tamaro è una pianta officinale conosciuta nel mondo scientifico come tamus communis ed appartiene alla famiglia delle discorea, gruppo presente per la maggior parte nei paesi mediterranei, ed appare come una pianta rampicante i cui germogli cominciano a sbocciare dopo sole 3 ore dalla germinazione.

Il tamaro cresce davvero velocemente in confronto a tutti gli altri tipi di piante, le quali molte volte ne risentono di questo fattore.

Il tamus communis veniva chiamato in passato Sigillo della Madonna, in quanto le sue radici spremute risultavano utili per curare ferite e contusioni, grazie alla sostanza in essa contenuta conosciuta come saponine.

Gli agricoltori davano da mangiare il tamaro alle mucche per aumentare la loro fertilità.

Il tamaro è una pianta le cui bacche risultano velenose se assunte oralmente, ma la sua struttura è stata impiegata per molti anni con lo scopo di alleviare il dolore dei reumatismi e l’infiammazione se applicata nella zona colpita.

Spremendo la radice del tamaro è possibile ricavare un succo davvero efficace per combattere problemi di salute come i calcoli renali, visto il suo alto potenziale diuretico ma al giorno d’oggi è sconsigliato proprio perché ritenuto troppo potente, facendovi correre il rischio di incorrere in ulteriori disturbi.

Se mescolato al miele, l’estratto del tamaro, può risultare utile per trattare l’asma e altre patologie respiratorie, ma anche qui sarà necessario ascoltare il parere di un medico e farsi consigliare a proposito dei suoi diversi impieghi.

Applicare direttamente l’estratto di tamaro sulla pelle può essere molto pericoloso, causando gravi irritazioni cutanee, gonfiore e lividi, motivo per cui sarà bene diluire sempre il composto per godere dei suoi benefici.

Evitate categoricamente di prendere per via orale l’estratto di tamaro o qualunque parte della pianta, può infatti seriamente compromettere la salute del vostro apparato digerente, dei reni e del sistema respiratorio.

Si consumano le porzioni apicali dei nuovi getti (turioni), emessi in primavera. Essi sono costoluti, di colore verde scuro tendente al marrone e rivestiti dagli abbozzi delle foglie; sono preferibili quelli prodotti dalle piante maschili perché sono più grossi.
Il Tamaro contiene numerosi principi tossici (saponine, fenantrene, ecc.) presenti abbondantemente soprattutto nelle bacche. Nella parte edule della pianta, ovvero nei turioni, queste sostanze si rinvengono in quantità non rilevanti; esse per di più sono termolabili. I turioni del Tamaro hanno un sapore amaro-saligno e si cucinano allo stesso modo dei turioni dell’Asparago o del Pungitopo, previa sbollentata in abbondante acqua per attenuare il loro gusto acre.

In Francia il Tamaro è noto come Herbe aux femmes battues, cioè erba per le donne picchiate (MAYR, 1990). Tale curiosa denominazione nasce dall`uso terapeutico della polpa grattugiata della radice del Tamaro applicata come impacchi su contusioni, ematomi e distorsioni. Le proprietà curative dipendono dalla presenza dell’istamina e dell’ossalato di potassio che agiscono stimolando la circolazione periferica.


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LA VINCA MINOR

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La vinca minor è una liana erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Apocinacee, tipica del sottobosco, dove forma estesi tappeti sempreverdi, ma comune anche lungo i bordi delle strade.

È una pianta piuttosto diffusa, di cui alcune cultivar sono coltivate a scopo ornamentale, soprattutto per realizzare bordure.
Alta 10–15 cm, ha un portamento strisciante e tappezzante. Forma grandi tappeti di fusti striscianti piuttosto esili ed alti al massimo 18 cm che producono radici ai nodi e portano foglie opposte, ellittiche, coriacee e lucide superiormente.
I fiori compaiono tra marzo e maggio, con una possibile seconda fioritura in autunno e sono caratterizzati da un colore azzurro-violetto, denominato appunto blu-pervinca. Sbocciano su peduncoli di 1 - 1,5 cm all'ascella di corti rametti ascendenti. La corolla è composta da 5 petali con l'apice troncato obliquamente.
È nativa dell'Europa centrale e meridionale.
A livello popolare le parti aeree della pianta sono utilizzate per migliorare la circolazione sanguigna. La pianta contiene in effetti il principio attivo vincamina di cui è dimostrata l'attività nootropica sulla circolazione cerebrale.
La Vinca minor viene usata in medicina popolare ad uso interno per le sue proprietà: ipotensive, spasmolitiche, astringenti e vulnerarie.
La Vinca minor trova quindi impiego per uso interno nel trattamento di: ipertensione, disturbi circolatori cerebrali, insufficienza coronarica, turbe psicocomportamentali della senilità. Per uso esterno è invece indicata come astringente e vulneraria.
Le parti della pianta utilizzate in fitoterapia sono le foglie.
I principi attivi contenuti nelle foglie sono: alcaloidi indolici tra cui la vincamina; flavonoidi, tannini, fitosteroli.
Nella moderna fitoterapia la Vinca minor viene utilizzata sottoforma di infuso, estratto fluido e tintura madre. Le relative dosi di assunzione normalmente consigliate sono pari a: 10 p.1000 per l'infuso e far infondere 15 minuti; estratto fluido: 2-5 g al giorno; tintura madre: 50 gocce tre volte al giorno.
L'impiego di Vinca minor è controindicato in caso di ipersensibilità individuale o in caso di neoformazioni cerebrali con ipertensione endocranica e nella donna in gravidanza.
L'impiego di Vinca minor nelle tisane trova spazio per le sue proprietà ipotensive, spasmolitiche, astringenti. Nella medicina popolare la Vinca minor viene utilizzata nelle tisane come ipotensivo, spasmolitico, astringente. Mancano tuttavia adeguati studi clinici che ne confermino efficacia e sicurezza. Infatti, le preparazioni erboristiche tradizionali come tisane, infusi, succhi e decotti, non permettono di stabilire con esattezza la quantità di principi attivi somministrata al paziente, il che aumenta il rischio di insuccesso terapeutico. In una tisana, infatti, le quantità di principi attivi estratti possono essere eccessive o più comunemente insufficienti, oltre al rischio di estrarre anche componenti indesiderate.












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