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giovedì 7 maggio 2015

IL CAMEDRIO ALPINO

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Il camedrio alpino è una piccola pianta dell'ambiente montano, perenne, non molto alta, dai bianchi fiori, appartenente alla famiglia delle Rosaceae.

È la forma delle foglie che ha dato il nome al genere, queste infatti sono molto simili alla quercia che in greco si dice Drys ( = quercia). Linneo, che per primo usò tale nome per questa pianta, fece riferimento alle Driadi, antiche divinità mitologiche che vivevano nei boschi e che gli antichi greci credevano immortali ed eterne come le querce.
Il nome della specie deriva ovviamente dal numero dei petali della corolla del fiore: octo (= otto) e petalon (= petalo)
Altri botanici, sempre attirati dai contorni fogliari che ricordano la morfologia delle foglie della quercia, chiamarono diversamente queste piante: Chamaedrys.

Pianta perenne nana artico-alpina alta 8 – 12 cm a portamento strisciante; forma intricati tappeti in grado di colonizzare macereti e terreni instabili. Ha radici spesse e fibrose; le foglie sono basali e picciolate lunghe tra 1 e 2,5 cm, di forma oblunga e con 4 – 7 dentelli per lato. La pagina superiore è glabra, di colore verde scuro mentre quella inferiore è bianco tormentosa. I fiori sono solitari, molto decorativi, con diametro compreso tra 2 e 4 cm e con petali ellittici di colore bianco-candido. Il numero dei petali è pari in genere a 8, ma è talvolta possibile osservarne 7, 9 oppure 10. Al centro del fiore sono presenti numerosi stami gialli con lunghi stili al centro. Il calice presenta setole irte scure e glandulifere.

Rocce, pascoli sassosi, rupi, pendii, ghiaia fine e detriti consolidati su terreno calcareo da 1500 a 2600 metri di quota. Eccezionalmente raggiunge i 3000 metri sulle Dolomiti (Monte Pelmo) e scende fino ad appena 200 metri nel trevigiano. In Italia è piuttosto comune sull’intero arco alpino; è inoltre presente in Toscana sulle Alpi Apuane e sull’Appennino Pistoiese e nell’Italia Centrale (Marche, Umbria, Abruzzo, Molise e Lazio) interessando in particolare i Monti Sibillini e il Terminillo. In passato era segnalata sull’Appennino Romagnolo, ma non è più stata ritrovata e oggi pare essere assente in tutta l’Emilia Romagna.

Periodo di fioritura: Da giugno ad agosto

La particolare bellezza del fiore fa sì che la pianta sia molto usata nei giardini rocciosi di media altitudine in cui forma estesi tappeti sempreverdi.

Il camedrio è considerato un “relitto” glaciale: la dryas con le glaciazioni spinse il suo areale verso sud e con il ritirarsi della calotta glaciale sopravvisse, isolata, sulle Alpi Apuane e sull’Appennino in quelle zone in cui le condizioni climatiche erano rimaste più simili a quelle originarie.

Le foglie del camedrio alpino, raccolte in estate, erano usate e lo sono ancora, per fare un infuso per combattere le infiammazioni sia interne che esterne. Sono toniche, astringenti e favoriscono la digestione. Le foglie sono anche una componente del cosiddetto tè svizzero usato principalmente come rimedio contro le coliche.

È utile nella bronchite cronica, nei disturbi digestivi, nella diarrea, nelle malattie del fegato e della milza, nella clorosi e nelle affezioni febbrili.

Come si usa il Camedrio:

Infuso: mettere una manciata di pianta essiccata e sminuzzata in un litro d’acqua bollente. Lasciare a riposo per un quarto d’ora, filtrare e bere a bicchieri.

Tintura vinosa: mettere una manciata abbondante di pianta in un litro di vino bianco, lasciare a macero per lO giorni e bere dopo i pasti principali.

Polvere: ridurre in polvere finissima una manciata di pianta essiccata. Prenderne un cucchiaino tre volte al giorno, mescolata a miele o marmellata, oppure sciolta in altro liquido caldo.




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martedì 24 marzo 2015

IL PITOSFORO




Il genere Pitosforo appartiene alla famiglia delle Pittosporaceae. Questo genere è composto da circa 200 specie, per lo più originarie della Nuova Zelanda, dell’Australia. Alcune molto diffuse nel nostro paese (come il tenuifolium o il tobira) sono invece endemiche della Cina e del Giappone.
In natura, soprattutto nei luoghi di origine, hanno portamento arboreo e possono raggiungere anche i 20 metri di altezza. Coltivati dall’uomo, invece, raramente superano i 10 metri, anche nelle regioni caratterizzate da inverni piuttosto miti.
Ad ogni modo hanno trovato una grande diffusione nei giardini poiché risultano molto adatti alla creazione di siepi e barriere. Vivono anche molto bene in contenitore e quindi possono essere utilizzati per delimitare degli spazi aperti, risultando di facile manutenzione (vista anche la crescita piuttosto lenta, la grande longevità e l’estrema semplicità delle potature). Proprio per questi scopi sono state selezionate varietà nane o caratterizzate da fogliame variegato e con colorazioni particolari.
Se aggiungiamo la loro grande resistenza alle condizioni diffuse lungo i litorali (terreni e aria salmastra) e la buona rusticità delle varietà più diffuse, non possiamo che annoverarli tra i migliori arbusti fioriti in assoluto.

Il Pittosporo (o pitosforo, Pittosporum spp.), genere delle Pittosporaceae, originario di Africa, Asia, Australia e Isole del Pacifico, comprende piante a portamento arboreo o arbustivo, che possono raggiungere diversi metri d'altezza. Quest'albero produce delle piccole bacche verdi non commestibili. In Italia è coltivato per ornamento e per costruire siepi lungo i litorali marini, nel Mezzogiorno, in Sardegna e in Sicilia.

Come pianta ornamentale nei giardini, parchi e viali, specialmente delle zone rivierasche, per siepi, o macchie arbustive, nei climi con inverni rigidi e prolungati, si può coltivare in vaso sui terrazzi.

Desiderano esposizione in pieno sole, terriccio di medio impasto tendente al compatto e dotato di buone riserve idriche nella stagione estiva.

Per mantenere una forma compatta e decorativa della chioma, la pianta deve essere periodicamente sottoposta a interventi di potatura.
La moltiplicazione avviene con la semina o nelle varietà a fogliame variegato, per mezzo di talea.

In Italia se ne usano solo un paio di specie, e sicuramente la più comune è Pittosporum tobira, originaria del Giappone e della Cina. Si tratta di un grande arbusto, a crescita abbastanza lenta, sempreverde, con foglie spatolate, spesso riunite in mazzetti, soprattutto all’apice dei rami; hanno colore verde scuro, lucido e sono caratterizzate da una vistosa venatura chiara, che attraversa la foglia al centro. In primavera i pitosfori producono piccoli fiori carnosi, di colore bianco, che divengono crema con il passare dei giorni; sono molto profumati e sbocciano riuniti in racemi o pannocchie; l’arbusto con il tempo tende ad assumere un portamento tondeggiante, ma viene spesso potato per assumere le forme più varie; i pitosfori vengono molto utilizzati per comporre delle siepi compatte e dense. Dopo la fioritura i pitosfori producono delle bacche semi legnose, al cui interno sono presenti i semi fertili, ricoperto da una polpa resinosa; il nome delle piante deriva proprio da questa caratteristica, infatti Pittosporum in greco significa semi resinosi.

In Italia, la specie di pitosforo più diffusa è Pittosporum tobira; esistono però alcune varietà cultivar e ibridi di questo pitosforo, tra cui quella che si sta diffondendo di più è una varietà a foglie variegate, di colore quasi argentato, o comunque grigio verde, con i margini delle foglie bianchi o gialli.
L’unica altra specie di pitosforo che viene talvolta coltivata in giardino in Italia è Pittosporum tenuifolium, si tratta di una specie originaria della Nuova Zelanda, caratterizzata da fogliame delicato e pendulo, e da rami sottili, molto ramificati, di colore scuro, quasi nero. Questo pitosforo è un poco più esigente rispetto al pitosforo tobira, pur essendo quasi altrettanto rustica; si pone a dimora preferibilmente a mezz’ombra, in quanto non ama molto la siccità e il caldo estivo. Sicuramente è un arbusto molto elegante, a sviluppo lento, e quindi non necessita di potature; può temere il freddo, soprattutto in quelle zone i cui gli inverni sono caratterizzati da gelate molto intense e prolungate. In vivaio si possono facilmente reperire alcune varietà di pitosforo tenuifolium, con fogliame variegato, o addirittura con foglie color porpora.

Le caratteristiche principali del pitosforo vengono spesso sfruttate per produrre siepi; una siepe di pitosforo ha la caratteristica fondamentale di essere sempreverde, lucida e impenetrabile, in quanto questi arbusti producono una vegetazione molto fitta. La fioritura primaverile, con un profumo decisamente molto intenso, aiuta ulteriormente, in quanto non è sempre facile trovare un arbusto da siepe con una fioritura vistosa.
Sono piante che necessitano di poche cure, una volta stabilizzatesi in un posto, e la specie offre molte varianti; per questo motivo sempre più spesso si vedono nei giardini dei finti bordi misti, che in realtà sono siepi costituite interamente da pitosfori, ma di varietà e specie diverse; l’effetto è decisamente gradevole, in quanto i colori sono tra i più vari, e la consistenza e la tessitura del fogliame offre molte varianti, soprattutto se si pongono a dimora le due differenti specie di pitosforo, in diverse varietà. La mescolanza di Pittosporum tobira, con le sue grandi foglie verde scuro, e di Pittosporum tenuifolium a foglia variegata, con fogliame delicato e colori tenui, sicuramente da un risultato scenografico eccellente.


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giovedì 19 marzo 2015

IL CEDRO DEL LIBANO

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È l'albero rappresentato nella bandiera del Libano.

Pianta arborea, distinguibile per alcuni rami che assumono un portamento a "candelabro" ossia formano un angolo di 90° e salgono verso l'alto. La cima col passare del tempo si appiattisce. Nelle zone d'origine arriva a 40m, eccezionalmente a 60m.

La corteccia è prima liscia, poi fessurata longitudinalmente di colore marrone scuro, ha una densa ramificazione.

Le foglie sono lunghe fino a 3 cm, di colore verde scuro portate sia singolarmente sui giovani rametti, sia in ciuffi di 20-30 su corti rametti laterali.

Il cedrus libani, come tutte le gimnosperme, non ha i fiori ma gli strobili: grigio-verdastri i maschili, lunghi fino a 5 cm e a maturità giallastri, verdastri i femminili, portati sulla stessa pianta (monoica).

Il Cedrus libani, come tutte le gimnosperme, non ha i frutti ma strobili femminili maturi che sono coni bruni di consistenza legnosa (pigne) che si sfaldano a maturità disperdendo i semi.
Il suo habitat è la fascia montana a clima fresco, sui versanti esposti a nord dai 1300 ai 3000 metri di altitudine.

Originario del Mediterraneo Orientale, cresce spontaneo nelle montagne del Libano, della Siria e in Turchia meridionale (monti Tauro), è coltivato in parchi e giardini di tutta Europa dalla fine del Settecento.

I cedri universalmente considerati più belli e spettacolari sono quelli che si trovano in Libano, precisamente nella Forest of the Cedars of God. Per la protezione di questa pianta il governo libanese ha istituito tre aree protette: la riserva dei cedri dello Shuf, la riserva di Horsh Eden e la riserva delle foreste di Tannourine.


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IL GINKGO

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La pianta è originaria della Cina. Il nome Ginkgo, deriva probabilmente da un'erronea trascrizione del botanico tedesco Engelbert Kaempfer del nome giapponese ginkyō (ぎんきょう) derivante a sua volta da quello cinese 銀杏 "yin-kuo" (銀 yin «argento» e 杏 xìng «albicocca»; 銀杏 yinxìng «albicocca d'argento»). Questo nome è stato attribuito alla specie dal famoso botanico Carlo Linneo nel 1771 all'atto della sua prima pubblicazione botanica ove mantenne quell'erronea trascrizione del nome originale. Il nome della specie (biloba) deriva invece dal latino bis e lobus con riferimento alla divisione in due lobi delle foglie, a forma di ventaglio.

Nell'antichità, il Ginkgo venne considerato nel primo importante erbario cinese una sostanza benefica per il cuore e i polmoni; i medici lo utilizzavano per curare l'asma, i geloni e le tumefazioni causate dal freddo; i monaci buddisti lo piantavano accanto al tè, gli antichi cinesi e giapponesi consumavano i semi tostati come rimedio digestivo; i guaritori indiani ayurvedici lo associavano alla longevità usandolo come ingrediente del "soma", l'elisir di lunga vita. L'albero è stato introdotto in Europa nel 1730.

È una pianta arborea che raggiunge un'altezza di 30–40 m, chioma larga fino a 9 m, piramidale nelle giovani piante e ovale negli esemplari più vecchi. Il tronco presenta rami sparsi da giovane, più fitti in età adulta, branche principali asimmetriche inclinate di 45°, legno di colore giallo. I rami principali (macroblasti) portano numerosi rametti più corti (brachiblasti), sui quali si inseriscono le foglie e le strutture fertili.

È liscia e di color argento nelle piante giovani, diventa di colore grigio-brunastro fino a marrone scuro e di tessitura fessurata negli esemplari maturi.

Ha foglie decidue, di 5–8 cm, lungamente picciolate a lamina di colore verde chiaro, che in autunno assumono una colorazione giallo vivo molto decorativa, dalla forma tipica a ventaglio (foglia labelliforme) leggermente bilobata e percorsa da un numero elevato di nervature dicotome. La morfologia fogliare varia a seconda della posizione e dell'età: le plantule hanno foglie profondamente incise, le foglie portate dai brachiblasti hanno margine interno e talvolta ondulato, le foglie portate dai macroblasti sono spesso bilobate.

La Ginkgo è una gimnosperma e per questo non presenta dei fiori come abitualmente li intendiamo. Le Gimnosperme non hanno fiori ma portano delle strutture definite coni o strobili o, come in questo caso squame modificate (i coni da un punto di vista funzionale si possono considerare simili a dei fiori per omologia). È una pianta dioica cioè che porta strutture fertili maschili e femminili separate su piante diverse. Negli strobili maschili i microsporangi sono portati a coppie su microsporofilli, disposti a spirale su un asse allungato. L'impollinazione è anemofila.

Negli strobili femminili gli ovuli, inizialmente due, si riducono ad uno solo nel corso dello sviluppo e sono portati su peduncoli isolati. Le piante femminili dunque, a differenza della maggior parte delle Gimnosperme (in particolare delle Pinophyta), non producono coni propriamente detti ma strutture analoghe a questi.

La fioritura è primaverile. Tra impollinazione e fecondazione intercorrono alcuni mesi. La fecondazione avviene a terra all'inizio dell'autunno, quando gli ovuli sono già caduti dalla pianta madre e hanno quasi raggiunto le dimensioni definitive. I gameti sono ciliati e mobili, come avviene in molti gruppi meno evoluti (Cycadophyta, muschi, felci ed alghe).

I semi (di cui è commestibile l'embrione dopo la torrefazione) sono lunghi 1,5–2 cm e sono rivestiti da un involucro carnoso, pruinoso di colore giallo, con odore sgradevole a maturità (per la liberazione di acidi carbossilici, in particolare acido butirrico), che viene definito sarcotesta. All'interno di questo vi è una parte legnosa (sclerotesta) che contiene l'embrione. La germinazione del seme è epigea.

La pianta è originaria della Cina, nella quale sono stati rinvenuti fossili che risalgono all'era mesozoica. La pianta è stata ritenuta estinta per secoli ma, recentemente, ne sono state scoperte almeno due stazioni relitte nella provincia dello Zhejiang nella Cina orientale. Non tutti i botanici concordano però sul fatto che queste stazioni siano davvero spontanee, perché la Ginkgo è stata estesamente coltivata per millenni dai monaci cinesi.

È una specie eliofila che preferisce una posizione soleggiata e un clima fresco. Non è particolarmente esigente quanto a tipo di terreno ma vegeta meglio in terreni acidi e non asfittici. È una pianta che sopporta le basse temperature: è stato dimostrato che non subisce danni anche a -35 °C. La moltiplicazione avviene generalmente per margotta. È preferibile coltivare gli individui maschili per evitare lo sgradevole odore dei semi; tuttavia il sesso della specie è difficilmente riconoscibile in quanto non presenta caratteri sessuali secondari affidabili. Le piante mal sopportano la potatura: i rami accorciati seccano.

Il primo Ginkgo biloba importato in Italia, nel 1750, si trova nell'Orto Botanico di Padova (Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO). È un esemplare maschile maestoso su cui, verso la metà dell'Ottocento, fu innestato a scopo didattico un ramo femminile.

La pianta si riproduce per seme o per talee semilegnose prelevate durante l'estate.

Molto utilizzata come pianta ornamentale in parchi, viali e giardini grazie alla notevole resistenza agli agenti inquinanti (non solo delle metropoli più inquinate ma anche in cittadine più piccole, in viali o nei giardini in gruppi isolati) viene inoltre usata anche per creare cortine frangivento.
Diffuso il suo utilizzo per farne bonsai.
Viene coltivata industrialmente in Europa, Giappone, Corea e Stati Uniti per l'utilizzo medicinale delle sue foglie.
Il legno giallastro viene usato per la costruzione di mobili, lavori di tornio e intaglio; è però di bassa qualità data la sua fragilità.
La parte interna legnosa dei semi viene utilizzata come cibo prelibato in Asia e fa parte della tradizione culinaria cinese. Viene commercializzato sotto il nome di "White Nuts". In Giappone i semi di Ginkgo vengono aggiunti a molti piatti (ad esempio il chawanmushi) e utilizzati come contorno.

Le foglie di Ginkgo biloba contengono terpeni, polifenoli, flavonoidi (ginketolo, isiginketolo, bilabetolo, ginkolide).
La ipotesi che i suddetti principi attivi abbiano un'azione sulle funzioni cerebrovascolari e sui disturbi della memoria, tali da suggerirne l'uso nella malattia di Alzheimer non è suffragata da convincenti evidenze scientifiche.
Il ginkolide B è ritenuto un antagonista del PAF (platelet activating factor), mediatore intracellulare implicato nei processi di aggregazione piastrinica, formazione del trombo, reazioni infiammatorie (iperattività bronchiale).
Con le sue foglie è possibile cercare di migliorare la circolazione di sangue, sia a livello periferico sia cerebrale, apportando quindi un certo beneficio alla fragilità capillare e contrastando le varici.
Le foglie attuano un'azione di regolazione sulla circolazione e di opposizione ai radicali liberi rallentando i fenomeni di ossidazione, e proprio grazie a questa azione si contrastano gli effetti dello stress fisico e mentale.
In cosmetica viene utilizzato, applicato a livello topico, per ripristinare il giusto equilibrio lipidico nelle pelli secche e screpolate.

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IL PRATO INGLESE

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Il prato inglese è un tappeto erboso costituito da erbe che lo rendono molto uniforme, sia nel colore che nell’altezza. Questo prato viene considerato segno di perfezione architettonica. Per mantenere un prato inglese nelle condizioni ottimali, bisogna ricorrere ad attente e frequenti operazioni di manutenzione, come irrigazioni e tagli, perché questo prato, proprio come dice il nome, è adattissimo al clima freddo e umido delle campagne inglesi, mentre risente in negativo dei climi aridi e secchi tipici delle estati del Sud Italia.Il prato inglese si ottiene seminando alcune specifiche specie di graminacee, tra cui Agrostis tenuis, Agrostis stolonifera, Lolium italicum, Lolium perenne, Poa pratensis, Poa annua, Festuca rubra, Festuca ovina e Festuca arundinacea. In alternativa alla semina, il prato inglese si può realizzare tramite delle zolle precoltivate che consentono un notevole risparmio di tempo e costi nell’implementazione del prato stesso. In entrambi i casi, bisognerà procedere alla preparazione del terreno, che si rivolta con la vanga o la zappa, si diserba, per eliminare eventuali erbe infestanti, e si concima con fertilizzanti organici. Nella concimazione di fondo che precede la semina del prato si consiglia di usare del letame maturo. La preparazione del terreno va effettuata in anticipo rispetto alla semina, che deve avvenire in primavera o in autunno. Queste stagioni intermedie sono ideali per interrare i semi, in quanto il clima è temperato e con il giusto grado di umidità. Il prato a rotoli si può, invece, implementare durante qualsiasi stagione, avendo cura di preparare il terreno così come avviene per la semina.
Questa tipologia di prato richiede particolari accorgimenti sia nella fase di preparazione del terreno che nella semina e nella manutenzione.

La semina consiste nello spargere sul terreno i semi della miscela di graminacee usata per la creazione del prato inglese. Se la superficie è molto piccola, l’operazione può avvenire a mano, facendo attenzione a spargere i semi prima in una direzione e poi in quella opposta. Se la superficie è maggiore, i semi vanno sparsi con un macchinario chiamato proprio” spargisemi”. Nella semina a mano, per evitare di dispersioni, è consigliabile spargere i semi assieme a della sabbia.

Dopo la semina o l’aggiunta del prato a rotoli, si procede ad usare un diserbante contro le formiche e si compatta il terreno con un rullo o passandovi sopra con delle scarpe sotto cui saranno applicate delle tavolette. Alla rullatura seguirà l’irrigazione, che dovrà accompagnare tutta la crescita del prato inglese. Il prato inglese derivante da semina germinerà entro tre settimane, mentre quello a rotoli prenderà forma in pochi giorni. Quando le erbe del prato avranno raggiunto i dieci centimetri, si potrà procedere al primo taglio, partendo a un ‘altezza di cinque centimetri da terra.

Nella manutenzione del prato inglese rientrano le annaffiature, la concimazione ed i tagli. Soprattutto le annaffiature, devono essere regolari, abbondanti e profonde. In caso di irrigazione manuale bisogna procedere ogni giorno, ma nel caso il prato sia troppo esteso, l’operazione potrebbe rivelarsi troppo faticosa. Nelle grandi superfici si può implementare un impianto automatico di irrigazione a pioggia, che fornirà abbondante acqua al prato due volte la settimana. L’acqua, per il prato inglese, è molto importante, perché le erbe che lo compongono sono molto suscettibili all’azione del sole e alla siccità. Le irrigazioni devono far giungere l’acqua in profondità, per garantire lo sviluppo e il nutrimento delle radici. Se l’acqua, infatti, viene distribuita solo in superficie, si rischia di provocare lo sviluppo delle radici nella parte alta del terreno e di farle seccare in seguito all’azione dei raggi solari. Il prato inglese necessita di una buona concimazione annuale, usando concimi liquidi da aggiungere all’acqua. La prima concimazione va effettuata dopo il primo taglio, con un buon concime a base di azoto, sostanza che stimola lo sviluppo e la colorazione dell’erba verde.

Il prato inglese è il tappeto erboso che meglio rappresenta il desiderio di perfezione dei giardinieri. Questo manto si apprezza per la sua uniformità, sia nelle forme che nei colori; ma questa “perfezione” , il più delle volte, è solo illusoria, perché le variazioni climatiche ed i venti causano la diffusione di altre piante infestanti. Alcune possono dare vita a fiorellini blu che spuntano dall’erba verde, altre possono modificare o alterare la compattezza e l’uniformità del tappeto erboso. In questo caso le cose da fare sono due: rassegnarsi o lavorarci sopra con frequenza ed intensità. Nelle condizioni di maggiore ventosità, il diserbo, cioè l’eliminazione delle erbe sgradite, va effettuato con maggiore frequenza, così come anche i tagli. Per mantenere uniforme l’altezza del prato bisogna tagliare almeno una volta a settimana, ma non in modo eccessivo: mantenere il prato più alto protegge le radici dalla siccità. Lo sviluppo del muschio va invece combattuto con appositi concimi chimici; mentre spesso bisogna provvedere ad aerare il terreno usando un attrezzo con lame o delle scarpe speciali dette “arieggianti”. Per far durare a lungo il prato inglese ,è preferibile usare delle erbe grossolane e più resistenti. In estate, inoltre, bisogna intensificare le cure e non abbandonare il prato per troppi giorni, perché l’aridità del clima finirebbe per trasformarlo in un tappeto “stepposo” piuttosto che “erboso”.


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domenica 15 marzo 2015

IL PLATANO

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Platanus L., 1753 è un genere di piante appartenente alla famiglia Platanaceae.

Sono alberi monumentali adatti come piante ornamentali per decorare viali, parchi e giardini di notevoli dimensioni, nonché per l'arredo urbano grazie alla notevole resistenza allo smog delle metropoli.

Questo genere comprende 6-8 specie di alberi decidui di dimensioni maestose originari dell'Europa, dell'Asia e del nord America. Il P. acerifolia è un ibrido diffuso in Europa, nato dall'incrocio tra P. orientalis, originario dell'Europa meridionale e dell'Asia, e P. occidentalis, originario del nord America. Ha fusto eretto e chioma piramidale negli esemplari giovani, che diviene tondeggiante negli anni, raggiunge un'altezza vicina ai 30 m e una larghezza pari all'altezza; i rami sono numerosi e spesso hanno andamento disordinato; la corteccia è liscia e sottile, di colore grigio-marrone, e si desquama rapidamente lasciando chiazze verdi. Le foglie sono molto larghe, 15-20 cm, semplici, alterne, palmate, e presentano 3-5 lobi, ricordano le foglie dell'acero riccio; in aprile-maggio produce infiorescenze tondeggianti, quelle maschili di colore giallastro, le femminili di colore rossastro. In inverno produce numerosi frutti rotondi, che a maturazione liberano numerosissimi semi.

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sabato 14 marzo 2015

LA CAPINERA

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La capinera (Sylvia atricapilla (Linnaeus, 1758)) è un uccello passeriforme della famiglia Sylviidae.

È un silvide robusto, principalmente dal piumaggio grigio. Il maschio ha un capo nero mentre la femmina lo ha marrone chiaro.

Il canto è un chiacchiericcio piacevole con alcune note più sonore simili a quelle di un merlo; può essere confuso con quello del beccafico.

Si nutre di piccole bacche e di insetti.

Il nido viene costruito in arbusti bassi e vengono deposte dalle 3 alle 6 uova.

Questo piccolo passeriforme è un uccello stanziale e quelli della fascia settentrionale e centrale svernano in Europa meridionale e in Africa settentrionale dove sono presenti anche popolazioni locali. È più paffuto della maggior parte dei silvidi.
Tra le popolazioni locali europee, è degna di menzione la sottospecie Sylvia a. heineken che è diffusa nella Penisola iberica, Madeira, Canarie, Marocco, Algeria; differisce dall'italiana Sylvia a. atricapilla per le minori dimensioni, e per il piumaggio più scuro.

Uno sviluppo interessante negli anni recenti è l'abitudine di un certo numero di uccelli dell'Europa centrale di svernare nei giardini dell'Inghilterra meridionale e della Scandinavia. Probabilmente la disponibilità di cibo e l'evitare la migrazione attraverso le Alpi compensano il clima sub-ottimale.

Inoltre un articolo nella rivista Science riporta che gli uccelli che svernano in Inghilterra tendono ad accoppiarsi solo l'un l'altro. Gli autori suggeriscono che la divisione della popolazione in diverse rotte migratorie è stato il primo passo verso l'evoluzione di specie distinte.

È un uccello che predilige gli ambienti boschivi ombrosi con una copertura del terreno per l'annidamento.

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venerdì 13 marzo 2015

IL CICLAMINO

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Il ciclamino (nome scientifico Cyclamen L. 1753) è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Primulaceae (o Myrsinaceae secondo la classificazione APG), dall'aspetto di piccole erbacee tuberose e dai delicati fiori rosati.

Il nome del genere (Cyclamen) deriva dalla parola greca kyklos (= cerchio); forse in riferimento alle radici tuberose rotonde.
Questo genere di piante erano conosciute fin dall'antichità. Plinio nei suoi scritti lo indica con diversi nomi volgari: “Rapo”, “Tubero” e “Umbilico della terra”. I greci prima ancora lo chiamarono Icthoyethoron (veniva usato come ingrediente per ammazzare i pesci). In tempi moderni è stato il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708) a introdurre per primo il termine Cyclamen, introduzione avallata successivamente dal botanico e naturalista svedese Carl von Linné nel 1735.

Le piante di questo genere sono tutte basse erbacee a carattere cespitoso. La forma biologica prevalente è geofita bulbosa (G bulb): sono piante il cui organo perennante è un bulbo, dal quale ad ogni nuova stagione nascono foglie e fiori tutti basali.

Le radici sono secondarie fuoriuscenti tutt'attorno ad un tubero (bulbo) arrotondato.

Il fusto è diviso in due parti: una parte interrata (parte ipogea) consiste in un tubero più o meno sferico; la parte aerea (fusto epigeo) è uno scapo fiorale semplice e senza foglie.

Le foglie sono unicamente basali a forme varie (cordiformi o reniformi) ma sempre indivise e con un lungo picciolo. La pagina superiore può essere macchiata variamente di bianco, mentre quella inferiore può presentare delle screziature rosseggianti in proseguimento del picciolo rossastro pure lui. Alcuni botanici pensano che il disegno variegato della parte superiore serva a mascherare la pianta per ridurre i danni derivati dal pascolo degli animali erbivori. A seconda della zona e della specie le foglie possono essere persistenti oppure no; ad esempio le foglie delle specie situate nelle zone mediterranee possono morire durante i periodi più caldi dell'estate (o in caso di forte siccità) per conservare l'acqua al resto della pianta.

L'infiorescenza è formata da fiori singoli (profumati o no), lungamente peduncolati e nutanti.

I fiori sono zigomorfi, pentameri (calice e corolla con 5 elementi) e tetraciclici (formati da quattro elementi: calice – corolla – androceo - gineceo). Del fiore la parte persistente è il calice a sostegno del frutto.

Il calice è gamosepalo ed è formato da 5 lacinie triangolari.
La corolla è simpetala (o gamopetala); i 5 lobi della corolla sono lunghi quanto il fiore e sono ripiegati all'indietro o comunque ritornano in direzione del peduncolo e in alcune specie possono essere auricolati. I colori della corolla possono essere lilla chiaro, violetto purpureo, bianco rosato o semplicemente bianco. Nelle specie coltivate spesso si possono avere dei fiori doppi (a doppi petali) con margini increspati, dentellati o crenulati di notevole effetto estetico.
Gli stami sono 5 a disposizione opposta ai petali della corolla.
L'ovario è supero formato da 5 carpelli saldati tra di loro; lo stilo è unico con uno stimma semplice e sporge dalla corolla.

Il frutto è una capsula sferica uniloculare deiscente. I semi contenuti nel frutto sono più o meno tondi con circa 1 - 2 mm di diametro; raggiungono la maturità dopo un anno dalla fioritura. I semi sono dispersi tra l'altro anche dalle formiche (dispersione mirmecoria le quali mangiano l'involucro e scartano il seme vero e proprio.

La maggior concentrazione di specie si trova in Asia minore.
L'habitat per le specie italiane dipende dalle zone in cui vivono: per le specie alpine sono i boschi ombrosi (misti a faggete), cespuglieti, luoghi erbosi su terreni leggeri, ma anche carpineti, querceti e betuleti; per le specie più a sud sono i boschi di leccete e caducifogli (come i castagneti).

Il substrato in genere è calcareo con pH basico e valori medi nutrizionali e di umidità del terreno.
La tolleranza al freddo dipende da specie a specie, e anche in rapporto all'ambiente nel quale una specie vive normalmente: le specie alpine possono sopravvivere a temperature fino a -30 °C (specialmente se coperte dalla neve); altre specie come ad esempio C. somalense (del nord-est della Somalia) non tollerano il minimo gelo.
Dal punto di vista fitosociologico, queste piante appartengono generalmente alle formazioni delle comunità forestali.

I primi documenti, sull'uso dei ciclamini nei giardini europei, risalgono al 1596 col profumato Cyclamen purpurascens, e con il Cyclamen coum dai vari colori (bianco, rosa o rosso scuro) importato dall'isola di Coo. In Inghilterra però, ancor prima di questa data era presente il Cyclamen hederifolium (conosciuto anche come C. neapolitanum); probabilmente era giunto sull'isola in tempi remoti tramite coltivazioni, e quindi pare che si sia naturalizzato allo stato subspontaneo.

Il ciclamino è una pianta facile da coltivare e molto generosa: con le giuste cure può fiorire abbondantemente per mesi e produrre molti semi. Può essere coltivato in vaso o in piena terra, in ambienti freschi e umidi riparati dal sole estivo, richiede terriccio di foglie e letame maturo mescolato a sabbia. Il tubero del ciclamino è molto sensibile a muffe e marcescenze che possono derivare da un terriccio fradicio per molto tempo e scarsa aerazione. Per questo motivo è molto importante innaffiare il ciclamino dal basso senza bagnare il tubero: dobbiamo riempire il sottovaso con un dito d'acqua, aspettare circa un quarto d'ora e in seguito eliminare l'acqua in eccesso e far scolare bene il vaso. Un altro accorgimento importante atto a evitare marciumi è eliminare foglie e fiori vecchi dal picciolo.
La riproduzione può avvenire per seme in ambienti a temperatura e umidità controllata. La germinazione risulta semplice ma i tempi non sono brevissimi e le piantine impiegheranno almeno un anno prima di fiorire. Gli esemplari più grossi possono essere riprodotti per divisione dei tuberi vecchi dopo un periodo di riposo, ricordando che ogni porzione di tubero deve avere almeno una gemma.

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LA CAMPANELLA

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Campanula (Campanula L., 1753) è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Campanulaceae (sottofamiglia Campanuloideae), dall'aspetto di erbacee annuali/bienni o perenni dal tipico fiore a forma di campana.

Il nome del genere (“campanula”) deriva dalla forma a campana del fiore; in particolare il vocabolo deriva dal latino e significa: piccola campana.
Dalle documentazioni risulta che il primo ad usare il nome botanico di “Campanula” sia stato il naturalista belga Rembert Dodoens, vissuto fra il 1517 e il 1585. Tale nome comunque era in uso già da tempo, anche se modificato, in molte lingue europee. Infatti nel francese arcaico queste piante venivano chiamate “Campanelles” (oggi si dicono “Campanules” o “Clochettes”), mentre in tedesco vengono dette “Glockenblumen” e in inglese “Bell-flower” o “Blue-bell”. In italiano vengono chiamare “Campanelle”. Tutte forme queste che derivano ovviamente dalla lingua latina.
Da un punto di vista scientifico il nome del genere è stato pubblicato per la prima volta da Carl von Linné (1707 – 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione "Species Plantarum - 1:. 163 1753" del 1753.

Le specie del genere Campanula sono piante erbacee (raramente legnose), normalmente perenni (esistono anche specie annuali e bienni) alte da pochi centimetri (5 cm) fino a 2 m con portamento variabile da specie a specie. Quasi tutte contengono delle sostanze lattiginose.

Le radici sono quasi sempre grosse (rizomatose), ricche di lattice e spesso sono commestibili.

Il fusto in genere è eretto, non molto foglioso e poco ramoso; quasi sempre è pubescente e a volte può essere tomentoso (raramente glabro).

Foglie basali: le foglie radicali sono più grandi di quelle cauline e sono più lungamente picciolate; inoltre hanno frequentemente un portamento a rosetta; a volte sono transitorie (non sono persistenti alla fioritura). Il margine della foglia può essere intero o dentato.
Foglie cauline: le foglie cauline sono a disposizione alterna lungo il fusto, generalmente sono più strette e con forme differenti rispetto alla radicali; verso la parte alta del fusto sono progressivamente sessili, a volte anche amplessicauli.

L'infiorescenza è ricca di fioriture colorate di bianco, celeste, rosa-lilla, viola-blu, gialle. I fiori sono sessili o peduncolati e sono solitari o riuniti in racemi (lassi o densi) o spighe generalmente terminali. A volte si presentano in capolini privi di brattee.

I fiori sono formati da 4 verticilli: calice – corolla – androceo – gineceo (in questo caso il perianzio è ben distinto tra calice e corolla) e pentameri (ogni verticillo ha 5 elementi). I fiori sono gamopetali, ermafroditi e attinomorfi.

Il calice ha un tubo più o meno lungo con 5 denti (prolungamento dei sepali), il più delle volte a forma di lacinie patenti o appressate alla corolla. I sepali possono avere delle appendici fogliacee riflesse oppure no.
La corolla è un corpo unico (gamopetala); la forma può essere più o meno campanulata, o imbutiforme ma anche svasata o a forma di coppa o cono; nella parte terminale ha 5 lobi (denti) o divisioni che generalmente sono più brevi del tubo corollino.
Gli stami sono 5 liberi e a volte diseguali fra di loro; i filamenti staminali sono membranosi alla base (e lievemente dilatati); le antere sono libere (raramente sono connate). Il polline è 3-porato e spinuloso.
L'ovario è generalmente infero con 3 loculi opposti ai lobi calicini e senza disco (corpo carnoso ricettacolare dell'ovario); lo stilo è cilindrico, semplice e poco sporgente, mentre lo stimma è trilobo (solamente nella specie Campanula medium sono presenti 5 stimmi). Lo stilo possiede dei peli per raccogliere il polline. I disci del nettare sono assenti.

I frutti sono generalmente delle capsule ovate (erette o pendule) contenenti numerosi semi. Le logge possono essere 3 o 5 (in C. medium) corrispondentemente all'ovario e sono deiscenti per pori (capsula poricida: i pori di deiscenza si aprono inferiormente ai denti del calice che è persistente al frutto).

L'impollinazione avviene tramite insetti (impollinazione entomogama con api e farfalle anche notturne). In queste piante è presente un particolare meccanismo a "pistone": le antere formano un tubo nel quale viene rilasciato il polline raccolto successivamente dai peli dallo stilo che nel frattempo si accresce e porta il polline verso l'esterno.
La fecondazione avviene fondamentalmente tramite l'impollinazione dei fiori.
I semi cadendo a terra (dopo essere stati trasportati per alcuni metri dal vento, essendo molto minuti e leggeri – disseminazione anemocora) sono successivamente dispersi soprattutto da insetti tipo formiche (disseminazione mirmecoria).

Il bacino di origine del genere e centro di distribuzione per il resto del mondo è sicuramente la zona mediterranea (Europa con alcuni endemismi originari delle isole Canarie e Azzorre), in parte l'Asia (Caucaso, Asia Minore, Siberia, Giappone) e l'Africa (Nubia e Abissinia), ma anche le isole del Capo Verde e le regioni artiche.
La distribuzione è globale nell'emisfero boreale con estensioni nell'Africa del Sud, Asia del Sud e Messico.
Le Campanule sono considerate delle piante pioniere in quanto compaiono in zone particolarmente impervie dove cresce solo il muschio aprendo la strada ad altre specie. Hanno bisogno di terreni freschi o appena umidi caratteristici delle zone mediterranee. Alcune specie sono calcifughe (ad esempio la C. barbata), altre preferiscono gli scisti calcarei soleggiati (ad esempio la C. alpestris), oppure ricercano terreni ricchi di calce (come C. medium, C. thyrsoides o C. cochleariifolia). In generale non sopportano molto i terreni asciutti ed ombrosi.

La specie più conosciuta come commestibile è la C. rapunculus. Si consumano le radici carnose raccolte fin prima dell'inizio della fioritura. Altre specie alimentari sono: C. rapuncoloides e C. persicifolia. Le prime notizia di un uso commestibile di queste piante le abbiamo nel XV secolo dall'agronomo francese Oliviero de Serres (1539-1619) nel suo “Théàtre d'agriculture”. Ma altri autori europei come lo scrittore e umanista François Rabelais (1494 – 1553) nel suo Gargantua e Pantagruel ne consigliavano l'uso come insalate estive o autunnali. In Inghilterra molte specie sono giunte importate inizialmente per la coltivazione orticola, poi rimaste come specie ornamentali. È il caso della C. medium e della C. persicifolia che, individuate in Inghilterra alla fine del Cinquecento dal botanico inglese John Gerard (1545-1612), sono proprie entrambe solamente della nostra flora spontanea, e quindi specie del tutto ignote al clima insulare inglese; ma ancor più eloquente è il caso della C. pyramidalis (sempre raccolte in Inghilterra dal Gerad) che indubbiamente è una specie reperibile allo stato spontaneo solamente nella pianura veneta e friulana.

La coltivazione di queste piante, nei giardini o nelle coltivazioni orticole, già nel XVIII secolo comprendeva una 20 di specie. Numero che aumentò nel secolo successivo grazie ad un largo sviluppo delle importazioni europee dagli altri continenti. Oggi questo numero arriva ad una sessantina di specie coltivate soprattutto nel giardinaggio.
Varie sono le specie coltivate come piante ornamentali che si prestano per formare aiuole e bordure nei giardini, per la coltura in vaso sui terrazzi, e industrialmente per la produzione del fiore reciso.
Tra le specie annuali e biennali più utilizzate, ricordiamo la C. longystila a fiore blu-lilla cupo di origine caucasica; la C. ramosissima con grandi fiori colorati di violetto, celeste-lilla e bianco di origine europea; la C. medium con fiori variamente colorati e spesso doppi.
Le specie perenni, coltivate come annuali, scartando quindi le piantine sfiorite, sono: la C. barbata spontanea, con fiori azzurro pallido; la C. thyrsoides dai fiori gialli e la C. isophylla nota volgarmente come Stella d'Italia con grandi fiori bianchi o azzurri numerosissimi, che ricoprono il fogliame verde chiaro, raggiunge i 30 cm e può essere coltivata in vasi pensili per appartamenti o terrazze; tra le perenni coltivate come biennali ricordiamo la C. medium molto decorativa con grandi fiori vistosi, e con varietà come la calycanthea dai colori rosa, viola.
Tra le specie perenni ricordiamo la C. fragilis dai fiori bianchi e celesti; la C. persicaefolia, spontanea in varie parti del mondo con fiori colorati di blu, azzurro chiaro o bianco, di grande sviluppo, con steli alti fino a 1 m, coltivata per la produzione del fiore reciso; la C. portenschlagiana (sinonimo di C. muralis) con fiori colorati di azzurro brillante, la C. pyramidalis coltivabile in vaso, la C. carpatica, la C. fragilis e la C. alliariifolia per decorare giardini rocciosi.

Le piante di questo genere preferiscono posizioni a mezzo sole, con terreno soffice, ricco di sostanze organiche e fresco, in zone con buona umidità ambientale.
Le Campanula perenni coltivate in vaso, vanno rinvasate in primavera, utilizzando terriccio universale; è da prevedere la regolare potatura della chioma cimando i getti apicali per favorire un aspetto più compatto e per stimolare la fioritura. Concimazioni ogni due settimane, con fertilizzante liquido nel periodo della fioritura.
Annaffiature generose e frequenti nebulizzazioni nel periodo più caldo.
Le annuali si seminano all'inizio della primavera o in autunno facendo svernare le piantine sottovetro, le biennali o le perenni coltivate come annuali vengono seminate entro giugno con fioritura nella primavera successiva. Le perenni si moltiplicano con la semina, o per via agamica con la divisione dei cespi, separando i numerosi germogli che la pianta emette attorno al vecchio ceppo dopo la fioritura, come nella specie C. persicifolia.

Alcune larve di lepidotteri utilizzano le piante del genere Campanula come alimento. Tra le varie larve citiamo quella della falena Eupithecia vulgata e Eupithecia centaureata (della famiglia delle Geometridae), delle falene Melanchra persicariae, Diarsia mendica e Amphipyra tragopoginis (della famiglia delle Noctuidae).


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LA QUERCIA ROSSA

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La quercia rossa (Quercus rubra L., 1753) è un albero della famiglia Fagacee, originario della regione floristica nordamericana atlantica, cioè degli stati orientali degli U.S.A. e del Canada intorno ai Grandi Laghi. Coltivata ad uso selvicolturale per la sua rapida crescita e a scopo ornamentale per il bell'aspetto del fogliame, rosso in autunno, è divenuta talora invadente nei boschi di farnia (Quercus robur) dell'Europa centro-settentrionale e dell'Italia settentrionale, specie in Lombardia, Piemonte e Veneto, dove ne è vietata la piantumazione e la coltivazione per tutelare la biodiversità locale.

Alto fino a 25-30 metri, con tronco diritto quasi colonnare nei giovani esemplari per poi diventare globoso e chioma ampia e cima arrotondata. Il portamento può comunque differenziarsi in base all'altitudine, essendo questa una specie caratterizzata da un certo polimorfismo: la chioma, infatti, può assumere una forma più espansa alle quote alpine più basse, mentre tende a divenire più stretta a quote maggiori (per contenere i danni provocati dalla neve).

La corteccia è sottile, grigia e liscia, con l'età diviene solcata e reticolata.

Le foglie sono caduche, semplici, alterne obovate, lunghe circa 10-30 centimetri e larghe 10-20 centimetri, con lobi profondi al massimo fino a metà del lembo. I lobi sono profondi al dentato-mucronati. Sono galbre, lucide, di colore verde intenso prima, mentre in autunno assumono un colore rosso intenso nelle piante giovani fino a divenire giallo-bruno in quelle adulte e vecchie. Danno il nome alla pianta.

Infiorescenze unisessuali (pianta monoica), i maschili sono raccolti in lunghi amenti penduli, poco vistosi e verdognoli. I fiori femminili, anch'essi poco evidenti, sono situati all'attaccatura (o ascella) delle foglie. Fioritura all'inizio di maggio.

Ghiande ovali lunghe 2–3 cm, con cupola piatta o poco avvolgente, portate da corti peduncoli, maturano in due anni.

Sulle Montagne rocciose è specie tipica dell'orizzonte montano medio e superiore e di quello subalpino inferiore, trovando condizioni climatiche tra i 450 ed i 1200 m di altitudine, anche se in condizioni particolari può scendere fino a soli 600–800 m di altitudine, come nel Tarvisiano.

I semi di Q. rubra appaiono come semi di colore scuro al momento della raccolta, per poi screziarsi di una colorazione giallo-bruna qualche mese dopo la 'messa a stratificazione'. Possiedono una dimensione di, approssimativamente, 1 cm di larghezza per 1,5 cm di altezza. Per la germinazione è necessario stratificare il seme, stratificazione che richiede un tempo non inferiore ai 3 mesi a freddo artificiale (frigorifero) o naturale (esterno). Allorquando il tegumento all'apice comincerà a fessurarsi in tre linee di rottura, la radichetta embrionale sarà in procinto di emergere. Una semina ottimale avverrà solo dopo l'emissione della radichetta.

Introdotta in Europa nell'XVII secolo per abbellire parchi e giardini, ha trovato impiego come specie forestale per la sua facilità di adattamento e crescita rapida. Viene usata non solo come pianta ornamentale, dato il suo gradevole aspetto, ma anche per la produzione di legname. È una specie rustica ed a crescita rapida, non mostra particolari problemi nei confronti della luce, non ama però i terreni calcarei e sviluppa bene in suoli fertili ed impermeabili. Può vivere fino a cent'anni.


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lunedì 9 marzo 2015

ACERO

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Acer L. è un genere di piante a foglie caduche che appartiene alla famiglia Aceraceae, e comprende oltre 200 specie spontanee o originarie dell'Europa, Cina, Giappone e Nord America. Il nome Acer, in latino "appuntito", è stato usato per primo da Joseph Pitton de Tournefort, in riferimento all'estremità appuntita delle foglie tipiche del genere.

Si tratta di alberi e arbusti di altezza da 1 a 30 m; generalmente le foglie decidue hanno 5 lobi, in alcune specie sono in numero maggiore come l'A. circinatum che ne ha 7 o 9, o minore come l'A. monspessulanum che ne ha solo 3. Il frutto è generalmente una coppia di samare.

L'acero cresce in pianura, nelle zone di collina e submontane e nei cedui misti, nelle zone fitoclimatiche del Lauretum, Castanetum e Fagetum (0-1500 metri), in tutto l'emisfero boreale.

Alcune delle varietà coltivate come piante ornamentali, per l'elegante portamento e il fogliame variegato e vivamente colorato, nei giardini e nei viali sono l'A. negundo con foglie imparipennate, l'A. japonicum, l'A. saccharum (la cui foglia stilizzata è presente sulla bandiera del Canada) e l'A. griseum, per la particolare corteccia che sfaldandosi si colora di rosso; per la coltivazione in vaso e su terrazzi sono da preferire le varietà e gli ibridi a sviluppo limitato dell'A. japonicum e dell'A. palmatum, con foglie palmate più o meno profondamente incise dal colore giallo, verde pallido o rosso.

Le specie adatte alla formazione di bonsai sono l'Acero tridente (A. buergerianum) e l'Acero giapponese (A. palmatum, A. japonicum ed altri).

Le raccolte di aceri di alcuni giardini botanici e i boschi di aceri sono anche mete del turismo nazionale, in diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti e il Giappone, per via delle accattivanti colorazioni del fogliame autunnale. Il termine giapponese momijigari (che letteralmente vuol dire "caccia alle foglie di autunno") indica la tradizione giapponese di recarsi in autunno nelle campagne per ammirare i colori fiammeggianti degli aceri del Giappone. La colorazione più o meno vivace è data dall' escursione termica fra giorno e notte: più è elevata maggiore sarà la presenza di pigmenti colorati.

Altre specie di Acer vengono utilizzate nell'arboricoltura da legno e in silvicoltura per la produzione di legname, comprendendo specie spontanee o esotiche, ricordiamo: l'A. campestre, l'A. monspessulanum, l'A. opalus, l'A. pseudoplatanus, l'A. platanoides.

L'acero è uno dei legni più utilizzati per la costruzione di strumenti musicali. In particolare è molto utilizzato per costruire manici di chitarra elettrica o fasce laterali, fondo e manico per gli strumenti ad arco, nonché strumenti a percussione, in particolare i tamburi.

A. saccharum ed A. nigrum sono coltivati in Canada ed in parti degli Stati Uniti per la produzione dello sciroppo d'acero.

Tra gli aceri autoctoni più diffusi nella nostra Penisola i più comuni sono l'acero campestre, il napoletano, l'italico, l'acero d'Ungheria, l'acero riccio e quello montano ; tra quelli non autoctoni, ma maggiormente diffuse come piante ornamentali, sono l'acero negundo, il saccarina e l'acero palmato.

Molte specie, tra quelle rustiche, si riproducono facilmente per semi.

Le specie ornamentali sono generalmente molto delicate, esigono ambienti non troppo secchi e posizione riparata dai raggi solari estivi e dai venti dominanti, resistono bene alle gelate, richiedono terriccio fresco ben drenato, fertile non calcareo. La moltiplicazione avviene per talea o per innesto su soggetti ottenuti dalla semina.

Le noci dell'acero simboleggiano i 58 anni di matrimonio nel folklore francese.

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domenica 8 marzo 2015

IL RANUNCOLO

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Ranunculus L. è un genere di piante erbacee spermatofite dicotiledoni della famiglia delle Ranunculaceae, che comprende 400-600 specie (secondo le varie classificazioni) originarie delle zone temperate e fredde del globo.

I “Ranuncoli” sono dei fiori semplici ma eleganti provenienti dall’Asia. La conoscenza di queste piante è molto antica. I turchi chiamavano queste piante “Fiori doppi di Tripoli”; mentre lo scrittore e filosofo romano Apuleio (125 – 170) le nominava come “Erba scellerata” a causa della loro tossicità; i greci, più anticamente, avevano invece trovato il nome di “Batrachion”.

Il nome generico (Ranunculus), passando per il latino, deriva dal greco Batrachion, e significa rana (è Plinio scrittore e naturalista latino, che c’informa di questa etimologia) in quanto molte specie di questo genere prediligono le zone umide, ombrose e paludose, habitat naturale degli anfibi.
La denominazione scientifica attualmente accettata è stata proposto da Carl von Linné (1707–1778), biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Sono piante erbacee soprattutto terrestri con preferenza dei terreni palustri lievemente acidi, ma esistono anche specie acquatiche (anfibie). Il ciclo biologico è perenne (ma anche annuale). Possono raggiungere un metro di altezza. I tipi biologici prevalenti sono emicriptofite scaposae (H scap) per le perenni e terofite scapose (T scap) per le annuali, mentre quelle acquatiche sono in prevalenza idrofite radicanti (I rad). Tutta le piante sono prive di cellule oleifere.

Normalmente le radici sono secondarie da rizoma di tipo fascicolato. In alcune specie (Ranunculus bulbosus) le parti corticali (= corteccia primaria) della radice possono trasformarsi in parenchimi di riserva (contenenti granuli amilacei). In altre (Ranunculus ficaria) sono presenti dei tuberi radicali.

Il fusto ha un portamento eretto o strisciante. Può essere più o meno foglioso e ramoso. Nelle specie acquatiche è sommerso e di tipo flaccido senza tessuti di sostegno.

Le foglie si dividono in basali o cauline. La lamina può essere intera o anche profondamente incisa in 3 o più lobi (di tipo palmatosetta) a sua volta ulteriormente suddivisi. I segmenti terminali possono essere lobati, lanceolati fino a strette lacinie. Quelle cauline sono disposte lungo il fusto in modo alterno, sono più ridotte e generalmente a forma di lacinie specialmente vicino all'infiorescenza. Nelle specie acquatiche le foglie sommerse sono divise in lacinie capillari, mentre le foglie emerse sono sviluppate normalmente.

L'infiorescenza si compone di fiori peduncolati (raramente sessili) solitari di tipo monocasio. Il numero dei fiori varia da uno a 50. I vari peduncoli fiorali sono posizionati all'ascella delle foglie superiori.

I fiori sono ermafroditi, emiciclici e attinomorfi. I fiori sono di tipo molto arcaico anche se il perianzio (o più esattamente il perigonio) di questo fiore è derivato dal perianzio di tipo diploclamidato (tipico dei fiori più evoluti), formato cioè da due verticilli ben distinti e specifici: sepali e petali. Il diametro dei fiori varia (nelle specie europee) da 5 a 35 mm.

Il calice è formato da 5 sepali (alcune specie ne hanno solo tre) di colore verde-giallastro o bruno a disposizione embricata e alternata rispetto ai petali. La forma in genere è da ovata a lanceolata. In realtà i sepali sono dei tepali sepaloidi. In alcune specie i sepali sono persistenti alla fruttificazione. La dimensione de sepali varia da 1 a 15 mm.
La corolla è composta quasi sempre da 5 petali (il numero dei petali comunque può variare da 3 fino a circa 15-20) di colore giallo o bianco; la forma è obovata o obcuneata; all'apice possono essere debolmente retusi; alla base dal lato interno è presente una fossetta nettarifera (= petali nettariferi di derivazione staminale). In effetti anche i petali della corolla non sono dei veri e propri petali: potrebbero essere definiti come elementi del perianzio a funzione vessillifera. La dimensione dei petali varia da 1 a 26 mm.
Gli stami, inseriti a spirale nella parte bassa sotto l'ovario, sono in numero indefinito (fino a 100 e più) e comunque più brevi dei sepali e dei petali; la parte apicale del filamento è lievemente dilatata sulla quale sono sistemate le antere bi-logge, normalmente gialle, a deiscenza laterale. Al momento dell'apertura del fiore le antere sono ripiegate verso l'interno, ma subito dopo, tramite una torsione, le antere si proiettano verso l'esterno per scaricare così il polline lontano dal proprio gineceo evitando così l'autoimpollinazione. Il polline è tricolpato (caratteristica tipica delle Dicotiledoni).
L'ovario è formato da diversi carpelli (in alcune specie oltre 200) liberi uniovulari di colore verde; sono inseriti a spirale sul ricettacolo; gli ovuli sono eretti e ascendenti e comunque in ogni ovaio è presente un solo ovulo. I pistilli sono apocarpici (derivati appunto dai carpelli liberi); sono disposti all'apice dei carpelli e sono colorati in genere di giallo tenue. Il ricettacolo può essere sia glabro che pubescente.
I frutti sono degli aggregati di acheni e formano una struttura a spiga ovata o emisferica posta all'apice del peduncolo fiorale. Ogni singolo achenio, il quale contiene un solo seme, ha una forma ovata o subsferica, appiattita, compressa ai lati e con un rostro o breve becco apicale più o meno ricurvo. La superficie può essere liscia o rugosa oppure striata da solchi, glabra o pubescente fino a spinosa. In quest'ultimo caso viene favorita la dispersione zoocoria dei semi. La massima dimensione degli acheni è 4,5 mm.

La riproduzione dei ranuncoli avviene per via sessuata grazie all'impollinazione degli insetti pronubi (soprattutto api) in quanto sono piante provvista di nettare (impollinazione entomogama). Sono possibili altri tipi di riproduzione; ad esempio alcune specie sono caratterizzate da alcune particolarità anatomiche e morfologiche come la possibilità di far germoliare le gemme ascellari.

Le specie di questo genere hanno una distribuzione mondiale e comunque zone a clima temperato; quindi, oltre al Mediterraneo e l'Europa, l'Asia centrale a nord delle grandi catene montuose, nella regione del Capo del Sudafrica, California, Florida e Cile centrale. L'habitat è il più vario: prati, zone paludose, ambienti rocciosi, aree incolte e altro ancora.

Nella famiglia delle Ranunculaceae il genere di questa voce insieme ai generi Clematis, Trautvetteria (genere di piante dell'Asia e America del Nord) e Anemone formano probabilmente un clade ben definito basato su alcune sinapomorfie quali la particolare morfologia dell'achenio, la presenza del glucoside “ranunculina” e naturalmente sull'analisi di alcune sequenze del DNA di queste piante. All'interno di questo clade altri generi affini come Ceratocephalus Pers. e Myosurus L. si sono rivelati come “clade-sorella” del genere Ranunculus (ma sempre generi distinti), mentre da quest'ultimo andrebbe escluso il gruppo Ficaria (come pure il gruppo Coptidum). Generi come Peltocalathos, Callianthemoides, Halerpestes e Beckwithia occupano posizioni intermedie. Il cladogramma “A” (tratto dallo studio sopracitato e semplificato) dimostra chiaramente la relazione tra i vari generi affini ai ranuncoli, ma anche la posizione “esterna” del controverso gruppo Ficaria.

Esistono 8 gruppi (o cladi) di ranuncoli ben definiti relativi a precise zone ecologiche (zone umide, ad elevata altitudine e/o latitudine, regioni marittime, ecc.). Risulta inoltre che i gruppi alpini si sono probabilmente sviluppati da antenati abitatrici delle relative pianure sottostanti. La separazione del genere Ranunculus dagli altri generi affini è avvenuta durante il periodo Eocene – Oligocene (più probabilmente 24 milioni di anni fa). Quindi l'inizio della speciazione all'interno del genere si è avuta nel Miocene, mentre nell'area del Mediterraneo si è avuta tra il Pliocene e il Pleistocene, ossia dopo (o al massimo durante) l'istituzione del clima mediterraneo. Mentre i vari periodi di clima più freddo hanno favorito la diversificazione dei gruppi alpini. È quindi evidente che la grande varietà di ranuncoli europei è dovuta alla vasta gamma di differenti habitat della regione mediterranea (sono circa 160 le specie di ranuncoli della zona mediterranea delle quali 78 sono endemiche).

Il genere è molto esteso e spesso le differenze tra specie e specie è minima. In particolare le specie acquatiche presentano una grande plasticità fenotipica soprattutto in relazione all'ambiente di crescita (livello dell'acqua, velocità di flusso, periodi di inondazione contrapposti a periodi di relativa siccità, ecc.). Questa variabilità è sia intra-individuale che inter-individuale. Ad esempio il Ranunculus aquatilis presenta delle foglie laciniate e capillari nella zona sommersa, mentre in superficie le foglie hanno una lamina più estesa e quindi adatta a fotoperiodi più lunghi. Questa distribuzione tra i due tipi di foglie è diversa oltre che nello stesso individuo anche tra individui diversi a seconda della porzione sommersa rispetto a quella emersa del caule.

Gli utilizzi principali delle piante di questo genere sono:

come pianta ornamentale per decorare giardini o in vaso sui terrazzi; industrialmente viene coltivato per la produzione del fiore reciso;
come pianta foraggera, ma viene utilizzata solo dopo l'essiccamento; in effetti i ranuncoli spesso tendono a prevalere nei campi come piante infestanti in quanto rifiutate dagli animali;
nella medicina popolare alcune specie vengono utilizzate come piante medicinali.

Queste piante contengono l'anemonina; una sostanza particolarmente tossica per animali e uomini. Infatti gli erbivori brucano le foglie di queste piante con molta difficoltà e solamente dopo una buona essiccazione (erba affienata) che fa evaporare le sostanze più pericolose. Anche le api evitano di bottinare il nettare dei “ranuncoli”. Sulla pelle umana queste piante possono creare delle vesciche (dermatite); mentre sulla bocca possono provocare intenso dolore e bruciore alle mucose. In particolare la specie R. ficaria contiene acido ficarico, saponine e tannini con proprietà molto pronunciate e responsabili di seri inconvenienti. Il suo uso pratico in erboristeria è sconsigliato.
In particolare (sempre secondo la medicina popolare) per queste piante si danno le seguenti indicazioni:

le foglie di R. acris, R. bulbosus (Ranuncolo bulboso o Ranuncolo selvatico) e R. repens (Ranuncolo dei fossi), pestate e ridotte in poltiglia si applicano per uso esterno come rubefacenti (richiama il sangue in superficie, alleggerendo la pressione interna), vescicatorie e revulsive (decongestionamento di un organo interno attraverso delle applicazioni sulla pelle) o per la sciatica;
analogamente una pomata o della polvere di bulbi secchi e pestati di R. bulbosus, per uso topico, ha proprietà antisettiche e revulsive, per le nevralgie e per alcune dermatosi;
i tuberi radicali di R. ficaria, preferibilmente freschi raccolti in febbraio-marzo, hanno proprietà astringenti toniche e curative delle emorroidi; mentre per uso esterno i bulbilli freschi di R. ficaria, ridotti in poltiglia sono vescicatori, e curativi delle ragadi.

In genere però data la tossicità di tutte le specie di ranuncoli se ne sconsiglia l'uso interno come infusi o succhi di qualsiasi tipo.

I bulbilli e le giovani foglie di R. ficaria, dopo opportuna lessatura, vengono consumate da alcune popolazioni come legumi. La raccolta a scopo alimentare di R. ficaria deve avvenire prima della fioritura in quanto, durante e dopo, la pianta contiene protoanemonina, di sapore aspro ed è velenosa per l'uomo.

La coltivazione di queste piante in Italia è documentata da oltre 500 anni. Infatti oltre all'interesse farmaceutico queste piante sono usate nel giardinaggio in quanto rustiche e facili da mantenere. Prediligono posizioni di medio sole con terreno soffice e abbastanza umido. Le specie annuali si moltiplicano con la semina o con la divisione dei cespi, mentre per le perenni si utilizzano i rizomi, detti volgarmente zampe, trapiantandoli in settembre-ottobre nei climi più caldi con fioritura nell'anno successivo da febbraio a giugno, e alla fine dell'inverno nelle zone con forti gelate, con fioriture da maggio in poi.

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BRUGO

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Il brugo (Calluna vulgaris (L.) Hull, 1808) è una pianta della famiglia delle Ericacee, unica specie del genere Calluna.
Si tratta di un piccolo arbusto perenne che cresce fino ad un'altezza di 20–50 cm (raramente fino a 1-1,5 m). Talvolta è chiamato col nome di erica selvatica o erica.

Il genere Calluna si distingue dal genere affine Erica per la corolla e il calice divisi in quattro parti (tetramero e non pentamero come l’Erica). Spesso comunque viene confusa con le specie di questo genere: infatti la nostra pianta a volte è chiamata anche falsa erica o impropriamente erica selvatica o ancora più impropriamente erica.

Il nome generico Calluna deriva dalla parola greca καλλύνω (kallýnō), verbo che vuol dire “pulire, spazzare”: infatti un tempo il brugo veniva usato per fare scope. Il nome specifico vulgaris deriva dall'aggettivo latino che significa “comune”, “conosciuto da tutti”.
In botanica la denominazione Calluna è stata introdotta nel 1802 ad opera dell’inglese Richard Anthony Salisbury (2 maggio 1761 - 1829)
In Francia questa pianta viene chiamata bruyere commune mentre gli inglesi la chiamano ling, common ling o anche heather; per i tedeschi invece è Heidekraut. In Polonia viene chiamata wrzos, da cui deriva il nome del mese di settembre – wrzesień – quando il brugo fiorisce.

L’aspetto della pianta è suffruticoso e cespitoso, appartiene infatti alla forma biologica camefita fruticosa di tipo Nano-fanerofite (Ch frut/NP).

Radice micorrizata.

Il fusto è legnoso, tenace, glabro ad andamento prostrato, molto ramificato e intrecciato per cui a volte la copertura del terreno circostante da parte della nostra pianta è compatta e densa.

Foglie aghiformi sempreverdi opposte alterne.
Le foglie sono aghiformi sempreverdi (non caduche), opposte e alterne a coppia (ossia ogni coppia si presenta in posizione alterna rispetto alla precedente), densamente embricate in 4 file longitudinali a sezione triangolare e di forma lanceolato-squamiformi. Sono sessili e alla base presentano due piccole orecchiette. Dimensioni: lunghezza 2–3 mm; larghezza 0,7 mm.

L’infiorescenza è un racemo apicale unilaterale (i vari fiori sono tutti rivolti dallo stesso lato). Sempre in posizione apicale insieme ai fiori sono presenti alcune foglie (tipo brattee). La spiga florale è lunga dai 20 ai 30 cm.

I fiori nelle piante selvatiche sono solitamente di tonalità viola o colore malva ma anche rosei (raramente bianchi) e sono un po’ penduli. Alla base dei fiori sono presenti 4 – 8 piccole bratteole lineari (l'insieme è chiamato epicalice). I fiori sono ermafroditi, attinomorfi e tetrameri (corolla e calice quadripartiti).

Il calice ( gamosepalo) è membranoso (la cui lunghezza e maggiore della corolla) ed è formato da 4 lobi (sepali petaloidei) lunghi 4–6 mm e non saldati interamente. Il colore è lo stesso della corolla.
I petali sono la metà dei sepali e sono saldati per due terzi. La corolla ( gamopetala) è campanulata e fuoriesce solo in parte dal calice. Dimensioni: 2–3 mm.
Gli stami sono 8 con antere acuminate ( aristate) e due appendici riflesse.
L’ovario è supero con un solo stilo molto lungo che fuoriesce vistosamente dal fiore.
Fiorisce alla fine dell'estate. Ma a quote basse può fiorire fino a novembre.
Impollinazione avviene tramite farfalle (anche notturne), api e vento (impollinazione anemofila); quest’ultimo modo di impollinazione è tipico dei primi periodi di fioritura della pianta.
È da notare che il perianzio (formato dai due primi verticilli del fiore: quello del calice e quello della corolla) è persistente.

Il frutto è una capsula tetraloculare (a 4 loculi) contenente piccoli semi ovoidi (uno per ogni loculo).

Il geoelemento della nostra pianta è Circumbor.-Euroameric (anfiatlantico). Quindi è comune in Europa, in Siberia occidentale, in Asia minore e in America settentrionale nelle zone fredde e temperato fredde di questi continenti con buone precipitazioni e periodi estivi ristretti.
In Italia è comune nelle zone centrosettentrionali, raro nell’Appennino centrale, assente al sud e isole. In particolare è comune nel paesaggio delle brughiere ai piedi delle Prealpi lombarde, o nella zona delle baragge vercellesi. Verso Viareggio scende fin quasi al mare.
Cresce in terreni acidi ben drenati, in pieno sole o parzialmente in ombra, nei boschi di conifere e torbiere. È una componente comune dell'habitat delle lande, delle brughiere e dei cespuglieti in genere.
Diffusione altitudinale: da 0 a 2500 m s.l.m..

Il brugo tollera il pascolo moderato ed è in grado di ricrescere in seguito ad incendi occasionali. È una fonte di nutrimento importante per diversi animali come pecore o cervi, che possono nutrirsi degli apici delle piante quando la neve copre la vegetazione bassa. Le pernici si nutrono di giovani germogli e di semi. Sia l'adulto che la larva del coleottero Lochmaea suturalis se ne nutrono e possono provocare la morte delle piante. Anche le larve di numerose specie di lepidotteri si nutrono sul brugo.

Proprietà della pianta: astringente, vasocostrittrice, antisettiche delle vie urinarie, diaforetica, antiinfiammatoria, antireumatiche.
Sostanze presenti nella pianta: glucoside arbutina, tannini, acido fumarico, varie sostanze amare, idrochinone arbutasi, leucodelfidina, ericina, eucaliptolo.
Il brugo, nella medicina popolare, viene usato (tramite decotti) nei disturbi alle vie urinarie (cisti e leucorree) in quanto facilita la secrezione urinaria. Ma è usato anche in casi di infiammazioni intestinali (i tannini hanno un buon potere astringente). Vengono sconsigliate dosi troppo elevate: può causare irritazione.
Esternamente viene usato, sotto forma di lavaggi, per attenuare le infezioni dell’apparato boccale.

Può essere usata come condimento, oppure (dalle foglie) si ricava un infuso.
In certe zone d’Italia (poche) con il brugo si produce del miele uniflorale molto scuro. All’estero tale produzione è più consistente (Europa settentrionale, America settentrionale e Nuova Zelanda). Il miele prodotto dal brugo è tissotropico: ossia normalmente si presenta sotto forma di gel, ma se sottoposto ad agitazione si fluidifica; torna gelatinoso se lasciato a riposo.

L’industria dalla pianta ricava tannino e coloranti. Inoltre l’artigianato utilizza i fusti legnosi e flessibili per la preparazione di scope.

Il brugo è una pianta ornamentale comunemente coltivata nei giardini e a scopo paesaggistico.
Ci sono diverse cultivare selezionate per il colore dei fiori e del fogliame, e per il loro portamento. Le cultivar hanno fiori di colori diversi che variano dal bianco al rosa e ad una vasta gamma di violetti, comprendendo i rossi. La stagione di fioritura per le diverse cultivar va dalla fine di luglio fino a novembre nell'emisfero settentrionale. Al termine della fioritura i fiori diventano marroni, ma rimangono sulle piante per tutto l'inverno.
Le cultivar con fogliame ornamentale vengono solitamente selezionate per le foglie dai colori rossastri o dorati. Alcune forme possono essere grigie argentee. Molte delle forme con fogliame ornamentale cambiano colore con l'arrivo del clima invernale, di solito aumentando l'intensità del colore. Altre forme vengono coltivate per il loro fogliame primaverile.

Il brugo è stato introdotto in Nuova Zelanda ed è diventato infestante in alcune aree, ad esempio nel Tongariro National Park, dove la pianta si riproduce in modo smisurato. Per fermare la propagazione del brugo, è stata introdotta la Lochmaea suturalis; i primi tentativi hanno avuto parziale successo.

Il brugo è uno dei fiori nazionali della Scozia, il secondo dopo il cardo. È anche il fiore nazionale della Norvegia. Il suo nome inglese, Heather, è usato come nome proprio femminile.

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