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giovedì 25 febbraio 2016

IL COCCODRILLO

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Il coccodrillo è un rettile. Appartiene alla famiglia dei Crocodilidi. Il coccodrillo così come lo conosciamo oggi ha fatto la sua comparsa sulla Terra nel Cretaceo, circa 95 milioni di anni fa. Da allora non ha subìto significative evoluzioni. Abita in zone paludose, lungo i litorali lacustri o di fiume. È diffuso in tutto il mondo: in Africa vive il coccodrillo del Nilo. In America del Sud, il coccodrillo dell’Orinoco. In Australia e nell’Asia sud-orientale, invece, il coccodrillo marino. Le sue dimensioni raggiungono i 6 e persino gli 8 metri. Può pesare anche una tonnellata. Ha un corpo allungato, zampe corte e robuste. È completamente ricoperto di scaglie, tanto dure da formare sul dorso una corazza.

La testa ha forma triangolare ed è dotata di occhi e narici sporgenti. Quando il coccodrillo nuota è quasi completamente immerso nell’acqua: solo occhi e narici restano in superficie, permettendogli di vedere e respirare. È uno degli animali più longevi: in media vive 70-80 anni, ma alcuni esemplari arrivano anche a 100 anni. Il coccodrillo è un grande nuotatore e trascorre molto tempo in acqua. Può comunque muoversi sulla terra ferma per lunghi tratti, strisciando sul ventre e sostenendosi sulle zampe robuste. Tende a vivere in gruppo ed è un predatore. Nelle prime fasi di vita si nutre di piccoli pesci e anfibi. Da adulto mangia anche grandi mammiferi. In genere divora la preda dopo averla annegata. Il coccodrillo raggiunge la maturità sessuale dopo i 7 anni. Il maschio attira la femmina con un richiamo sonoro e rilasciando un odore muschiato dalle ghiandole del collo e dell’intestino. L’accoppiamento avviene in acqua.

Il coccodrillo è un oviparo, cioè depone le uova. Dopo averle deposte, la femmina le lascia al caldo sotto cumuli di foglie o in buche scavate nella sabbia. Le uova si schiudono intorno ai 3 mesi, quando i piccoli rompono il guscio con i denti. Le cure parentali proseguono per più di un anno. In Oriente il coccodrillo rappresenta la morte: la figura che accompagna le anime nel regno dei morti, infatti, ha le sue sembianze. In America centrale, presso maya e aztechi, invece, la sua figura è legata all'inizio del mondo. Nell’antico Egitto il coccodrillo è considerato un animale sacro: incarna il dio Sobek, nemico del male e signore delle acque. Viene rappresentato come un uomo con la testa di coccodrillo. L’animale è venerato come simbolo di fertilità e spesso dopo la morte viene imbalsamato. Nel linguaggio comune, piangere lacrime di coccodrillo significa pentirsi di un evento dopo averlo provocato. Questo modo di dire deriva dal fatto che dopo avere mangiato, il coccodrillo ha una forte lacrimazione, come fosse pentito di avere ucciso e divorato la preda. Ma naturalmente non è così. La lacrimazione è semplicemente una reazione fisiologica durante la digestione.

Nel tempo si sono sviluppate numerose dicerie e leggende su questo animale. Una notissima è divenuta un modo di dire: "versare lacrime di coccodrillo", che si applica a chi, dopo averne combinata una, travolto dalle conseguenze inattese o più gravi del previsto, si pente di aver male operato. Tale modo di dire trae origine dall'abitudine dei coccodrilli femmina di trasportare le uova in caso di pericolo tenendole tra le proprie fauci, abitudine in passato erroneamente interpretata come prova del loro cannibalismo. Inoltre a contribuire alla nascita della leggenda è stata la naturale eiezione di lacrime che si produce in loro quando muovono le mascelle. Eiezione lacrimatoria che ha in realtà lo scopo di lubrificare la cosiddetta "terza palpebra" caratteristica del coccodrillo.

Perché i coccodrilli inghiottono pietre? Gli scienziati dopo aver trovato pietre nello stomaco di coccodrilli e alligatori, sono giunti alla conclusione che ciò li aiuta a frantumare il cibo. Poi le espellono tramite feci.

Un'altra leggenda è quella della presenza di coccodrilli nelle reti fognarie di grosse città statunitensi.



Dal deserto tunisino spunta il più grande coccodrillo marino mai scoperto. Battezzato dai ricercatori Machimosaurus rex e appena descritto nella rivista Cretaceous Research, l'enorme predatore preistorico poteva arrivare a quasi dieci metri di lunghezza e pesava tre tonnellate. Pur frammentari, i suoi resti fossili, ritrovati in uno strato roccioso risalente a 120 milioni di anni fa, hanno permesso di stabilire che si trattava dell'esponente più grosso di una stirpe di coccodrilli che trascorreva quasi tutta la vita in mare.

A guidare la ricerca - che ha avuto il sostegno della National Geographic Society, è un paleontologo italiano, Federico Fanti dell'Università di Bologna, che assieme ai suoi colleghi ha trovato un cranio e alcune altre ossa sparse del coccodrillo. “Si tratta di una nuova scoperta eccezionale, che arriva da una parte del pianeta ancora poco esplorata per quanto riguarda i fossili”, commenta il paleontologo Stephen Brusatte della University of Edinburgh, non coinvolto nel nuovo studio.

Occorrerà uno scheletro più completo per poter definire, con precisione, quanto era grosso Machimosaurus rex. Ma assumendo che questa nuova specie avesse proporzioni simili a quelle dei suoi parenti più stretti, Fanti stima che fosse lungo almeno 9,6 metri. Le sue dimensioni non raggiungevano quelle di alcuni tra i suoi più lontani parenti, che popolavano le acque dolci, ma per quanto riguarda i coccodrilli marini è il più grande che conosciamo.

Il più grande coccodrillo d’acqua dolce è Sarcosuchus imperator, vissuto 110 milioni di anni fa, che poteva raggiungere i 12 metri di lunghezza e pesava fino a otto tonnellate. Dai tempi in cui solcava le acque, insieme ad altri giganti come l’alligatore Deinosuchus, molte altre linee evolutive di coccodrilli si sono estinte; oggi tutti i coccodrilli marini sono strettamente imparentati.

I denti del carnivoro potrebbero darci un indizio sulla sua alimentazione in quegli antichi oceani. “Machimosaurus rex aveva denti forti, rotondeggianti e piuttosto corti”, spiega Fanti, “e un cranio enorme, che gli permetteva di mordere con una potenza sorprendente”. Tutte queste caratteristiche fanno pensare allo scienziato che il coccodrillo fosse un predatore generalista, che si nutriva di prede molto diverse, comprese grandi tartarughe marine.

“Probabilmente si trattava di un predatore che tendeva agguati, aggirandosi per le acque meno profonde a caccia di tartarughe e pesci, magari in attesa che qualche animale terrestre si avventurasse un po’ troppo vicino alla costa”, aggiunge Brusatte.

Dal punto di vista dei ricercatori, la peculiarità più significativa di M. rex non risiede nelle sue dimensioni, quanto nel periodo in cui è vissuto. Da tempo i paleontologi si chiedono se alla fine del Giurassico, 145 milioni di anni fa, si sia verificata o meno un’estinzione di massa. La famiglia che comprende il genere Machimosaurus, i teleosauridi, è tra quelle che sarebbero state spazzate via.

Aver trovato i resti di M. rex in rocce più recenti, risalenti al Cretaceo, suggerisce che se l’estinzione di massa c’è effettivamente stata non ha colpito tutti gli organismi che vivevano sul pianeta. “La nuova scoperta aggiunge un tassello alle evidenze, in aumento, che un gran numero di rettili marini sia riuscito a superare quel confine, sopravvivendo all’ipotetica estinzione di massa”, spiega Brusatte. Forse non si è trattato di un rapido sterminio della vita sulla Terra, quanto piuttosto di una lenta transizione.

“La nostra interpretazione”, commenta Fanti, “è che questo evento alla fine del Giurassico abbia sì avuto effetti a livello globale, ma che sia stato il susseguirsi di una complessa sequenza di crisi biologiche a livello locale, crisi che rimangono a oggi poco documentate”. Resta un mistero piuttosto consistente il perché i coccodrilli marini non abbiano poi prosperato nei periodi successivi: la famiglia di Machimosaurus rex è sopravvissuta più a lungo di quanto pensassimo, ma con un successo e una diffusione decisamente minori rispetto a quanto ottenuto durante il Giurassico. M. rex era decisamente un animale di dimensioni impressionanti, precisa Brusatte, “ma forse, al tempo, era già destinato a scomparire".

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mercoledì 18 marzo 2015

LA FARFALLA LICENA DELLE PALUDI

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E' una farfalla diurna e vive in tutta l’Europa centro-meridionale anche se, in diverse regioni, si è estinta da qualche tempo.
In Italia, si può trovare negli ambienti umidi della pianura padana, sino a circa 400 metri sul livello del mare (area centro-settentrionale della penisola). Molti fattori minacciano la sua vita, per questo è stata inserita nella lista rossa della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) ed è protetta anche da alcune leggi europee.
Si estingue per l’inquinamento o la riduzione dell' habitat naturale, che è costituito principalmente da paludi, prati umidi e acquitrini: qui cresce la Romice, vale a dire la pianta di cui si nutrono le larve.

Farfalla dalla vivacissima colorazione arancione brillante nei maschi, mentre la femmina ha un colore bruno mattone con punti neri sulle ali.
Compie voli brevi e velocissimi; le larve superano l'inverno tra le foglie secche e negli steli cavi delle piante ospiti e, durante la diapausa, possono resistere anche per molti giorni ad una completa immersione in acqua. In tutta Europa l'areale di distribuzione di questo licenide è in forte e continua contrazione, a causa soprattutto della bonifica delle zone umide. Nel nostro paese si trova ancora con una certa frequenza nella Pianura Padana ed in pochissime altre zone pianeggianti o di bassa collina del litorale tirrenico.

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martedì 17 marzo 2015

IRIS GIALLO

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È una pianta erbacea perenne, alta 1-1,5 m (o raramente 2 m), con foglie erette lunghe fino a 90 cm e larghe 3 cm. I fiori, raccolti in un'infiorescenza che termina con un fiore apicale, sono d'un giallo brillante, con la tipica forma da Iris ma con lacinie esterne non barbate. Il frutto è una capsula lunga 4-7 cm, contenente semi marrone chiaro.

Iris pseudacorus cresce meglio in ambienti molto bagnati, si trova spesso in zone umide, dove tollera immersioni, basso pH e suoli anossici. La pianta si diffonde velocemente, sia per rizoma sia disperdendo in acqua i semi. È in primo luogo una pianta acquatica, ma i suoi rizomi possono sopravvivere a lungo all'asciutto.

In Italia è comune in fossi, paludi, risaie, nella fascia planiziale.

Grandi esemplari di questa specie si trovano nella parte occidentale della Scozia, dove formano una alimentazione molto importante e un habitat fertile per il re di quaglie (Crex crex).

Esso è piantato nelle regioni temperate come pianta ornamentale, dove esistono diverse cultivar selezionate per essere piantate in giardini adatti. In alcune regioni si è affermato come una pianta acquatica invasiva che può creare dense distese, dannose per le altre piante dell’ecosistema acquatico. Dove è invasiva, è difficile da rimuovere su larga scala. Anche l'aratura dei rizomi è spesso inefficace. È stato vietato in alcune aree, ma è ancora ampiamente venduto in altre per l'uso nei giardini.


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domenica 15 marzo 2015

PHRAGMITES

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È una specie erbacea perenne, rizomatosa; può raggiungere anche i 4 metri di altezza.

Le foglie, opposte, sono ampie e laminari, lunghe da 15 a 60 cm, larghe 1 - 6 cm, glabre, verdi o glauche.

All'apice del fusto è presente una pannocchia di colore bruno o violaceo, lunga fino a 40 centimetri.

Germoglia a marzo e fiorisce a luglio.

La specie sembra essere nativa dell'Eurasia ma è diffusa in ogni parte del mondo.

Si sviluppa in densi canneti in prossimità di paludi e aree umide, sulle sponde di laghi, stagni, fossati e in terreni incolti bagnati; tollera un moderato livello di salinità.


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sabato 7 marzo 2015

GERMANO REALE

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Il germano reale (Anas platyrhynchos Linnaeus, 1758) è un uccello della famiglia degli Anatidae, di gradevole aspetto e noto in Italia anche come capoverde.

Questa specie è caratterizzata da uno spiccato dimorfismo sessuale.

Il maschio compie nel corso di un anno solare ben due mute delle proprie piume, durante il periodo nuziale la sua livrea è facilmente riconoscibile: il capo e la parte superiore del collo sono di color verde iridescente, uno stretto collare bianco a metà del collo separa la testa verde dal petto e dalla parte superiore del dorso che sono di un colore bruno-porporino, i fianchi e il ventre sono argentati, le spalle sono bianco-grigie, l'alto dell'ala è grigio, la parte inferiore del dorso grigio-nera come il groppone e le parti inferiori finemente marezzate di nericcio sul fondo bianco-grigiastro, le copritrici superiori sono di color verde-nero e si arricciano verso l'alto, le inferiori nero-velluto e le penne remiganti grigio-cupo alla base terminano con uno specchio alare blu-violaceo orlato di bianco. Al termine della stagione riproduttiva, in estate avviene la seconda muta del maschio, le vecchie penne remiganti e timoniere indispensabili per il volo cadono per essere sostituite da nuove penne, anche l'appariscente abito nuziale viene cambiato con un nuovo piumaggio eclissato di colore bruno macchiettato marrone scuro (abbastanza simile a quello della femmina), che gli permette di mimetizzarsi meglio durante questo breve periodo in cui è impossibilitato a volare e vivere perciò al riparo tra i canneti e le erbe alte lungo le rive dei corsi d'acqua potendo solamente camminare e nuotare. L'occhio è bruno chiaro, il becco giallo-verde ed le zampe arancio vivo.

La femmina ha colori mimetizzanti: macchiata di bruno e marrone scuro, becco bruniccio, sopracciglio marrone scuro, gola beige, i fianchi hanno una colorazione più chiara: beige chiazzato marrone; le penne timoniere sono beige rigate marrone, lo specchio è blu-violaceo bordato di bianco, le zampe sono di colore arancione spento, meno vivo rispetto a quelle del maschio.

Gli anatroccoli, che nascono privi di penne e piume, sono ricoperti di un soffice piumino bicolore, petto e ventre gialli, dorso e fianchi marroni con alcune macchie gialle, testa gialla con sopracciglio e chioma marroni.

Con alcune altre specie ha per caratteri esteriori il corpo robusto, il collo corto, il becco largo e piatto (da cui il nome latino platyrhynchos), poco convesso e con la punta assai arrotondata; possiede inoltre zampe di media lunghezza che si innestano alla metà del tronco, ali abbastanza lunghe e coda tondeggiante.

Vi possono essere inoltre esemplari maschi o femmine, il cui piumaggio è leggermente o totalmente diverso dalla livrea sinora descritta, in pratica tendenzialmente scurito o bianco, ciò è dovuto alla presenza di un particolare gene che regola la colorazione:
piumaggio brunito, all'apparenza come affumicato, macchiettato marrone scuro, sono privi del caratteristico sopracciglio attorno agli occhi, lo specchio è di colore blu spento-affumicato, da anatroccoli il loro piumino è completamente marrone scuro-nero.
piumaggio completamente bianco con riflessi giallo tenui uniforme su tutto il corpo, persino lo specchio alare posto sulle penne remiganti delle ali è bianco, il becco è completamente giallognolo, da anatroccoli il loro piumino è completamente giallo pallido.

Vive nelle zone umide d'acqua dolce quali: paludi, stagni, laghi e fiumi calmi, in tutte le regioni temperate e subtropicali dell'America settentrionale, dell'Europa, dell'Asia; le varietà selvagge sono state anche introdotte in Nuova Zelanda e in Australia, dal livello del mare fino a 2000 metri d'altitudine. Vive sull'acqua, e va sulla terra ferma soltanto per la nidificazione ed il riposo. Le popolazioni boreali svernano al sud, gli esemplari dell'Europa settentrionale svernano nella parte centro meridionale del continente, tuttavia alcuni esemplari non migrano, e in alcune regioni come il nord d'Italia sono stanziali. Questo fenomeno sembra in aumento, particolarmente nelle città dove i germani reali sembrano trovare un'alimentazione sufficiente. Un altro fenomeno da evocare è l'inquinamento genetico (ibridazione con razze domestiche), che renderebbe i germani più pesanti e corpulenti dunque meno sensibili al freddo ma anche meno adatti alla migrazione.

Il germano reale è la più diffusa delle specie di anatre selvagge e la più numerosa (9 milioni di individui stimati in Europa occidentale). Le femmine svernano spesso più al sud dei maschi, e tornano soltanto più tardi nei siti di nidificazione. Inoltre, questo fatto è peggiorato dalla mortalità elevata delle femmine durante l'incubazione. In Italia la popolazione è in costante aumento.

In Canada, dove quest'anatra non era stata mai osservata prima dell'inizio del XX secolo, e di rado osservata negli anni trenta e cinquanta, le stime della popolazione negli anni 2000 suggeriscono una presenza superiore al milione ed in aumento.

Il corteggiamento comincia a fine ottobre e continua fino marzo, la riproduzione vera e propria ha luogo tra febbraio e luglio in funzione della latitudine. Il nido è rudimentale e la scelta del luogo non è complessa, la femmina può utilizzare il suolo nudo o degli alberi cavi; è fatto di ramoscelli e di piumini che la femmina strappa da una zona particolare del suo petto. Il numero di uova può variare da 5 a 15. Solo la femmina cova per circa 26-28 giorni. Infatti, le piume della femmina le permettono di passare inosservata in mezzo alla vegetazione, se il maschio l'aiutasse nell'incubazione, il nido sarebbe facilmente individuato dai predatori e distrutto.

Dopo la nascita, è ancora la femmina sola che si occupa degli anatroccoli. Li conduce al piano d'acqua più vicino ed insegna loro a nuotare e nutrirsi fino a che siano in età di volare (7 settimane circa). Dopo un anno di vita avranno raggiunto la maturità sessuale.

Il maschio come richiamo emette un calmo yeeb; nel corteggiamento emette una sorta di fefev-fefev-fefev. La femmina usa spesso un qua qua qua rumoroso; se, mentre sta covando, si assenta e viene raggiunta da maschi, emette il verso caratteristico que èh-èh-èh, il quale sta ad indicare che è indisponibile ad accoppiarsi; per difendere i piccoli da predatori o intrusi, si agita sbattendo le ali e si scaglia addosso all'avversario.

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TIFA

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La tifa (Typha latifolia) o stiancia è una pianta monocotiledone della famiglia delle Typhaceae.

Arriva ad essere alta anche 250 cm. Le infiorescenze femminili sono formate da migliaia di piccolissimi fiori di colore bruno circondati da peli. Le spighe cilindriche marroni ed a forma di salsiccia sono lunghe fino a 30 cm.

In Italia è diffusa in diverse regioni. Cresce spontaneamente lungo gli argini dei fiumi o in zone umide con acque stagnanti come le paludi.

Anticamente venivano usate le foglie per farne panieri e le infiorescenze composte da moltissimi “pelucchi” tutti uniti venivano usate per imbottire materassi.
Viene usata dai fioristi come decorazione, specialmente l’infiorescenza fatta essiccare. È anche utilizzata come specie vegetale nei sistemi di fitodepurazione delle acque reflue. Nel Ferrarese i "sigari" venivano accesi in modo che il fumo, abbastanza copioso, scacciasse le zanzare. Il suo rizoma veniva utilizzato già nel Paleolitico Superiore come pane, in recenti ricerche archeologiche sono state ritrovate macine in pietra risalenti a 30.000 anni a.c. che riportavano tracce di amido di thypa.

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venerdì 6 marzo 2015

MORETTA TABACCATA

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La Moretta tabaccata o Moretta tabacca (Aythya nyroca, Guldenstadt 1770) è un uccello anseriforme appartenente alla famiglia degli Anatidi.

Il maschio adulto presenta una colorazione castano carico con il dorso più scuro e l'occhio bianco. Il sottocoda bianco candido aiuta a distinguere questa specie dalla moretta eurasiatica. La femmina è simile al maschio ma ha colori più spenti e l'occhio è castano scuro.

Il loro habitat di nidificazione sono le paludi e i laghi con acque profonde un metro o più. Queste anatre nidificano in Europa meridionale e orientale e in Asia meridionale e occidentale. Sono abbastanza migratrici e svernano un po' più a sud nel Nordafrica.

Questi uccelli si nutrono soprattutto immergendosi o stando in superficie. Mangiano piante acquatiche, insieme ad alcuni molluschi, insetti acquatici e piccoli pesci. Spesso si nutrono di notte e lo fanno sia immergendosi sott'acqua per metà (facendo grandi schizzi) che immergendosi completamente.

Nidifica in primavera inoltrata.

Questi sono uccelli gregari, che in inverno formano grandi stormi, spesso misti ad altre anatre tuffatrici, come morette eurasiatiche e moriglioni.

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FORAPAGLIE

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Il forapaglie (Acrocephalus schoenobaenus (Linnaeus, 1758)) è un uccello canoro della famiglia Acrocephalidae.

Il forapaglie è lungo circa 13 cm e ha un'ampiezza alare di 17 – 21 cm. Il peso ammonta a circa 10-15 grammi. La parte superiore è di colore marrone e grigio, la parte inferiore è di colore giallastro. L'uccellino ha una gola biancastra e un becco a punta. Ha una striscia di colore grigio chiaro sopra gli occhi e una copertura nera del capo. I maschi e le femmine hanno lo stesso colore.

Il suo richiamo, aspro e musicale, assomiglia ad un "tscheck" o a uno "schrrr": emette questo suono soprattutto se è disturbato.

Il forapaglie si nutre di insetti, ragni, molluschi più piccoli e bacche.

La maturità sessuale subentra dopo un anno. Il periodo di cova principale va da maggio a luglio. Il nido viene costruito in basso a poca altezza dal terreno in una vegetazione densa. La femmina depone 4 - 6 uova. Le uova vengono riscaldate da entrambi i partner a turno per 12 - 14 giorni. Gli uccellini diventano atti al volo dopo 10 - 12 giorni.

In quasi tutta Europa l'uccello migratore a lungo tratto è presente da aprile ad ottobre. La sua residenza invernale si trova a sud del Sahara in Africa. Il tempo di percorrenza e la direzione migratoria gli sono innati. Per superare bene i circa 6.000 kilometri il migratore notturno impiega riserve di grasso. Il forapaglie vive nei folti canneti e negli arbusteti lungo le rive dei laghi e dei fiumi, nelle paludi, nelle brughiere, sui campi ubertosi e nei terreni coltivi.


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