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lunedì 22 giugno 2015

LA NOCCIOLAIA

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Ha un aspetto inconfondibile per il suo rivestimento di piume brunastre fittamente punteggiate di bianco, che le sono valse il nome giapponese di “corvo delle stelle”. La coda è corta, con apice e barra terminale bianchi; l’apertura alare è di 52-58 centimetri.

La nocciolaia occupa un vasto areale continuo che va dalla Scandinavia fino al Nord Europa, alle foreste di conifere della taiga in Siberia e all'Asia orientale, compreso il Giappone. In Italia nidifica sulle Alpi prediligendo per la nidificazione gli alberi sempreverdi più folti. Tre ulteriori popolazioni disgiunte si trovano nelle foreste alpine di conifere dell'Eurasia: una sulle montagne dell'Europa centrale e sudorientale (Alpi, Carpazi e della Penisola balcanica); un'altra nell'Himalaya occidentale; la terza sulle coste della Cina occidentale, separata dalla popolazione settentrionale. Alcune di queste popolazioni possono essere distinte a seconda delle dimensioni del becco. È legata alla presenza di pino cembro o, in assenza di questo, di noccioli, che le forniscono un'indispensabile fonte alimentare utilizzata dalla tarda estate sino alla primavera.

Su terreno innevato si notano facilmente gli scavi effettuati per recuperare i semi interrati nella stagione estiva. I resti di pigne e nocciole, spaccate su ceppi e fenditure dei tronchi, sono spesso ben visibili. Sono al contrario molto difficili da individuare i nidi, nascosti nel folto delle conifere.

Molto loquace tranne che nel periodo di allevamento dei giovani; il richiamo, un "krèhh- krèhh" nasale, è inconfondibile.

Le risorse nutritive più importanti di queste specie sono i semi di pigna degli alberi dei climi principalmente freddi (estremo nord e altitudini elevate), caratterizzati da semi grandi: il P. armandii, P. cembra, P. koraiensis, P. parviflora, P. peuce, P. pumila, P. sibirica e il P. wallichiana, nonché le due specie di pino dei sottogeneri Ducampopinus, P. bungeana e P. gerardiana. In alcune regioni, dove non si trova nessuno di questi pini, anche i semi di castagno e di abete bianco formano una parte importante della dieta. Le forme di uccelli che mangiano le castagne hanno un becco più spesso per schiacciare i loro gusci duri, con un pettine speciale all'interno del bordo del becco vicino alla base. Se il guscio è troppo duro, tiene la noce tra i suoi piedi e l'aggancia con il suo becco come fosse uno scalpello. I semi in sovrappiù sono sempre immagazzinati per un uso posteriore ed è questa specie che è responsabile per la fecondazione di nuovi alberi dei loro pini favoriti, compresa la reintroduzione del pino cembro (Pinus cembra) in vaste zone alpine dell'Europa centrale precedentemente sgombrate dall'uomo. Vengono mangiati anche svariati insetti e anche uova di uccello e piccoli dai nidi e prenderà carne da animali catturati in trappole, compresi i pesci se usati come esca. Scava avidamente nidi di vespe e di api per raggiungere le larve.

La nidificazione è sempre precoce in questa specie nel corso dell'intera gamma, al fine di fare l'uso più prezioso delle pigne immagazzinate l'autunno precedente. Il nido viene costruito di solito in alto nelle conifere (a volte vengono utilizzati anche alberi a foglia larga) e di solito nella parte soleggiata. Vengono deposte normalmente 2-4 uova e covate per 18 giorni. Entrambi i sessi nutrono i giovani che vengono solitamente curati per 23 giorni e se ne stanno con i loro genitori per diversi mesi, seguendoli per apprendere le tecniche essenziali di immagazzinamento per la sopravvivenza nel loro ambiente aspro.

Le nocciolaie non sono uccelli migratori ma alcuni esemplari possono abbandonare le proprie aree di attività abituali nelle annate in cui i pini producono pochi coni lasciandoli a corto di cibo. La razza orientale dal becco esile dovrebbe essere la miglior candidata a farlo.

Uccelli di questa specie in Europa occidentale possono essere molto addomesticabili e sia nel Regno Unito che nei Paesi Bassi sono stati fotografati uccelli sulle teste dei loro padroni.



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IL FRANCOLINO DI MONTE



È un tetraone relativamente piccolo con una lunghezza che va dai 35 ai 39 cm. Il piumaggio è finemente ornato, ma il francolino di monte ha le parti superiori grigie, le ali marroni e le parti inferiori bianche screziate di castano.
Ha una struttura raccolta e una colorazione variamente macchiata di grigio, di bruno rossastro, di bianco e di nero. Il maschio, leggermente più grosso della femmina, si differenzia per il sottogola nero bordato di bianco e per un evidente ciuffo erettile sopra il capo. Sopra l'occhio, come negli altri tetraonidi, è presente la caratteristica caruncola rossa.
Il francolino di monte è monogamo e territoriale; predilige zone boscose di alta montagna, umide e ricche di folto sottobosco. Se ne sta volentieri in terra o sui rami bassi degli alberi, dai quali spicca il volo con una partenza rumorosa al minimo segnale di pericolo.
La sua alimentazione è assai varia, secondo le stagioni. Durante l'inverno si accontenta di aghi di pino, gemme e foglie di mirtillo, mentre nella bella stagione ricerca volentieri anche insetti, ragni, vermi e molluschi. Nella tarda estate e in autunno è molto ghiotto di bacche, come quelle del sorbo, e dei frutti del sottobosco.
Nel mese di maggio la femmina cova, in una fossetta generalmente ben mimetizzata alla base di un albero, di un cespuglio o di un masso, 8‑14 uova, che schiudono dopo circa 24 giorni. I piccoli sono molto precoci e dopo solo un mese  volano molto bene; prima dell'autunno abbandonano i genitori e iniziano una vita erratica.
Il ciuffetto di piume erigibili del maschio viene mostrato quando è all'erta perché si sente in pericolo e durante il corteggiamento, quando allarga a ventaglio la coda. La caruncola rossa sopra l'occhio, in questa specie, è meno evidente che negli altri tetraonidi.


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IL GALLO FORCELLO

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Il Gallo Forcello appartiene all’ordine Galliformes, famiglia Tetraonidae, uccelli di montagna e di climi freddi. Dalle caratteristiche zampe calzate; il Gallo Forcello è chiamato comunemente anche Fagiano di monte. I sessi sono molto diversi, sia per dimensioni che per piumaggio. I maschi sono lunghi fino a più di 55 cm, le femmine non superano i 48 cm. La livrea maschile tende al blu-nero con aree brunastre e caratteristici riflessi bluastri. Banda alare e sottocoda bianchi. Il Gallo Forcello è caratterizzato da escrescenze carnose rosse sopra l’occhio (“caruncole”), molto appariscenti nel periodo riproduttivo. Coda lunga con caratteristiche timoniere esterne incurvate verso l’esterno (forma a lira). La femmina è bruno-castana chiazzata e con ampie barrature su collo, fianchi e ventre. Le zampe e il becco sono nerastri. Il Gallo Forcello si invola solo se spaventato, ma può volare a quota piuttosto alta e a lungo; ha un volo rapido e molto potente, con planate piuttosto lunghe. In volo sono ben evidenti la sagoma particolare (data da collo e coda lunghi) e le parti bianche: sottocoda, sottoala e barra sul dorso dell’ala. Il Gallo Forcello spesso sta posato sugli alberi; nelle notti invernali si seppellisce frequentemente nella neve per ripararsi dal freddo ed il nero del maschio, contro il manto nevoso, è sorprendentemente mimetico per i predatori. È gregario per la maggior parte dell’anno. Può formare anche ibridi con Gallo cedrone, Pernice bianca e Fagiano comune, difficilmente riconoscibili in libertà.

Il Gallo Forcello nidifica soprattutto negli arbusteti alpini, con presenza di alberi e con parziale copertura erbacea. Il Gallo Forcello abita spesso le formazioni rade di larice, talvolta miste a latifoglie, i boschi misti e le boscaglie a Pino mugo od Ontano verde e, a volte, lo si può incontrare anche nelle faggete. È importante la presenza di un sottobosco ricco, i cui frutti costituiscono una frazione consistente della dieta, insieme a cime e gemme di varie piante; raccoglie il cibo dal terreno, quando è sgombro dalla neve, o su alberi e arbusti, in pieno inverno. La componente animale (invertebrati) è abbondante soprattutto nei giovani in estate-autunno. Specie poligama, durante la primavera i maschi del Gallo Forcello si radunano in arene, in cui cercano di conquistare, per mezzo di spettacolari parate e scontri (qualche volta piuttosto violenti) le zone centrali, dove giungeranno le femmine per accoppiarsi. Presente con continuità dalla Scandinavia alla Russia e, con popolazioni frammentate e isolate, sui principali gruppi montuosi dell’Europa centrale e nei Paesi che si affacciano sul Mare del Nord; i confini meridionali dell’areale continentale cadono sull’Arco Alpino e sui rilievi dell’ex-Jugoslavia. In Italia il Gallo Forcello è perlopiù sedentario e nidificante, diffuso omogeneamente su tutte le Alpi, dalle Marittime alle Giulie, tra 700 e 2300 m di quota. Sono noti movimenti erratici temporanei in tardo autunno e in inverno, ma non esistono dati italiani sulla loro entità; non sono assimilabili a veri e propri movimenti migratori e sono probabilmente dovuti alla variazione di disponibilità di cibo nel territorio di origine.

Di indole più socievole dei galli cedroni, i due sessi vivono regolarmente assieme, salvo alcune eccezioni, almeno nell'autunno e nell'inverno. Conducono una vita abbastanza variata, soprattutto per via degli spostamenti che compiono durante l'inverno, stagione nella quale sovente penano a trovare il cibo e, quando la neve è alta, sono costretti a scavare lunghe gallerie per scoprire qualche scarso alimento.

Molto meno pesante del gallo cedrone, il fagiano di monte è molto più abile nei movimenti: corre con maggior rapidità tenendo il corpo meno inclinato posteriormente, sugli alberi si tiene ora eretto ora orizzontale, e, malgrado la brevità delle ali, vola bene, in linea retta e spesso per lunghi tratti, più leggero e meno rumoroso dell'affine. I suoi sensi sono molto acuti, e grande l'avvedutezza che spiega in tutte le circostanze: si allarma per la più piccola ombra di pericolo, scambia il rischio vero con quello apparente cercando subito scampo nella fuga, ed è sempre piuttosto difficile da sorprendere. La sua voce, che varia con il sesso, nel grido di richiamo consiste in un soffio caratteristico, e si arricchisce nella stagione degli amori in misura che sembrerebbe sproporzionata in volatili come questi, generalmente piuttosto taciturni.

Per nutrirsi, i nostri uccelli cercano sostanze di una certa delicatezza, ossia foglie, gemme, bacche, semi ed insetti; durante l'estate colgono i lamponi, i frutti di mirtillo e le more; nell'inverno le bacche del ginepro e i semi delle eriche, delle betulle, degli ontani e dei faggi. Oltre che di vegetali, come abbiamo accennato, si nutrono di lumachette, vermi, larve di formica, mosche e simili, ed i piccoli in particolare vengono nutriti quasi esclusivamente di teneri insetti. In Siberia, quando incominciano i geli, li si vede posati sulle cime dei pioppi e intenti a scorrere col becco i rami secchi per coglierne le gemme: anch'essi hanno bisogno di frammenti minerali per agevolare la digestione.

Nelle regioni centrali d'Europa il periodo degli amori incomincia nella seconda metà di marzo e dura per tutto l'aprile fino al maggio; sui rilievi e nei paesi nordici avviene più tardi, e può durare fino al mese di luglio.il maschio è poligamo e feconda più femmine, che depongono in solitudine anche fino a 15 uova, che si schiudono dopo 4 settimane di fecondazione (25/28 giorni a seconda della varietà).
I preparativi per la cova incominciano verso la metà di maggio e sono compito esclusivo della femmina. Il nido consiste in una rudimentale depressione scavata in luoghi protetti, e contiene da sette a dieci, talvolta dodici uova, sparse fittamente di punti e macchie su fondo giallo-grigio, giallo-rossiccio o grigio pallido. Benché meno zelante di quella del gallo cedrone, la femmina cova con cura e si consacra con tenerezza all'allevamento della prole, nei cui costumi, come anche nelle mutazioni dell'abito, non si osservano grandi differenze rispetto alla specie precedente. Fino al tardo autunno i piccoli restano in compagnia della madre, e si allontanano solo dopo aver vestito l'abito degli adulti.

Nei luoghi in cui galli cedroni e fagiani di monte abitano vicino, ed i maschi della prima specie hanno subito una notevole diminuzione, le femmine del gallo cedrone si accoppiano spesso con gli affini dando origine a un ibrido comunemente conosciuto come tetraone mezzano.

Il gallo forcello, nel territorio italiano, si trova esclusivamente nell'arco alpino, ove esistono popolazioni stanziali. Inoltre, sempre in Italia, nelle Alpi Liguri si trova la popolazione stabile più a Sud. La legge venatoria italiana tutela la specie prevedendo un prelievo molto contigentato sia nei periodi temporali (dal 1 ottobre al 30 novembre), sia nel numero (massimo 2 per cacciatore ogni anno) e anche nel genere (è ammessa la caccia solo al genere maschile).



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LA CONTURNICE



La coturnice è un uccello di medie dimensioni che non mostra un dimorfismo sessuale. La coturnice corre con grande rapidità sul terreno e, rispetto ad altre specie simili, presenta un volo rettilineo, rapido e silenzioso. Sul finire dell'autunno, le coturnici si radunano in folti branchi, che si disperdono all'inizio della stagione degli amori.

Lunga circa 35 cm per un’apertura alare nell’ordine del mezzo metro, questa specie presenta un piumaggio particolarmente ricco di tonalità cromatiche, come quello di altri Galliformi: mentre dorso e ventre appaiono grigi, le ali presentano una colorazione bruno-rossiccia, con striature nere. Vistoso e inconfondibile, poi, è l’“anello” nero sul collo, che prosegue sul capo, sopra gli occhi, per congiungersi in prossimità del becco.
Anticamente diffusa anche in Europa centrale, la Coturnice attualmente abita l’Italia e i Balcani. Tendenzialmente stanziale, nel nostro Paese è presente sulle Alpi, nell’Appennino centrale e – con popolazioni ulteriormente frammentate tra loro – in quello meridionale. Quindi in Sicilia, dove vive la whitakeri , una sottospecie ben distinta dal resto della popolazione peninsulare ed oggi ritenuta probabilmente specie “buona”.
Amante dei pendii assolati punteggiati di cespugli e rada vegetazione, la Coturnice ama stare in branco durante la stagione invernale, mentre all’arrivo della primavera le coppie si isolano. Le femmine depongono fino a 15 uova in luoghi protetti, solitamente cespugli o anfratti nella roccia, mentre i pulcini vengono alimentati prevalentemente con gemme, bacche, germogli – in pratica tutta la vegetazione commestibile d’alta quota – oltre a insetti e larve.
Anche nel caso della Coturnice, come per altri Galliformi, è interessante assistere alla tradizionale “danza amorosa” del maschio, che avviene in primavera. A far bella mostra in questo caso, oltre al piumaggio, è anche il canto vigoroso e particolarmente intenso, utilizzato dal maschio sia per delimitare il territorio sia per richiamare la femmina.

Si nutre di tutti i tipi di sostanze derivate dalle piante e di piccoli animali e mangia anche la punta di cereali giovani. Ricerca al suolo vegetali e piccoli insetti (in particolare cavallette); in inverno è obbligata a rifugiarsi in settori ove le fonti alimentari non siano ricoperte da neve (balze rocciose e ripidi versanti esposti a sud).

La coturnice è classificata come prossima alla minaccia dato che le sue popolazioni sono in generale decremento numerico. Le cause di questa rarefazione sono varie come perdita dell'habitat (anche a causa dell'abbandono delle tradizionali pratiche agricole montane nelle Alpi), disturbo da parte del turismo, bracconaggio e caccia eccessiva laddove ancora consentita.




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L'ERMELLINO



L'ermellino è un piccolo, agilissimo predatore capace di muoversi con destrezza sulla neve, tra le rocce, sugli alberi ed in acqua. Il colore mimetico e la velocità con cui si muove lo rendono particolarmente temibile per i piccoli animali e difficilmente avvistabile per i naturalisti.
E' molto simile alla donnola, da cui si distingue per le dimensioni inferiori e per il ciuffo nero all'estremità della coda.
Si accoppia in  autunno, ma la gestazione si interrompe nei mesi invernali: tra marzo e maggio nascono 4-7 piccoli.
La sua pregiatissima pelliccia lo ha fatto, in passato, oggetto di caccia spietata.

Il corpo è lungo fino a 30 cm nei maschi, circa la metà nelle femmine; le zampe sono relativamente corte. Il pelame, rosso-bruno sul dorso e bianco sul ventre in estate, viene mutato in inverno divenendo completamente bianco, tranne la punta della coda, nera. Agile, sebbene si sposti soprattutto a terra è un ottimo arrampicatore. Ha abitudini notturne e crepuscolari. È un predatore specializzato nella caccia a conigli e lepri, ma si nutre anche di micromammiferi, uccelli, uova, piccoli rettili, anfibi, pesci e invertebrati. Scava tane sotterranee; la particolare morfologia del suo corpo permette, specialmente alla femmina, di seguire le prede anche in cunicoli di piccole dimensioni. Se disturbato può rilasciare un secreto repellente, di odore muschiato, dalle ghiandole perianali.
La pelliccia di ermellino, nel suo aspetto invernale, è molto pregiata. Tradizionalmente è indossata come segno del potere da regnanti e come insegna di dignità dai gradi più elevati della gerarchia accademica o giudiziaria.

L'ermellino identifica l'appartenenza di alcuni personaggi rinascimentali, come Ludovico il Moro, ad un ordine cavalleresco. Campeggia, inoltre, nello stemma araldico di Giovanni Andrea da Lampugnano (sicario e uccisore nel 1476 di Galeazzo Maria Sforza) che è così composto: a destra la Lupa e a sinistra la Mustela Alpina detta, in volgare, ermellino.

Con l'uso di questa simbologia Leonardo da Vinci, nel dipinto della “Dama con l'ermellino”, intende fare memoria della congiura contro Galeazzo Maria. Gli elementi iconografici alludono al mandante della congiura che aveva armato la mano di Andrea da Lampugnano e di altri sicari. I principali elementi di questa ipotesi sono: la Croce di Sant'Andrea sulla spallina della misteriosa Dama; la collana di perle nere al collo che allude al lutto; la mano scheletrita che non accarezza l’ermellino e non lo teme; le dimensioni sproporzionate dell’ermellino: errore, questo, non ammissibile in uno studioso delle forme quale Leonardo era. Queste analisi fanno ritenere che il soggetto della “Dama con ermellino” non sia Cecilia Gallerani bensì Caterina Sforza, figlia naturale di Galeazzo Maria. Tesi avvalorata dalla simbologia usata per i “piatti di pompa” n. 8 e n. 9, custoditi al Museo Nazionale di Ravenna, sul cui verso è indicato il nome di Caterina Sforza mentre, sul recto, è usata la simbologia Andreana che si ritrova anche nell’abside della Chiesa di Sant'Andrea in Melzo dove, oltre agli affreschi di epoca leonardesca, recenti ricerche hanno portato alla luce un teschio che le analisi effettuate hanno stabilito essere quello di Galeazzo Maria Sforza, V duca di Milano.



L'opera è uno dei dipinti simbolo dello straordinario livello artistico raggiunto da Leonardo durante il suo primo soggiorno milanese, tra il 1482 e il 1499. L'opera, della quale si ignorano le circostanze della commissione, viene di solito datata a poco dopo il 1488, quando Ludovico il Moro ricevette il prestigioso titolo onorifico di cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino dal re di Napoli.

L'identificazione con la giovane amante del Moro Cecilia Gallerani si basa sul sottile rimando che rappresenterebbe, ancora una volta, l'animale: l'ermellino infatti, oltre che simbolo di purezza e di incorruttibilità (annotava lo stesso Leonardo che "prima si lascia pigliare dai cacciatori che voler fuggire nell'infangata tana, per non maculare la sua gentilezza", cioè il mantello bianco), si chiama in greco "galé" (γαλή), che alluderebbe al cognome della fanciulla.

La scritta apocrifa ("LA BELE FERONIERE / LEONARDO DA VINCI") ha anche fatto ipotizzare che l'opera raffiguri Madame Ferron, amante di Francesco I di Francia, ipotesi oggi superata.

Esiste poi un'interpretazione, poco seguita ma interessante per capire la molteplicità di suggestioni che ha generato il ritratto, secondo cui l'opera sarebbe una memoria della congiura contro Galeazzo Maria Sforza: la donna effigiata sarebbe sua figlia Caterina Sforza, con la collana di perle nere al collo della dama che alludono al lutto, e l'ermellino un richiamo allo stemma araldico di Giovanni Andrea da Lampugnano, sicario e uccisore nel 1476 dello Sforza.

Il dipinto, col Ritratto di musico e la cosiddetta Belle Ferronnière del Louvre, rinnovò profondamente l'ambiente artistico milanese, segnando nuovi vertici nella tradizione ritrattistica locale. Dell'opera si sa che ebbe subito un notevole successo. Immortalato da un sonetto di Bernardo Bellincioni (XLV), venne mostrata dalla stessa Cecilia alla marchesa di Mantova Isabella d'Este che cercò di farsi ritrarre a sua volta da Leonardo, pur senza successo (ne resta solo un cartone al Louvre).

Le tracce del dipinto nei secoli successivi sono più confuse. Dimenticata l'attribuzione a Leonardo, l'opera venne riassegnata al maestro solo alla fine del XVIII secolo. Durante la seconda guerra mondiale venne nascosto nei sotterranei del castello del Wawel, dove fu trovato dai nazisti che avevano invaso la Polonia; quando fu ritrovato recava nell'angolo inferiore a destra l'impronta di un tallone, a cui venne rimediato con un restauro.

In quest'opera lo schema del ritratto quattrocentesco, a mezzo busto e di tre quarti, venne superato da Leonardo, che concepì una duplice rotazione, con il busto rivolto a sinistra e la testa a destra. Vi è corrispondenza tra il punto di vista di Cecilia e dell'ermellino; l'animale infatti sembra identificarsi con la fanciulla, per una sottile comunanza di tratti, per gli sguardi dei due, che sono intensi e allo stesso tempo candidi. La figura slanciata di Cecilia trova riscontro armonico nell'animale.

La dama sembra volgersi come se stesse osservando qualcuno sopraggiungente nella stanza, e al tempo stesso ha l'imperturbabilità solenne di un'antica statua. Un impercettibile sorriso aleggia sulle sue labbra: per esprimere un sentimento Leonardo preferiva accennare alle emozioni piuttosto che renderle esplicite. Grande risalto è dato alla mano, investita dalla luce, con le dita lunghe e affusolate che accarezzano l'animale, testimoniando la sua delicatezza e la sua grazia. L'abbigliamento della donna è curatissimo, ma non eccessivamente sfarzoso, per l'assenza di gioielli, a parte la lunga collana di perle scure. Come tipico nei vestiti dell'epoca, le maniche sono le parti più elaborate, in questo caso di due colori diversi, adornate da nastri che, all'occorrenza, potevano essere sciolti per sostituirle. Un laccio nero sulla fronte tiene fermo un velo dello stesso colore dei capelli raccolti.

Lo sfondo è scuro, ma dall'analisi ai raggi X emerge che dietro la spalla sinistra della dama era originariamente dipinta una finestra.

L'ermellino è dipinto con precisione e vivacità. A un'analisi della morfologia dell'animale, esso appare però più simile a un furetto. Può darsi che Leonardo, sempre indagatore del dato naturale, si ispirasse a un animale catturato, allontanandosi dalla, tutto sommato più realistica, tradizione iconografica (ad esempio si può vedere un ermellino nel Ritratto di cavaliere di Vittore Carpaccio del 1510 circa). Del resto, l'ermellino è un animale selvatico mordace e difficilmente ammaestrabile, di conseguenza sarebbe stato molto difficile poterlo utilizzare come modello, al contrario del furetto che può essere addomesticato quasi alla stregua di un gatto, oltre che relativamente semplice da trovare nelle campagne lombarde dell'epoca. Si consideri inoltre che l'ermellino ha dimensioni molto più ridotte, superando raramente e comunque di poco i 30 cm, mentre il furetto, come nel dipinto, a occhio misura tra i 40 e i 60 cm.


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LA MARMOTTA

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La marmotta delle Alpi o Marmota marmota è un mammifero facilmente osservabile in ambiente alpino sopra i 1500 metri dove gli alberi si diradano. E' un roditore parente dello scoiattolo, ma al contrario di quest'ultimo vive sul terreno e forma colonie numerose. Scava lunghe tane nel terreno, molto profonde e con un'unica uscita quelle invernali, meno profonde e con diverse uscite quelle estive. Nel periodo invernale cade in letargo per un periodo lungo fino a sei mesi durante il quale le funzioni vitali diminuiscono moltissimo.

La marmotta alpina vive sulle Alpi centroccidentali e sugli Appennini settentrionali; ama i terreni aperti e le pendici soleggiate, dove scava le sue tane profonde e articolate. Ha tronco tarchiato e robusto, testa grossa, orecchie corte, occhi ben sviluppati e coda lunga 15-20 centimetri; è dotata di arti anteriori assai solidi e di unghie robuste, atte allo scavo. Il mantello, molto folto, è bruno-grigiastro. Di abitudini diurne, è agilissima a dispetto dell’andatura apparentemente goffa, e trascorre la giornata tra bagni di sole e ricerca del cibo, per accumulare grasso in preparazione del lungo inverno: i mesi di letargo possono essere addirittura 8 nelle regioni più settentrionali. Si nutre di erbe e radici, anche di piante che risultano velenose per gli altri mammiferi. Le marmotte vivono in gruppi familiari territoriali formati da 15-20 individui, e sono note per il loro carattere amichevole. In caso di pericolo incombente l’individuo che per primo lo avverte emette un acuto suono vocale modulato e protratto (il famoso “fischio” delle marmotte), che all’istante fa scomparire nelle rispettive tane tutti i consimili della zona. La riproduzione non avviene necessariamente tutti gli anni, e la gestazione dura poco più di un mese. I 2-4 piccoli nascono in giugno e luglio e sono molto giocherelloni.

Le marmotte sono animali territoriali. Esse sono dotate di ghiandole che si trovano nei cuscinetti plantari delle zampe posteriori , sul muso e nella zona anale con le quali sono in grado di "marcare" il territorio. Nonostante questo però le zuffe tra marmotte di gruppi differenti sono abbastanza comuni. Se però il pericolo è più serio allora la parola d'ordine è la fuga. Quando una "sentinella" percepisce la presenza di un pericolo si alza a candela sulle zampe posteriori ed emette un grido simile ad un fischio avvisando il resto della comunità di rientrare nelle tane.

Il più grande predatore è rappresentato dall'aquila seguito dai cani vaganti.

La marmotta alpina vive in tane scavate nel terreno. Esse hanno diverse tipologie in relazione all'uso che devono svolgere. Esistono tane di fuga, mentre le tane principali sono costituite da una o più aperture che conducono in gallerie profonde anche una decina di metri. All'interno vi sono numerose concamerazioni dove le marmotte passano la notte, partoriscono, trascorrono l'inverno. L'animale è diurno: esce dalla propria tana al mattino, per rientrarvi solo nelle ore più calde e al crepuscolo. Durante il giorno si dedica alla nutrizione, alla pulizia della pelliccia, a lunghe soste al sole e allo stare insieme agli altri, attività che svolge un'importante funzione nel rafforzare i rapporti sociali fra i vari componenti del gruppo. La marmotta infatti non vive isolata ma in famiglie; ogni gruppo è generalmente costituito dal maschio e dalla femmina adulti oltre che dalle altre femmine. I giovani maschi vengono precocemente allontanati dalla famiglia dopo il primo anno di vita.

Questa specie trascorre la stagione invernale nello stato di letargo: tutti i componenti del gruppo si raccolgono nell'anfratto più ampio e profondo della tana, stretti gli uni agli altri per limitare la dispersione di calore. Durante questo periodo il metabolismo dell'animale subisce un notevole rallentamento: gli atti respiratori si abbassano a 2-3 al minuto, la temperatura da 38 gradi scende a soli 7-4 gradi e le pulsazioni cardiache passano a 4-5 al minuto. Prima del letargo, che dura generalmente da ottobre ad aprile, gli animali trasportano con la bocca l'erba secca per allestire un appropriato giaciglio per il lungo inverno. In primavera, all'uscita del letargo, la marmotta costituisce una facile preda perché ben visibile, mentre corre alla ricerca del cibo, sulle praterie ancora innevate.
Le ricerche più recenti hanno evidenziato che durante il letargo gli animali sono soggetti a periodici risvegli seguiti da breve attività. Questi temporanei risvegli hanno lo scopo di aumentare la temperatura corporea sia degli adulti sia dei piccoli, maggiormente esposti ad un'eventuale morte per ipotermia. Si tratta di un caso di cura parentale estesa anche agli altri adulti presenti. Se il numero di questi nella tana diminuisce o è ridotto alla singola unità, tale tecnica di termoregolazione sociale diventa insufficiente e la mortalità dei piccoli aumenta.
Il fischio è il tipico segnale di allarme della specie e serve inoltre a mantenere un collegamento fra i componenti del gruppo. In passato si riteneva erroneamente che fosse un vero e proprio fischio, ma in verità si tratta di un grido di origine laringea che viene emesso a bocca aperta. Inoltre esistono diversi tipi di segnale: ad esempio un fischio singolo indica una minaccia che proviene dall’alto, quale potrebbe essere un predatore alato (aquila) o un uomo che scende da un pendio; una serie di fischi segnalano un pericolo proveniente di lato, come una volpe, un cane o un uomo che giunge lateralmente. L'intensità del fischio fornisce indicazioni sulla distanza del probabile predatore. I segnali sono udibili fino a un chilometro in linea d'aria.

La sua alimentazione è vegetariana e costituita essenzialmente da erbe e radici e semi che le consentono di accumulare, nella buona stagione, il grasso che verrà consumato durante il letargo invernale. Non essendo un ruminante deve selezionare, in funzione della digeribilità, il tipo di alimento: questa è la ragione per cui sono privilegiate le parti vegetali più tenere ed in particolare i fiori. Il grasso della Marmotta, nella medicina popolare delle regioni alpine, veniva un tempo considerato come valido rimedio contro alcune malattie bronchiali, polmonari e reumatiche.

La marmotta non beve l'acqua che scorre nei ruscelli bensì trae i liquidi necessari al suo organismo unicamente dal consumo di erba e dalla rugiada mattutina.

Il periodo degli amori si colloca in primavera; dopo una gestazione di 40 giorni nascono generalmente da due a cinque piccoli. Essi vengono allattati dalla madre per 42 giorni e escono dalla tana, per la prima volta, solitamente agli inizi di luglio. La marmotta vive in nuclei familiari in cui il maschio tende ad accoppiarsi solo con la femmina adulta dominante.



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LA LEPRE BIANCA

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La specie è caratterizzata da dimorfismo stagionale: in inverno il mantello della lepre è completamente bianco, tranne l'apice delle orecchie che appaiono di colore nero.D'estate, dopo aver effettuato la muta primaverile, si presenta di colore bruno scuro. Ha una lunghezza di 46-61 cm, più 4-6 cm di coda, per un peso di 1,5-2,8 kg.Le zampe posteriori sono più lunghe di quelle anteriori con i piedi ricoperti da folto pelo adatte a procedere nella neve. Ha abitudini prevalentemente notturne e si nutre sia di arbusti che di erbe. In inverno mangia anche le cortecce di giovani piante. La lepre bianca manifesta una tendenza alla riduzione del proprio areale di distribuzione e le popolazioni sono in forte contrazione su tutto l'arco alpino.
La muta del pelame viene stimolata dalla temperatura, e così sempre del colore del terreno,mantenendo però la punta delle orecchie nere. Addirittura le sottospecie più settentrionali non mutano affatto il colore, rimanendo invariabilmente bianche per tutto l'anno, visto che la neve domina quasi incontrastata il paesaggio.
Per sopravvivere alle latitudini più settentrionali però non basta sapersi nascondere, e le lepri bianche hanno sviluppato una serie di adattamenti fisiologici per resistere ai freddi climi nordici.

In estate vive al di sopra del limite della vegetazione arborea, fra i pascoli cosparsi di massi, pietraie e cespugli contorti (rododendri, mirtilli, ontani verdi), mentre in inverno scende nei boschi, dove trova un maggior numero di rifugi e possibilità di nutrimento. I limiti altimetrici vanno dai 1100 ai 2800 m e la fascia alpina più frequentata si situa tra 1600 ed i 2200 m.
Durante l'arco dell'anno una femmina può avere 1 o 2 parti, generalmente nel periodo che va da aprile a settembre. Dopo una gestazione di circa 50 giorni nascono da 2 a 5 piccoli che appena nati, hanno già gli occhi aperti e il corpo ricoperto da peli. I giovani hanno uno sviluppo assai precoce che li rende autosufficienti a sole quattro settimane. È interessante far notare che possono nascere, anche se raramente, ibridi di Lepre comune e Lepre variabile, in quanto gli areali delle due specie, in alcuni casi, si sovrappongono parzialmente.

Non scava tane, ma vive in piccole grotte, in spazi compresi tra un masso ed un altro o in altre cavità naturali che l'ambiente offre. Da maggio ad agosto la femmina dà alla luce 2-5 piccoli. Come la lepre comune vive da 10 a 12 anni.


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GRIFOLA FRONDOSA



La Grifola frondosa (ovvero Grifos frondosus) è un fungo non molto diffuso che cresce sotto gli alberi di castagno ed appartiene alla famiglia delle Meripilaceae. In Giappone e nel mondo è anche conosciuto col nome di "Maitake".

Il corpo fruttifero è composto da un robusto tronco o gambo biancastro che si divide in numerose ramificazioni, portanti all'apice altrettanti cappelli a forma di spatola o di ventaglio, con orlo ondulato; nella parte superiore sono bruni o bruno grigiastri o grigiastri. La parte imeniale, inferiore, è composta da un tessuto a pori minuti biancastri o giallastri fino ad un rosa brunastro.

La carne è fragile, bianca, con un forte odore aromatico; sapore grato.

Cresce in autunno su ceppi od ai piedi dei tronchi di piante vive di castagno o di quercia. E' specie fedele alla sua stazione di crescita.
Considerato un ottimo commestibile, si presta in modo particolare alla conservazione sott'olio.

Il Maitake è ricco di minerali (il potassio, calcio, e magnesio), varie vitamine (B2, D2 e Niacina), fibre e amminoacidi. Il costituente attivo che potenzia ed esalta l'attività immunitaria è stato identificato negli ultimi anni ottanta, si tratta di un materiale avvolto da una proteina polisaccaride beta-glucano, un composto talvolta ritrovato nei funghi dell'ordine Polyporales.
La prevenzione del cancro è uno degli usi prevalentemente suggeriti per l'estratto di questo fungo.

Questo fungo noto terapeuticamente come Maitake è ritenuto esplicare i suoi effetti in quanto è attivatore di alcune protezioni, come i macrofagi, le cellule Natural Killer, le cellule T, l'interleukina-1 e l'anione superossido, tutte quante con provate attività anti tumorali. Nel 2009, una sperimentazione umana phase I/II ha dimostrato che il Maitake stimola il sistema immunitario dei pazienti affetti da cancro polmonare. Alcuni relativamente ristretti esperimenti su pazienti affetti da tumori hanno rivelato che questo fungo stimola le cellule NK. Anche una ricerca In vitro ha dimostrato che il Maitake attiva le cellule NK.

Esperimenti cellulari dimostrano che il Maitake induce l'apoptosi e inibisce la metastasi. L'apoptosi è stata indotta in cellule di cancro alla prostata, e i ricercatori hanno supposto che il fungo può essere attivo anche su umani affetti da questo genere di tumore.

Esperimenti in vitro hanno rivelato che il Maitake inibisce la crescita di vari tipi di cellule tumorali. Ristretti esperimenti su pazienti affetti da cancro hanno anche dimostrato in vitro che l'azione antitumorale deve ritenersi rilevante sugli umani. Un esperimento in vivo ha dimostrato che questo fungo stimola il sistema immunitario innato e adattivo di normali topi.

Molti ricercatori hanno indicato che il fungo ha l'abilità di regolare la pressione sanguigna, il glucosio nel sangue, l'insulina, il siero del plasma sanguigno e la concentrazione dei lipidi nel fegato, il colesterolo, i trigliceridi, ed i fosfolipidi, e che può essere utile per ottenere cali ponderali o nelle situazioni di insulinoresistenza; molte ricerche dimostrano che l'uso culinario del Maitake ha un effetto ipoglicemico sullo zucchero nel sangue, dovuto al fatto che naturalmente il fungo contiene l'inibitore dell'alfa glicosidasi.

Uno studio suggerisce che il fungo da solo può indurre l'ovulazione nelle pazienti con policistosi ovarica e può essere utile come terapia aggiuntiva per i pazienti che hanno fallito il trattamento di prima linea con il clomifene.

Nella Medicina tradizionale cinese e giapponese viene utilizzato per stimolare il sistema immunitario.

Come per molti altri funghi, esistono delle condizioni ottimali, all'interno di una gamma limitata, per la crescita del fungo che sono: la temperatura, l'umidità e altri fattori ambientali. Zone del Giappone nord-orientale sono particolarmente ospitali per la crescita del Maitake, anche se l’utilizzo di molti terreni per il foraggio e lo sviluppo hanno contribuito a limitare la sua disponibilità in natura. Può anche essere trovato nelle foreste settentrionali temperate dell'Asia, Europa e Nord America orientale. Mentre è relativamente raro trovarlo, allo stato naturale, in Giappone, il Maitake non è un fungo raro nei boschi degli Stati Uniti e del Canada, dove è conosciuto come “gallina dei boschi” (perché la forma e il colore dei suoi grappoli hanno una somiglianza con le piume della coda di una gallina) e “testa di pecora”. Solo raramente è stato trovato negli Stati Uniti occidentali. Specie strettamente correlate includono umbellata grifola, che i cinesi chiamano Zhu Ling o Chuling, G. albicans, e G. gigantea. I cinesi a volte comprendono Zhu Ling e la testa di pecora. Solo raramente è trovato in Stati Uniti occidentali. Specie strettamente correlate includono la Grifola umbellata, che i cinesi chiamano zhu ling o chuling, Grifola albicans e Grifola gigantea. I cinesi a volte inseriscono lo Zhu Ling (usano lo sclerozio, massa compatta di micelio fungino indurito contenente riserve di cibo, piuttosto che il corpo fruttifero) come ingrediente nelle formulazioni toniche a base di erbe. Anche se lo zhu ling e gli altri tipi di Grifola non sono così ben studiati come il Maitake, si pensa che abbiano composti simili ed effetti  benefici sulla salute.

La coltivazione del Maitake è stata sviluppata di recente. Solo negli ultimi due decenni, i produttori, sono stati in grado di passare da una dipendenza da Maitake raccolto e offrire un Maitake coltivato. Attualmente la bottiglia o la sacca di culturale fanno spesso uso di un letto di segatura/ crusca/ soia (in un rapporto di 80:10:10) come base. La coltivazione commerciale giapponese, soprattutto per l’utilizzo come alimento da cucina, è iniziato nel 1981 con 325 tonnellate. E'cresciuto a 1.500 tonnellate nel 1985, 8.000 tonnellate nel 1991 e quasi 10.000 tonnellate nel 1993. La produzione di Maitake per il commercio in tutto il mondo ora è superiore alle 40.000 tonnellate. Negli ultimi due decenni, questo fingo, ha iniziato ad essere coltivato allo scopo di essere utilizzato come integratore alimentare. Esso può essere l’integratore derivante da un fungo medicinale più versatile e promettente, anche se attualmente è meno noto dello Shiitake (Lentinula edodes) e del Reishi (Ganoderma lucidum).



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IL SEMPITERNO DI MONTAGNA

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Pianta perenne cespitosa, erbacea, dioica, con rizoma strisciante e brevi stoloni epigei fogliosi, per mezzo dei quali colonizza rapidamente le zone circostanti; ha fusti eretti, scapiformi, angolosi e fogliosi, si ramificano solo nella metà superiore. Tutta la pianta è bianca o grigiastra, tomentosa e sericea. Altezza 10÷30 cm.
Le foglie che formano rosetta all'apice degli stoloni epigei, sono portare da un breve picciolo, spatolate 2÷4 cm e arrotondate o mucronate all'apice, le foglie cauline sono numerose e lesiniformi, le apicali sono lineari; tutte sono cosparse, soprattutto nella pagina inferiore, di peli tomentosi biancastri.
Le infiorescenze a 2÷10 capolini in densi corimbi apicali. Specie dioica con capolini ovoidi di fiori solo maschili o femminili, con squame ovali-acute, bianche nei capolini maschili e rosee in quelli femminili, sempre più lunghe dei fiori.
I fiori sono tubulosi, bianchi o bianco-rosati; può trovarsi in gruppi con tutti i fiori maschili oppure tutti femminili; ma si può trovare anche in colonie miste.
I frutti sono acheni con pappo piumoso di colore biancastro o rosato a seconda del sesso del fiori.

Fiorisce da giugno ad agosto.
Vegeti nei pascoli, prati secchi, ma anche sassosi e asciutti, boschi radi e secchi; predilige substrato lievemente acido o siliceo.

Curiosa la denominazione “Piede di gatto” derivante dall’aspetto del capolino che ricorda i morbidi cuscinetti delle dita dei gatti. Il nome comune “Sempiterni di montagna” deriva invece dal fatto che si tratta di un sempreverde presente per lo più in alta montagna. Il nome scientifico di “Antennaria dioica” deriva dall’aspetto piumoso dei peli del pappo assomigliante alle antenne di alcune farfalle. Il termine “dioica” (cioè due case) deriva dal fatto che fiori maschili e femminili sono portati da piante differenti. Presenta proprietà farmaceutiche essendo utilizzata nei disturbi epatici e della cistifellea.
L'Antennaria dioica ha buone proprietà medicamentose contro i disturbi del fegato e della cistifellea; può essere valida anche per le epatiti e la diarrea. Nella medicina popolare viene usata anche come gargarismo nelle tonsilliti per le sue proprietà anti-infiammatorie ed emollienti. In genere si usano solamente i fiori femminili



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DAFNE ROSEA



La dafne rosea è una specie endemica delle Alpi, diffusa dalla Lombardia al Friuli. Cresce in pascoli alpini, in boscaglie aperte di arbusti bassi e in luoghi rocciosi, su substrati calcarei o dolomitici, con optimum nella fascia subalpina. Le dafne sono note fin dall'antichità per le qualità farmacologiche, ma il loro uso è molto pericoloso, e spesso il solo contatto con l'epidermide causa arrossamenti e vesciche sulla pelle, mentre l'ingestione dei frutti, molto velenosi, può essere fatale. Il nome generico deriva da 'dàphne', nome greco dell'alloro, per le foglie sempreverdi di alcune specie come D. laureola; il nome specifico si riferisce al tubo striato del perigonio. Forma biologica: camefita suffruticosa. Periodo di fioritura: giugno-agosto.

Pianta perenne con fusti tortuosi e portamento strisciante alta tra 5 e 15 cm circa. Le foglie sono coriacee, persistenti, di colore verde lucido e non più lunghe di un paio di centimetri, riunite in cima ai rami in densi fascetti. L’infiorescenza è costituita da 8 – 12 fiorellini rosati o rosso porpora molto profumati a forma di tubo allungato striato longitudinalmente (caratteristica dalla quale deriva il nome latino della pianta)

Tutte le piante del genere Daphne sono molto tossiche. L’ingestione della corteccia, delle foglie o dei frutti può portare bruciori a carico di bocca e gola, quindi vomito, nausea, diarrea e sete intensa con seria difficoltà respiratoria fino al collasso nei soggetti più deboli. La Daphne striata è in genere protetta.

Il nome del genere lo troviamo citato per la prima volta negli scritti del medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma di nome Dioscoride Pedanio (Anazarbe in Cilicia, 40 circa - 90 circa). Probabilmente nel nominare alcune piante di questo genere si ricordò della leggenda di Apollo e Dafne. Il nome Daphne in greco significa “alloro” e le foglie di queste piante sono molto simili a quelle dell'alloro.
In tempi più moderni questo nome è stato scientificamente definito da Carl von Linné, biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Alcune piante di questo genere trovano impiego nella medicina popolare, ma non sono considerate eduli, anzi le bacche prodotte dai fiori di queste piante possono essere velenose (in particolare quelle della specie Daphne mezereum). Da studi chimici si sa che nelle varie parti della pianta è contenuta una “resina acridica”, chiamata mezerina, ma anche un glucoside amaro e velenoso denominato dafnina (è un “glucoside cumarinico” formato da due composti: glucosio e dafnetina). In varie parti del Mondo queste piante vengono utilizzate per gli usi più differenti.

In Svizzera dagli arboscelli della Daphne laureola si tagliano delle liste bianche sottilissime con le quali le donne si adornano i cappelli.
In Giappone si raccolgono i fiori della Daphne odora che si mettono in sacchetti di tela per profumare la biancheria.
In alcune zone dell'Asia centrale, un decotto delle radici viene usato come purgante; mentre in altre zone, sempre con la stessa pianta, si produce dello spirito per distillazione;
Nelle Indie Orientali e anche nel Giappone (anticamente) sfruttando la forte fibra delle cortecce di alcune specie (Daphne pseudo-mezereum, Daphne cannabina, Daphne papyracea e altre) si ricavavano delle carte speciali.
Nella Francia meridionale (ma anche in Algeria) dalla corteccia secca della specie Daphne mezereum si ricavano diuretici e stimolanti, da usare sempre con parsimonia vita la tossicità della pianta.
L'impiego più usuale è nel giardinaggio, specialmente nei giardini alpini e rocciosi, questo grazie alla delicata bellezze di alcuni fiori come la Daphne petraea.
Le prime coltivazioni nei giardini europei risalgono al XVII secolo con le specie Daphne mezereum, Daphne laureola e Daphne cneorum. Sono piante rustiche, in genere abbastanza robuste, che richiedono un terreno calcareo in posizioni fresche.

Varie sono le leggende sorte attorno al nome dei questo genere.
Si racconta che durante un colorito e caldo tramonto del sole, il dio Apollo si fosse invaghito di Dafne, figlia del dio dei fiumi (Peneo). Sentendo le sue invocazioni di aiuto, alcune dee accorsero ai suoi richiami e per farla sfuggire al dio inseguitore la trasformarono in una pianticella “lauriforme”, le cui radici erano bagnate dalle sorgenti dei fiumi di suo padre.



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