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mercoledì 28 ottobre 2015

LA ROSA DI GERICO

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La rosa di Gerico (Anastatica hierochuntica) è una pianta della famiglia delle Brassicaceae, unica specie del genere Anastatica.

Il nome è dovuto dal fatto che è originaria del Medio Oriente. In altre lingue è anche conosciuta come rosa di Fatima.

È una piccola specie erbacea che raramente cresce più di 15 centimetri, produce piccoli fiori bianchi.

Il ciclo vitale di questa specie annuale si conclude all'inizio della stagione secca, quando la pianta disidratandosi ripiega i rami in una massa sferoidale compatta. Questo protegge i semi e ne previene una dispersione prematura. I semi dormienti possono rimanere vitali per anni. Quando bagnata, i rami si allargano e i semi vengono dispersi dalla pioggia battente. Nel giro di poche ore questi germogliano e danno vita alla nuova generazione. Il processo di ripiegamento e distensione dei rami è completamente reversibile e può avvenire molte volte. Dato il ciclo annuale della pianta, questa muore all'inizio della stagione secca, non comportandosi come la vera "pianta della resurrezione". La Selaginella lepidophylla è una felce, non una brassicacea come la vera Anastatica hierochuntica L. Questa confusione è dovuta alla sua originaria diffusione fatta dai crociati che per primi portarono in Europa queste piante.

La specie è diffusa nel Nord Africa, Asia minore e Israele.



La falsa rosa di Gerico (Selaginella lepidophylla Spring), è una specie di licopodiofita della famiglia delle Selaginellacee, originaria del deserto di Chihuahua, in America centrale. Viene spesso confusa con Anastatica hierochuntica, la vera rosa di Gerico.
La S. lepidophylla è una pianta che si è adattata a sopravvivere alle condizioni di prolungata siccità del suo ambiente naturale tramite un interessante strategia fisiologica: anziché modificare il proprio metabolismo, cercare di trattenere acqua durante il giorno e assorbire quanta più umidità possibile durante la notte, lascia che i propri tessuti si secchino (per disidratazione) e induce durante tale processo dei meccanismi fisiologici di resistenza a percentuali di umidità molto basse (fino al 5%). Quando l'umidità del terreno e dell'aria torna a salire, anche dopo molto tempo da quando si è appassita, questa pianta è in grado di reidratarsi e recuperare perfettamente le proprie capacità fotosintetiche e di crescita. Piante di questo tipo sono state chiamate 'piante della resurrezione' (ne esistono circa 330 specie conosciute in tutto il mondo e capaci di simili adattamenti). Non sempre però le piante della resurrezione riescono a 'risorgere': nel caso della falsa rosa di Gerico, se la disidratazione è stata troppo rapida, o in caso di un'alternanza irregolare di condizioni di siccità e umidità, la pianta non ha il tempo di prepararsi a dovere a resistere allo stress idrico a cui è sottoposta. Allo stesso modo le capacità di seccarsi e riprendere a vivere possono scemare nel tempo e la pianta, dopo decine di volte in cui riesce ad alternare il disseccamento e la crescita vegetativa, muore.




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sabato 1 agosto 2015

IL SALE



L’uso del sale ha origini antichissime: 10.000 anni fa, nel Neolitico, con la nascita dell’agricoltura si modificò profondamente lo stile di vita dell’uomo. Il cambiamento nell’alimentazione che derivò dall’ampio consumo di cereali coltivati (poveri di sale), ma soprattutto la necessità di conservare a lungo, mediante salatura, le derrate alimentari deperibili (carne e pesce), rese necessario il diffuso utilizzo del Cloruro di Sodio.

E, dunque, nel Neolitico che il sale entrò a far parte dell’alimentazione umana principalmente come conservante. Solo in epoche successive, infatti, si determinò quel cambiamento del “gusto” che lo rese indispensabile come “sapore” e lo introdusse nella preparazione e nella cottura dei cibi.

Il sale divenne, quindi, un bene di prima necessità che poteva venire estratto in forma solida dai depositi di salgemma o ricavato attraverso la cristallizzazione di acqua salata. Il controllo della sua produzione costituì un obiettivo primario per le comunità più antiche che si arricchirono con tale commercio, paragonabile a quello dell’ossidiana, dell’ambra e, in periodi più recenti, delle spezie e della seta.

Le popolazioni che abitavano lungo le coste europee in età pre-protostorica producevano limitate quantità di sale facendo bollire l’acqua di mare sino ad ottenere la cristallizzazione ed il deposito del cloruro di sodio.

Successivamente comparve un metodo di produzione più intensivo: quello delle grandi saline ad evaporazione solare. L’acqua marina, raccolta in grandi vasche artificiali disposte in prossimità dei litorali, evaporava naturalmente permettendo così la concentrazione del cloruro di sodio.

Estese saline di questo tipo sono note presso le popolazioni italiche, ma furono sicuramente i Romani a fare della produzione del sale una vera e propria industria di cui detenevano il monopolio. Tale industria era strettamente legata a quella delle conserve salate di pesce, tra le quali eccelleva il garum.

Nel I secolo dopo Cristo il sale era ormai parte della cultura romana: Plinio, infatti, afferma (Naturalis Historia XXXI, 88) che non era possibile concepire una vita civilizzata senza di esso.

Come ricordano le fonti antiche ampie zone delle coste italiane erano occupate da impianti per la produzione del sale; i più importanti furono, probabilmente, quelli situati vicino Roma, in prossimità delle foce del Tevere. Si tratta delle saline di Ostia e di quelle, di origine etrusca, collocate presso la moderna Fiumicino e note nell’antichità con il nome di Campus Salinarum Romanarum.

Ben nota è anche la strada che proprio dal sale prendeva il suo nome, la Via Salaria, attraverso la quale questo prodotto giungeva da Roma sino alle zone più interne della penisola.

Il sale, dunque, condizionò profondamente lo sviluppo delle società antiche; la sua centralità nella vita dell’uomo è largamente testimoniata nella letteratura, nella mitologia e nelle religioni. Valga per tutti un passo del Discorso della Montagna in cui Gesù, rivolgendosi agli Apostoli, dice ”Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?” (Matteo 5,13).
L’uomo per il timore di dover soffrire la fame ha sempre cercato di conservare i cibi il più a lungo possibile, per questo molti degli alimenti facilmente deperibili, formaggio, carne, pesce e verdure, venivano cosparsi di questa sostanza.
Importanti indicazioni sull'utilizzo del sale si hanno già nelle prime civiltà stabili: sumerica, egiziana, cinese (3000 a.C.), ittita ed ebrea (2000 a.C.). La storia dei popoli mediterranei si identifica con la storia del sale, elemento ritenuto più prezioso dell'oro.
I Romani utilizzavano questa sostanza nelle offerte votive fatte agli dei, la assumevano come farmaco oltre ad impiegarlo nell’arte della salagione. L'importanza del sale presso i Latini, chiamato "sal", è anche testimoniata da alcuni termini contenti la stessa radice: "salve" usato quando dovevano augurare a qualcuno un'ottima giornata, "salus" (salute), "salubritas" (sanità) e “salario” la razione di sale ricevuta come paga dai soldati insieme con i viveri.
Durante il Medioevo il sale continuò ad essere ritenuto merce preziosissima, le gabelle applicate su di esso passarono dal 2,5% dell'età Imperiale al 20%, e l'Italia divenne il centro del suo commercio.
Numerose furono le valenze simboliche che la sostanza acquisì in questa epoca:
-fedeltà e stabilità se impiegata nei “patti di sale” dove con il suo scambio si stringevano accordi matrimoniali ed economici;
-metodo di purificazione dal demonio, se il sale veniva asperso durante battesimi, benedizioni o esorcismi, di uomini e animali;
-indice di malaugurio se la sostanza cadeva sulla tavola, perchè considerata preziosissima.
Secondo l'esegesi biblica il sale rappresentava l'intelligenza illuminata dello spirito e degli apostoli, in ricordo di Cristo che nel Sermone della montagna chiamò i suoi discepoli "sale della terra".
Anche nelle ricette del Platina il sale era la sapienza del cibo: "La cucina ha bisogno di sale affinché le vivande non siano insipide. Definiamo infatti insulsi gli uomini stolti e sciocchi perché non hanno sale, vale a dire sapienza".
Oggi in Italia, come in molti altri paesi europei, assumiamo una dose doppia quotidiana del sale necessario al nostro corpo per l'aumento del consumo di prodotti alimentari industriali che ci spingono ad assuefarci al salato ricercandone sempre dosi maggiori (alto contenuto di sale fatto anche per esaltare il gusto, dalle salse ai dolci, ed incentivare il consumo di bevande).
Evidenziato l'aspetto salutistico vogliamo adesso segnalare che grazie ad un'importante lavoro di ricerca fatto dagli chef i gourmet possono degustare differenti tipi di sale accompagnati alle pietanza.
Due le grandi distinzioni del sale da cucina in base alle fonti di raccolta:
-il mare, dal quale si ricava per evaporazione;
-il suolo da cui si estrae la salgemma.
Indipendentemente dalla provenienza possiamo avere:
-sale raffinato, sottoposto a numerosi lavaggi e trattamenti è il più usato ed economico;
-sale integrale, più pregiato e ricco di oligoelementi.
Abbiamo poi i sali: iposodici (carenti in sodio adatti ipertensione) e iodati (addizionati di iodio per chi ha problemi tiroide). Infine da non dimenticare i sali elaborati: ossia affumicati o addizionati di erbe e spezie.
Le nostre eccellenza italiane, già presenti dall'antichità ed esportate in molti paesi dell'Impero romano, arrivano dalle saline di Trapani e Cervia. Qui il sale integrale coltivato e raccolto a mano ha sempre rappresentato una fonte di prosperità per la comunità. Ancora oggi, è un'emozione profonda stare di fronte a queste distese di acqua, increspate dal vento che evaporando al sole si trasformano nelle candide superfici di sale che poi gli uomini accumulano a mano in tante piccole piramidi.
Non c'è differenza di qualità tra il sale grosso e quello fino, quella che cambia e solo la macinatura: in genere quello fino si usa per salare direttamente i cibi, mentre quello grosso per bollire e fare le preparazioni in crosta. Tra le eccezioni ghiotte citiamo l'uso del sale grosso a fine cottura sulla bistecca alla fiorentina che genera una piacevole croccantezza quando lo si percepisce in bocca.
Tra il sale economico che troviamo al supermercato e i sali pregiati di alto prezzo ci sono differenze sostanziali legate alla purezza e all'assenza di agenti inquinanti. I sali economici subiscono vari trattamenti e qualcuno li chiama “morti” perché perdono gli oligoelementi. I sali naturali integrali mantengono inalterate le proprie caratteristiche legate alla roccia o al mare di coltivazione. Un'eccellenza assoluta è il Fiore di sale, raro, pregiato e delicato, che si cristallizza sulla superficie dell'acqua sotto l'azione del sole e del vento.


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Le vie del sale erano gli antichi percorsi e rotte di navigazione utilizzati anticamente dai mercanti del sale.

Non esisteva un'unica via del sale: i vari popoli emiliani, lombardi e piemontesi avevano ognuno la propria rete di sentieri e collegamenti per portare le merci, principalmente lana e armi, verso il mare e recuperare lì il sale, allora prezioso per la conservazione degli alimenti nel lungo periodo. La produzione di formaggio e di insaccati, la conservazione della carne, del pesce e anche delle olive necessitavano di elevate quantità del pregiato elemento. Ma anche attività artigianali come la concia delle pelli e la tintura richiedevano l'uso di sale.

Mettendo in comunicazione la pianura padana con la Liguria o i territori francesi della Provenza si permetteva il commercio di questo materiale prezioso, che era di difficoltoso reperimento nelle regioni del Settentrione, lontane dal mare.

Le vie del sale emiliane percorrevano la val Trebbia e la val di Taro.
La via del sale lombarda seguiva tutta la valle Staffora (provincia di Pavia), percorreva il crinale che divide la val Borbera (provincia di Alessandria) dalla val Boreca (provincia di Piacenza) passando per il monte Antola per scendere in val Trebbia, a Torriglia, punto di incontro con i tracciati piemontesi ed emiliani, e da lì raggiungeva agevolmente Genova.
Una delle vie del sale piemontesi metteva in comunicazione il territorio saluzzese con il Delfinato e la Provenza, in Francia, attraverso il tunnel del Buco di Viso.
L'asse sud-nord utilizzava i valichi alpini e permetteva al sale che transitava sul territorio italiano di superare le Alpi: ne è un esempio lo Stockalperweg che, da Domodossola, risaliva la val Bognanco, superava il passo del Sempione e scendeva a Briga, nel Cantone Vallese (Svizzera).
Dopo la caduta dei Longobardi ad opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i feudi imperiali con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare; assegnò questi territori a famiglie fedeli che dominarono per secoli questi feudi, controllando le vallate e garantendo, in cambio di gabelle, la sicurezza dei convogli.

Il trasporto su terreni accidentati veniva effettuato a dorso di mulo poiché le strette e disagevoli mulattiere che si inerpicavano sui pendii e nelle valli non permettevano il passaggio di carri.

Dove possibile, nella pianura, si preferiva effettuare il trasporto per via fluviale per limitare i costi, mediante grandi chiatte che arrivavano a trasportare anche 60 tonnellate di sale per carico. Nel Vallese, per facilitare il trasporto del sale venne addirittura costruito un canale, il canale Stockalper, nella valle del Rodano.

Oggi le vie del sale, perso il loro valore commerciale, sono divenute meta di escursioni e trekking, snodandosi in ambienti integri e di particolare interesse naturalistico.



Il sale rosa dell'Himalaya è ben diverso dal comune sale da cucina, che è costituito essenzialmente da cloruro di sodio. Il sale himalayano è puro, molto antico, privo di tossine e di sostanze inquinanti che possono contaminare le tipologie di sale che provengono da mari e oceani.

Il sale rosa sull'Himalaya è conosciuto anche come "oro bianco". Si tratta infatti di una risorsa davvero preziosa. E' ricchissimo di sali minerali, che invece sono del tutto assenti nel sale da cucina. Ne contiene più di 80, tra i quali troviamo soprattutto il ferro. Il caratteristico colore rosa è dovuto sia all'elevata presenza di tale minerale, sia al fatto che questa speciale varietà di sale non viene sottoposta ad alcun trattamento sbiancante.

Il sale rosa non è raffinato e non viene trattato con alcun procedimento chimico. Il sale Himalayano è incontaminato: quando viene estratto, risulta puro proprio come quando si era depositato nel suolo migliaia di anni prima. Il nostro intestino lo assorbe meno e il suo gusto tende a valorizzare il sapore dei cibi senza coprirlo.

L'impiego di sale rosa dell'Himalaya, in sostituzione del comune sale da cucina, limita il rischio di ritenzione idrica e di ipertensione, poiché il suo contenuto di cloruro di sodio è decisamente ridotto. Vi sono poi numerosi benefici che possono derivare dall'uso alimentare del sale rosa dell'Himalaya:
controllo dei livelli di acqua presenti nell'organismo e loro regolazione in modo da garantirne il corretto funzionamento.
promuovere un equilibrio stabile del pH a livello delle cellule, cervello incluso.
aiutare la riduzione dei comuni segni di invecchiamento.
promuovere un miglioramento della capacità di assorbimento degli elementi nutritivi presenti nel cibo lungo l'intestino.
supportare la respirazione e la circolazione.
ridurre i crampi.
accrescere la forza delle ossa.
promuovere la salute dei reni rispetto all'uso del comune sale da cucina.
favorire un sonno migliore e regolare.
offrire un aiuto naturale in più dal punto di vista del desiderio sessuale.


Tradizioni e superstizioni riportano che rovesciare il sale sia presagio di sfortuna.

Questa leggenda nasce per il valore che un tempo possedeva, considerato merce rara e articolo di lusso; derrata con la quale i soldati venivano retribuiti e dunque all’origine della parola “salario”. Si dice che i vincitori usavano spargerlo sul terreno dei vinti, per sottolineare il loro trionfo.
Il sale era anche uno dei pochi metodi di conservazione degli alimenti fino al 1700 e grazie alle sue proprietà veniva utilizzato per prevenire carenza di sodio e potassio. Di conseguenza farlo cadere equivaleva a un grande danno e alla perdita di un’importante risorsa.

Una storia, forse inventata ma che spiega bene come sia nata questa superstizione, narra che il sale veniva offerto agli ospiti in segno d’amicizia, posizionato in una coppa al centro della tavola. Un giorno, un invitato inavvertitamente la rovesciò e il padrone di casa si arrabbiò al punto che lo uccise. Inoltre nel dipinto “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci si vede del sale rovesciato sulla tovaglia, il giorno dopo Gesù fu tradito da Giuda.

Il sale è anche un simbolo sacro. Non si dice forse che il diavolo offre sempre pietanze senza sale? Questo perché il sale esorcizza il male, ma anche perché il sale, grazie alle sue proprietà cicatrizzanti e disinfettanti permette di tener lontano il malocchio.

Per evitare la iattura, si dice occorra prendere un pizzico del sale versato e gettarselo dietro la spalla sinistra. È sempre meglio non sfidare la sorte!

Il sale è un alimento che serve a dare un sapore a molte pietanze, a molti piatti. Pensiamo al sale grosso che si mette nell'acqua della pasta mentre bolle, pensiamo al sale che vien messo sulla carne, a quello che viene messo in preparati come la maionese, il sugo, il pane, ecc...

Quindi il sale sembra davvero essere un alimento indispensabile per dare sapore ad altri molti alimenti che altrimenti sarebbero insipidi. Per questo il primo significato del sale nei sogni è da ricollegare proprio a ciò. Il sale può riferirsi alla necessità di dare vita a nuovi progetti o meglio di rinnovarli, di mettere in campo nuove idee per rinnovare la propria esistenza. Quando sogniamo di assaggiare del sale siamo di fronte alla necessità di cambiare qualcosa nel nostro atteggiamento, di dare una svolta positiva al nostro cammino di vita, di migliorare alcuni aspetti del nostro quotidiano. Ad esempio potremmo cambiare lavoro, potremmo migliorare le condizioni di lavoro per quello che già abbiamo. Insomma, come si dice, "mettere un po' di sale alla vita".

Soprattutto quando ci vediamo nell'atto di mangiarne un cucchiaino o cucchiai interi allora siamo di fronte alla necessità del nostro io di trovare nuovi sbocchi, nuove mete, nuove soddisfazioni. Insomma la vita come la viviamo non va più bene ma servono nuovi stimoli. Ma cosa significa sognare il sale che cade dalle nostre mani ad esempio o da un contenitore che avevamo in mano ? Bene, qui siamo di fronte ad una nostra mancanza di voler cambiare, non ci sentiamo pronti, non ci sentiamo magari all'altezza di alcune situazioni che dovrebbero arrivare. Insomma stiamo perdendo la possibilità di dare una svolta alla nostra vita, di cambiare in meglio alcuni aspetti. Sognare il sale grosso indica una forte necessità di cambiamento, un forte desiderio di modificare molti lati del nostro vivere oppure uno ma importante in particolare. Se il sale grosso ci cade dalle mani allora decideremo di non affrontare questi cambiamenti.

Ma cosa vuol dire sognare il sale e sognare di metterlo sulle pietanze, magari nella pasta ? Avremo l'opportunità di modificare qualcosa nella nostra vita, l'occasione di dire basta ad un certo modo di vivere. Ci sarà insomma un qualcosa che ravviverà la nostra vita. Tanto è che assaggiare una pietanza in sogno e sentire che è sciapita (senza sale) significa che non vi sarà alcuna occasione di ravvivare la nostra situazione di vita. Si dice "non hai sale nella testa" spesso per indicare una persona che non sa ragionare, non sa prendere decisioni o se le prende sono sbagliate. Quindi un secondo significato del sale potrebbe essere proprio quello di stare attenti alle decisioni che si devono prendere in qualsiasi ambito, da quello lavorativo a quello sentimentale.

Per ultimo sognare di mettere molto sale (esagerato) su un piatto, nella pasta, nel pane, può voler dire che prenderemo decisioni esagerate, cambieremo qualche aspetto della nostra vita in modo eccessivo, spropositato.



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venerdì 20 marzo 2015

LA ROSA DI NATALE

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La Rosa di Natale (Helleborus) è la pianta perenne invernale più apprezzata: quando il giardino è in riposo vegetativo, questa varietà dalla fioritura esuberante sfoggia i suoi eleganti fiori, persino tra il manto nevoso.

Gli Ellebori sono piante perenni, con radice rizomatosa, diffuse in natura nella flora italiana ed Europea; le specie non sono molte, in compenso esistono alcune cultivar, con fiori particolarmente ampi o di colore vistoso. Il nome comune deriva dal fatto che buona parte delle specie, in caso di clima favorevole, fioriscono in dicembre-gennaio, producendo infiorescenze che ricordano molto i fiori delle rose botaniche, come grandi rose canine bianche.

La denominazione del genere Helleborus è stata attribuita dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (Aix-en-Provence, 5 giugno 1656 – Parigi, 28 dicembre 1708) ed è stata formata (a quanto pare) dall'unione di due parole greche (“elein” = ferire e bora=alimentare) il cui significato finale è : pietanza, nutrimento o cibo mortale. Altre etimologie sembrerebbero far riferimento ad una antica città greca famosa per curare la pazzia con una pianta di questo genere. Il nome specifico niger (= nero, scuro) fa riferimento al colore del rizoma.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Helleborus niger) è stato proposto da Carl von Linné (1707 – 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Sono piante erbacee la cui altezza totale varia da 15 a 30 cm. La forma biologica di questa pianta è geofita rizomatosa (G rhiz), ossia è una pianta perenne che porta le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presenta organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei chiamati rizomi, dei fusti sotterranei dai quali, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei. Tutta la pianta ha un debole odore acre.

Le radici sono secondarie da rizoma.

La parte sotterranea consiste in un grosso ma breve rizoma. Diametro del rizoma: 1 cm.
La parte aerea del fusto è erbacea ed eretta. Si sviluppa compiutamente solamente alla fioritura. In genere porta una o due foglie e uno scapo fiorale.

In questa pianta sono presente sia le foglie radicali che quelle cauline.

Le foglie basali, picciolate, si presentano con una lamina divisa totalmente in 7 – 9 segmenti (lembo fogliare di tipo palmato-diviso). Quelli laterali (3 – 4) sono raccolti su un breve picciolo. I vari segmenti sono lanceolati e terminano in modo acuto; sono inoltre dentellati nella parte apicale. Lunghezza del picciolo: 10 – 30 cm. Dimensione dei segmenti: larghezza 1,5 – 5 cm; lunghezza 5 – 12 cm.
Le foglie cauline sono perlopiù ridotte a delle brattee alla base dei peduncoli fiorali.

Dal rizoma dipartono dei robusti scapi portanti uno o due fiori. Si tratta quindi di una infiorescenza del tipo pauciflora. Alla base dei peduncoli fiorali sono presenti alcune brattee (1 - 2) lanceolate e intere lunghe 1 – 2 cm.

I fiori sono ermafroditi e attinomorfi con verticilli spiralati. Il perianzio ha un solo verticillo (perianzio “aploclamidato”): il calice è di tipo petaloide, mentre la corolla è atrofizzata o molto ridotta. Le strutture rimanenti (androceo e gineceo) sono perlopiù a disposizione spiralata. Questa morfologia degli “ellebori” è probabilmente la forma più arcaica nell'ambito della famiglia delle Ranunculaceae. Dimensione del fiore: da 6 a 8 cm.

Il calice (la parte più in vista del fiore) è composto da cinque grandi sepali conniventi a campanula, a forma ovale o oblaceolato-spatolata di tipo corollino (o petaloide) e quindi possono essere chiamata anche tepali. Il colore è bianco ma tende al rosato a maturazione completata. In questa struttura è possibile osservare il passaggio graduale da brattee a sepali. Dimensione dei tepali: larghezza 1,5 – 4 cm; lunghezza 3 – 5 cm.
I petali veri e propri (da 8 a 12) sono ridotti a piccoli cornetti tubulari con funzione nettarifera (di origine staminale) provvisti all'apice di un'unghia (sono più corti degli stami, meno della metà).
Gli stami (a disposizione spiralata) sono molto numerosi (più o meno una cinquantina), bilobi e colorati di giallognolo.
L'ovario è supero e “apocarpo” (derivato da carpelli indipendenti). I carpelli sono da 3 a 7, sessili e disposti in modo spiralato anche questi, ma indipendenti tra di loro.
Fioritura: da dicembre a marzo.

I frutti sono delle capsule (o follicoli) coriacee (6 – 7) con appendice (un rostro quasi uncinato di 1,2 – 2 cm) contenenti molti semi. La deiscenza è all'apice del follicolo. I semi hanno un colore nero ma brillante. Lunghezza dei follicoli a maturità senza becco: 2 cm.

La riproduzione di questa pianta avviene per via sessuata grazie all'impollinazione degli insetti pronubi in quanto è una pianta provvista di nettare (impollinazione entomogama).

Il tipo corologico (area di distribuzione) è quello delle specie Alpico-dinariche.
In Italia l'Elleboro bianco è presente nelle Alpi, dal Piemonte al Friuli-Venezia Giulia. Si trova anche in Austria, Slovenia e nelle Alpi Dinariche. Le segnalazioni per l'Appennino sono molto probabilmente erronee, forse per confusione con Helleborus foetidus o con specie del gruppo di Helleborus viridis.
L'habitat tipico di questa pianta sono i boschi (sottoboschi di pinete – Pino silvestre e Pino nero e faggete), le boscaglie (gineprai) e le macchie delle zone montane; ma anche boschi sub-mediterranei a carpino nero Ostrya carpinifolia. Il substrato preferito è calcareo con pH basico-neutro, con terreno a medi valori nutrizionali e a regime secco.
Sui rilievi queste piante si possono trovare da 300 fino 1000 m s.l.m.; frequentano quindi i seguenti piani vegetazionali: collinare e montano.
Sono considerate piante velenose in quanto contengono “elleborina” e altre sostanze alcaloidi tossiche e velenose (come del resto buona parte delle Ranunculaceae). Se ingerite in quantità possono provocare vomito, diarrea e arresto cardiaco (contengono glicosidi cardiaci). Il veleno può essere assorbito anche attraverso la pelle.

Essendo un fiore invernale, è molto apprezzato nel giardinaggio. Non è una pianta di facile coltura, ad esempio i suoli acidi non sono adatti in quanto poveri di sostanze; come anche non sono adatte le zone asciutte e in pieno sole. Ideale è un terreno umido, alcalino in mezza ombra. Possono andare terreni sabbiosi; un po' di calce può essere aggiunta per “addolcire” i terreni troppo acidi. Diversi cultivar sono stati preparati da questa pianta; sono stati inoltre tentati alcuni ibridi con altri Ellebori per migliorare le caratteristiche fisiche ed estetiche.

Predilige una posizione ombreggiata, un terreno umido, fertile e ben drenato, e annaffiature regolari.

Il periodo di fioritura della Rosa di Natale è atipico: alcune varietà fioriscono già a dicembre, mentre quelle più tardive possono fiorire ancora ad aprile. A volte la Rosa di Natale risente di gelate particolarmente intense, ma solitamente si limita ad aspettare che il clima si temperi un poco. Ciò può creare vere e proprie sorprese: un anno si potrebbero vedere le rose di Natale spuntare dalla neve, mentre l'anno successivo potrebbero fare la loro comparsa solo con i primi tuberi primaverili. Dopo la fioritura, gli affusolati pericarpi continueranno ad allietare le bordure.

Nella medicina popolare alcune parti di questa pianta vengono usate come diuretiche (facilita il rilascio dell'urina), emetiche (utile in caso di avvelenamento in quanto provoca il vomito), cardiotoniche (regolano la frequenza cardiaca) e purganti. L'Elleboro bianco è utilizzato anche nel trattamento delle emicranie e disturbi psichici. Data l'alta tossicità della pianta (si rischia di morire anche in pochi minuti!) ora in medicina popolare non è più usato.




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LA ROSA SELVATICA

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Il nome “Rosa canina” viene indistintamente utilizzato sia nella nomenclatura botanica - indicando, rispettivamente, il genere e la specie - sia, abitualmente, nel linguaggio comune. Nel parlato di alcune regioni italiane, la rosa canina viene denominata semplicemente “grattacu” o, ancora, rosa selvatica, rosa delle siepi, rosa spina, rosella, rosa di macchia, roselline dei pruni e biancarosa.
L'appellativo “canina” ha origini remote: anticamente, infatti, le radici di questo arbusto venivano impiegate in decotto come rimedio efficace nel trattamento della rabbia.
Nel linguaggio dei fiori, la rosa canina simboleggia sia la poesia, che l'indipendenza. Viene menzionata persino nella Bibbia: probabilmente, Giuda utilizzò proprio l'albero di rosa canina per suicidarsi; ancora, la corona di spine di Gesù era presumibilmente realizzata con i rami di questo arbusto.

È un arbusto spinoso, alto 100 - 300 cm, con fusti legnosi glabri, spesso arcuati e pendenti, e radici profonde.

Le spine rosse sono robuste, arcuate, a base allungata e compressa lateralmente. Le foglie, caduche, sono composte da 5-7 foglioline di 9-25 x 13-40 mm, ovali o ellittiche, con 17-22 denti sul margine. Hanno stipole lanceolate di 3 x 15 mm. I fiori, singoli o a 2-3, hanno un diametro di 4-7 cm e sono poco profumati. Hanno un peduncolo di 20-25 mm e sono generalmente superati dalle foglie. I sepali laciniati, lunghi da 15 a 18 mm, dopo la fioritura si piegano all'indietro e cadono in breve tempo. La corolla è formata grandi petali bilobi, rosati soprattutto sui lobi, di 19-25 x 20-25 mm. Gli stili, lanosi e allungati, sono fusi insieme in una colonnina cilindrica.

La rosa canina fiorisce da maggio a luglio.

I suoi frutti (di 1-2 cm) carnosi e colorati di un rosso vivace (cinorroidi) raggiungono la maturazione nel tardo autunno.

La rosa canina è un arbusto assai comune nel sottobosco e nei luoghi ruderali: in generale, è diffusa nella fascia europea dal Mediterraneo alla Scandinavia, nell'Asia centrale ed occidentale, nelle Canarie e nell'Africa del Nord. In America, in Nuova Zelanda e in Oceania, la rosa canina vi è stata invece introdotta.
La pianticella cresce sino i 1.900 metri d'altitudine, e predilige aree limitatamente aride, con terreno limoso e profondo.

In questi ultimi tempi si sta solidamente affermando il gusto della rosa più semplice, la rosa selvatica, quella che era amata perfino dai nostri progenitori Romani di epoca pre-imperiale, quando di giardini ornamentali neppure si parlava e l’orto era il vero “giardino”.

Una prima sorpresa, parlando rose selvatiche, s’incontra nell’apprendere che in fondo non sono poi così numerose, non più di 150 specie spontanee, una bazzecola in confronto alle migliaia e migliaia di ibridi e cultivar creati dall’uomo nel corso di un paio di millenni. Il loro areale si estende per l’intero emisfero boreale della Terra, nelle zone temperate e temperato-calde, per poi scendere giù fino all’Africa del nord, alla Tailandia e al Nuovo Messico, toccando il loro punto più meridionale con l’India del sud. Al contrario, non troviamo rose nell’emisfero australe, dall’America del sud all’Oceano Pacifico. Le zone di concentrazione più elevata sono in Cina (spesso in testa alla classifica per numero di specie di molti generi botanici), nell’Asia centrale e in Europa, mentre l’America settentrionale è la patria di una ventina o poco più di specie. Per limitarci al nostro continente va detto che la dotazione è abbastanza consistente, soprattutto nei gruppi della Rosa canina e della R. rubiginosa. Insomma, gli europei possono contare su una cinquantina di specie, vale a dire un terzo del totale, mentre il nostro Paese ne vanta circa venticinque.

Per quanto riguarda gli habitat, le rose gradiscono luoghi impervi e inospitali, come i cespuglieti, le siepi o l’intrico delle boscaglie, pur non disdegnando le rive dei torrenti e i margini dei boschi.

La storia della coltivazione rosa è talmente antica, che oggi è perfino difficile capire se una specie, da noi casualmente rinvenuta durante una passeggiata, sia realmente spontanea o meno. Inoltre, riuscire a classificare con certezza una rosa selvatica, in natura e non in vivaio, è un compito tanto arduo che è preferibile lasciarlo ai botanici professionisti, mentre a tutti gli altri si può solo consigliare di godersi la visione degli esemplari spontanei, senza troppo fidarsi dell’immaginazione o delle figure dei libri divulgativi. Ciò è tanto vero che non è infrequente sentir dire da persone anche colte frasi come questa: “Io ho molti ibridi di ‘Tea’, di ‘Moschata’, di ‘Bourbon’, ma anche qualche rosa spontanea, che sicuramente sarà la R. canina“, come se tutte le rose selvatiche si chiamassero così. Ovviamente, con il tempo e la costanza, chiunque può imparare a distinguere questa da quella specie, ma la fatica non sarà poca. Insomma: se ne vorremo qualcuna in giardino, la guida migliore sarà il vivaista di nostra fiducia.

Al contrario, ci sarà di conforto il fatto che una rosa, in quanto tale, non può essere confusa con altre piante, come invece capita, e spesso, con famiglie diverse da quella delle Rosacee. Le rose si presentano sempre sotto forma di arbusti, perlopiù decidui e solo raramente sempreverdi, con fusti che, a seconda dei casi, possono essere eretti, arcuati, striscianti o, meno comunemente, rampicanti. Le spine – contrariamente a quanto sostiene un famoso proverbio – non sempre sono lì, pronte ad attendere il nostro dito, perché alcune specie ne sono prive. Le foglie sono alterne e composte, formate da un numero dispari di foglioline dentate ai margini. I fiori sono solitari o in corimbi, con corolla semplice e quasi sempre a 5 petali (tranne R. sericea che talvolta ne ha 4), in una gamma di colori che va dal bianco al crema e dal giallo al rosso, con numerosi passaggi intermedi. Bellissimi e curiosi sono poi i frutti – detti tecnicamente cinorrodonti – notevolmente ornamentali anche in inverno e ricchissimi di sostanze vitaminiche.

Di recente, la richiesta della rosa canina è cresciuta esponenzialmente, soprattutto nei tè e nelle tisane: il suo aroma - particolare e dolciastro - modula il sapore di molte altre droghe meno piacevoli al gusto, oltre ad esplicare importanti virtù medicamentose che analizzeremo dettagliatamente durante il corso della disquisizione.

Dai tempi più remoti, la rosa canina viene apprezzata per la bellezza dei suoi fiori e per la loro profumazione delicata e tenue. Anticamente, i petali della rosa canina costituivano la matrice per estrarre un prezioso olio.
Attualmente, la droga è costituita da:
Frutti maturi essiccati (fructus), erroneamente chiamati semi
Ricettacoli privi sia di veri frutti che di buona parte del ricettacolo (pseudofructus sine fructubus)
Cinorridi (pseudofructus) o falso frutto maturo: più in particolare, la droga è costituita dal talamo dei falsi frutti
Radici (utilizzate per decotto)
Foglie (tisane ed infusi)
I frutti contengono tannini, acido nicotinico, carotenoidi, vitamina C e P, riboflavina, acido malico e citrico, flavonoidi (bioflavonoidi: fitoestrogeni), pectine e carboidrati. Più in dettaglio, i frutti sono miniera di tannini e di acido ascorbico: i falsi frutti maturi devono contenere il 5% di acido ascorbico il quale, dopo il processo d'essiccazione, scende all'1% a seguito della degradazione.
La sua ricchezza in vitamina C fu di grande aiuto al tempo di guerra: la rosa canina veniva utilizzata come sostituto degli agrumi, proprio per l'ingente contenuto in acido ascorbico. Basti pensare che un'arancia ideale di 100 grammi fornisce all'incirca 50 mg di vitamina C: a pari quantità, la rosa canina ne assicura oltre 2.200 mg.
Per la presenza di tannini, la rosa canina rappresenta un buon rimedio naturale contro la diarrea; inoltre, è consigliata in caso di debilitazione ed infiammazioni. La droga è considerata anche un discreto vaso-protettore.
Le tisane, i decotti e gli infusi ottenuti con foglie, fiori o radici di rosa canina sono consigliati in caso di raffreddore ed infezioni, oltre ad essere un blando decongestionante e tonificante; alla rosa canina sono altresì ascritte proprietà immunostimolanti ed antiallergiche.
La rosa canina è un buon diuretico: stimolando l'eliminazione delle tossine tramite l'urina, la droga è utile per contrastare infiammazioni a carico di vescica o reni.
La droga si rivela utile anche in caso di mestruazioni abbondanti, catarri intestinali, iperidrosi, congiuntiviti e fragilità tissutale.
I semi di rosa canina sono impiegati per la realizzazione di antiparassitari.
Anche in cosmesi la rosa canina è una pianta ampliamente adoperata per la formulazione di acque profumate, creme anti-aging ed antirughe, pomate lenitive contro gli eritemi solari, maschere per il viso ad azione tonificante, levigante ed astringente.
Per il trattamento di pelli sensibili, arrossate e particolarmente delicate, si consiglia l'applicazione di impacchi a base di acqua distillata di rosa canina.

I principi attivi (oltre alla vitamina C, tannini, acidi organici, pectine, carotenoidi e polifenoli) vengono usati dalle industrie farmaceutiche, alimentari e cosmetiche; i frutti, seccati e sminuzzati, vengono usati in erboristeria per la preparazione di infusi e decotti.

È indicata come astringente intestinale, antidiarroico, vasoprotettore e antinfiammatorio, inoltre viene consigliata nei casi di debilitazione.

I semi vengono utilizzati per la preparazione di antiparassitari ed i petali dei fiori per il miele rosato.

Con i frutti freschi si preparano ottime marmellate.


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mercoledì 11 febbraio 2015

LE ROSE





Le regaliamo nelle ricorrenze : conosciamo meglio il fiore più diffuso e più gradito la rosa.

« La rosa è il profumo degli dei
la gioia degli uomini
orna le grazie dell'amore che sboccia
è il fiore prediletto di Venere »
(Anacreonte, Ode 51)
La Rosa, della famiglia delle Rosaceae, è un genere che comprende circa 150 specie, suddivise in numerose varietà con infiniti ibridi e cultivar, originarie dell'Europa e dell'Asia, di altezza variabile da 20 cm a diversi metri, comprende specie cespugliose, sarmentose, rampicanti, striscianti, arbusti e alberelli a fiore grande o piccolo, a mazzetti, pannocchie o solitari, semplici o doppi, frutti ad achenio contenuti in un falso frutto (cinorrodo); le specie spontanee in Italia sono oltre 30, di cui ricordiamo la R. canina (la più comune), la R. gallica (poco comune nelle brughiere e luoghi sassosi), la R. glauca (frequente sulle Alpi), la R. pendulina (comune sulle Alpi e l'Appennino settentrionale) e la R. sempervirens.
Il nome generico deriva dal latino rosa, con tradizione dotta o semidotta (assenza di dittongo ascendente -uo- e pronuncia sonora della -s- anche nella parlata toscana), forse perché la tradizione della coltivazione di rose si era interrotta nell'Alto Medioevo ed era iniziata di nuovo in età carolingia. Il latino rosa non è d'origine indoeuropea, anche se ci sono collegamenti con il greco antico Ϝρόδον wródon e l'iranico *wr̻d, da cui l'armeno vard. È probabile un'origine mediterranea della parola, da una forma approssimativa wr(o)d(ya)-. Rosa è poi passato al celtico insulare (irlandese rós) e al germanico (anglosassone róse, alto tedesco antico rosa).
Come pianta ornamentale nei giardini, per macchie di colore, bordure, alberelli, le sarmentose o rampicanti per ricoprire pergolati, tralicci o recinzioni, le specie nane dalle tinte brillanti e con fioriture prolungate per la coltivazione in vaso sui terrazzi o nei giardini rocciosi.

Industrialmente si coltivano le varietà a fusti eretti e fiori grandi, per la produzione del fiore reciso, che occupa in Italia circa 800 ettari, localizzati per oltre la metà in Liguria, il resto in Toscana, Campania e Puglia.

I petali vengono utilizzati per le proprietà medicinali, per l'estrazione dell'essenza di Rosa e degli aromi utilizzati in profumeria, nell'industria essenziera, nella cosmetica, pasticceria e liquoristica. È una delle basi immancabili più utilizzate in profumeria.

Come pianta medicinale si utilizzano oltre ai petali con proprietà astringenti, anche le foglie come antidiarroico, i frutti ricchi di vitamina C diuretici, sedativi, astringenti e vermifughi, i semi per l'azione antielmintica, e perfino le galle prodotte dagli insetti del genere Cynips ricche di tannini per le proprietà diuretiche e sudorifere.

In aromaterapia vengono attribuite all'olio di rosa proprietà afrodisiache, sedative, antidepressive, antidolorifiche, antisettiche, toniche del cuore, dello stomaco, del fegato, regolatrici del ciclo mestruale.

Le giovani foglie delle rose spontanee servono per la preparazione di un tè di rosa.
Si adatta a qualunque tipo di terreno purché lavorato in profondità, ben concimato con stallatico maturo. Le piante vengono collocate a dimora in autunno o alla fine dell'inverno nelle zone con forti geli, la concimazione si effettua all'inizio della ripresa vegetativa, incorporando nel terreno letame maturo.

La potatura delle piante è importantissima per una buona fioritura.

Le varietà rifiorenti non destinate alla forzatura si potano alla fine dell'inverno o inizio primavera, togliendo i rami vecchi e accorciando quelli nuovi e lasciando da 2 a 6 gemme per ramo a seconda del vigore e varietà; generalmente le potature energiche favoriscono la fioritura ad esclusione delle varietà molto vigorose per cui vale la regola contraria.

Nelle specie rifiorenti si eliminano man mano i rametti che hanno già fiorito per stimolare la produzione di nuovi fiori.

Le rose Polyantha vanno potate a fine inverno, dopo la prima fioritura di maggio e nelle fioriture successive fino all'autunno.

Le 'rose sarmentose' non rifiorenti, come gli ibridi di R. wichuraiana che hanno forti cacciate, lunghe anche alcuni metri, richiedono l'eliminazione dei rami di 3 anni, la curvatura delle cacciate di 1 anno, che fioriranno nell'anno successivo.

Le 'rose rampicanti' rifiorenti, vanno potate in base al vigore vegetativo, asportando i rami vecchi (legno vecchio) e raccorciando i rami nuovi.

La moltiplicazione avviene di norma per talea di getti dell'anno già lignificati e piantati in cassone a fine estate, o per innesto ad occhio vegetante in primavera estate.

Nelle coltivazioni industriali con le varietà coltivate per il fiore reciso, viene praticato l'innesto su soggetto R. indica var. major che fornisce al nesto il giusto vigore.

Per avere piante resistenti alla siccità o al gelo si utilizza come soggetto la R. canina ottenuta con la semina, ottenendo però oggetti poco vigorosi e a scarso sviluppo.
Le rose sono di vario colore e ognuno ha un significato:
ROSA BIANCA
Nel linguaggio dei fiori rappresenta la purezza, verginità, amore eterno.

ROSA GIALLA ACCESA
Nel linguaggio dei fiori la rosa gialla è il vessillo della gelosia.

ROSA ROSSA
Nel linguaggio dei fiori è senza dubbio la messaggera di un amore passionale e travolgente. Il rosso rappresenta il colore dell’amore, della vita, del sangue e del fuoco. Era considerato anche il colore del Dio della Felicità, che dispensava la ricchezza agli uomini.

ROSA BLU
Non è una rosa presente naturalmente in natura, è colorata artificialmente, ma col tempo ha assunto anche lei il suo significato personale. La possiamo attribuire alla fede, alla fiducia, all’onestà. Se invece cerchiamo un significato negativo è legata all’infedeltà, indifferenza, snobbismo.

ROSA ROSA
La classica rosa, gentile, che indica felicità, perfezione tenerezza, gratitudine, amicizia.
Molte culture del mondo utilizzano la Rosa come ragalo o come ornamento per diverse ricorrenze, prima fra tutte quella della Festa di San Valentino per dichiarare il proprio sentimento per l'amata. Le rose rosse vengono sovente usate come decorazione nelle feste nuziali ma anche per la ricorrenza della Festa della Mamma. Inoltre, a seconda della sfumatura del rosso dei petali, la Rosa viene usata per esprimere diverse emozioni. La Rosa di color porpora, ad esempio, è una promessa di amore eterno e solenne, quella rosso fuoco vuol significare passione mentre quella color carminio simboleggia le fantasie erotiche.
Il significato delle rose varia anche a seconda del numero che se ne regala e dell'accopiamento di colori. Due Rose insieme, indipendentemente dal loro colore, hanno il significato di congiungimento o di condivisione, ma di solito si regala un numero pari di rose ovvero le classiche dozzine, ad esempio 12, 18, 24, e così via. In generale tutti i tipi di rosa simboleggiano l’amore, ma la combinazione di diversi colori esprimono diversi significati. Rose rosse e bianche insieme significano Unità. Rose rosse e gialle insieme significano solidarietà..

Leggi anche: http://pulitiss.blogspot.it/p/verde.html









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