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venerdì 20 marzo 2015

LA ROSA DI NATALE

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La Rosa di Natale (Helleborus) è la pianta perenne invernale più apprezzata: quando il giardino è in riposo vegetativo, questa varietà dalla fioritura esuberante sfoggia i suoi eleganti fiori, persino tra il manto nevoso.

Gli Ellebori sono piante perenni, con radice rizomatosa, diffuse in natura nella flora italiana ed Europea; le specie non sono molte, in compenso esistono alcune cultivar, con fiori particolarmente ampi o di colore vistoso. Il nome comune deriva dal fatto che buona parte delle specie, in caso di clima favorevole, fioriscono in dicembre-gennaio, producendo infiorescenze che ricordano molto i fiori delle rose botaniche, come grandi rose canine bianche.

La denominazione del genere Helleborus è stata attribuita dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (Aix-en-Provence, 5 giugno 1656 – Parigi, 28 dicembre 1708) ed è stata formata (a quanto pare) dall'unione di due parole greche (“elein” = ferire e bora=alimentare) il cui significato finale è : pietanza, nutrimento o cibo mortale. Altre etimologie sembrerebbero far riferimento ad una antica città greca famosa per curare la pazzia con una pianta di questo genere. Il nome specifico niger (= nero, scuro) fa riferimento al colore del rizoma.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Helleborus niger) è stato proposto da Carl von Linné (1707 – 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Sono piante erbacee la cui altezza totale varia da 15 a 30 cm. La forma biologica di questa pianta è geofita rizomatosa (G rhiz), ossia è una pianta perenne che porta le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presenta organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei chiamati rizomi, dei fusti sotterranei dai quali, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei. Tutta la pianta ha un debole odore acre.

Le radici sono secondarie da rizoma.

La parte sotterranea consiste in un grosso ma breve rizoma. Diametro del rizoma: 1 cm.
La parte aerea del fusto è erbacea ed eretta. Si sviluppa compiutamente solamente alla fioritura. In genere porta una o due foglie e uno scapo fiorale.

In questa pianta sono presente sia le foglie radicali che quelle cauline.

Le foglie basali, picciolate, si presentano con una lamina divisa totalmente in 7 – 9 segmenti (lembo fogliare di tipo palmato-diviso). Quelli laterali (3 – 4) sono raccolti su un breve picciolo. I vari segmenti sono lanceolati e terminano in modo acuto; sono inoltre dentellati nella parte apicale. Lunghezza del picciolo: 10 – 30 cm. Dimensione dei segmenti: larghezza 1,5 – 5 cm; lunghezza 5 – 12 cm.
Le foglie cauline sono perlopiù ridotte a delle brattee alla base dei peduncoli fiorali.

Dal rizoma dipartono dei robusti scapi portanti uno o due fiori. Si tratta quindi di una infiorescenza del tipo pauciflora. Alla base dei peduncoli fiorali sono presenti alcune brattee (1 - 2) lanceolate e intere lunghe 1 – 2 cm.

I fiori sono ermafroditi e attinomorfi con verticilli spiralati. Il perianzio ha un solo verticillo (perianzio “aploclamidato”): il calice è di tipo petaloide, mentre la corolla è atrofizzata o molto ridotta. Le strutture rimanenti (androceo e gineceo) sono perlopiù a disposizione spiralata. Questa morfologia degli “ellebori” è probabilmente la forma più arcaica nell'ambito della famiglia delle Ranunculaceae. Dimensione del fiore: da 6 a 8 cm.

Il calice (la parte più in vista del fiore) è composto da cinque grandi sepali conniventi a campanula, a forma ovale o oblaceolato-spatolata di tipo corollino (o petaloide) e quindi possono essere chiamata anche tepali. Il colore è bianco ma tende al rosato a maturazione completata. In questa struttura è possibile osservare il passaggio graduale da brattee a sepali. Dimensione dei tepali: larghezza 1,5 – 4 cm; lunghezza 3 – 5 cm.
I petali veri e propri (da 8 a 12) sono ridotti a piccoli cornetti tubulari con funzione nettarifera (di origine staminale) provvisti all'apice di un'unghia (sono più corti degli stami, meno della metà).
Gli stami (a disposizione spiralata) sono molto numerosi (più o meno una cinquantina), bilobi e colorati di giallognolo.
L'ovario è supero e “apocarpo” (derivato da carpelli indipendenti). I carpelli sono da 3 a 7, sessili e disposti in modo spiralato anche questi, ma indipendenti tra di loro.
Fioritura: da dicembre a marzo.

I frutti sono delle capsule (o follicoli) coriacee (6 – 7) con appendice (un rostro quasi uncinato di 1,2 – 2 cm) contenenti molti semi. La deiscenza è all'apice del follicolo. I semi hanno un colore nero ma brillante. Lunghezza dei follicoli a maturità senza becco: 2 cm.

La riproduzione di questa pianta avviene per via sessuata grazie all'impollinazione degli insetti pronubi in quanto è una pianta provvista di nettare (impollinazione entomogama).

Il tipo corologico (area di distribuzione) è quello delle specie Alpico-dinariche.
In Italia l'Elleboro bianco è presente nelle Alpi, dal Piemonte al Friuli-Venezia Giulia. Si trova anche in Austria, Slovenia e nelle Alpi Dinariche. Le segnalazioni per l'Appennino sono molto probabilmente erronee, forse per confusione con Helleborus foetidus o con specie del gruppo di Helleborus viridis.
L'habitat tipico di questa pianta sono i boschi (sottoboschi di pinete – Pino silvestre e Pino nero e faggete), le boscaglie (gineprai) e le macchie delle zone montane; ma anche boschi sub-mediterranei a carpino nero Ostrya carpinifolia. Il substrato preferito è calcareo con pH basico-neutro, con terreno a medi valori nutrizionali e a regime secco.
Sui rilievi queste piante si possono trovare da 300 fino 1000 m s.l.m.; frequentano quindi i seguenti piani vegetazionali: collinare e montano.
Sono considerate piante velenose in quanto contengono “elleborina” e altre sostanze alcaloidi tossiche e velenose (come del resto buona parte delle Ranunculaceae). Se ingerite in quantità possono provocare vomito, diarrea e arresto cardiaco (contengono glicosidi cardiaci). Il veleno può essere assorbito anche attraverso la pelle.

Essendo un fiore invernale, è molto apprezzato nel giardinaggio. Non è una pianta di facile coltura, ad esempio i suoli acidi non sono adatti in quanto poveri di sostanze; come anche non sono adatte le zone asciutte e in pieno sole. Ideale è un terreno umido, alcalino in mezza ombra. Possono andare terreni sabbiosi; un po' di calce può essere aggiunta per “addolcire” i terreni troppo acidi. Diversi cultivar sono stati preparati da questa pianta; sono stati inoltre tentati alcuni ibridi con altri Ellebori per migliorare le caratteristiche fisiche ed estetiche.

Predilige una posizione ombreggiata, un terreno umido, fertile e ben drenato, e annaffiature regolari.

Il periodo di fioritura della Rosa di Natale è atipico: alcune varietà fioriscono già a dicembre, mentre quelle più tardive possono fiorire ancora ad aprile. A volte la Rosa di Natale risente di gelate particolarmente intense, ma solitamente si limita ad aspettare che il clima si temperi un poco. Ciò può creare vere e proprie sorprese: un anno si potrebbero vedere le rose di Natale spuntare dalla neve, mentre l'anno successivo potrebbero fare la loro comparsa solo con i primi tuberi primaverili. Dopo la fioritura, gli affusolati pericarpi continueranno ad allietare le bordure.

Nella medicina popolare alcune parti di questa pianta vengono usate come diuretiche (facilita il rilascio dell'urina), emetiche (utile in caso di avvelenamento in quanto provoca il vomito), cardiotoniche (regolano la frequenza cardiaca) e purganti. L'Elleboro bianco è utilizzato anche nel trattamento delle emicranie e disturbi psichici. Data l'alta tossicità della pianta (si rischia di morire anche in pochi minuti!) ora in medicina popolare non è più usato.




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LA ROSA SELVATICA

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Il nome “Rosa canina” viene indistintamente utilizzato sia nella nomenclatura botanica - indicando, rispettivamente, il genere e la specie - sia, abitualmente, nel linguaggio comune. Nel parlato di alcune regioni italiane, la rosa canina viene denominata semplicemente “grattacu” o, ancora, rosa selvatica, rosa delle siepi, rosa spina, rosella, rosa di macchia, roselline dei pruni e biancarosa.
L'appellativo “canina” ha origini remote: anticamente, infatti, le radici di questo arbusto venivano impiegate in decotto come rimedio efficace nel trattamento della rabbia.
Nel linguaggio dei fiori, la rosa canina simboleggia sia la poesia, che l'indipendenza. Viene menzionata persino nella Bibbia: probabilmente, Giuda utilizzò proprio l'albero di rosa canina per suicidarsi; ancora, la corona di spine di Gesù era presumibilmente realizzata con i rami di questo arbusto.

È un arbusto spinoso, alto 100 - 300 cm, con fusti legnosi glabri, spesso arcuati e pendenti, e radici profonde.

Le spine rosse sono robuste, arcuate, a base allungata e compressa lateralmente. Le foglie, caduche, sono composte da 5-7 foglioline di 9-25 x 13-40 mm, ovali o ellittiche, con 17-22 denti sul margine. Hanno stipole lanceolate di 3 x 15 mm. I fiori, singoli o a 2-3, hanno un diametro di 4-7 cm e sono poco profumati. Hanno un peduncolo di 20-25 mm e sono generalmente superati dalle foglie. I sepali laciniati, lunghi da 15 a 18 mm, dopo la fioritura si piegano all'indietro e cadono in breve tempo. La corolla è formata grandi petali bilobi, rosati soprattutto sui lobi, di 19-25 x 20-25 mm. Gli stili, lanosi e allungati, sono fusi insieme in una colonnina cilindrica.

La rosa canina fiorisce da maggio a luglio.

I suoi frutti (di 1-2 cm) carnosi e colorati di un rosso vivace (cinorroidi) raggiungono la maturazione nel tardo autunno.

La rosa canina è un arbusto assai comune nel sottobosco e nei luoghi ruderali: in generale, è diffusa nella fascia europea dal Mediterraneo alla Scandinavia, nell'Asia centrale ed occidentale, nelle Canarie e nell'Africa del Nord. In America, in Nuova Zelanda e in Oceania, la rosa canina vi è stata invece introdotta.
La pianticella cresce sino i 1.900 metri d'altitudine, e predilige aree limitatamente aride, con terreno limoso e profondo.

In questi ultimi tempi si sta solidamente affermando il gusto della rosa più semplice, la rosa selvatica, quella che era amata perfino dai nostri progenitori Romani di epoca pre-imperiale, quando di giardini ornamentali neppure si parlava e l’orto era il vero “giardino”.

Una prima sorpresa, parlando rose selvatiche, s’incontra nell’apprendere che in fondo non sono poi così numerose, non più di 150 specie spontanee, una bazzecola in confronto alle migliaia e migliaia di ibridi e cultivar creati dall’uomo nel corso di un paio di millenni. Il loro areale si estende per l’intero emisfero boreale della Terra, nelle zone temperate e temperato-calde, per poi scendere giù fino all’Africa del nord, alla Tailandia e al Nuovo Messico, toccando il loro punto più meridionale con l’India del sud. Al contrario, non troviamo rose nell’emisfero australe, dall’America del sud all’Oceano Pacifico. Le zone di concentrazione più elevata sono in Cina (spesso in testa alla classifica per numero di specie di molti generi botanici), nell’Asia centrale e in Europa, mentre l’America settentrionale è la patria di una ventina o poco più di specie. Per limitarci al nostro continente va detto che la dotazione è abbastanza consistente, soprattutto nei gruppi della Rosa canina e della R. rubiginosa. Insomma, gli europei possono contare su una cinquantina di specie, vale a dire un terzo del totale, mentre il nostro Paese ne vanta circa venticinque.

Per quanto riguarda gli habitat, le rose gradiscono luoghi impervi e inospitali, come i cespuglieti, le siepi o l’intrico delle boscaglie, pur non disdegnando le rive dei torrenti e i margini dei boschi.

La storia della coltivazione rosa è talmente antica, che oggi è perfino difficile capire se una specie, da noi casualmente rinvenuta durante una passeggiata, sia realmente spontanea o meno. Inoltre, riuscire a classificare con certezza una rosa selvatica, in natura e non in vivaio, è un compito tanto arduo che è preferibile lasciarlo ai botanici professionisti, mentre a tutti gli altri si può solo consigliare di godersi la visione degli esemplari spontanei, senza troppo fidarsi dell’immaginazione o delle figure dei libri divulgativi. Ciò è tanto vero che non è infrequente sentir dire da persone anche colte frasi come questa: “Io ho molti ibridi di ‘Tea’, di ‘Moschata’, di ‘Bourbon’, ma anche qualche rosa spontanea, che sicuramente sarà la R. canina“, come se tutte le rose selvatiche si chiamassero così. Ovviamente, con il tempo e la costanza, chiunque può imparare a distinguere questa da quella specie, ma la fatica non sarà poca. Insomma: se ne vorremo qualcuna in giardino, la guida migliore sarà il vivaista di nostra fiducia.

Al contrario, ci sarà di conforto il fatto che una rosa, in quanto tale, non può essere confusa con altre piante, come invece capita, e spesso, con famiglie diverse da quella delle Rosacee. Le rose si presentano sempre sotto forma di arbusti, perlopiù decidui e solo raramente sempreverdi, con fusti che, a seconda dei casi, possono essere eretti, arcuati, striscianti o, meno comunemente, rampicanti. Le spine – contrariamente a quanto sostiene un famoso proverbio – non sempre sono lì, pronte ad attendere il nostro dito, perché alcune specie ne sono prive. Le foglie sono alterne e composte, formate da un numero dispari di foglioline dentate ai margini. I fiori sono solitari o in corimbi, con corolla semplice e quasi sempre a 5 petali (tranne R. sericea che talvolta ne ha 4), in una gamma di colori che va dal bianco al crema e dal giallo al rosso, con numerosi passaggi intermedi. Bellissimi e curiosi sono poi i frutti – detti tecnicamente cinorrodonti – notevolmente ornamentali anche in inverno e ricchissimi di sostanze vitaminiche.

Di recente, la richiesta della rosa canina è cresciuta esponenzialmente, soprattutto nei tè e nelle tisane: il suo aroma - particolare e dolciastro - modula il sapore di molte altre droghe meno piacevoli al gusto, oltre ad esplicare importanti virtù medicamentose che analizzeremo dettagliatamente durante il corso della disquisizione.

Dai tempi più remoti, la rosa canina viene apprezzata per la bellezza dei suoi fiori e per la loro profumazione delicata e tenue. Anticamente, i petali della rosa canina costituivano la matrice per estrarre un prezioso olio.
Attualmente, la droga è costituita da:
Frutti maturi essiccati (fructus), erroneamente chiamati semi
Ricettacoli privi sia di veri frutti che di buona parte del ricettacolo (pseudofructus sine fructubus)
Cinorridi (pseudofructus) o falso frutto maturo: più in particolare, la droga è costituita dal talamo dei falsi frutti
Radici (utilizzate per decotto)
Foglie (tisane ed infusi)
I frutti contengono tannini, acido nicotinico, carotenoidi, vitamina C e P, riboflavina, acido malico e citrico, flavonoidi (bioflavonoidi: fitoestrogeni), pectine e carboidrati. Più in dettaglio, i frutti sono miniera di tannini e di acido ascorbico: i falsi frutti maturi devono contenere il 5% di acido ascorbico il quale, dopo il processo d'essiccazione, scende all'1% a seguito della degradazione.
La sua ricchezza in vitamina C fu di grande aiuto al tempo di guerra: la rosa canina veniva utilizzata come sostituto degli agrumi, proprio per l'ingente contenuto in acido ascorbico. Basti pensare che un'arancia ideale di 100 grammi fornisce all'incirca 50 mg di vitamina C: a pari quantità, la rosa canina ne assicura oltre 2.200 mg.
Per la presenza di tannini, la rosa canina rappresenta un buon rimedio naturale contro la diarrea; inoltre, è consigliata in caso di debilitazione ed infiammazioni. La droga è considerata anche un discreto vaso-protettore.
Le tisane, i decotti e gli infusi ottenuti con foglie, fiori o radici di rosa canina sono consigliati in caso di raffreddore ed infezioni, oltre ad essere un blando decongestionante e tonificante; alla rosa canina sono altresì ascritte proprietà immunostimolanti ed antiallergiche.
La rosa canina è un buon diuretico: stimolando l'eliminazione delle tossine tramite l'urina, la droga è utile per contrastare infiammazioni a carico di vescica o reni.
La droga si rivela utile anche in caso di mestruazioni abbondanti, catarri intestinali, iperidrosi, congiuntiviti e fragilità tissutale.
I semi di rosa canina sono impiegati per la realizzazione di antiparassitari.
Anche in cosmesi la rosa canina è una pianta ampliamente adoperata per la formulazione di acque profumate, creme anti-aging ed antirughe, pomate lenitive contro gli eritemi solari, maschere per il viso ad azione tonificante, levigante ed astringente.
Per il trattamento di pelli sensibili, arrossate e particolarmente delicate, si consiglia l'applicazione di impacchi a base di acqua distillata di rosa canina.

I principi attivi (oltre alla vitamina C, tannini, acidi organici, pectine, carotenoidi e polifenoli) vengono usati dalle industrie farmaceutiche, alimentari e cosmetiche; i frutti, seccati e sminuzzati, vengono usati in erboristeria per la preparazione di infusi e decotti.

È indicata come astringente intestinale, antidiarroico, vasoprotettore e antinfiammatorio, inoltre viene consigliata nei casi di debilitazione.

I semi vengono utilizzati per la preparazione di antiparassitari ed i petali dei fiori per il miele rosato.

Con i frutti freschi si preparano ottime marmellate.


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LA PAVONCELLA

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La Pavoncella presenta dimensioni simili a quelle di un Colombo di città, raggiungendo una lunghezza di 34 centimetri e un’apertura alare di 77 centimetri, per un peso che può raggiungere anche i 300 grammi. Il maschio e la femmina sono molto simili nell’aspetto, con parti superiori verde scuro con riflessi iridescenti tendenti al nero verso le estremità alari, che terminano con il bianco. Il petto è nero e l’addome bianco, gli stessi colori che connotano il capo, dove campeggia un pronunciato ciuffo. Le zampe sono invece rosse, il becco nerastro. Le femmine si distinguono dai maschi per alcune screziature bianche presenti sul nero del petto e della gola. I giovani somigliano agli adulti, con colorazioni però meno accese e qualche screziatura sulle parti bianche della testa.

La pavoncella (Vanellus vanellus, Linnaeus 1758) è un uccello di media grandezza diffuso in buona parte dell'Europa. Frequenta le pianure, i vasti territori coltivati a campi e zone parzialmente umide, ma la si incontra anche nei pascoli, fino a quote medio alte, nella stagione invernale e durante il passo. L'habitat, molto vasto, comprende l'Eurasia settentrionale, il Giappone e il Nordafrica. Particolarmente comune nei Paesi Bassi dove nidifica in gran numero. Si riproduce normalmente nell'europa centrale e orientale, mentre sverna nell'europa occidentale e meridionale e Nordafrica.

La specie in Italia è nidificante parzialmente sedentaria, con un congruo numero di soggetti migratori e svernanti. Frequenta le pianure, i vasti territori coltivati a campi e zone parzialmente umide, ma la si incontra anche nei pascoli, fino a quote medio alte, nella stagione invernale e durante la migrazione primaverile.
La Pavoncella si nutre essenzialmente di coleotteri, mosche e altri insetti, ma anche di ragni, lombrichi e altri invertebrati. Non disdegna nella dieta anche qualche seme di pino o di graminacee. Di carattere sospettoso e di indole timida, conduce vita gregaria in branchi anche numerosi. Il volo è ondulato e relativamente veloce. Sul terreno cammina e corre compiendo improvvisi arresti e ricerca il cibo piegando il corpo senza flettere le zampe.

La stagione riproduttiva inizia alla fine di marzo, con voli di corteggiamento irregolari e abbastanza vistosi. Davanti alla femmina, il maschio si esibisce in una parata che consiste nel simulare il movimento del corpo che dovrà compiere in seguito per scavare la cavità nella quale saranno deposte le uova. Il nido è infatti un semplice buco sul terreno, spesso un poco rialzato per permettere un controllo della zona circostante. Il maschio scava vari nidi la femmina ne sceglierà il migliore. La femmina depone circa 4 uova di colore marrone chiaro, striati e macchiettati di marrone scuro, tra la metà di marzo e aprile, raramente fa seguito una seconda covata. La cova dura circa 4 settimane assicurata dalla femmina e dal maschio. Alla nascita i piccoli abbandonano immediatamente il nido. Sono accuditi da entrambi i genitori e dopo 35-40 giorni raggiungono il piumaggio definitivo e l'indipendenza. La pavoncella si nutre essenzialmente di coleotteri, di mosche e altri insetti, ma anche di ragni, lombrichi e altri invertebrati. Non disdegna nella dieta anche qualche seme di pino o di graminacee. Dopo circa 4 settimane le uova si schiudono: alla nascita i pulcini abbandonano immediatamente il nido – c.d. nidifughi – per essere comunque accuditi da entrambi i genitori anche in seguito, per un periodo di 35-40 giorni.

Il nome di questo volatile è in varie lingue un indizio di sue caratteristiche peculiari. Quello italiano pavoncella, si riferisce al colore del piumaggio del dorso che ha dei riflessi bronzei tipici del piumaggio del Pavone. Il nome inglese Lapwing si rifà alle piroette (in inglese lapping) che il maschio esegue in aria durante la parata nuziale. Il nome latino Vanellus invece fa riferimento al suo grido d'allarme che ricorda il rumore che fa il grano quando ricade nel vaglio. In certi periodi dell'anno, non è raro vedere le pavoncelle insieme con i pivieri dorati, in mezzo ai campi.




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IL PENDOLINO

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Il Pendolino è un passeriforme nidificante prevalentemente nelle regioni settentrionali dell’area eurasiatica, ricche di corsi d’acqua e di paludi, canneti, boschi di salici o di pioppi. Nel nostro paese sono presenti sia popolazioni stazionarie che popolazioni svernanti. Solitario, sempre in movimento, non è facile da osservare.
Lungo poco più di una decina di centimetri e dal peso che si aggira sui 10 grammi, la specie ha un’apertura alare che non supera i 18 centimetri e si riconosce per la testa grigia, su cui spicca (negli esemplari adulti) una mascherina scura, quasi nera, che si allarga ai lati del capo aiutandolo a mimetizzarsi. La schiena è rossiccia, la gola e il petto grigio chiaro, con sfumature che tendono al rosso, più variegate e scure nel maschio. Le piume delle ali e della coda sono screziate di nero. Il becco è grigio, le zampe molto scure.

Uccello insettivoro, si nutre di insetti e ragni, raramente integra con semi e bacche.

Nidificano tra aprile e luglio, il maschio trova il posto ideale per il nido, ci attira la femmina, ed insieme lo completano, il compito della cova, e dello svezzamento dei pulli è compito esclusivo della femmina, il maschio nel frattempo si cerca un'altra femmina, per iniziare una nuova riproduzione.

Nidifica prevalentemente nelle regioni a Nord dell'Eurasia, dove ci siano corsi d'acqua ed ambienti palustri come cannetti, boschi di salici e pioppeti. In Italia abbiamo degli esemplari stazionari, ed altri che vengono a svernare.
 
E’ impressionante l’abilità del maschio nella realizzazione del nido, una struttura a forma di pera capovolta - con l’ingresso in basso - in genere appesa a un salice, costruita  servendosi delle infiorescenze della tifa, il giunco che cresce nelle aree paludose o ricche di acqua.  Questo rifugio risulterà fondamentale per attirare la femmina di turno, che qui poi resterà per portare a termine la covata. Ma se la femmina non troverà il nido abbastanza accogliente, questo verrà abbandonato.

Il pendolino deve il suo nome alla caratteristica forma a pendolo del suo nido. Il nido viene sospeso ed è formato da fibre vegetali ed animali intrecciate da filamenti di erba, dalla peluria dei semi di salice e pioppo, da lana di pecora e da filamenti di canne. Presenta dimensioni di cm.18/20 in altezza e cm.13/14 di larghezza. Le pareti hanno uno spessore di cm.3. Il tutto con un peso di gr.75/110. Generalmente viene collocato sui rami verticali di salice, pioppo, ontano e betulla. Oppure appeso su ramoscelli o in canneti in ambiente umido, in genere sulle rive di fiumi o acque salmastre, rive boscose vicino a paludi. In meno di 18 giorni viene costruito dal maschio e rifinito dalla femmina, allo stesso modo dei tessitori del genere ploceidae. La costruzione ha inizio con l'intreccio di lunghi filamenti che determina la formazione di un anello di cm.23 di diametro, armatura fondamentale per la costruzione delle pareti. Costruita poi la base il pendolino rifinisce la forma del nido somigliante sempre più ad una pera. Alzando la parete anteriore rifinisce il lavoro rimpicciolendo l'entrata tubolare che sporgendo all'esterno presenta dimensioni di cm. 4 x 6. La femmina finisce il tutto con molta lanugine. La curiosità riscontrata dagli ornitologi è la maniera di costruire il nido che possiede il pendolino del lago Neusield in Austria ai confini con l'Ungheria oltre a quella descritta. Infatti in questa zona il nido è composto nella stesso modo solo che invece di essere appeso è ancorato orizzontalmente tra le canne. Costruzione che assomiglia al nido della cannaiola (Acrocephalus scirpaceus) o del cannareccione (Acrocephalus arondinaceus). Anche in Kazakistan gli esemplari occidentali nidificano in nidi appesi sui rami alti degli alberi, viceversa gli esemplari orientali nidificano in nidi posti tra la vegetazione palustre. Tutto come in Europa.

La duplice soluzione della costruzione del nido sembra risalire a mutamenti socio biologici che la specie ha assunto durante la sua esistenza in questi territori. Per gli studiosi tutto è ancora da verificare inoltre per molti ornitologi l'attuale classificazione del pendolino non è esatta. Si crede che le specie orientali siano a se stanti. Considerando le differenti abitudini sociali molti ornitologi pensano che quest'ultima ipotesi possa esser realistica.


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L'ORTOLANO

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L'ortolano è un uccello dalle dimensioni piccole, dai 15 ai 17 cm di lunghezza per un peso di circa 25 grammi.
Le ali misurano 8,3 - 8,6 cm e ha un'apertura alare di 24 – 27 cm. Questi uccelli hanno nove penne remiganti primarie, la decima è poco sviluppata e difficilmente distinguibile dalle copritrici primarie.
Presenta le caratteristiche tipiche di tutti gli Zigoli quali: breve becco conico (9–13 mm), coda (6,5 cm) intaccata leggermente a “V” nella parte terminale.
Ha testa e alto petto verde oliva con gola, anello perioftalmico e mustacchi giallastri mentre il becco è rosato.
La parte superiore è bruna variamente sfumata con striature nerastre, il groppone e la parte della sopraccoda sono di colore bruno giallastro striato di bruno. Il timoniere, invece appare bruno nero con le piume centrali bordate di castano ed il paio esterno parzialmente marginato di bianco. La parte inferiore si distingue per un castano rossiccio e zone ascellari giallo pallido. Si distingue dagli altri Zigoli per le parti inferiori fulvo-rosate e la gola gialla.
Gli uccelli immaturi invece mancano delle tonalità verdastre; parti superiori castano rossiccio con diffuse striature bruno nerastre. Inferiormente si osservano: gola e petto bruno giallastro striato di nerastro; restanti parti inferiori bianco-sporco soffuso di rossiccio; fianchi striati. Becco bruno rosato, conico ed appuntito con “dente palatale” poco accentuato. Zampe bruno rosato, sottili e munite di unghiette alquanto ricurve.

Per quanto riguarda il dimorfismo sessuale, la femmina adulta ha le parti superiori più brunastre e scarso o nullo verde su capo. Inoltre, il verde manca anche sul collo ed alto petto, che sono striati di bruno nerastro. Parti inferiori da bruno caldo a castano rossiccio sbiadito con striature bruno nerastre.

L'indole dell'ortolano è prettamente tranquilla e schiva. L'uccello si manifesta solamente con il canto del maschio durante il periodo riproduttivo e successivamente è difficile l'individuazione in quanto si rifugia nella vegetazione. Si differenzia dagli altri Zigoli per il fatto di avere una tolleranza verso gli altri membri dei branchetti nel quale si riunisce, e verso i quali evita contese frequenti nelle altre specie della sua famiglia. Si adatta piuttosto bene alla cattività sebbene nei primi tempi, il suo comportamento diventi irrequieto, fatto che non gli impedisce di mangiare moltissimo. La maggior parte degli Ortolani ingabbiati, tendono ad ingrassare fortemente indipendentemente dalle dimensioni dell'aviario che li ospita. Si è verificato che, ad eccezione dei casi in cui questo “ingrassamento” sia favorito con ogni mezzo per scopi alimentari, nei restanti gli allevatori cercavano di escogitare diete atte ad evitare l'eccessiva pinguedine dei loro ospiti. Queste preoccupazioni fanno ormai parte di un passato remoto in quanto, salvo casi del tutto particolari, la vigente legislazione vieta la cattura, l'uccisione e la detenzione di questa specie. Come per molti altri uccelli, il canto dell'Ortolano presenta varianti geografiche («dialetti») anche all'interno della popolazione di una stessa Nazione.

L'alimentazione dell'Ortolano è simile a quella delle specie alle quali era accorpato prima delle diverse opere di classificazione. Gli Zigoli, come i Cardinalini e altri, sono infatti granivori. Tuttavia, a differenza degli altri passeriformi citati, questa specie è molto più selettiva riguardo ai semi con cui si nutrono, prediligendo quelli delle piante monocotiledoni. L'uccello sguscia i semi con l'aiuto della lingua e dei muscoli mascellari. La dieta è integrata da bacche e insetti (come altri piccoli invertebrati) con i quali viene maggiormente nutrita la prole appena nata.

L'ortolano è un migratore transahariano in quanto sverna nell'Africa sub-sahariana ad una latitudine compresa soprattutto tra i 5° ed i 10° N. Comincia gli spostamenti verso le regioni più calde alla fine del mese di Agosto e all'inizio di Settembre. La maggior parte degli avvistamenti di uccelli in svernamento riguardano le aree dell'Africa occidentale ed orientale. Piccole quote di uccelli svernanti sono state rinvenute anche in Arabia meridionale e l'Italia meridionale (Sicilia). Altri esemplari svernano poi nell'Asia sud-occidentale, trovandosi nel periodo riproduttivo in Asia Minore e Siberia Meridionale.

La maggior parte degli individui parte per nidificare, nel mese di Maggio ma altri arrivano nelle regioni più miti anche alla fine di Aprile. Queste regioni sono principalmente rappresentate da Europa, siberia meridionale e africa settentrionale; è degno di nota il fatto che l'Ortolano talune volte si spinga fino al circolo polare artico. L'esodo emigratorio avviene in piccoli gruppi generalmente composti da poche unità fino a circa una decina o isolatamente, sia nelle ore crepuscolari che in quelle diurne con una netta preferenza per le prime ore del giorno; col sole cocente lo spostamento si ferma. Il viaggio verso i luoghi di svernamento viene talvolta compiuto in unione ai Prispoloni conservando però una netta distinzione specifica attraverso gruppi omogenei.

Ha un volo agile ed elaborato negli spostamenti su corte distanze; sostenuto e leggermente ondulato sui percorsi più lunghi.

La migrazione dell'Ortolano avviene nel periodo di riproduzione. Esso infatti, spostatosi in Europa nella stagione calda, nidifica da Maggio a Luglio. Il nido viene costruito dalla femmina, e il maschio si limita ad osservarla e seguirla. L'ubicazione è varia, dipendendo dall'habitat scelto per riprodursi. Nel terreno spoglio, il nido viene costruito in piccole depressioni, che poi verranno ricoperte con erbe secche, mentre all'interno si trovano imbottiture di era e crini vegetali. Invece nei terreni coltivati, viene costruito ai piedi di piante che offrono riparo. L'Ortolano in ogni caso, rispetto agli zigoli (al quale è molto simile) ha una difesa più blanda del territorio, ciò rispecchia la sua natura tranquilla e pacifica.
L'ortolano ricopre la ecozona paleartica, è diffusa quindi in Europa, Asia e Africa settentrionale. In Europa il suo areale va dai 66° di latitudine nord al bacino del Mediterraneo, approssimativamente è compreso nell'area interessata dall'isoterma di Luglio dei 15/30°; non è presente come nidificante, nelle Isole Britanniche, Islanda ed altre isole mediterranee, salvo rare eccezioni.

È nota come specie migratoria transahariana, ciò significa che nella stagione invernale a partire dal periodo compreso tra la fine di agosto e metà settembre si trova in Africa subsahariana e in India dove si sposta per lo svernamento. Nella stagione più calda invece si può localizzare in Europa, e nelle regioni dell'emisfero boreale isotermiche, come Africa settentrionale e Asia minore dove arriva generalmente nel mese di maggio.

In Italia si comporta da estivante, ed è anche uno svernante irregolare per quanto riguarda questa regione, dove raramente si trovano esemplari che trascorrono anche l'inverno, come si è in verificato in Sicilia. La specie si riproduce irregolarmente tra le regioni del Nord e del Centro Italia dove compare fino al Molise ed alla Campania settentrionale. Si hanno invece sporadiche e limitate presenze nelle località montane più adatte della Basilicata e Calabria occidentali.

Gli ortolani amano le pianure, anche moderatamente rocciose, e zone aperte con eventuali presenze di boschetti e tratti cespugliati. Il suo habitat è piuttosto vasto in quanto ricopre anche i depositi alluvionali, gole, burroni e pendii ripidi. Inoltre frequenta, le aree coltivate dall'uomo, tranne quelle caratterizzate da agricoltura intensiva. Predilige, dunque, ambienti caldi e asciutti e sui rilievi montuosi si stabilisce preferenzialmente nel versante meridionale. Occupa infatti una fascia altitudinale molto vasta: dal livello del mare, fino ai 2000 m s.l.m. Costruisce nidi e si alimenta sul terreno (talvolta preferendo il riparo della vegetazione), ma lo si trova canticchiare anche su rocce, arbusti e talvolta sulle sommità degli alberi. È in forte declino come nidificante, attualmente non a causa della pressione venatoria (uccello protetto, che comunque emigra prima dell'apertura della caccia), ma dell'intensificazione dell'agricoltura che elimina le zone incolte come boschetti e siepi; non è stata accertata, invece, la diminuzione del successo riproduttivo.

Le zone europee maggiormente interessate dalla presenza dell'Ortolano sono: Bulgaria con 10.000-10.000 esemplari, Finlandia 150.000-200.000, Francia 10.000-23.000 Grecia 20.000-30.000, Polonia 60.000-120.000 recentemente molto numeroso come nel secolo scorso (Tomialoic', 1990), Svezia 25.000-100.000 Turchia 1.000.000-10.000.000 Russia 10.000-100.000, Spagna 200.000-225.000.
 
L'ortolano è un uccellino tanto raro (ed è un fatto) quanto gustoso (ed è un’opinione anche se di chef a tante stelle). Ma ora i pochi ortolani che rimangono sono loro malgrado al centro di un caso in Francia.
Da una parte c’è Alain Ducasse chef a capo di un impero da 1400 dipendenti e dall’altra ci sono animalisti e non solo. L’oggetto del contendere è semplice: Ducasse e altri tre grandi chef con lui chiedono che si possa cucinare e servire l’ortolano. Animalisti dicono assolutamente no.
Al momento la legge è con questi ultimi: l’ortolano è specie protetta. Anche perché in Francia se li sono letteralmente mangiati quasi tutti. Così dal 1999 è tassativamente proibito catturarli e servirli a tavola anche in Francia. Provvedimento che in Europa risale addirittura a 20 anni prima. C’è il mercato nero, con prezzi in media da 150 euro a uccello, ma è altra storia.

Lo zigolo ortolano, tale è il suo nome completo, è una preda ambita perché rara e difficile da catturare e la cui caccia è vietata.

In Francia, da Luxey a Pontonx ed a Magescq, la cattura degli ortolani con le matoles, delle piccole gabbie-trappola fabbricate in casa con un po' di rete, del filo di ferro e molta "esperienza", è una tradizione.

Gli uccelletti, che passano dalla metà agosto sino alla fine del mese di settembre, quando i primi colombacci sono segnalati qui o là, dopo catturati sono debitamente ingrassati.

Si consumano in famiglia o tra (molto buoni) amici, poiché si tratta di un piatto prelibato.

"Non ha importanza se è appena un piccolo bocconcino, dicono i cacciatori, l’importante è che se ne abbia qualcuno da sgranocchiarne per le feste di fine anno."

Questa caccia è dunque vietata ed un tempo la federazione dipartimentale dei cacciatori del Landes autorizzava alcuni cacciatori di ortolani del dipartimento, a cacciare a partire dal 16 agosto fino a fine settembre (grosso modo).

A condizione di rispettare alcune norme, si trattava dunque di una tolleranza riservata alle aziende agricole.

Queste non dovevano installare più di 80 matoles.

Dovevano, inoltre, utilizzare soltanto ortolani come richiami.
Un cacciatore non agricoltore non poteva dunque improvvisarsi cacciatore di ortolani.

Un impianto era composto da 15 a 20 matoles disposte in linea sino a formare un quadrato attorno ad una gabbia con il richiamo.

Questa era protetta dai predatori da una seconda gabbia ed in ogni matole (la trappola che prende l'ortolano vivo), lo zigolo veniva attirato inizialmente dai richiami, dirigendosi in seguito verso i grani di miglio, diffusi sotto ogni matole.

Beccando, l'uccello sposta il gambo di ferro che trattiene la piccola gabbia e resta imprigionato.

Un'altra gabbia di richiamo è sospesa ad una pertica, essa stessa piantata tra 2 giovani pini morti. È destinata ad invitare gli ortolani a porsi inizialmente sui rami nudi, prima di scendere al suolo.

In questa caccia, tutto si giocava nella scelta della posizione dell'impianto (gli ortolani hanno le loro vie di passaggio), nella preparazione dei matoles, delle gabbie e nella preparazione del terreno.

Il cacciatore di ortolani visitava le sue matoles molte volte al giorno poiché i predatori (becchi diritti, piccoli carnivori, cani e gatti erranti, passeggiatori male intenzionati...), il sole o ancora la pioggia, rischiavano di far morire per insolazione o di annegare gli uccelli catturati.

Questi passavano da 14 a 18 giorni in una gabbia d'ingrassamento in cui erano esclusivamente nutriti di miglio bianco.

Diventati grassi "a bacon", gli ortolani si uccidevano annegati dentro un bagno di Armagnac.

Una trentina di uccelli catturati, erano il massimo per un impianto (ed una stagione).

La commercializzazione era vietata.

Prevedendo una fine imminente per un cancro alla prostata, si dice che il 31 Dicembre 1995 il presidente francese Francois Mitterand abbia organizzato un’ultima cena che comprendeva 4 specialità:

1- Ostriche Marennes
2- Foie gras
3- Cappone arrosto
4- Ortolani

Anche se la caccia è vietata la sua carne è talmente prelibata che spesso la legge viene ignorata.

Il metodo di preparazione tradizionale prevede di accecare gli ortolani in modo che si rimpinzino, nell’affogarli nel Cognac (anche se nel 1873 Alexandre Dumas padre scrisse di usare l’aceto) e infine arrostirli.

Tradizione vuole che ogni persona mangi un solo ortolano, ma pare che in occasione di quest’ultima cena Mitterand ne abbia mangiati 2, e si dice sia stato l’ultima cosa che abbia mangiato prima di morire, una settimana dopo.



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IL SUCCIACAPRE

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Il succiacapre è un uccello delle dimensioni di un merlo, o poco più, con una testa grande, piatta e molto corta ma un becco molto largo circondato da una peluria (le filopiume che servono alla cattura degli insetti in volo) alla base del becco. Le zampine corte con il loro dito medio allungato sono quasi invisibili nel corso di un'osservazione da campo. Il piumaggio, molto mimetico sul terreno, ha toni bruni e grigi, con striature più chiare e chiazze più scure. Le ali sono eccezionalmente lunghe tuttavia anche piuttosto strette; nel maschio sono presenti delle macchie bianche nelle ali ed anche l'apice delle timoniere esterne della lunga coda sono bianchi mentre quelle centrali sono di colore scuro nero e marrone. Nelle femmine mancano le caratteristiche distintive alle ali e alla coda. Durante il volo l'uccello appare significativamente più grosso e d'aspetto falchiforme. Le differenze tra le sottospecie non sono evidenti. Le specie del sud e del sud-est sono un po' più piccole e più chiare nella colorazione del piumaggio e meno ricche di contrasto. Le sottospecie dell'Asia centrale assomigliano molto invece alla forma nominale.

La presenza della specie territoriale nel terreno di cova viene constatata soprattutto dal suo canto. Può essere paragonato al rumore di un motorino in lontananza; canta a lungo al crepuscolo e di notte. Questo crepitio variabile per altezza delle note e per intensità di timbro in caso di grande agitazione da un quoorrooorrrorrr... ad un erreeerreerrreerrreeerr... Se si interrompe improvvisamente si possono udire a volte anche dei diiieüüh molto tirati e a volte molto alti e percepire dei battiti di ali molto forti. Si possono sentire anche dei battiti di becco soprattutto durante la caccia agli insetti.

Le strutture dell'habitat del succiacapre sono molto varie, tuttavia sono sempre ambienti aperti, asciutti e dal clima temperato con un'offerta sufficiente di insetti volanti notturni. In Europa i suoi ambienti preferiti sono le brughiere e le praterie asciutte, ama abitare anche lecceti leggeri e sabbiosi con grandi superfici aperte, in zone soggette a disboscamento come in territori soggetti all'azione del vento. Compare inoltre anche in zone aperte rocciose e sabbiose della macchia mediterranea, occasionalmente anche in zone di dune poco folte. Nell'Europa centrale le zone vitali secondarie come i poligoni di tiro militari o le superfici minerarie a cielo aperto mostrano le più grandi densità di esemplari. Generalmente il succiacapre è una specie che preferisce abitare gli avvallamenti e che tuttavia cova fin nell'ambiente subalpino in caso di offerta alimentare favorevole. Nei territori di diffusione asiatici la specie è regolarmente avvistata a 3000 m di altezza, nei terreni di svernamento addirittura ai margini del confine della neve a 5000 metri di altezza. Per quanto siano soddisfatte le richieste fondamentali che la specie sistema sul luogo di covata, il succiacapre non evita la vicinanza dell'uomo. I territori marginali di piccoli insediamenti sembrano avere addirittura una particolare attrattività.

Si orienta essenzialmente con gli occhi. È attivo nei territori sia di svernamento sia di cova e caccia di notte e al tramonto. Passa il giorno sul terreno, spesso con testa e zampe ritratte, o appiattendosi sui rami. Nella parte finale del volo atterra come un picchio muratore, direttamente sul tronco.

Si nutre degli insetti più disparati, fra cui vengono preferite le specie più grandi e dalla cuticola più morbida (Lepidotteri), ma non disdegna i Coleotteri. La preda è catturata per lo più in volo, procedendo a becco spalancato, più raramente cacciando da un posatoio.

Volo leggero e vivace; si fa portare dal vento o sobbalza con rapidi e profondi battiti alari. A volte si libra facendo lo "spirito santo" come ll gheppio.

Il succiacapre conduce un legame con un partner di covata stagionale. Perlopiù la specie cova soltanto una volta all'anno, tuttavia se si giunge ad una seconda covata si tratta quasi sempre di una Schachtelbrut. Le due uova vengono deposte senza alcuna attività di nidificazione su un sottosuolo privo di vegetazione e asciutto e covato quasi esclusivamente dalla femmina per circa 18 giorni. Il periodo di cova mentre uno dei due genitori nutre la prole dura meno di 20 giorni. Le seconde covate vengono coadiuvate non raramente da un maschio non accoppiato che viene tollerato dall'occupante del territorio. Gli uccelli giovani se ne vanno perlopiù senza particolari voli di dispersione in direzione del territorio di sviluppo puberale dopo la propria autonomizzazione.

Nel suo intero territorio di sviluppo il succiacapre è un uccello migratore obbligato che emigra nella maggior parte dei casi solo (più raramente in piccole comunità di volo). È un migratore di fronte ampio e perciò oltrepassa le Alpi, il Mediterraneo e il Sahara, oppure i territori stepposi e desertici dell'Asia centrale senza strategie di deviazione. Gli uccelli europei abbandonano i loro terreni di covata soprattutto a settembre, gli uccelli giovani poco dopo essere diventati volucri.

I territori di svernamento principali vanno dal Sudan meridionale e si estendono fino al Sudafrica, potendo visitare biotopi e livelli di altitudine più diversi, purché ci siano a disposizione abbastanza superfici aperte per la caccia. Anche nell'Africa occidentale si incontrano succiacapre a partire dal Sahel meridionale verso sud fino al golfo di Guinea, tuttavia in misura minore. Anche le sottospecie asiatiche sembrano preferire i territori di svernamento in Africa meridionale e orientale. Un piccolo numero di uccelli della Siberia orientale sverna già nell'India nord-occidentale o nel Pakistan nordorientale.

Nel terreno di cova i primi succiacapre non giungono prima di metà aprile e la maggior parte ritorna nel proprio luogo originario solo nella prima o nella seconda decade di maggio.

Come per altri cacciatori di insetti le popolazioni di succiacapre sono fortemente diminuite in ampie parti d'Europa. Per questo nei terreni di cova sono responsabili soprattutto la distruzione degli habitat e l'ulteriore impiego di pesticidi: ma anche nei territori di svernamento il crescente impiego di pesticidi sembra avere un effetto ampiamente dannoso. In alcune regioni si presenta tuttavia soprattutto negli ultimi anni un rilassamento significativo dovuto allo sfruttamento di ambienti vitali secondari. A livello europeo la specie è stata classificata come D (declining). In Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Austria il succiacapre appare sulla Lista rossa delle specie in pericolo.

Il nome strano di questo uccello si rifà ad un'antica tradizione popolare per cui si ritiene che l'uccello succhi dalle mammelle degli animali al pascolo. Questa opinione può essere nata dal fatto che vicino a capre, vacche e pecore si vedevano spesso volare succiacapre quando si spingevano gli animali nelle stalle. La presenza degli uccelli tuttavia non ha niente a che fare con il latte degli animali, ma con gli insetti che succhiano il sangue che questi attirano.

Come i picchi a loro imparentati i succiacapre possono cadere in una condizione di ipotermia in caso di mancanza prolungata di nutrimento. Questo sonno provocato dalla fame finalizzato al risparmio di energia viene scatenato sempre dalla mancanza di cibo e quindi quando subentra una perdita di peso. Alcuni parenti nordamericani, come ad  il Poorwill, Phalaenoptilus nutalli, hanno sviluppato quest'adattamento in modo che si può parlare di una condizione simile al letargo.

Il canto costante e crepitante del succiacapre, unito alle sue abitudini notturne obbligate, ne hanno fatto un archetipo di animale "maledetto" nelle leggende popolari. In particolare, nel Nord America, esso è considerato un vero e proprio psicopompo, cioè uno spirito in forma di animale che ha il compito di prelevare le anime dei moribondi per portarle nell'aldilà. È in questa chiave di lettura che viene ritrovato, a stormi (succiacapre di Nuttall o succiacapre sparviero comune) nel racconto L'orrore di Dunwich di H.P.Lovecraft.


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L' OCCHIOCOTTO

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L'occhiocotto è lungo circa 14 cm con un piumaggio caratterizzato da un colore grigio-nero nelle parti superiori e da un bianco-rosso in quelle inferiori. Il capo è nero vellutato, la gola è bianca, le palpebre sono di un color mattone nude e gonfie.Grande poco meno di un passero, con becco sottile, ali brevi e coda ad apice arrotondato, presenta un colorito prevalentemente grigiastro. Il maschio è identificabile grazie ai margini della coda bianchi (assenti nella comune capinera) e soprattutto al cappuccio nero esteso fin sotto gli occhi su cui spicca l'anello perioculare rosso che ne ha suggerito il nome italiano; la femmina, e soprattutto i giovani, presentano una livrea meno contrastata e possono più facilmente essere confusi con altri piccoli passeriformi.

È presente nel bacino del mar Mediterraneo fino alla Turchia e al mar Caspio. In Italia è stanziale e nidificante, molto localizzato lungo le coste e nelle regioni settentrionali, ma sono note popolazioni migratrici provenienti dall'Africa che transitano sulla penisola.

Grazie al becco piuttosto sottile si ciba facilmente di una grande quantità di prede – dai ragni alle larve di numerosi insetti - ma anche dei frutti che abbondano nel suo habitat, dai fichi all’uva, senza disdegnare diverse tipologie di semi.
Comincia a fine marzo per l’Occhiocotto il periodo della riproduzione. La femmina depone 3 o 4 uova nel nido che solitamente viene posizionato tra i cespugli e la vegetazione di sottobosco delle aree costiere. L’incubazione, che coinvolge sia il maschio che la femmina, non supera le due settimane. I pulcini, nutriti solamente dalla madre, resteranno poi nel nido in media 11 giorni prima di spiccare il volo.


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IL SALMERINO ALPINO



Il salmerino alpino è un pesce appartenente alla famiglia Salmonidae.

Si hanno due gruppi di popolazioni: anadrome e stanziali. Le forme migratrici anadrome sono diffuse in tutto l'Oceano Atlantico settentrionale fino alla Norvegia, all'Islanda ed alla Groenlandia, mentre le forme dulcacquicole (considerate relitti dell'epoca glaciale) sono diffuse, tra l'altro, in Scozia, Irlanda, Scandinavia e nelle Alpi. È assai diffuso nell'arco alpino, in particolare in Trentino ed in Lombardia (Valtellina ed in Alta Valtrompia), nel Lago Maggiore ed in numerosi laghetti d'altura ad altitudini fino ai 2600 m. Si trova anche, più raramente, nei torrenti e nei fiumi di montagna.

È molto simile alla trota comune, ma ha alcuni inconfondibili segni di riconoscimento, soprattutto per quanto riguarda la livrea:
pinne ventrali, pettorali ed anale con bordo anteriore di color bianco vivo;
dorso verde oliva con macchie più chiare (nelle trote delle varie specie le macchie sono più scure);
durante il periodo riproduttivo il maschio ha tutte le pinne inferiori ed il ventre di color rosso sangue.

La riproduzione avviene in inverno tra novembre e gennaio, in profondi fondali con substrato sabbioso o ghiaioso. Le uova schiuderanno in maggio-giugno.

Il salmerino alpino è un grande predatore: si nutre di pesci (soprattutto sanguinerole), insetti e loro larve, crostacei e invertebrati.

La pesca è simile a quella della trota. Anche le carni sono simili, ma spesso maggiormente apprezzate (specie sui laghi)..


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giovedì 19 marzo 2015

IL SALMERINO DI FONTE

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Il salmerino di fonte è un pesce appartenente alla famiglia Salmonidae.
Questo salmonide è originario delle acque fredde e temperate del Nordamerica, principalmente lungo le coste Atlantiche canadesi, ma essendo anadromo, è diffuso anche nei Grandi Laghi, nonché nel bacino del Mississippi, fin oltre la sua foce.
Verso la fine del XIX secolo questo pesce è stato inserito nelle acque europee per la pesca, spesso con risultati dannosi per gli ecosistemi autoctoni.
In Italia è presente nelle acque alpine, fluviali e lacustri, di Val d'Aosta, Lombardia, Trentino e Alto Adige. Solo in alcuni laghi e torrenti si è ben acclimatato, tanto da costituirne la principale specie. Nei fiumi alpini dove ha trovato un habitat congeniale popola le acque dei torrenti posti nella fascia altimetrica più alta, in acque che mantengono una temperatura molto bassa durante tutto l'anno (fascia superiore della Zona dei Salmonidi), si adatta anche ai laghi alpini molto freddi. È resistentissimo alle basse temperature tanto da popolare perfino i laghetti formati dalle acque dei ghiacciai.
In Nord America alcune popolazioni vivono in mare ed hanno sviluppato abitudini anadrome.

Il Salmerino di fontana ha la forma tipica dei Salmonidi: corpo allungato ma muscoloso, adatto ad acque turbolente e a movimenti veloci. La testa è allungata, con mascelle forti e sviluppate in ampiezza. Il dorso appena incurvato, sulla cui cima si innesta la corta ma robusta dorsale. La pinna caudale è ampia e a delta.
La livrea è varia, ma definita: fondo verdastro, fittamente marezzato da macchie circolari gialle, che sul dorso sono unite tra loro. Linea laterale ben visibile; al di sotto di essa sono presenti anche numerose macchie rosso carminio. La pinna dorsale, così come l'adiposa e la caudale sono verdi macchiate di giallo; le pettorali, l'anale e le ventrali sono rossastre orlate di bianco e di nero.
Raggiunge dimensioni considerevoli, per un pesce di fiume europeo: 80 cm per 9-10 kg di peso.

È un vorace carnivoro, si nutre praticamente di ogni piccola creatura che gli capita a tiro: piccoli mammiferi, anfibi, pesci, crostacei, insetti e invertebrati.

Il Salmerino di fontana è una preda molto ambita dai pescatori, sia per la qualità della sua carne, sia per l'alto valore commerciale. La pesca sportiva avviene con le stesse modalità della pesca alla trota, le tecniche più praticate sono la pesca a mosca, lo spinning e la pesca al tocco.
Le carni sono assai apprezzate, al pari con quelle della trota.

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