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giovedì 10 novembre 2016

GIBBONI

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I Gibboni sono scimmie della famiglia Hylobatidae. La famiglia è divisa in quattro generi in base al loro numero cromosomico diploide: Hylobates, Hoolock, Nomascus, e Symphalangus. Il gibbone Bunopithecus è un gibbone scimmiesco estinto che, fino a poco tempo fa, è stato considerato strettamente legato al gibboni hoolock.

Vivono nelle foreste tropicali e subtropicali del Sud-Est Asiatico, su alberi di alto fusto sui quali si spostano agilmente; scendono al suolo raramente. Hanno braccia e dita molto lunghe, alluce forte; sono privi di coda. Vegetariani, si nutrono occasionalmente di insetti e uova di uccelli. Vivono in gruppi familiari. Non vi è dimorfismo sessuale. Specie più comuni sono Hylobates lar, diffuso dalla Cina sud-occidentale a Sumatra, e Hylobates agilis, diffuso in Malesia, Borneo e Sumatra.

Chiamato anche la scimmia minore, il gibbone differisce dalle grandi scimmie (scimpanzè, bonobo, gorilla, orango e l'uomo) in quanto più piccolo, e in possesso di alcuni dettagli anatomici che si avvicinano maggiormente alle scimmie di piccola taglia. Il Gibbone, a differenza della maggior parte delle grandi scimmie, oscillando da un ramo all'altro può fare salti fino a 8 m, e camminare a due piedi con le braccia alzate per mantenersi in equilibrio. Il gibbone è comunemente considerato il più veloce e il più agile mammifero volante. Un aspetto unico della fisionomia del gibbone è che il polso è composto da un giunto a sfera, che consente movimenti biassiali. Questo riduce notevolmente la quantità di energia necessaria nella parte superiore del braccio e del tronco, ma anche di ridurre lo stress sulla spalla. I gibboni hanno anche lunghe mani e piedi, con una profonda spaccatura tra le prime e la seconde dita delle mani. La pelliccia è di solito nero, grigio o marrone, spesso con macchie bianche sulle mani, piedi e viso. Il gibbone maschio a volte finisce con alcune macchie scure nel bianco per dimostrare che è una scelta adatta per l'accoppiamento. Alcune specie hanno un sacco alla gola, che si gonfia e funge da cassa armonica, fungendo da richiamo per gli altri gibbone. Questa struttura è enorme in poche specie, pari alle dimensioni della testa dell'animale. Il teschio del Gibbone somiglia a quello delle grandi scimmie, con una cassa cranica allargata, e le orbite di grandi dimensioni che si affacciano in avanti. Il gibbone ha il naso tipico dei primati con narici che sono vicine tra loro e la faccia in avanti e leggermente verso il basso. I denti sono simili alle grandi scimmie: molari superiori dalle grandi dimensioni e canini importanti.



I Gibboni sono animali sociali, fortemente territoriali e difendono i propri confini con vigorosi effetti vocali. L'elemento vocale, che spesso può essere sentito per distanze fino a 1 km, è costituito da un duetto composto da un paio di gibboni accoppiati. Nella maggior parte dei maschi delle specie, e in alcuni casi anche nelle femmine, cantare assoli è un istinto naturale per attrarre i compagni attraendoli nel proprio territorio. I giunti a sfera e i talloni dei gibboni consentono loro un incredibile velocità e precisione quando oscillano tra gli alberi. Ciononostante, la loro modalità di trasporto può comportare rischi quando si rompe un ramo o una mano scivola, e i ricercatori stimano che la maggior parte dei gibboni subiscono fratture ossee una o più volte durante la loro vita.

Purtroppo, la maggior parte delle specie sono minacciate o in pericolo, soprattutto per il degrado o la perdita del loro habitat forestale.

La presenza umana ha portato anche ad altre attività che hanno contribuito al declino della popolazione, come la caccia per ricavare carne o ingredienti per la medicina tradizionale, e la cattura di esemplari vivi per essere venduti come animali domestici o esibiti negli zoo. Sulla Lista Rossa della IUCN, la maggior parte delle specie viene classificata come in pericolo di estinzione e quattro di esse vengono catalogate come specie in pericolo critico. Una specie compare inoltre sulla pubblicazione biennale I 25 primati più minacciati del mondo 2012-2014.

La piattaforma della Sonda, sopra la quale poggiano le isole del Sud-est asiatico, emerse circa 12 milioni di anni fa creando una nuova porzione di terraferma, che attirò fauna e flora dal resto del continente asiatico. Le fluttuazioni del livello del mare, soprattutto alla fine del Pleistocene, costrinsero una grande massa di continente a ritirarsi e numerose isole a elevarsi di nuovo. In queste circostanze si crearono condizioni di isolamento geografico ideali per la speciazione, con conseguenti migrazioni di queste specie all'interno della stessa piattaforma quando si ristabilirono i ponti di terra. Una volta originatisi vari generi in zone diverse di questa piattaforma (Hoolock, Hylobates, Nomascus e Symphalangus), la suddetta speciazione avvenne in loco, piuttosto che sul continente asiatico.

I resti fossili indicano come possibile antenato degli ilobatidi il Dendropithecus, vissuto in Africa tra 20 e 17 milioni di anni fa. Era una catarrina piccola e agile, parzialmente brachiatrice, con una dentatura che suggerisce una dieta simile a quella dei gibboni e dei siamanghi moderni.

Nel 2010, uno studio basato sul DNA mitocondriale realizzato in specie dei generi Hylobates, Nomascus e Symphalangus ha indicato che la separazione tra gli ilobatidi e gli ominidi (uomo, oranghi, gorilla e scimpanzé) avvenne circa 19,25 Ma, un dato compatibile con altre stime basate sull'analisi del gene del citocromo b mitocondriale, indicanti 16,26 Ma. Lo stesso studio situa la divisione tra Nomascus e gli altri generi della famiglia circa 8,67 Ma, mentre il genere Hylobates si sarebbe originato circa 4,17 Ma. L'ulteriore divergenza tra H. lar e H. pileatus avrebbe avuto luogo circa 2,90 Ma e la separazione da H. moloch di H. klossii, e di H. muelleri da H. agilis circa 2,77 e 2,62 Ma, rispettivamente. Un altro studio del DNA mitocondriale stima che il genere Nomascus sarebbe apparso circa 8 milioni di anni fa, e Symphalangus e Hylobates circa 7 Ma; Hylobates pileatus circa 3,9 Ma, Hylobates lar e Hylobates agilis circa 3,3 Ma, durante il Pliocene. Gli studi indicano inoltre Hoolock come ultimo genere a essersi originato a partire da Hylobates circa tra 1,3 e 1,8 Ma.

Tra le specie estinte note unicamente a partire dai fossili vi è Bunopithecus sericus, i cui resti sono stati rinvenuti in Cina, nel Sichuan, in depositi del Pleistocene Medio. Nel sud della Cina, in depositi del Pleistocene, sono stati scoperti anche resti fossili delle attuali specie Nomascus concolor e Hoolock hoolock; ciò dimostra che durante questa epoca la famiglia aveva una distribuzione più ampia in questa regione.

Il primo studioso ad aver descritto una specie della famiglia Hylobatidae fu Carlo Linneo, che nel 1771 descrisse Homo lar; successivamente, nel 1821, Thomas Raffles descrisse il siamango (Symphalangus syndactylus) come Simia sindactyla, e in seguito Richard Harlan descrisse Simia concolor e Simia hoolock, rispettivamente nel 1826 e 1834. Vaughan, nel 1978, incluse questa famiglia all'interno della famiglia Pongidae, all'epoca considerata distinta da Hominidae, ma in seguito vari autori inclusero Hylobatidae dentro Hominidae. Inizialmente tutte le specie della famiglia venivano classificate tutte nell'unico genere Hylobates; Goodman e i suoi collaboratori separarono Symphalangus e Hylobates in generi differenti (1998), ma quest'ultimo venne provvisoriamente suddiviso in quattro sottogeneri da Groves (2001) per poter così aggirare il problema della posizione tassonomica di Bunopithecus. All'inizio degli anni 2000, la maggior parte degli autori riconosceva l'esistenza di quattro generi - Bunopithecus, Hylobates, Nomascus e Symphalangus -, ma nel 2005 alle due specie di hulok, precedentemente incluse nel genere Bunopithecus, venne assegnato un proprio genere, Hoolock, a dimostrare che non sono poi così strettamente imparentate con la specie estinta Bunopithecus sericus, la quale viene tuttora classificata nel proprio genere estinto e monofiletico, Bunopithecus. La divisione in quattro generi è basata sul numero di cromosomi: 44 (Hylobates), 38 (Hoolock), 52 (Nomascus) e 50 (Symphalangus).


LEGGI ANCHE: http://marzurro.blogspot.it/2016/10/la-malesia.html



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mercoledì 10 agosto 2016

IL PUMA

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Il puma, noto anche come coguaro o leone di montagna, è un mammifero appartenente alla famiglia dei felidi. Nonostante le sue dimensioni il puma viene classificato tra i piccoli felini, di cui è la specie più grande. La parola puma deriva dalla lingua quechua ed era considerato animale sacro per gli Aztechi e i Maya. Questo felino è lungo circa 130 centimetri senza la coda e alto 70 centimetri arrivando a pesare fino a 70 chili. E’ caratterizzato da un pelo folto e morbido che può assumere varie colorazioni, dal bruno al fulvo, fino al rossiccio e al grigio argento. Sotto al mento e al petto, invece, diventa bianco. Le zampe anteriori hanno 5 dita mentre quelle posteriori 4 con unghie retrattili che fanno del puma uno tra gli animali più agili al mondo. I puma, infatti, riescono a fare salti di 4 metri di altezza e 10 in lunghezza. Il puma ha la testa piccola e tonda e il collo lungo con corpo snello e gambe lunghe. Non ruggisce, ma, emette dei richiami. Si nutre di mammiferi, dai cervi alle renne, fino ai ratti ai procioni e ai castori. Caccia anche uccelli e pesci ma non mangia, invece, le carogne e i rettili. La tecnica di caccia è quella dell’agguato tipico dei felini. Attacca le prede al collo, rompendogli l’osso con un morso alla gola.

Nell'America del Nord, in particolare negli Stati Uniti, la parola panther ("pantera") da sola si riferisce al puma, sebbene il termine black panther ("pantera nera") sia correttamente associato solo con le varianti affette da melanismo di leopardi o di giaguari, piuttosto che di puma. In Europa e in Asia, "pantera" significa "leopardo" e si può riferire sia al leopardo maculato sia a quello nero. Nell'America meridionale, "pantera" si riferisce solo al giaguaro, sia quello maculato, sia quello nero. Il gene del melanismo si può trovare in una grande varietà di felini, compresi il leone, la tigre, il leopardo, il giaguaro, il caracal, il jaguarondi, il serval, l'ocelot, il margay, la lince rossa; non sono mai stati documentati, tuttavia, casi di melanismo nell'America settentrionale in Puma concolor, anche se persistono leggende metropolitane di "pantere nere". Tali resoconti aneddotici hanno particolare vigore sugli Appalachi degli Stati Uniti orientali, una regione dove è comunemente accettato il fatto che il Puma concolor sia completamente estinto da prima della fine del XIX secolo, e dove non sono state documentate presenze ristabilite di popolazioni in propagazione fino al 2005.

Il puma è un felino molto duttile e capace di adattarsi a differenti habitat naturali, dalle praterie alle foreste boreali. Predilige i climi temperati, ma, vive bene anche in quelli tropicali, nelle zone semidesertiche e sull’alta montagna. Non ama, invece, la tundra artica e i deserti troppo ostili per le sue caratteristiche.

Fino a pochi anni fa il puma era diffuso in tutto il continente americano, dal Canada alla Patagonia. Oggi, invece, la sua diffusione è limitata alle Montagne Rocciose, nelle aree semidesertiche del sudovest e nelle regioni paludose della Florida.

I puma sono animali solitari che tendono ad incontrarsi solo durante la stagione degli amori che va da novembre a giugno. Stanno insieme per sei giorni al massimo poi il maschio abbandona nuovamente la femmina. La gestazione dura tre mesi con la femmina che partorisce fino a sette cuccioli. Ogni piccolo appena nato pesa all’incirca 500 grammi ed è lungo 30 centimetri. Restano con la madre fino a 20 mesi. Come per tutti i felini l’allevamento dei piccoli spetta esclusivamente alla femmina mentre il maschio se ne disinteressa completamente. Al momento della nascita i cuccioli hanno il mantello maculato che poi perdono crescendo.



Il puma è un felino timido, che evita solitamente gli insediamenti umani. Occasionalmente, tuttavia, può attaccare l'uomo. Negli Stati Uniti si verificano, di solito, circa quattro avvenimenti del genere ogni anno; vittime degli attacchi sono perlopiù bambini. Si tratta dell'unico dei "piccoli felini" ad essere considerato potenzialmente pericoloso per le persone.

Il puma stesso, oltre all'uomo, ha pochi nemici da temere. Solo lupi ed orsi possono ogni tanto predare puma giovani o malati in Nordamerica; in Sudamerica l'unico vero competitore è il giaguaro.

Dopo essere stato cacciato quasi fino all'estinzione negli Stati Uniti, il puma ha fatto la sua ricomparsa in modo considerevole, con 30.000 individui stimati negli Stati Uniti occidentali. In Canada si trovano puma ad ovest delle praterie, nell'Alberta, nella Columbia Britannica e nello Yukon meridionale. La più alta concentrazione di puma nell'America settentrionale si trova sull'Isola di Vancouver nella Columbia Britannica.

I puma stanno gradualmente estendendo il proprio territorio verso est, seguendo torrenti ed alvei, ed hanno raggiunto il Missouri, il Michigan ed attraversato il Kansas, compresa la grande area metropolitana di Kansas City. Dei puma sono stati avvistati sulla costa settentrionale del Lago Superiore con un attacco ad un cavallo ad Ely, nel Minnesota, nel 2004. Si prevede che espandano presto il loro territorio sugli interi Stati Uniti orientali e meridionali. Continuano ad esserci segnalazioni sulla sopravvivenza della popolazione rimanente del puma orientale (Puma concolor cougar) nel New Brunswick, nell'Ontario, e nella penisola di Gaspé del Quebec.

A causa dell'urbanizzazione di aree rurali, i puma vengono spesso a contatto con le persone, soprattutto in aree con grandi popolazioni di cervi, le loro prede naturali. Hanno anche cominciato a cacciare animali domestici come cani, gatti e bestiame, ma sono raramente ricorsi a umani come fonte di cibo.

La stima del 1990 circa numerava tra i 4.000 e i 6.000 puma in California e tra i 4.500 e i 5.000 in Colorado. Nell'ultima ricerca effettuata nel marzo 2011 il coguaro (o leone di montagna) è stato dichiarato estinto dall'est degli Stati Uniti, conseguentemente dalla mancanza di avvistamenti dagli anni '30.

Il genere Puma comprende l'unica specie attuale Puma concolor, suddivisa in numerose sottospecie. In passato sono vissute altre specie attribuite al genere Puma, come la pantera di Owen (Puma pardoides) vissuta in Europa tra Pliocene e Pleistocene. A volte anche lo yaguarondi (Herpailurus yaguaroundi) è attribuito al genere Puma.

La pantera della Florida (Puma concolor coryi), una sottospecie di puma in pericolo
Si distinguono tradizionalmente tra le 24 e le 32 sottospecie di puma. Nell'America del Nord, due vengono considerate estinte. Come particolarmente minacciata è classificata la pantera della Florida (Puma concolor coryi), che nelle regioni paludose delle Everglades è sopravvissuta agli stermini. Ne esistono soltanto meno di 80 esemplari (secondo altre fonti tra 25 e 50) non in cattività. La salvezza di questa piccola sottospecie di puma, dal colore rosso intenso, è pertanto uno degli obiettivi principali delle organizzazioni locali per la salvaguardia dell'ambiente. Per proteggerli ed analizzarli, ogni animale è dotato di un collare elettronico per l'identificazione e la determinazione dell'ubicazione.

La pantera della Florida è l'unica sottospecie che sopravvive a est del Mississippi, da dove scomparve a causa della caccia abusiva dei coloni europei durante i secoli XIX e XX. L'altra sottospecie occidentale, il coguaro del Wisconsin (Puma concolor schorgeri) fu sterminata ufficialmente nel 1925, sebbene da allora si siano registrati avvistamenti non verificati. È possibile che anche il puma orientale (Puma concolor cougar) sia attualmente estinto.

Esistono ibridi fra diverse sottospecie di puma in Florida, dove si introdussero animali forestieri al fine di aumentare la scarsa popolazione di pantere della Florida, decimate anni prima dalla caccia eccessiva. Questa misura controversa, giacché diluisce la purezza genetica della sottospecie occidentale minacciata, ha prodotto una nuova generazione di puma ibridi più vigorosi e che si riproducono più rapidamente di quelli di pura razza della Florida.

Nonostante il puma non sia strettamente imparentato con i grandi felini, si è riusciti a crearne ibridi con il leopardo, che sono stati battezzati pumapardi. Si è a conoscenza anche di ibridi fra puma e ozelot, ma in questo caso i cuccioli sono morti poco dopo la nascita. In alcune occasioni, infine, si sono avute notizie di ibridi di puma e giaguari, ma l'esistenza di questi esseri non è ancora stata provata.

Anche se protetto, il puma viene tuttavia cacciato da alcuni contadini, preoccupati per il loro patrimonio zootecnico. La specie nel complesso, però, non è considerata in pericolo. Il puma perlopiù fugge l'uomo; solo in casi eccezionali aggredisce degli adulti.

Il puma era altamente rispettato presso gli indiani d'America. A lui venivano attribuite qualità come il comando, la forza, l'ingegno, la lealtà, l'impegno e il coraggio.

I colonizzatori bianchi nell'America del Nord hanno a lungo cacciato il puma, non solo per proteggere il proprio bestiame da questo animale, ma anche perché ambivano al suo trofeo.

Un popolo nordamericano, gli erie, trae forse dal puma il proprio nome, che viene considerato un'abbreviazione di erielhonan, in italiano "lunga coda". Per questo motivo erano chiamati dai francesi anche Nation du Chat, "popolo del gatto".

I casi di attacchi agli umani sono rari ma possono verificarsi, soprattutto quando l'intervento umano sui luoghi selvatici riduce la disponibilità di prede per il puma. Si sono verificati circa 100 attacchi ad umani negli Stati Uniti ed in Canada durante il periodo dal 1890 al gennaio 2004, con 16 morti. Nella sola California ci sono stati 14 attacchi e 6 morti. Attacchi da parte di puma su umani ed animali domestici sono associati con aree urbane tra luoghi selvaggi ed altre aree urbane più sviluppate, come a Boulder, in Colorado, area che ha incoraggiato una delle prede tradizionali del puma, il cervo mulo, ad abituarsi alle aree urbane ed alla presenza di persone ed animali selvatici. I puma, in circostanze tali, possono arrivare a perdere la loro paura sia delle persone sia dei cani e a vederli entrambi come prede.

L'8 gennaio 2004 un puma uccise e mangiò in parte un ciclista in mountain bike nel Whiting Ranch Wilderness Park nella Orange County, in California; forse fu lo stesso animale ad aggredire un altro ciclista nel parco il giorno seguente, ma venne respinto da altri ciclisti. Un giovane puma maschio fu ucciso lì vicino dalle guardie forestali più tardi nello stesso giorno.

In California la caccia ai puma è proibita, eccetto in circostanze molto specifiche. Questo, insieme all'estinzione in California del lupo e dell'orso bruno, ha permesso al puma di moltiplicarsi enormemente, dato che non si trovano più altri predatori in grado di rubare la cacciagione di un puma, benché gli orsi neri potrebbero non essere abbastanza forti da farlo. La legge della California prevede che gli animali selvatici che hanno attaccato un umano debbano essere uccisi qualora siano localizzati.


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sabato 18 giugno 2016

ANIMALI IN VIA DI ESTINZIONE

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Il fenomeno naturale dell'estinzione di una specie è un fenomeno biologico molto lento in un ecosistema equilibrato viene compensato dalla comparsa di specie nuove; si tratta quindi di un fenomeno che non impoverisce la varietà degli organismi viventi.

Diversa, e per molti versi allarmante, è invece la situazione creatasi negli ultimi 150 anni, a partire dalla Rivoluzione industriale: molte specie sono scomparse e altre rischiano l'estinzione non in seguito a fattori naturali ma per effetto della pressione dell'uomo sull'ecosistema. Il numero di specie che si sono estinte in questi anni non ha precedenti nella storia biologica. Se la frequenza delle estinzioni dovesse procedere con l'attuale velocità (circa 30.000 specie per anno secondo alcune stime), o se addirittura, come sembra stia avvenendo, dovesse accelerare, il numero delle specie estinte nella prossima decade potrebbe eguagliare e superare quello osservato in occasione delle grandi estinzioni di massa, l'ultima delle quali, risalente a 65 milioni di anni fa, provocò la scomparsa dei Dinosauri.

Si teme in sostanza che sia in corso la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta. Gli scienziati ritengono inoltre che tutti gli stessi fattori che estinguono gli animali estingueranno lo stesso genere umano.

Secondo i dati della Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), un quarto delle specie di mammiferi e un ottavo di quelle di uccelli sono oggi a rischio di estinzione, così come il 25% dei rettili, il 20% degli anfibi e il 30% dei pesci. Tra i paesi in cui vi sono più uccelli e mammiferi minacciati figurano la Cina, il Brasile, l'India e il Perù. La percentuale di specie minacciate è minore negli artropodi, nei molluschi e negli altri gruppi di invertebrati. Gli anfibi soffrono molto i danni all'ambiente e per questo il loro declino è una delle dimostrazioni dell'incapacità del pianeta di mantenere gli attuali livelli di biodiversità.

In tutto il mondo sono in atto numerosi tentativi per cercare di evitare l'estinzione dei nostri parenti più prossimi, le scimmie antropomorfe: secondo le Nazioni Unite, infatti, a Gorilla, Oranghi, Scimpanzé e Bonobo resterebbero pochi decenni prima dell'estinzione, in natura o totale.

La classificazione delle specie in pericolo è fatta dagli esperti IUCN (l'organizzazione che si occupa di catalogare le specie in pericolo) dividendo le specie in 8 gruppi. 5 di essi fanno capire che la specie è molto minacciata:
Estinto (EX): una specie è estinta quando non si può dubitare che l'ultimo individuo sia morto
Probabile estinto (PE): non si avvistano da tempo individui della specie nel suo areale storico (non ufficiale IUCN)
Estinto in natura (EW): una specie è estinta in natura quando sopravvive solo con individui coltivati (vegetali), allevati in cattività o con popolazioni al di fuori dell'areale originale.
In pericolo critico (CR): una specie è in pericolo critico quando uno dei seguenti criteri è soddisfatto:
Riduzione significativa della specie (nell'ordine dell'80%)
Distribuzione del 1600 ridotta di più dell'85% o con pochissimi (2-5) nuclei all'interno dell'areale originario tutti a potenziale rischio di estinzione
Consistenza della popolazione inferiore a 250 individui adulti ma fortemente fluttuante o in rapido declino
Consistenza della popolazione inferiore a 100 individui adulti
Probabilità di estinzione del 50% nelle prossime tre generazioni.
In pericolo (EN) una specie è in pericolo quando uno dei seguenti criteri è soddisfatto:
Riduzione della specie del 55-79%
Distribuzione del 1600 ridotta del 50-84% o con pochi gruppi (6-10) tutti a rischio di estinzione
Consistenza della popolazione inferiore ai 2500 individui ma fortemente fluttuante o in rapido declino
Popolazione al di sotto dei 1000 individui maturi
Probabilità di estinzione del 20% nelle prossime cinque generazioni.


Sono sempre più numerosi gli animali a rischio di estinzione nel mondo a causa del bracconaggio, della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Il bracconaggio riguarda soprattutto specie come gli elefanti e i rinoceronti, che vengono cacciati alla ricerca di materiali considerati preziosi come l'avorio.

La speranza è che i recenti accordi internazionali contro il bracconaggio possano migliorare la situazione e che vengano avviate delle politiche efficaci per la riduzione della deforestazione nelle aree più sensibili del Pianeta, come l'Amazzonia e l'Indonesia.

I gorilla di montagna sono in costante pericolo di estinzione a causa del bracconaggio e della deforestazione. Già nel 2013 nel Parco Nazionale di Virunga se ne contavano soltanto 880 esemplari. E’ il momento di attivarsi davvero per salvare i gorilla di montagna, dato che la loro fine sembra segnata. Ormai in Africa ne rimarrebbero soltanto circa 500.

Gli incendi che distruggono le foreste in Indonesia per dare spazio alle coltivazioni intensive, con particolare riferimento alle palme da olio, stanno mettendo sempre più a serio rischio la sopravvivenza dell’orango di Sumatra, ormai diventato il simbolo della deforestazione e della scomparsa degli habitat naturali.

Sumatra è uno dei luoghi del mondo dove la deforestazione e il bracconaggio stanno mettendo più a rischio la sopravvivenza degli animali selvatici. In pericolo non si trovano soltanto gli oranghi, ma anche gli elefanti, soprattutto per via dei cacciatori di avorio. Il desiderio di denaro e il consumismo dell’uomo sono la prima minaccia per l’estinzione di questi animali.

Il leopardo di Amur, noto anche leopardo dell’Estremo Oriente, rappresenta una specie ormai davvero molto rara. In natura ne sarebbero rimasti soltanto circa 60 esemplari. E’ conosciuto anche come leopardo siberiano. In passato era diffuso in Corea, Cina e Russia ma ora si trova ad alto rischio di estinzione a causa del bracconaggio.

La vaquita, o focena del golfo di California, è una rara specie di focena. E’ originaria della parte settentrionale del golfo della California e alcune delle ultime stime conteggiano soltanto tra i 150 e i 200 esemplari rimasti in natura. Viene classificata dalla IUCN nella categoria più a rischio di estinzione.

I lemuri sono un gruppo di primati presenti solo in Madagascar. Oggi sopravvivono soltanto poche decine di lemuri sull'isola. Purtroppo gli esemplari di questi animali sono sempre più a rischio di estinzione. Secondo lo IUCN, in particolare, negli ultimi tempi la popolazione del lemure settentrionale si è ridotta dell’80%.

Il rinoceronte di Giava si trova in pericolo di estinzione a causa del bracconaggio per via dell’elevato valore del suo corno. Le centinaia di rinoceronti presenti un tempo tra la Cina e il Vietnam si stanno purtroppo riducendo drasticamente. Ora ne rimarrebbero soltanto una cinquantina di esemplari, all’interno di una zona protetta dell’isola di Giava.

La specie della tartaruga liuto, in base ai criteri della Lista rossa IUCN, è considerata in pericolo critico di estinzione. La sua cattura è proibita anche in Paesi che permettono la pesca di altre tartarughe. Sensibilissima all'inquinamento marino, è in pericolo anche per l'ingestione di sacchetti di plastica galleggianti che scambia per meduse e per il disturbo ai siti di nidificazione.

La tigre siberiana è endemica di una ristretta area geografica situata nell'estrema parte sudorientale della Siberia in gran parte corrispondente al massiccio montuoso costiero del Sichote-Alin, e il suo habitat è costituito dalla foresta boreale e temperata mista, due biomi tipici di questa regione. Il suo stato di conservazione - monitorato dagli anni Cinquanta e determinato dallo IUCN nel 1996 e successivamente nel 2008 - la classifica come in pericolo di estinzione.

Il saola è uno dei mammiferi più rari del mondo, noto anche come bue Vu Qang. Il suo habitat si riduce ora ad una zona protetta all’interno di una riserva naturale nel Laos. Il nome saola significa ‘dalle corna affusolate’.

Le specie a rischio di estinzione nel mondo sono sempre più numerose a causa di diversi fattori quali la deforestazione, il bracconaggio e i cambiamenti climatici.



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venerdì 4 settembre 2015

MELEAGRIDE MINORE

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La Fritillaria tenella Bieb. (= F. montana Hoppe), nota col nome comune di Meleagride minore, specie tipica dei pascoli e dei luoghi rocciosi, dei monti, è una pianta esile con un bulbo ricoperto da tuniche biancastre, da cui si erge un gracile scapo lungo 20–40 cm, che porta foglie lineari-lanceolate, opposte o riunite in verticilli di 3, o più raramente disposte in ordine sparso, e solcate profondamente da nervature parallele, i fiori sono reclinati, con un perigonio campanulato, di petali ovoidali-oblunghi di colore vinoso-porporino, più o meno variegati a scacchiera, con una fossetta nettarifera ovoidale-oblunga, ha 6 stami e un pistillo con ovario supero, frutto a capsula ovoidale lungo 15–20 mm.
La Meleagride vegeta nei prati aridi, pendii sassosi su substrati carbonatici od ofiolitici da 300 a 1800 metri. Specie da rara a rarissima con distribuzione estremamente frammentata nonostante sia presente in tutte le regioni ad eccezione di Veneto, Liguria, Puglia, Sicilia e Sardegna. In quasi tutti i casi la presenza è data da poche piante; solo eccezionalmente si trovano stazioni con oltre 50 esemplari.

Fiorisce tra aprile e maggio.

E’ una specie molto rara e come tale dev’essere rispettata per il forte rischio d’estinzione; non a caso è protetta in tutte le regioni. La localizzazione molto accessibile di alcune stazioni non ne favorisce la preservazione. A causa della distribuzione frammentata sono state descritte parecchie varietà e sottospecie i cui caratteri morfologici sono legati in prevalenza alle locali condizioni di crescita. Tutte le specie del genere Fritillaria sono molto tossiche. Non fa eccezione Fritillaria montana per via dell’elevata concentrazione di alcaloidi (fritillaria, imperialina), non deve pertanto essere utilizzata in erboristeria.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/09/lappennino-ligure.html




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lunedì 17 agosto 2015

IL BELUGA



Il beluga, nome scientifico Delphinapterus leucas è un cetaceo odontoceta della famiglia Monodontidae che vive nell'artico e nelle acque subartiche lungo le coste del Canada, dell'Alaska, della Groenlandia, della Norvegia e dell'Unione Sovietica così come alla foce del fiume San Lorenzo (la più grande via fluviale del mondo che attraversa il Québec e il principale emissario dei Grandi Laghi, la più vasta estensione d’acqua dolce del mondo).

Il beluga, detto anche delfino bianco, non supera i 4 metri di lunghezza. Il suo corpo, grigio scuro alla nascita, si schiarisce con l'età: a circa 5 anni appare completamente bianco e pesa dai 220 ai 670 chilogrammi. Possiede pochi denti, una fronte bombata e un muso corto, senza becco. Questo mammifero emette suoni curiosi, delle grida che ricordano molto il canto del chiurlo, tanto che viene soprannominato "canarino di mare". E' socievole e di solito vive in gruppi formati da circa 15 individui. Si nutre di tutto ciò che trova sul fondo del mare: pesci, molluschi, vermi, granchi, ecc. I suoi spostamenti risultano condizionati soprattutto dal movimento dei ghiacci. Questo delfino viene cacciato per la carne e per la pelle che dà un cuoio molto resistente. E' diffuso nei mari polari artici.

Il nome deriva dal Russo e significa “bianco”, con questo nome si identifica un grande cetaceo bianco che deriva da un genere, la Denebola brachycephala, ormai estinto e vissuto in epoca Miocenea.

Le femmine di Beluga, raggiunta la maturità sessuale, partoriscono nel periodo primaverile i cuccioli che alla nascita si presentano privi di pinne dorsali e una colorazione scura che via via si schiarisce con l’età adulta fino a divenire bianca.
Il corpo si presenta massiccio, simile al narvalo, ma con una mobilità del collo e del capo maggiori. Ha una fronte bombata e un muso tozzo completo di pochi denti.

Il Beluga, nonostante il discreto numero di esemplari presenti, sembra rientrare fra i cetacei a rischio di estinzione, principalmente a causa della caccia a volte a scopi alimentari. Solo durante l’inverno, quando abbandona la costa ormai compatta distesa di ghiaccio, il Beluga si allontana dal pericolo rappresentato dall’uomo. Ma al largo diventa facile preda dei suoi nemici naturali, il tricheco, l’orca e l’orso polare.



I beluga non hanno la pinna dorsale, caratteristica indicata anche dal nome del genere: "apterus" in greco significa infatti senza ali. La perdita della pinna dorsale potrebbe essere un adattamento alla vita sotto i ghiacci, o forse un modo per conservare calore. Come in altri cetacei, la ghiandola tiroidea è particolarmente grande se comparata con quella dei mammiferi terrestri (proporzionalmente è grande tre volte quella del cavallo) e serve a sostenere il metabolismo accelerato durante la stagione estiva trascorsa agli estuari dei fiumi.

Il corpo rotondo, soprattutto quando ben nutrito, si assottiglia verso la coda. La pinna caudale continua a crescere, incurvandosi man mano che l'animale invecchia. Le pinne pettorali sono ampie e corte e hanno una forma quasi quadrata.

A differenza di altre balene, sono anche capaci di nuotare all'indietro.

I maschi raggiungono la maturità sessuale tra i quattro e i sette anni, mentre le femmine tra i sei e i nove anni. I beluga possono vivere anche 50 anni.

Le femmine partoriscono ogni 3 anni, da febbraio a maggio, ma alcuni parti avvengono anche in altri periodi dell'anno. Non è chiaro se il beluga adotti una strategia riproduttiva di diapausa embrionale. La gestazione dura da dodici a quattordici mesi e mezzo. Le nascite avvengono in un periodo che varia da luogo a luogo. Nell'artico canadese i piccoli nascono tra marzo e settembre, nella Baia di Hudson il picco delle nascite si verifica alla fine di giugno, mentre nel mare del Labrador tra la fine di luglio e i primi di agosto.

I nuovi nati sono lunghi circa 1,5 metri, pesano 80 chili e sono grigi. I piccoli rimangono dipendenti dalla madre per almeno due anni.

Col sopraggiungere della primavera i beluga si spostano in insenature poco profonde come baie ed estuari dei fiumi, dove trascorreranno l'estate. Questi siti sono discontinui. Una madre solitamente ritorna nello stesso luogo anno dopo anno. Non appena le zone estive cominciano a ricoprirsi di ghiaccio col sopraggiungere dell'autunno, i beluga si spostano in cerca di luoghi più adatti dove trascorrere l'inverno. La maggior parte di essi viaggia in direzione dello spostamento del pack, mantenendosi sul suo bordo durante l'inverno. Altri invece restano sotto il pack, sopravvivendo grazie a spaccature nel ghiaccio dalle quali emergere per respirare. I beluga sono anche in grado di trovare sacche d'aria intrappolate sotto il ghiaccio. La capacità di questi animali di trovare piccoli spazi liberi dal ghiaccio in mezzo al denso e spesso pack che può arrivare a coprire anche il 96% della superficie resta un mistero per gli scienziati. È stato suggerito che i beluga si servano dell'ecolocalizzazione, strumento adatto alla vita sotto i ghiacci, per trovare le crepe nel pack necessarie per respirare.

Nel 1849, durante i lavori di costruzione della prima ferrovia attraverso Rutland e Burlington nel Vermont, gli operai portarono alla luce i resti di un misterioso animale nella città di Charlotte. Sepolto sotto uno strato spesso tre metri di argilla blu, queste ossa erano diverse da quelle di qualsiasi altro animale fino ad allora scoperto nel Vermont. Gli esperti le identificarono come appartenenti ad un beluga. Poiché Charlotte si trova a più di 241 km dal più vicino oceano, i naturalisti dell'epoca non riuscirono a spiegare come le ossa di un mammifero marino fossero finite nella campagna del Vermont. Oggi, questo fossile è d'aiuto nello studio della geologia della zona del Lago Champlain, oltre ad essere il fossile ufficiale dello Stato del Vermont (facendo così di questo stato l'unico ad avere il fossile ufficiale di un animale ancora esistente).

Il 9 giugno 2006 la carcassa di un giovane beluga fu rinvenuta nel fiume Tanana, vicino a Fairbanks in Alaska, a circa 1700 chilometri dal più vicino sito di beluga conosciuto. I beluga talvolta seguono gli spostamenti dei pesci, e ciò ha portato il biologo dell'Alaska Tom Seaton a ipotizzare che l'animale avesse seguito i salmoni lungo il fiume l'autunno precedente.



I beluga sono stati tra le prime specie di cetacei ad essere allevati in cattività. Il primo esemplare fu mostrato al Barnum's Museum a New York nel 1861. Al giorno d'oggi resta una delle poche specie di cetacei ad essere esibita in acquari e parchi acquatici di Nord America, Europa e Asia. È diventato popolare soprattutto per il colore e per la grande varietà di espressioni facciali che questo animale riesce a riprodurre. A differenza di altri cetacei che presentano un "sorriso" piuttosto statico, il beluga, grazie alle vertebre cervicali mobili, riesce ad ottenere una grande diversità di espressioni. La maggior parte dei beluga degli acquari sono catturati in natura, anche se i programmi di riproduzione in cattività ottengono un certo successo.

Sia la marina militare degli Stati Uniti, sia la marina militare russa hanno usato i beluga nelle operazioni di sminamento nei mari artici. C'è stato un caso in cui un beluga in cattività ha aiutato un sub in difficoltà mentre stava eseguendo un'immersione nella sua piscina, riportandolo in superficie e, probabilmente, salvandogli la vita.

A causa dei grandi raggruppamenti di beluga agli estuari dei fiumi, l'inquinamento delle acque rappresenta una grave minaccia. È stato registrato un incremento di casi di tumore a causa dell'inquinamento del fiume San Lorenzo. Le carcasse di beluga contengono così tanti agenti inquinanti che in alcuni paesi sono trattati come rifiuti tossici. Sono state riscontrate anche patologie riproduttive. Sono inoltre stati riscontrati livelli di PCB compresi tra 240 e 800 ppm, con una più alta incidenza nei maschi. Gli effetti a lungo termine dell'inquinamento sono sconosciuti.

Il disturbo causato dall'attività umana rappresenta un'ulteriore minaccia. Mentre alcune popolazioni tollerano le piccole imbarcazioni, altre cercano di evitare attivamente le barche. Il Whale watching è diventata un'attività popolare nelle aree del San Lorenzo e del fiume Churchill.

A causa delle sue prevedibili rotte migratorie e dell'alta concentrazione di esemplari, i beluga sono stati cacciati dalle popolazioni artiche per secoli. In alcune aree la caccia continua e si crede che sia sostenibile. Tuttavia, in talune zone come la Baia di Ungava e la Groenlandia, la caccia indiscriminata hanno lasciato queste popolazioni in grave pericolo. La caccia da parte degli indigeni continua in queste aree, e alcune popolazioni continuano a diminuire. Si è aperta una fase di dialogo tra le popolazioni inuit e gli organi governativi per cercare di far tornare la caccia ai beluga entro i livelli di sostenibilità.

Il papillomavirus è stato trovato all'interno dello stomaco dei beluga del San Lorenzo, così come l'herpesvirus. Sono stati osservati casi di encefalite e il protozoo Sarcocystis può infettare questi animali. Alcuni ciliati sono stati rinvenuti nello sfiatatoio, sebbene non si siano dimostrati pericolosi.

Il batterio Erysipelothrix rhusiopathiae, derivante da pesce contaminato, può essere pericoloso per gli esemplari in cattività, provocando anoressia e lesioni cutanee, e può portare alla morte se non diagnosticato per tempo e curato con antibiotici.



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domenica 16 agosto 2015

LE FOCHE



I loro antenati, che circa 30 milioni di anni fa vivevano nell'emisfero settentrionale, si spostarono dall'habitat terrestre  a quello marino. Molto probabilmente sono discesi addirittura da due specie diverse, una forma simile alla lontra e una simile al cane.
La prima si è evoluta nelle foche propriamente dette, mentre la seconda nelle otarie. In passato, quindi, le foche hanno attraversato l'equatore e hanno colonizzato il continente antartico.
Allora il clima era molto più temperato rispetto ad oggi e, quando iniziarono a scendere la temperatura e a formarsi la calotta di ghiaccio, le foche rimasero, acclimatandosi alla temperatura polare.
Le specie come l'elefante marino,  che non erano particolarmente adattate al freddo, dovettero restare nelle zone meno rigide più a settentrione e nell'area subantartica.Le foche hanno sviluppato speciali meccanismi di adattamento al gelido ambiente acquatico.
Come nelle balene, sia gli arti anteriori sia quelli posteriori si sono trasformati in pinne.
Le aperture nasali, simili ad una fessura, si sono chiuse automaticamente grazie a pareti elastiche e si aprono solo per respirare. Poichè nell'acqua la dispersione del calore corporeo è molto maggiore, è stato necessario un isolamento termico addizionale, a cui hanno provveduto sia una fitta pelliccia sia uno spesso strato di grasso sottocutaneo.
Le foche dell'Antartide appartengono a due famiglie: i FOCIDI e gli OTARIDI. La prima comprende le cosiddette "vere" foche, quelle prive di padiglione auricolare esterno, anche se provviste di udito ben sviluppato.
Vi appartengono cinque specie: la foca di WEDDELL, la foca di ROSS, la foca CANCRIVORA, la foca LEOPARDO e l'ELEFANTE MARINO.
La seconda famiglia include due specie di otarie, ben riconoscibili per il piccolo padiglione auricolare: l'arctocefalo antartico e l'arctocefalo delle Kerguelen, detti anche foche da pelliccia o LUPI di MARE.

Le "vere" foche si possono distinguere facilmente dalle otarie sulla terraferma o sul ghiaccio. Le prime sono goffe e, non essendo capaci di camminare sulle pinne posteriori molte più piccole degli arti anteriori, sono costrette a trascinarsi strisciando. Le otarie, invece, sono molto più agili: sono in grado di portare gli arti posteriori sotto l'addome e di muoverli insieme a quelli anteriori in avanti. Sono quindi capaci di camminare sui quattro arti, persino di correre o galoppare e di arrampicarsi con sicurezza su terreni assai ripidi. In acqua, comunque, sia le une sia le altre sono eccellenti nuotatori.



Le foche sono mammiferi adattati alla vita acquatica, con un corpo allungato, irregolarmente cilindrico, rivestito da uno spesso strato adiposo ricoperto da un fitto pelo corto, vellutato, impermeabile all'acqua. Hanno la testa piccola e leggermente appiattita ed orecchie prive di padiglione auricolare esterno. Il muso è provvisto di alcuni baffi lunghi e robusti detti vibrisse. Gli arti anteriori sono trasformati in pinne mentre quelli posteriori costituiscono un'unica pinna posteriore.

La gestazione dura circa undici mesi, al termine dei quali viene partorito un unico cucciolo. Per allattare i piccoli, le mamme escono dall'acqua.

Il 2 giugno la foca monaca è stata di nuovo avvistata da un pescatore su uno scoglio dello Scalo Maestro: così i locali chiamano un’incantevole insenatura a nord-est di Marettimo, che con Favignana e Levanzo forma le isole Egadi. L’animale, forse impaurito, in un baleno si è tuffato nelle acque cristalline facendo perdere le sue tracce, ma dopo la foto scattata con una «trappola buona» in una grotta nel 2012, veterinari e biologi sono convinti che la foca monaca (solo 400 esemplari che vivono nel Mediterraneo tra le coste di Grecia, Turchia, Croazia, arcipelago di Madera, Marocco e Mauritania) stia lentamente trovando anche qui il suo habitat ideale. Già, perché nella più grande area marina protetta d’Europa, a 7 chilometri dalle coste siciliane, tra Trapani e Marsala, da qualche anno si sta lavorando sodo per conciliare il rispetto per la natura, a cominciare dalla tutela di specie a rischio estinzione, proprio come la foca monaca, col turismo e la pesca sostenibile.

Sarebbe sbagliato, però, pensare che l’ecosistema degradato possa avere allontanato questo mammifero pinnipede dall’Italia: a farla fuggire è stata la caccia selvaggia da parte di chi alle Egadi non aveva altri mezzi per sopravvivere nei rigidi inverni. Oggi, invece, il turismo e l’attenzione delle istituzioni hanno fatto alzare i livelli di sorveglianza e tutela di un angolo mozzafiato di atolli, tra spiagge bianche e un mare ricchissimo di fauna e flora, dove nuotano anche delfini, balene e tartarughe Caretta caretta.

Le caratteristiche somatiche della foca monaca sono analoghe a quelle delle altre Phocidae: corpo allungato, irregolarmente cilindrico, rivestito da uno spesso strato adiposo ricoperto da un fitto pelo corto, vellutato, impermeabile all'acqua. La pelliccia è di colore nero nel maschio o marrone o grigio scuro nella femmina, più chiara sul ventre che può essere fino a bianca nel maschio.

Gli arti anteriori sono trasformati in pinne mentre quelli posteriori costituiscono un'unica pinna posteriore.

Ha una lunghezza da 80 a 240 cm e può raggiungere i 320 kg di peso; le femmine sono un po' più piccole dei maschi.

Hanno la testa piccola e leggermente appiattita ed orecchie esterne prive di padiglione auricolare. Il muso è provvisto di alcuni baffi lunghi e robusti detti vibrisse.

La vita della foca monaca si svolge soprattutto in mare; durante il periodo riproduttivo predilige i tratti di mare vicini alle coste dove cerca spiagge isolate prevalentemente in grotte o piccoli anfratti accessibili solo dal mare, perché il parto e l'allattamento si svolgono esclusivamente sulla terra ferma.
Dorme in superficie in mare aperto o utilizzando piccoli anfratti sul fondale per poi risalire periodicamente a respirare. Si nutre di molluschi cefalopodi, patelle, crostacei e pesci, soprattutto bentonici, come murene, corvine, cernie, dentici e mostelle.

Anche durante le soste a terra la foca rimane vicinissima al mare, anche perché i suoi movimenti sono lenti ed impacciati.

Si spostano anche di alcune decine di chilometri al giorno alla ricerca del cibo, con immersioni continue; sono state registrate immersioni a 90 metri di profondità ma è probabile che possa superare facilmente alcune centinaia di metri di profondità durante immersioni effettuate per la ricerca di prede.



I maschi adulti sono fortemente territoriali e, nel periodo riproduttivo che coincide generalmente con i mesi autunnali, si scontrano frequentemente con altri maschi. Le femmine raggiungono la maturità sessuale a 5/6 anni, hanno un ciclo di riproduzione di circa 12 mesi e partoriscono, di solito tra settembre e ottobre; allattano, in grotte vicinissime al mare o in spiagge riparate, un cucciolo all'anno, lungo 88–103 cm e pesante 16–18 kg.

I giovani entrano in acqua già a pochi giorni dalla nascita. L'allattamento si protrae sino alla dodicesima settimana, ma la femmina lascia il suo cucciolo incustodito già dopo le prime settimane di vita, per tornare ad allattarlo periodicamente. I giovani tendono ad abbandonare il gruppo originario ed a disperdersi anche lontano dal luogo di nascita. Raggiungono la maturità sessuale intorno ai 4 anni. La foca monaca vive dai 20 ai 30 anni.

L'areale della foca monaca comprendeva una volta tutto il Mediterraneo, il Mar Nero, le coste atlantiche di Spagna e Portogallo, il Marocco, la Mauritania, Madera e le Isole Canarie; foche erano segnalate spesso anche nella costa sud della Francia.

La foca monaca veniva catturata per essere esibita in pubblico e, a differenza di quella comune, era molto più addomesticabile. Hermann descrisse la specie nel 1778 quando una truppa veneziana che esibiva in pubblico una foca catturata con le reti nell’autunno del 1777 nell’isola di Cherso giunse a Strasburgo. Il Buffon, naturalista famoso, trovò un'altra foca a Parigi, sempre proveniente da Cherso e ignorando la scoperta del Hermann la classificò per conto suo come Phoque a ventre blanc ovvero Phoca albiventer. Evidentemente Cherso divenne il locus classicus della specie grazie ad una ben orchestrata campagna di cattura veneziana.

Nel corso del '900 l’areale si è fortemente ridotto a causa delle persecuzioni dirette e la foca monaca sopravvive in poche isolate colonie in Grecia, isole della Croazia meridionale, Turchia, nell'arcipelago di Madera, in Marocco e Mauritania. Occasionalmente vengono avvistati individui in dispersione lungo le coste di quasi tutti i paesi mediterranei.

Anche dopo il 2000 comunque si sono avuti sporadici avvistamenti di animali isolati nel Canale di Piombino, a Montecristo, sulle coste della Provincia di Lecce a sud di Otranto, nella Liguria di Levante, nel breve tratto jonico della Basilicata e in Sicilia, ma con tutta probabilità si tratta di giovani in fase di dispersione. Le foche sono invece forse ancora presenti in Sardegna e un giovane esemplare, imbrigliato nella rete di un pescatore, fu regalato intorno agli anni '60 allo zoo di Roma. Nel 2013 viene riavvistata nell'arcipelago siciliano, in particolare nelle Isole Egadi.

Nel giugno 2009 la foca monaca è stata avvistata nelle acque antistanti la Torre del Campese, Isola del Giglio e del marzo 2010 a Capo Promontore in Istria. Nel settembre 2013 un altro avvistamento si è avuto in Istria nelle vicinanze di Pola.

Recentemente la foca monaca è tornata a farsi vedere anche nelle acque dell'isola di Marettimo, al largo della costa di Trapani. La prima segnalazione risale al 31 marzo 2010 da un pescatore locale che ha avvistato un esemplare in prossimità delle Grotta del Cammello, la 'casa' prediletta da questo mammifero 30/40 anni fa. Nei giorni successivi, secondo le testimonianze locali, l'avvistamento ha riguardato due esemplari adulti, presumibilmente maschio e femmina e un cucciolo. Uno studio dell'Ispra del 2013 conferma la presenza di esemplari di foche monache dell’area marina protetta delle isole Egadi.

Un ulteriore avvistamento è avvenuto a giugno 2010 nell'area marina protetta antistante il borgo di Portofino. Nell'agosto 2013 la foca monaca è avvistata e fotografata a Isolaverde, frazione di Chioggia. Alcuni ritrovamenti fossili effettuati in Toscana in argille del pliocene hanno contribuito a ipotizzare che la foca monaca discenda dalla Pliophoca etrusca che abitava il mare che circonda l'Arcipelago Toscano.

La fortissima diminuzione delle popolazioni, dovuta prevalentemente all'intervento umano, ha ridotto questi pinnipedi a piccoli gruppi familiari e individui isolati.

Secondo una stima dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura della foca monaca sopravvive una popolazione di appena 300-400 esemplari: circa 200 concentrati nell'Egeo e nel Mediterraneo sudorientale; 20-30 nel Mar Ionio; 10-20 nel Mare Adriatico; una decina nel Mediterraneo centrale; dai 10 ai 20 nel Mediterraneo occidentale; 134 in Atlantico. La specie è pertanto da considerarsi in rischio di estinzione.

La Società Zoologica di Londra, in base a criteri di unicità evolutiva e di esiguità della popolazione, considera Monachus monachus (anche nota come Foca Monaca) una delle 100 specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.

La specie è inserita nella Appendice I della Convention on International Trade in Endangered Species (CITES).

Nel 1987 per salvaguardare la colonia di foche della grotta del Bue marino, nel golfo di Orosei, fu varato un decreto, firmato dal ministro dell'ambiente Mario Pavan che vietava la pesca e la navigazione con qualsiasi mezzo nel golfo stesso, decreto di fatto annullato dal successivo governo.



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mercoledì 8 luglio 2015

IL GIPETO

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Il gipeto comunemente noto come "avvoltoio barbuto" o "avvoltoio degli agnelli", fa parte degli avvoltoi del Vecchio Mondo, ed è l'avvoltoio di maggiori dimensioni tra quelli nidificanti in Europa.

Il nome latino del genere, Gypaetus, che deriva dal greco gyps (avvoltoio) e da aetos (aquila), sta ad indicare la particolarità della specie. In volo quello che spicca maggiormente sono le ali strette ed appuntite, e la coda lunga e cuneiforme, che gli conferiscono più l’aspetto di un Corvo imperiale o di un gigantesco falcone che non quello di un avvoltoio.

Come altri avvoltoi è un necrofago, cioè si nutre principalmente di carcasse di animali morti, ed ha una dieta estremamente specializzata, nutrendosi in particolare delle ossa e del midollo osseo. Un comportamento tipico è quello di lasciar cadere le ossa di carcasse da grandi altezze, per frantumarle e quindi nutrirsene.
             
La struttura morfo-funzionale lo rende una specie molto caratteristica: pur essendo inserito nel gruppo degli avvoltoi, mostra caratteri tipici dei rapaci predatori che lo discostano dagli altri rappresentanti del gruppo a cui appartiene, avvicinandolo soltanto al Capovaccaio (Neophron pernopterus). Differisce, ad esempio, dagli altri avvoltoi per i suoi artigli, ancora adatti al trasporto della preda (come i rapaci) e non specializzati per la necrofagia, come ad esempio quelli del Grifone (Gyps fulvus).

Lo studio delle specie estinte e di quella attuale rivela comunque una progressiva evoluzione verso la necrofagia con perdita delle capacità predatorie e modificazione della struttura del becco (non più adatto a strappare la carne) e delle zampe (non più utilizzabili a scopo offensivo).

Gli abiti stagionali e sessuali non sono differenziati; la femmina è leggermente più grande del maschio ma tale differenza è difficilmente apprezzabile in natura. L’aspetto degli adulti è fortemente contrastato con parti inferiori, testa e collo chiari, da bianchi a rossastri, e parti superiori scure, grigio-ardesia. Le ali e la coda sono grigio-scuro. La testa, interamente piumata è molto caratteristica per la presenza di ‘‘baffi’’ neri e rigidi che scendono ai lati del becco, di redini nere, e per la colorazione giallo chiaro dell’iride e rossa dell’anello perioculare. I giovani, soprattutto in volo, evidenziano un aspetto meno slanciato rispetto agli adulti, dovuto alla maggior lunghezza delle remiganti secondarie e ad una maggiore ampiezza della coda; questo consente loro di avere un minor carico alare e quindi di volare più lentamente e con maggiori possibilità di manovra. Il piumaggio dei giovani, inoltre, è più scuro rispetto a quello degli adulti: quasi completamente bruno, con capo nerastro.

Nell'adulto il colore del piumaggio presenta un netto contrasto tra le parti ventrali e la testa, chiare, e le parti dorsali e le ali, scure.

Le penne timoniere e le penne copritrici delle ali e del dorso, pur essendo di colore grigio scuro, sono dotate di un rachide biancastro che produce delle sfumature chiare.

Sul capo, costantemente bianco, spiccano i ciuffi di vibrisse nere che circondano l'occhio e scendono fin sotto il becco a formare una specie di "barba".

L'iride è gialla ed è circondata da un anello perioculare membranoso di colore rosso che diventa particolarmente evidente nei momenti di eccitazione.

Una caratteristica particolare del piumaggio dell'adulto è il colore ruggine del petto e del ventre, che non è di origine biologica, ma assunto dall'ambiente esterno.

Sulle cause di tale colorazione sono state formulate diverse ipotesi, la più accreditata delle quali la attribuisce al contatto degli uccelli con minerali contenenti sali di ferro. È stato osservato che il Gipeto adulto è attratto dagli accumuli di terra o sabbia umida rossastra, nei quali compie tipici "bagni" cospargendo le parti ventrali del proprio piumaggio con tali sostanze: la pigmentazione verrebbe ottenuta grazie a questo comportamento, il cui significato è ancora ignoto.

I giovani hanno un piumaggio completamente scuro, tranne le penne del dorso che possono presentare apici biancastri di varia estensione. Essi assumono l'abito adulto verso i 6–7 anni di età, quando raggiungono anche la maturità sessuale, dopo aver attraversato una serie di più fasi con colorazioni intermedie.

Può essere allevato ed addestrato dall'uomo, resta comunque un animale difficile da reperire ed usato solo in esposizioni di una certa importanza. Inoltre anche in paesi dove il possesso del Gipeto non sia proibito da esplicite leggi resta piuttosto discutibile (come in altri casi) impiegare in falconeria una specie così rara e minacciata.



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                               http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/la-valcamonica.html






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lunedì 22 giugno 2015

L'ORSO BRUNO



Un tempo diffuso su tutto l'arco alpino della parte settentrionale del paese, a causa dell'eccessiva caccia la situazione all'inizio degli anni novanta era drammatica, poiché era presente un'unica popolazione di orsi, ridotta a non più di 2-3 individui relegati nelle Dolomiti del Brenta, che aveva superato la soglia dell'estinzione e per cui una ripresa naturale era considerata assolutamente improbabile. In questo contesto, nel 1996, ha preso avvio mediante finanziamenti Life dell'Unione europea il «Progetto Life Ursus – tutela della popolazione di orso bruno del Brenta» promosso dal parco naturale dell'Adamello-Brenta, in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e con l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica. Il progetto prevedeva la reintroduzione di 10 esemplari provenienti dalla Slovenia poiché, grazie a studi preventivamente effettuati, si era appurato che quello fosse il numero di animali necessario per arrivare ad avere, nel giro di circa 30 anni, una popolazione minima vitale di circa 40-60 individui. Il progetto ha certamente avuto successo poiché gli esemplari si sono ben adattati al nuovo territorio di vita e la popolazione è caratterizzata da un'espansione sia numerica (circa 25 individui nel 2007, una trentina nel 2010, 40-50 nel 2014) che territoriale. Recenti avvistamenti risalenti al 2005, al 2008 e all'aprile 2010 sono avvenuti in Vallarsa, sull'Altopiano di Asiago 7 Comuni in provincia di Vicenza, in provincia di Bergamo, a Magasa, Val Vestino e Tremosine sul Garda in provincia di Brescia e stanno a indicare un'espansione territoriale di caccia del plantigrado. Questa sottospecie di orso bruno è il carnivoro più grande d'Italia, può arrivare a pesare al massimo fino a 350–400 kg e arrivare fino a 2,5 metri di altezza, mentre le femmine sono il 25% più piccole.

Dagli anni settanta è stato inoltre segnalato l'arrivo di orsi in Friuli V.G. dalla vicina Slovenia. Pare si tratti principalmente di individui maschi erranti in numero variabile tra 5 e 15 esemplari. Le zone più frequentate sono la Catena Carnica principale, il Tarvisiano e le Prealpi Giulie lungo il confine Sloveno. Ultime tracce in val Saisera nell'ottobre 2011, dove un orso ha distrutto una baita in cui vi erano delle arnie, facendo razzia di miele. Negli ultimi anni alcuni orsi si sono spinti fino ai confini con il Cadore.

La specie, un tempo diffusa in tutta la zona ad est degli Appennini dalle Marche alla Puglia, ma a causa del bracconaggio e della eccessiva caccia ora in Abruzzo è presente una popolazione isolata (da alcuni considerata sottospecie), l'orso bruno marsicano, di cui rimangono solo circa 80-100 esemplari: attualmente pare che la popolazione sia in espansione e si sia irradiata anche in Lazio e Molise. I maschi di questa sottospecie hanno un peso medio che varia da 150–200 kg ma possono arrivare anche a pesare fino a 300 kg ma raramente lo superano, in posizione eretta raggiungono un'altezza media di due metri, mentre le femmine sono il 25% più piccole. Questa sottospecie è il secondo carnivoro più grande d'Italia dopo la sottospecie nominale di orso che vive in triveneto.

In Europa, durante l'ultima era glaciale, l'orso bruno condivise il suo habitat con altri predatori, come il leone delle caverne, la iena delle caverne e il più grosso e strettamente imparentato orso delle caverne, che sopravvisse più a lungo degli altri carnivori prima nominati. L'orso delle caverne venne cacciato dai Neanderthal, i quali avevano sviluppato una religione connessa a questo orso, il culto dell'orso delle caverne, ma la popolazione dei Neanderthal era troppo piccola per aver portato all'estinzione questo animale, che sopravvisse loro per altri 18.000 anni, estinguendosi circa 10.000 anni fa. Le diete dell'orso delle caverne e dell'orso bruno erano simili e le due specie vissero probabilmente nella stessa area nello stesso periodo. Non sappiamo perché l'orso delle caverne si estinse.

L'orso è un animale imponente e massiccio, dotato di una folta pelliccia bruna, a volte con riflessi nerastri in contrasto con zone più chiare. I piccoli hanno generalmente un collare di peli biancastri che scompare verso il secondo anno d'età. L'orso è un plantigrado, cioè un animale che si muove appoggiando sul terreno l'intera pianta della zampa, dotata di ampi cuscinetti digitali e di robusti unghioni non retrattili.La sua vista è mediocre, mentre l'olfatto e l'udito sono molto sviluppati. Le sue dimensioni sono: lunghezza da 130 a 250 cm, altezza al garrese da 75 a 120 cm. Il suo peso varia tra 50 e 150 kg per le femmine e tra 70 e 300 per i maschi. I piccoli alla nascita pesano 200-300 grammi.
Nonostante appartenga all’ordine dei carnivori l’orso bruno, date le sue abitudini alimentari, deve essere considerato onnivoro e i vegetali costituiscono più del 60% degli alimenti consumati. La parte restante della dieta è costituita da insetti (principalmente formiche e api) e da resti di animali trovati morti e solo molto raramente predati. L’opportunismo alimentare dell’orso si manifesta anche nella sua capacità di adattare la dieta nel corso dell’anno, in base alla disponibilità stagionale: in primavera buona parte della dieta è composta da germogli, foglie di arbusti, gemme e frutti di bosco maturati l’autunno precedente. In questa stagione un altro alimento che può essere importante sono le carcasse di ungulati selvatici morti durante l’inverno. In estate aumenta il consumo di infiorescenze, erba, foglie, frutta selvatica ma anche di insetti; in questa stagione le vecchie ceppaie, i formicai ed i vespai subiscono le maggiori devastazioni. In autunno, periodo critico poiché precede l’ibernazione ed è caratterizzato dalla cosiddetta “iperfagia”, ossia la tendenza a passare la maggior parte del tempo nutrendosi, la dieta è ancora più varia poiché vi si aggiungono mele e pere dai frutteti, il mais e la frutta secca come le faggiole, ad elevato potere calorico.

Sulle Alpi l’orso predilige vaste foreste ricche di sottobosco, in cui trova la necessaria tranquillità e gli alimenti di cui si ciba.
Generalmente le tane sono ricavate in piccole grotte naturali, a volte allargate ed adattate dall’orso, più raramente vengono direttamente scavate nel terreno. L’ingresso è spesso poco visibile e di dimensioni ridotte rispetto alla mole dell’animale. All’interno l’orso si prepara solitamente un confortevole giaciglio a forma di nido, utilizzando foglie, erba, sterpaglie e ramoscelli.
Durante lo svernamento il plantigrado cade in un profondo torpore, la temperatura corporea si abbassa, il metabolismo rallenta e l’animale consuma lentamente le scorte di grasso che ha accumulato nel corso dell’autunno. Il letargo non è però assoluto, a volte l’orso può uscire dalla tana per brevi periodi, nelle ore più calde della giornata. Se disturbato l’animale abbandona il ricovero ed è costretto a reperirne uno d’emergenza.

L'orso bruno è notoriamente un animale dall’indole solitaria e, ad eccezione di particolari momenti dell’anno e comunque con nette differenze di comportamento in relazione all’età del singolo individuo e alle caratteristiche dell’ambiente in cui vive, non ha un’intensa vita di relazione, anche in aree caratterizzate da alta densità di popolazione.
Schivo, diffidente e solitario, è estremamente difficile da incontrare. Al contrario di quello che si pensa, non è aggressivo e non attacca, se non quando pensa di essere in pericolo e non ha altre vie di fuga.
Animale prevalentemente crepuscolare e notturno, spesso utilizza le ore del giorno solo per riposarsi, alternando fasi di immobilità a piccoli spostamenti. Per questo motivo, la scelta dei giacigli diurni e la possibilità di trovare aree indisturbate nelle quali passare le ore di riposo sono molto importanti.
E’ probabile che, a causa soprattutto della persecuzione umana, gli orsi abbiano adattato il loro comportamento in maniera tale che gran parte della loro attività venga svolta nelle ore notturne o crepuscolari, sfruttando la protezione offerta dal buio.In natura l'orso può vivere fino a circa 20-25 anni (max 30); in cattività più a lungo, tanto che in rari casi può superare i 50 anni.
Sulle Alpi, il periodo degli amori è tra maggio e luglio. In questo periodo si formano le coppie, mentre nel resto dell’anno gli animali vivono solitari. Gli orsi, sia maschi che femmine, sono maturi sessualmente a partire dai 4-6 anni di età. La gestazione dura dai 7 agli 8 mesi e gli orsetti, da 1 a 4, solitamente 2, nascono in gennaio-febbraio, all’interno della tana. Alla nascita sono molto piccoli (pesano solo 200-300 grammi), hanno gli occhi chiusi e sono privi di pelo. La loro crescita nei mesi successivi è molto rapida; in maggio-giugno il loro peso sarà già di 5-6 kg. Le cure parentali sono lunghe: i piccoli restano infatti con la madre solitamente per 2 anni, ma a volte anche di più. Per questo motivo un’orsa partorisce solitamente solo ogni 2 o 3 anni.
Il lungo periodo che i giovani orsi trascorrono con la madre è fondamentale per conoscere i comportamenti e le abitudini della madre che risulteranno assai utili per il loro futuro. E' così che imparano, ad esempio, dove ricercare il cibo e di quale alimenti nutrirsi, la scelta del sito e del periodo di svernamento ed anche ad aver timore dell'uomo.
La presenza dell’orso, animale difficilissimo da osservare, può essere testimoniata da numerose tracce quali orme, escrementi, resti di pasti od altri particolari che indicano il suo passaggio. Nella maggior parte dei casi un’osservazione attenta evita la confusione con altre specie animali e fornisce la certezza che il plantigrado frequenti o abbia frequentato una particolare area.Dalle caratteristiche delle orme che normalmente si ritrovano sul terreno, si deduce che l’orso si muove generalmente al trotto o al passo incrociato, comune fra i mammiferi, in cui le zampe anteriore sinistra e posteriore destra, e di conseguenza le zampe anteriore destra e posteriore sinistra, si muovono contemporaneamente. Spesso però mostra un’andatura particolare detta “dondolante”, muovendo quasi contemporaneamente la zampa anteriore e posteriore dello stesso lato. Dai necessari spostamenti di peso verso destra e sinistra si produce il tipico dondolante e quasi comico “passo dell’orso”. Questo passo è però sorprendentemente efficace e in ogni caso più rapido del passo normale di un essere umano. Più raramente l’orso si muove correndo o galoppando e su brevi distanze raggiungono sorprendenti velocità, fino a circa 45 km/h.
L'orso bruno è un animale prevalentemente notturno e solitario, sebbene nei luoghi dove c'è maggiore disponibilità di cibo possano riunirsi molti esemplari, i quali formano delle gerarchie sociali in base all'età e alle dimensioni. Durante l'inverno, cade in letargo: per tale motivo, durante l'estate, immagazzina più di 180 kg di grasso, che gli servono per sopperire al cibo che non può procurarsi, essendo in stato di torpore per diversi mesi. Sebbene non vadano completamente in ibernazione e possano svegliarsi facilmente, nei mesi invernali entrambi i sessi preferiscono ripararsi in un luogo protetto, come una grotta, un crepaccio od un grande tronco cavo.

Questi animali sono onnivori e si nutrono di una vasta gamma di prodotti vegetali, come bacche, radici, germogli e funghi, così come di animali, come pesci, insetti e piccoli mammiferi. Nonostante la loro reputazione, la maggior parte degli orsi bruni non è particolarmente carnivora e fino al 90% della loro alimentazione è composta da materia vegetale . La struttura delle mascelle si è evoluta per adattarsi a queste abitudini alimentari, ma nonostante questo questi animali possiedono sempre i denti canini robusti e affilati tipici dei predatori veri e propri. La loro dieta varia enormemente a seconda dell'areale. Per esempio, gli orsi di Yellowstone mangiano durante l'estate un numero enorme di falene, più di 40.000 al giorno, le quali costituiscono un terzo dell'alimentazione. Localmente, in alcune aree della Russia e dell'Alaska, gli orsi bruni si nutrono soprattutto di salmoni carichi di uova e questa nutrizione e l'abbondanza di questo cibo permettono agli orsi di queste aree di raggiungere dimensioni enormi. Gli orsi bruni predano occasionalmente anche cervi (Odocoeilus spp.; Dama spp., Capreolus spp.), cervi rossi (Cervus elaphus o wapiti americano), alci (Alces alces), caribù (Rangifer tarandus) e bisonti (Bison bison spp., Bison bonasus). Quando gli orsi bruni attaccano questi animali, tendono a scegliere i giovani, dal momento che sono più facili da catturare. Quando caccia, l'orso bruno usa i suoi canini affilati per mordere al collo la sua preda. Osservazioni effettuate nelle Alpi orientali hanno dimostrato che, almeno in quel contesto geografico, l'orso bruno uccide gli erbivori per cibarsi non tanto della carne, quanto piuttosto dell'erba semidigerita presente nello stomaco, che è spesso l'unica parte ad essere mangiata. Gli orsi si nutrono anche di carogne e sfruttano le proprie dimensioni per intimidire altri predatori, come lupi, puma, orsi più piccoli e tigri, allontanandoli dalle loro prede. Gli orsi bruni sono molto forti, perfino se considerati sotto diversi aspetti; un grosso esemplare può spezzare il collo o la spina dorsale di un bisonte adulto con una singola zampata.

Gli orsi bruni sfruttano spesso le loro dimensioni per scacciare i lupi dalle loro prede. Nel parco nazionale di Yellowstone, gli orsi derubano i lupi così spesso che il direttore del Progetto per i Lupi di Yellowstone, Doug Smith, scrisse una volta: «Il problema non è se gli orsi saranno attratti da una preda, ma quando». Sebbene i contrasti per le carcasse siano comuni, i due predatori in alcune rare occasioni si tollerano a vicenda mentre si nutrono della stessa preda. Entrambe le specie, comunque, possono dare la caccia ai rispettivi cuccioli, se ne hanno l'occasione.

Gli orsi adulti sono generalmente immuni dagli attacchi di altri predatori, all'infuori che a quelli di un altro orso, comunque, nell'estremo oriente russo, gli orsi bruni, insieme ai più piccoli orsi neri asiatici, costituiscono il 5-8% della dieta delle tigri siberiane. Per la precisione, gli orsi bruni costituiscono l'1-1,5% della loro dieta. Le tigri generalmente evitano i maschi adulti di orso bruno (che in questa regione pesano più di 200 kg), ma predano frequentemente i cuccioli e le femmine più piccole. Comunque, vale anche il contrario, nonostante un maschio adulto di tigre sia un avversario temibile anche per un grosso orso. Perfino orsi delle stesse dimensioni costituiscono un grave pericolo per questi felini in uno scontro frontale. Gli scienziati hanno riportato i casi di 12 combattimenti in cui delle tigri, perfino femmine e maschi adulti, sono state uccise e divorate da orsi bruni. Alcuni orsi che emergono dal letargo vanno in cerca delle tigri allo scopo di rubare le loro prede, aspettando però in genere che si allontanino. Le tigri solitamente rimangono sul terreno e difendono le proprie vittime, a meno che il ladro non sia un grosso maschio.

Nelle aree dove coesistono, gli orsi bruni solitamente dominano sulle altre specie di orsi. A causa delle dimensioni più piccole, gli orsi neri americani si trovano in svantaggio rispetto agli orsi bruni nelle aree aperte e non boschive. Sebbene siano stati documentati casi di orsi neri messi in fuga da orsi bruni, sono state registrate solo raramente delle uccisioni. Le abitudini diurne dell'orso nero, che vive in aree fittamente boschive, sono opposte a quelle notturne degli orsi bruni, che preferiscono spazi aperti, e grazie a questi differenti stili di vita si evitano così scontri interspecifici nelle aree dove questi coabitano. Vi è stato un aumento recente delle interazioni tra orsi bruni e orsi polari, dovute alle conseguenze del riscaldamento globale. Gli orsi bruni si sono spinti sempre più a nord nei territori che un tempo appartenevano a quelli polari. Questi tendono a dominare sugli orsi polari nelle dispute intorno alle carcasse e in alcune tane di orso bruno sono stati ritrovati cuccioli morti di orso polare. Sono stati inoltre registrati casi in cui degli orsi bruni hanno divorato cuccioli di panda gigante.

La stagione degli amori va dalla fine di maggio agli inizi di luglio. Essendo periodicamente monogami, gli orsi bruni rimangono con lo stesso partner per un periodo che varia da pochi giorni fino ad un paio di settimane. Le femmine divengono sessualmente mature ad un'età tra i 5 e i 7 anni, mentre i maschi si accoppiano solitamente solo dopo qualche altro anno in più, quando sono abbastanza grossi e robusti da competere con successo con gli altri maschi per appropriarsi dei diritti all'accoppiamento. Tramite il processo dell'impianto ritardato, l'ovulo fecondato di una femmina si divide e vaga libero nell'utero per sei mesi. Durante il letargo invernale, il feto aderisce alla parete uterina e i cuccioli nasceranno dopo un periodo di otto settimane, mentre la madre sta dormendo. Se la madre non ha accumulato abbastanza grasso per sopravvivere nel corso dell'inverno, l'embrione non si impianta e viene riassorbito dal corpo. Una cucciolata è composta da uno a quattro piccoli, solitamente da due, sebbene ci siano stati casi di orse con cinque cuccioli, anche se non è insolito per le femmine adottare piccoli altrui. Le dimensioni di una cucciolata dipendono da un certo numero di fattori, come l'età della madre, la distribuzione geografica e la disponibilità di cibo. Le femmine più vecchie tendono a mettere alla luce cucciolate più numerose. I piccoli sono ciechi, privi di denti e glabri, e alla nascita pesano meno di 0,4 chilogrammi. Si nutrono del latte materno fino a primavera o fino agli inizi dell'estate, a seconda delle condizioni climatiche. I cuccioli, che in questo periodo pesano tra i 6, 8 e i 9 chilogrammi, sono abbastanza sviluppati da seguire la madre e iniziare a nutrirsi di cibo solido. Rimangono con lei tra i due e i quattro anni, durante i quali apprendono varie tecniche di sopravvivenza, come imparare quali sono i cibi che hanno valori nutrizionali più alti e dove trovarli, come cacciare, come pescare, come difendersi e dove andare in letargo. Gli orsetti imparano seguendo e imitando le azioni della madre durante il periodo con cui rimangono con lei. Gli orsi bruni praticano inoltre l'infanticidio. Un maschio adulto può uccidere i cuccioli di un altro orso per rendere la femmina sessualmente recettiva. Per questo motivo i piccoli si arrampicano sopra un albero non appena avvistano un maschio adulto.

Gli orsi vengono attratti dalle fonti di cibo create dall'uomo, come le discariche di rifiuti, i bidoni della spazzatura, i cassonetti e gli apiari (dove contrariamente alla comune credenza non sono attratti tanto dal miele quanto dalle larve di ape), e si avventurano in cerca di cibo nelle abitazioni umane o nelle stalle, se queste sono situate nei pressi del loro habitat. Negli U.S.A., gli orsi talvolta uccidono e divorano animali da fattoria. Quando gli orsi cominciano ad associare le attività umane con una «fonte di cibo» si fanno più coraggiosi e allora crescono le probabilità di incontri con l'uomo e se questi animali vengono allontanati possono di nuovo farsi vivi nello stesso luogo. Il detto «un orso nutrito è un orso morto» è entrato nell'uso quotidiano per diffondere l'idea che permettere agli orsi di rovistare tra i rifiuti umani, così come nei bidoni dell'immondizia e negli zaini dei campeggiatori, nei mangimi per animali e in altre fonti di cibo che portano l'orso ad un contatto con l'uomo, può causare la morte all'orso stesso.

Per tenere lontani gli orsi dagli ambienti umani gli animali sono stati spostati in altre zone, ma questo non ha affrontato il problema che per l'orso l'uomo equivale ad una fonte di cibo, né ha risolto le situazioni ambientali che hanno portato l'orso ad abituarsi all'uomo. «Porre un orso in un ambiente usato da altri orsi può portare ad una competizione e a conflitti sociali, con il risultato del ferimento o della morte dell'orso meno dominante».

In Europa, parte del problema è costituito dai pastori; nel corso degli ultimi due secoli, molti allevatori di pecore e capre hanno gradualmente abbandonato la pratica più tradizionale di utilizzare cani da pastore per fare la guardia ai loro animali, che nel frattempo sono diventati più numerosi. Generalmente i pastori seguono le mandrie al pascolo attraverso notevoli estensioni di terreno. Dal momento che gli orsi ritengono queste greggi appartenenti al proprio territorio, possono nutrirsi di bestiame. Alcuni pastori si sentono legittimati a sparare agli orsi per salvaguardare il proprio bestiame.

L'orso bruno è un animale la cui presenza può entrare in conflitto con l'uomo e con le sue attività economiche, soprattutto nelle regioni densamente popolate e dove gli ambienti scelti da questo animale vanno a sovrapporsi con le aree utilizzate per l'allevamento, l'agricoltura e l'apicoltura poiché, essendo un opportunista a livello alimentare, trova comodo utilizzare queste risorse alternative di cibo. L'orso bruno non è da considerarsi un animale aggressivo e pericoloso, poiché ha solitamente un comportamento schivo e tende ad evitare il più possibile gli incontri con l'uomo. Tuttavia può capitare che alcuni esemplari di orso prendano confidenza con l'uomo e le sue attività antropiche diventando «confidenti», ma tuttavia non sono da considerarsi pericolosi in quanto generalmente non sviluppano comportamenti aggressivi. I casi di aggressione accertati sono sempre descritti come situazioni limite, spesso causati dall'uomo con l'avvicinamento ad animali feriti o intrappolati, a femmine accompagnate da piccoli, oppure disturbando orsi presso i siti di svernamento o di alimentazione, ovvero circostanze in cui l'orso vede nell'uomo un pericolo o un competitore all'accesso ad una fonte di cibo. Generalmente il comportamento scelto in caso di incontro accidentale con l'uomo è la fuga.



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