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sabato 4 luglio 2015

L'ABETE ROSSO



L'Abete rosso o Peccio è originario delle zone di clima boreale dell'Europa, dalle Alpi Marittime attraverso l'Europa centro-settentrionale fino agli Urali. In Italia si incontrano bellissime peccete lungo tutto l'arco alpino.

Alto fino a 60 metri, con tronco diritto e chioma conica relativamente stretta. Il portamento può comunque differenziarsi in base all'altitudine, essendo questa una specie caratterizzata da un certo polimorfismo: la chioma, infatti, può assumere una forma più espansa alle quote alpine più basse, mentre tende a divenire più stretta a quote maggiori (per contenere i danni provocati dalla neve).

La corteccia è sottile e rossastra (da quest'ultima caratteristica deriva il nome comune dell'albero); con l'età diviene bruno-grigiastra e si divide in placche rotondeggianti o quasi rettangolari (di circa 1–2 cm).

Le foglie sono costituite da aghi appuntiti, a sezione quadrangolare, lunghi fino a circa 2,5 cm, inseriti su cuscinetti in rilievo posti tutto intorno al rametto, con tendenza a disporsi su un piano orizzontale.

I fiori, meglio indicati come sporofilli, maturano in aprile-maggio.

Macrosporofilli: formano coni sessili nella parte apicale dei rami, riuniti in genere in 3-4, appaiono dapprima eretti poi penduli. Sono i fiori femminili, che dopo l'impollinazione danno origine agli strobili, detti comunemente pigne.
Microsporofilli: formano coni lunghi 1 cm all'estremità dei rami dell'anno precedente, nella parte superiore della chioma. Sono i fiori maschili, generalmente si sviluppano alla base dei coni femminili.
Gli strobili, comunemente detti "pigne", sono cilindrici, penduli, lunghi 10–20 cm e larghi 2–4 cm, dapprima di color verde o rossiccio, poi marroni (in autunno). Cadono interi a maturità. La fruttificazione è tardiva (20-50 anni).

Utilizzatissimo per impieghi silvicolturali e come albero ornamentale. In Italia è presente allo stato spontaneo sulle Alpi dalla Liguria (con un nucleo relitto in alta Val Tanarello) alle Alpi Giulie, ne sono conosciuti anche alcuni popolamenti relitti nell'Appennino Tosco-Emiliano (valle del Sestaione presso il Passo dell'Abetone), altrove il peccio è stato diffusamente coltivato per rimboschimenti. Nell'arco alpino l'abete rosso forma boschi di notevole estensione solo a partire dalla sezione nord-occidentale delle Alpi Marittime (Vallone del Boréon), ma fino alla Valle d'Aosta è spesso subordinato all'abete bianco nell'orizzonte montano e al larice in quello subalpino. Le peccete si estendono maggiormente nelle Alpi centrali ed orientali, dove questa specie approfitta di condizioni climatiche per essa ideali, soprattutto estive (caldo moderato e precipitazioni regolari nel trimestre estivo), fattori climatici che nei settori alpini orientali appaiono maggiormente distribuiti.

Sulle Alpi è specie tipica dell'orizzonte montano medio e superiore e di quello subalpino inferiore, trovando condizioni climatiche ottimali tra i 1200 e i 1800 m di altitudine, anche se in condizioni particolari può scendere fino a soli 600–800 m di altitudine, come nel Tarvisiano, oppure risalire fino a 2100–2200 m, come in alcune località dell'Alta Valtellina (Bormio).

Il legno di questo peccio ha ottime proprietà di amplificazione del suono e, per questa ragione, viene utilizzato nella costruzione delle tavole armoniche degli strumenti a corda.
Il riferimento generico all'abete rosso va specificato, facendo riferimento preferibilmente all'abete rosso "di risonanza", così chiamato per le sue caratteristiche acustiche, che risultano ottimali per detti strumenti. Esso è un particolare tipo di abete rosso (spesso designato, commercialmente e in liuteria, col termine "abete maschio"), il cui legno presenta anomalie di accrescimento degli anelli annuali (cosiddette "maschiature") e da secoli viene ricercato dai liutai e costruttori per realizzare la tavola armonica di svariati strumenti musicali a corda, tra i quali strumenti ad arco (violini, viole, violoncelli...) nonché clavicembali, pianoforti, chitarre classiche. La distribuzione di questo "albero che canta" è limitata a poche zone europee.
Si ritiene che numerosi strumenti musicali, anche di illustri liutai dei secoli scorsi, siano stati costruiti con il legname di risonanza della Val di Fiemme e della foresta di Paneveggio in provincia di Trento, nonché della Val Canale e del Tarvisiano in provincia di Udine. Antonio Stradivari, per i suoi straordinari violini, si riforniva presso la Magnifica Comunità di Fiemme. Attualmente, famose case costruttrici di pianoforti da concerto di alta gamma (quali, ad esempio, Bechstein, Blüthner, Fazioli) utilizzano per i loro strumenti tavole armoniche realizzate con abete di risonanza della Val di Fiemme.
Questo albero è, inoltre, riscontrabile solo in alcuni distretti alpini della Germania, mentre è assente in Austria. Recentemente la suddescritta caratteristica negli abeti rossi è stata scoperta anche in Valle di Ledro, sul monte Tremalzo, dove è in atto uno studio più approfondito.

Il Corpo Forestale dello Stato ha condotto un censimento sugli alberi monumentali d'Italia, nel quale viene segnalato un grande abete rosso a Bagni di Mezzo di San Pancrazio: è alto 45 m e ha una circonferenza di 4,8 m.

L'abete rosso, a differenza del larice, è una specie simbionte del fungo porcino (Boletus edulis).

Dalla distillazione della resina dell'abete rosso si ricava la trementina (acquaragia). La stessa resina si usa anche per produrre il nerofumo. Dalla corteccia si estraggono tannini, usati per la concia delle pelli.

Inoltre, l'abete rosso è una delle piante più longeve al mondo. In particolare, un esemplare clonale scoperto in Svezia nel 2004 e datato al carbonio da Leif Kullman, botanico all'università di Umeå in Svezia, avrebbe ben 9550 anni, risultando così l'organismo vivente clonale più anziano del pianeta. È stato battezzato Old Tjikko.

E' un'essenza di grande impiego forestale e tecnico. Il suo legno di ottima qualità, bianco-giallastro, tenero, viene utilizzato soprattutto nel settore edilizio.
Dalla resina si ricava la trementina impiegata nell'industria di vernici e in cosmetica.

E' una specie preziosa per i rimboschimenti, è facilmente coltivabile in vivaio ed attecchisce egregiamente in bosco. Svolge una sensibile azione di regimazione delle precipitazioni, grazie all'acqua intercettata dalla chioma. E' utile, quando piantato a gruppi, per interrompere la continuità del manto nevoso e scongiurare il rischio di valanghe. Viene però travolto facilmente una volta che la massa di neve si è staccata. Vista la produttività media tutt'altro che trascurabile, 500 - 600mc ad ettaro, altezze medie di 30 - 35m, anche dal punto di vista produttivo questa specie riveste un ruolo importante. Per cercare di favorire la rinnovazione naturale, si applicano diversi metodi di taglio. Tuttavia spesso occorrono integrazioni artificiali di piante coltivate in vivaio.
Il taglio a strisce è tipico dell'Austria e del Sud Tirolo, si effettua lungo le linee di massima pendenza, per una larghezza di 40m e lunghezza 80 - 110m, andando ad asportare un'area totale di 0,20 - 0.30 ha.
Nel taglio raso a buche si praticano tagliate dal diametro di 1,5 - 2 volte l'altezza degli alberi.
Il taglio a Fratte è un taglio raso di 1 - 3 ettari di forma rettangolare. Dopo alcuni anni viene effettuata la rinnovazione artificiale. E' stato il metodo tradizionale della Val di Fiemme, oggi non più praticato per motivi estetici, può essere effettua ancora oggi in luoghi di minima rilevanza paesaggistica.

La fondamentale proprietà di questa pianta è quella di alleviare i disturbi delle vie respiratorie. È efficace come anticatarrale e disinfettante delle vie urinarie. Per l'uso esterno si sfruttano le proprietà antisettiche e rubefacenti: le prime ne fanno un efficace deodorante ed antisettico cutaneo; le seconde un ottimo stimolante della circolazione sanguigna valido nei reumatismi.

Per uso interno la medicina popolare utilizzava le gemme in decotto per disturbi respiratori, i rametti e le foglie,sempre in decotto, per disturbi alle vie urinarie e contro i reumatismi.
Le gemme, i rametti e le foglie in decotto,per uso esterno,per attivare la circolazione cutanea, disinfettare e deodorare.

L'olio essenziale è utilizzato per massaggi esterni, contro i dolori reumatici, e per massaggi toracici nelle forme catarrali croniche dell'apparato respiratorio (proprietà secretolitiche ed antisettiche). Il gemmoderivato di Abete bianco è indicato nei ritardi e nei deficit del consolidamento osseo (in caso di rachitismo, fratture ossee e ritardi del loro consolidamento, disturbi della dentizione, carie, paradontosi, osteoporosi giovanile e dell'anziano, carenze alimentari di calcio degli adulti e casi di decalcificazione).
Associazioni e rimedi complementari

Affezioni catarrali dell'apparato respiratorio: associazione di abete con rosa canina nelle rinofaringiti, tracheobronchiti, sinusiti, tonsilliti, adenoidi, otiti  e nei ritardi staturo-ponderali.
Affezioni a livello osseo: con Betulla nei casi di ritardi staturo-ponderali, fratture, osteocondriti giovanili, rachitismo; con Betulla e quercia nei casi di carie dentaria.

L'olio essenziale di abete può essere responsabile di irritazioni cutanee e di bronscospasmo. Possibili reazioni irritative o allergiche locali o sistemiche. Si sconsiglia l'uso per via orale. L'abete risulta controindicato in caso di asma bronchiale e pertosse.

L'unguento di abete rosso completamente naturale contiene vera resina di abete rosso sotto forma di unguento naturale, olio d'oliva estratto a freddo, olio di palma, cera d'api, oli essenziali di eucalipto naturali e un'aggiunta di vitamina E. L'unguento non contiene aromi artificiali, coloranti, conservanti e paraffina.
I preparati a base di resina d'abete rosso vengono usati già da molti anni nella medicina popolare tradizionale per trattare una varietà di lesioni cutanee (ferite), infiammazioni e dolori muscolari e articolari. È scientificamente provato che la resina di abete rosso è dotata di proprietà antibatteriche.
L'unguento è di colore marrone con un odore caratteristico di resina. L'unguento di abete rosso è un prodotto naturale, senza aggiunta di conservanti, coloranti. L'unguento di abete rosso contiene principi attivi con proprietà antinfiammatorie e antibatteriche. Inoltre facilita la riparazione dei tessuti e la guarigione delle ferite.



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sabato 27 giugno 2015

IL PORFIDO ROSSO DI CUASSO AL MONTE



Il porfido rosso è un materiale lapideo utilizzato nell'antichità dagli egiziani e dai Romani che lo chiamavano lapis porphyrites a causa del suo colore rosso porpora.

Si tratta di una roccia ignea effusiva, classificabile tra le andesiti, con tessitura porfirica cioè con cristalli di dimensioni relativamente grandi detti fenocristalli, (visibili ad occhio nudo), immersi in una pasta di fondo microcristallina o vetrosa.

Si tratta di un materiale estremamente duro e difficile da lavorare, estremamente apprezzato per il suo colore. A causa di tale caratteristica cromatica fu usato per opere destinate all'imperatore e alla ristretta cerchia della sua famiglia, essendo il colore rosso porpora associato alla dignità imperiale. Le cave egiziane divennero di proprietà imperiale, difese da un fortino costruito al tempo di Tiberio. Fu utilizzato nella statuaria, nei rivestimenti decorativi (opus sectile) ed anche per elementi architettonici come le colonne.

La tradizione di riservarne l'uso ai soli imperatori, si mantenne nell'Impero bizantino. Per esempio nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli la posizione dell'imperatore alle funzioni è segnalata da un disco rosso di porfido, così come nell'antica e attuale basilica di San Pietro in Vaticano. In porfido sono i sarcofaghi dalla madre di Costantino I (sant'Elena). Dal V secolo il suo colore rosso venne assimilato al culto del corpo di Cristo.

L'importanza del porfido sul piano simbolico continuò anche nel medioevo e molti sovrani emularono la tradizione imperiale romana facendosi seppellire in tombe di porfido come quelle dei re di Sicilia nella cattedrale di Palermo, tra cui il sarcofago di Federico II. Nel secolo XII anche due papi, Innocenzo II e Papa Anastasio IV, vollero tombe di porfido.

Il porfido che già si trovava in piccole pezzature nei pavimenti di epoca tardo antica insieme al porfido verde antico, fu ampiamente reimpiegato nei pavimenti cosmateschi.

Nel Rinascimento fiorentino si riscoprì l'arte dell'intaglio del porfido in particolare per l'opera del fiorentino Francesco del Tadda che realizzò opere utilizzando materiale di spoglio. Sembra che tale competenza sia derivata dalla messa a punto di utensili metallici particolarmente duri, grazie ad una particolare tempra in grado di incidere il durissimo materiale. La sua opera più conosciuta è la statua della Giustizia posta sulla colonna innalzata in piazza Santa Trinita.

Fino al XVIII secolo fu utilizzato solo materiale di spoglio, essendo le cave egiziane ormai non più sfruttate. In seguito furono aperte cave di materiali simili al porfido rosso antico anche in Europa, ad esempio in Russia e Finlandia, da cui proviene la pietra utilizzata per il sarcofago di Napoleone I conservato nella chiesa di Saint-Louis des Invalides a Parigi.

Un particolare tipo di porfido rosso viene estratto e lavorato tutt'oggi nelle cave di Cuasso al Monte in provincia di Varese. Questo materiale venne impiegato già a partire da fine '800 per arredare viali e piazze di Milano e di svariati centri della regione insubrica, nonché come materiale per arte sacra e funeraria.
   
Il panorama di Cuasso al Monte è quello terso delle Prealpi con lo sfondo dei laghi e delle grandi cime inserito nel predominante verde dei monti non ancora granitici con al fianco il celebrato monte San Giorgio patrimonio dell’umanità dal lato svizzero (e si spera presto anche da quello italiano). A mille metri d’altezza qui una volta c’era il mare che ora restituisce grandi quantità di reperti di invertebrati, vegetali, pesci, rettili marini e terrestri risalenti all’inizio dell’Era Mesozoica e più precisamente al periodo Triassico Medio, circa 235 milioni di anni fa. Qui si estrae il porfido di Cuasso noto col nome commerciale di “Porfido Rosso” e scientifico di Granofiro.
Il Porfido Rosso è una roccia magmatica ipoabissale a chimismo sialico composta essenzialmente da K-feldspato, quarzo e in quantità minore da biotite. Il porfido rosso di Cuasso è un materiale unico in Europa per colore, durezza e resistenza agli agenti atmosferici, e queste caratteristiche lo hanno reso leader nel settore delle pavimentazioni naturali. E’ caratterizzato dalla presenza di cavità dovute alla contrazione delle masse magmatiche durante il loro raffreddamento: si tratta delle cosiddette “cavità miaroliche” aventi dimensioni variabili dai pochi mm. fino a 5 cm. di diametro. La superficie interna delle miarole sempre tappezzata da cristalli ben visibili, tra i cui: feldspati potassici (ortoclasio, microclino), quarzo, plagioclasi (albite, oligoclasio) miche (biotite, muscovite), apatite, anfiboli, molibdenite, fluorite, topazio. Più rare sono invece le geodi, cavità di maggiori dimensioni comprese tra i 10 e i 70 cm.

Il peso specifico è pari a 3 Kg/dm3 L’area di affioramento si estende quasi ininterrottamente a ormare una grande fascia dalla sponda occidentale del Lago di Lugano fin oltre al Monte Martica, oltre il confine con il Comune di Brinzio. Le singole masse raggiungono in alcuni punti notevole spessore e mostrano una importante resistenza nei confronti dell’erosione meteorica (un esempio costituito dall’aspra morfologia della “Valle Cavalizza”, ad est del comune di Cuasso, ricca di pareti ripidissime e di speroni). La struttura della roccia porfirica con la presenza di grossi cristalli immersi in una massa di fondo a grana più fine ritenuta il risultato di una solidificazione in due fasi: una lenta dove è avvenuta la cristallizzazione (formazione dei cristalli grossi) ed una successiva più veloce dove la restante parte di roccia fusa non ha avuto il tempo di cristallizzare completamente.

La storia racconta che alla fine dell’ottocento qui operavano diverse cave che estraevano “una pietra vulcanica molto dura dal colore particolare” usate principalmente per realizzare muri di sostegno, divisori e di terrazzamento e masselli stradali, lavorati a mano da abili scalpellini con l’unico ausilio di martello, punta e scalpello. Le cave più importanti a quel tempo erano la Cava Grande, la Cava Maccal, la Cava della Motta nel centro del paese e le Cave Mirabello e Togni nella Valle della Cavalizza.
Intorno al 1910 fu costruita una teleferica che dalla Cava Grande trasportava il materiale a Porto Ceresio, dove veniva caricato sul treno per Varese e Milano. Durante la 1 guerra mondiale, in prossimità delle fortificazioni della “linea Cadorna” in difesa di una possibile invasione austriaca attraverso la Svizzera, furono aperte molte cave per assicurare l’approvvigionamento di materiale per la costruzione e la manutenzione delle opere militari.
Dopo il fermo imposto dalla guerra, i primi lavori nel Capoluogo lombardo attirarono l’interesse per la pietra cuassese di parecchie società stradali infatti nel 1924 la Società Puricelli, che si occupava di estrazione e lavori pubblici, rilevò quasi tutte queste piccole cave e, con l’aiuto di parecchi operai per prima, inizia ad utilizzare impianti pneumatici di perforazione per il taglio dei blocchi più grossi. La produzione di cubetti per la pavimentazione venne avviata dalla fine degli anni ’40 (un cubettista poteva fare anche 1000 cubetti al giorno). E’ in questo periodo che vennero avimentate in porfido le principali strade del varesotto. Alcune cave cambiarono di proprietà. La Cava Grande e la Motta diventarono Cave Corti, mentre la piccola Cava Castello a Cuasso al Piano fu rilevata da Arturo Bonomi. Nello stesso periodo iniziarono ad operare le mecchine gommate ed a sorgere capannoni. Nonostante la maggiore richiesta di materiale, non vi fu però un aumento del numero di cave; si assistette anzi al fenomeno contrario, molte di queste chiusero soprattutto per motivi legati alla scarsità di manodopera che, tendeva a spostarsi verso Milano e la vicina Svizzera. Le poche cave rimaste dovettero così far fronte alla situazione attrezzandosi con i mezzi presenti sul mercato dell’epoca. Giunsero in quegli anni le prime macchine per lo spacco dei cubetti (le cosiddette trance) ed i perforatori, che consentirono un lavoro più rapido e sicuramente meno gravoso all’uomo.
La cava gestita dalla famiglia Bonomi, azienda Associata e' un vero esempio d’ordine e organizzazione attenta al massimo sfruttamento del materiale estratto e ad inserirsi con discrezione nel paesaggio come l’ingresso alberato e lampioni classici ai lati proprio come le ville ottocentesche che preannunciano il vicino lago di Lugano. E’ frutto di un modo di pensare diverso destinato al progettista che viene invitato a vivere personalmente il valore della sua scelta e del racconto ricco e naturale che con essa prosegue Il suo percorso tecnologico si forma in poche centinaia di metri dalla cava dove miccia detonante e perforatori sfruttano la naturale frammentazione del porfido per poi proseguire dopo nel piazzale sottostante dividendosi in diverse linee di produzione con il taglio a disco diamantato per i manufatti (piani, piastrelle, listelli, tozzetti, zoccolini e gradini), lo spacco meccanico per cubetti e cordoli, la lavorazione a mano per l’artistico e la frantumazione per la graniglia utilizzata anche per una linea di manufatti dal legante cementizio di massima resistenza ed alto valore estetico per piani di cucine e bagni. La durezza del materiale conferisce alle superfici una lucidatura brillante e duratura. Lavorazioni più rustiche, come la bocciardatura e la fiammatura, rendono questa pietra ideale per camini, davanzali e scale. L’uso del sasso grezzo invece diffuso per murature tradizionali (modello faccia a vista) o in giardini rocciosi. Il porfido rosso trova oggi larga applicazione in architettura come materiale da rivestimento e finitura di grande effetto per pavimentazioni, pilastri, muri perimetrali e arredo urbano in genere. Il suo inconfondibile colore caldo si inserisce elegantemente in qualsiasi contesto assicurando un gradevole effetto cromatico. Negli ultimi anni il porfido ha assunto una connotazione internazionale in linea con la globalizzazione dei mercati. La pietra di Cuasso viene infatti sportata in Austria, Germania, Olanda, Svizzera oltre che su tutto il territorio italiano.


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lunedì 13 aprile 2015

IL BUE

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Il bue e il toro sono lo stesso animale, ovvero il bovino. Tra i due esiste però una fondamentale differenza: mentre il toro è destinato alla riproduzione, il bue viene castrato e destinato alla macellazione.

Bue e toro sono entrambi bovini.
In particolare, è corretto dire che corrispondono allo stesso animale, il vitello, che una volta superati i quattro anni di vita prende destinazioni differenti.

Il toro è infatti un bovino che, per le proprie caratteristiche di genealogia, struttura fisica e pregiatezza della razza, viene destinato alla riproduzione.

Il bue, al contrario, prende all’interno della mandria una strada diversa: viene infatti castrato, nutrito e allevato per la macellazione. Inoltre, dal momento che la castrazione rende questo animale più docile e mansueto, nell’antichità il bue veniva utilizzato per aiutare l’uomo nello svolgimento di lavori agricoli e di fatica.

Diffuso in tutto il mondo, il bue domestico, derivato dall’estinto uro (Bos primigenius), è un bovino di mole notevole (pesa da 140 a 1300 kg); ha testa breve e larga, con grande sviluppo delle ossa frontali, collo robusto, una giogaia molto sviluppata e coda sottile e lunga. Ne esistono varie razze, classificate secondo le attitudini: da latte, da carne, da lavoro, a duplice o triplice attitudine. Il tipo lattifero ha forma “trapezoidale” (il dorso corrisponde alla base maggiore). Le sue caratteristiche sono testa piccola, collo sottile, scheletro leggero, torace profondo, ventre ampio, arti sottili e mammella ben sviluppata. Il tipo da carne, di forma “a parallelepipedo”, presenta invece ossatura robusta, grandi masse muscolari, testa regolare con collo corto, petto e torace ben sviluppati, arti brevi ma robusti. Collo corto, petto largo, spalle e cosce muscolose e arti brevi e solidi distinguono le razze da lavoro. I tipi misti fondono diverse caratteristiche morfologiche. Il colore del manto è estremamente variabile, a seconda delle razze. I buoi vivono in mandrie dominate da un maschio leader (il toro), l’unico che può procreare. Le femmine diventano sessualmente mature a 10-12 mesi, i maschi tra 9 e 15 mesi. L’età più favorevole per la riproduzione è 15-18 mesi per il maschio e tra i 16-24 mesi per la femmina; la gravidanza dura in media 280 giorni e lo svezzamento 6 mesi.

Il bue domestico (Bos taurus Linnaeus, 1758), conosciuto anche semplicemente come "bue", è una specie di mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia Bovidae.

La femmina del bue domestico, la vacca, viene allevata per trarne il latte, il liquido secreto dalla ghiandola mammaria per l'alimentazione dei cuccioli, molto usato nell'alimentazione umana, sia come bevanda sia come materia prima da cui ricavare formaggio, panna, burro, ricotta e altri derivati del latte.

I vitelli (cioè i maschi entro il primo anno di vita) vengono allevati principalmente per la carne: solo una parte viene infatti lasciata crescere per destinarla alla riproduzione.

Prima della meccanizzazione agricola (e dunque ancora oggi in molte aree del mondo) i buoi, essendo forti come i tori ma molto più mansueti grazie alla castrazione, erano spesso impiegati anche come forza motrice per macchine agricole e mezzi di trasporto.

Dalle deiezioni bovine (letame o liquami) si possono ottenere molti macroelementi e microelementi per la coltivazione dei terreni agricoli, in primis l'azoto, utile per la crescita delle piante.

A cavallo tra XX e XXI secolo, l'allevamento dei bovini è stato messo sotto accusa per l'effetto serra che produce: il biochimismo digestivo bovino (e dei ruminanti in generale) produce infatti metano, gas a effetto serra.

A seconda dell'età il maschio viene indicato come:

balliotto, dalla nascita al compimento della prima settimana di vita
vitello, fino al primo anno di vita
manzo, il castrato dal primo al quarto anno di vita
vitellone, dal primo al quarto anno di vita, se non castrato
bue o bove, il castrato oltre i quattro anni di vita
toro, oltre i quattro anni di vita, se non castrato
A seconda dell'età la femmina viene indicata come:

vitella, fino al primo anno di vita
sorana o manzetta, se non ha ancora partorito ed è di età inferiore ai venti mesi
manza o giovenca o scottona, dal primo al terzo anno di vita
vacca, oltre i tre anni di vita o sotto i tre anni se in stato di gravidanza
Giovenca è la bovina che per la prima volta si trova in stato di gestazione. Scottona è la bovina destinata alla macellazione. Con vacca si indica la bovina che ha figliato almeno una volta. Il bovino femmina comunemente è spesso chiamato col termine mucca, originariamente di area toscana ed emiliana e applicato alle vacche da latte di colore scuro, perlopiù di razze svizzere (Lugano) di dimensioni inferiori a quelle autoctone. È importante notare che mucca in campo zootecnico non è un termine corretto. L'etimologia del termine mucca è sconosciuta: da un termine svizzero o come incrocio di vacca e muggire.

Sembra ormai unanimemente confermato che tutte le razze di buoi domestici del mondo abbiano avuto origine da un unico antenato selvatico, l'uro, diffuso dal tardo Pleistocene al Neolitico dall'Eurasia settentrionale fino al Mediterraneo, al Medio Oriente e all'India, ancora presente in grandi branchi nell'Europa centro-settentrionale ai tempi dei Romani e sopravvissuto fino al secolo XVII, in una mandria di pochi capi, nella foresta di Jaktorow in Polonia, dove conviveva col Bisonte europeo col quale era frequentemente confuso. Tracce della sua domesticazione risalenti al Neolitico antico (circa 9000 anni fa) sono state ritrovate in Grecia, ma raffigurazioni di bovini diversi dall'uro dello stesso periodo, probabilmente riferite a esemplari domestici, sono state rinvenute anche in Africa, e ciò potrebbe significare che l'uro è stato addomesticato indipendentemente a partire da due diverse popolazioni, una europea e una nordafricana. Del resto si sa anche che un terzo ceppo di uri ha dato parallelamente origine in India al bestiame zebuino, che può incrociarsi con i bovini di razze "taurine" generando prole fertile all'infinito. La maggior parte delle razze odierne hanno avuto origine per selezione artificiale esaltando una delle qualità di questi animali (attitudine a produrre latte, carne o forza lavoro) o tutte e tre insieme; esistono inoltre oggi razze, come la Piemontese, derivanti dall'incrocio in tempi antichi di un ceppo taurino con uno zebuino.

Nonostante la selezione artificiale abbia in diversi casi portato a razze molto differenti l'una dall'altra, la struttura anatomica di fondo del bovino domestico, ereditata dall'uro, è sempre la stessa.

I bovini possiedono uno scheletro forte e massiccio, con estremità brevi, specie se paragonate a quelle di altri esponenti della famiglia dei Bovidi quali antilopi, gazzelle e camosci: ciò, unitamente alle grandi dimensioni e alla presenza di corna, fa sì che la strategia di difesa di questi erbivori sia basata più sul contrasto attivo che sulla fuga. La cassa toracica è ampia, leggermente inclinata verso il basso e formata da 12 paia di costole, caratteristica che differenzia il bovino domestico, per esempio, dai bisonti che ne possiedono invece 14 paia. La colonna vertebrale è inclinata verso il basso, con il bacino più alto delle scapole, tuttavia l'animale sembra avere un profilo dorsale rettilineo per via dell'enorme sviluppo dei processi spinosi delle vertebre toraciche, caratteristica, questa, comune a tutti i Bovini e ancor più accentuata in specie selvatiche quali il bisonte o il gaur.

Come la maggior parte degli Artiodattili, il bue ha arti parassonici e quattro dita sia nella mano che nel piede - il primo dito, corrispondente al nostro pollice, è andato perduto nel corso dell'evoluzione - con l'asse portante che passa tra il terzo e il quarto dito, gli unici che toccano terra, mentre i due rimanenti sono ridotti a "speroni", rivolti all'indietro e utili soltanto per non sprofondare in terreni fangosi o nella neve, allargando la superficie di appoggio.

Il cranio è molto caratteristico sia per le orbite tipicamente sporgenti, particolarmente accentuate nei tori (caratteristica, questa, che insieme alla potente muscolatura orbicolare che le ricopre conferisce loro il tipico aspetto "accigliato"), sia per lo sviluppo, enorme in certe razze e comunque sempre notevole, dei frontali, sviluppati all'indietro oltre l'occipite e, nei maschi, anche fortemente allargati. Il forte sviluppo dei frontali permane anche nelle razze acorni.

Le ossa frontali sostengono le corna, presenti, nelle razze che ne sono provviste, in entrambi i sessi; queste strutture sono costituite da un robusto spuntone osseo (cavicchio) coperto da un astuccio di cheratina, che nelle razze dotate di difese particolarmente lunghe può, con l'età, lesionarsi sulla punta, assumendo un aspetto "sfibrato". Le corna dei tori sono generalmente più tozze e massicce di quelle delle vacche, anche se non necessariamente più lunghe; quelle delle femmine inoltre hanno spesso, come anche nell'uro, una curvatura più accentuata. Le corna dei buoi, per effetto della castrazione, sono più simili a quelle delle vacche che a quelle dei tori.

Al pari della maggior parte dei Mammiferi, il bovino domestico è difiodonte ed eterodonte. La formula dentaria decidua è 2 (DI 0/4, DC 0/0, DPM 3/3) = 20 denti, mentre quella definitiva è 2 (I 0/4, C 0/0, PM 3/3, M 3/3) = 32 denti. In entrambe le dentature mancano gli incisivi superiori, in quanto l'osso mascellare manca, in quella zona, degli alveoli dentari, sostituiti da una struttura piatta e dura chiamata cuscinetto dentale. Anche i canini mancano; al loro posto c'è un largo diastema oltre il quale sono situati i mascellari, nei quali la distinzione tra premolari e molari è debole, come nella maggior parte dei Mammiferi erbivori. I mascellari presentano numerose creste trasversali, utili alla triturazione del cibo durante la ruminazione.

Il bue domestico, essendo un ruminante, è dotato di tre prestomaci di origine esofagea (reticolo, rumine e omaso) e uno stomaco ghiandolare (abomaso), ognuno adibito a una specifica fase della funzione digestiva.

Se paragonata a quella della maggior parte degli altri Bovidi, come le pecore e le antilopi, la muscolatura del bovino domestico è più robusta, adatta maggiormente a sforzi intensi di breve durata piuttosto che a sforzi continui e prolungati; ciò è un retaggio della strategia difensiva del suo antenato selvatico, l'uro, che tipicamente preferiva affrontare i predatori con brevi cariche piuttosto che darsi alla fuga. Il notevole sviluppo naturale delle masse muscolari dei bovini ha favorito selezione di razze da carne; in alcune di esse, come la Piemontese, la presenza di una mutazione genetica nota come "groppa doppia" o "di cavallo" garantisce una produzione di carne ancora maggiore nei quarti posteriori.

La muscolatura è inoltre un aspetto determinante nel dimorfismo sessuale del bovino domestico: la muscolatura del collo dei tori presenta infatti, rispetto a quella delle femmine, una crescita molto maggiore, sviluppandosi nell'adulto in una massa compatta e convessa che si estende tra la nuca e il garrese, formata dai muscoli trapezio, sopraspinato e parte del grande dorsale (il proverbiale "collo taurino"); tale caratteristica, che costituisce un carattere sessuale secondario, è invece assente nei buoi, per effetto della castrazione.

L'usanza di attirare i tori con un drappo rosso nelle corride ha diffuso da lungo tempo la credenza che tale colore scateni nei bovini reazioni aggressive. Da alcuni decenni tuttavia molte fonti, tra cui anche riviste scientifiche, hanno evidenziato al contrario come gli occhi di questi animali siano incapaci di distinguere qualsiasi tipo di colore per via della mancanza dei coni nella retina, il che conferirebbe loro una vista "in bianco e nero".

Entrambe le versioni sono in realtà errate: se da un lato è vero che non basta la vista del colore a scatenare la reazione aggressiva (il toro spagnolo è infatti aggressivo per selezione, e questa caratteristica è esaltata durante la corrida dall'ambiente estraneo e dalle ferite che gli vengono inferte), è altrettanto vero che il rosso è uno dei pochi colori che i bovini riescono a distinguere. Un colore caldo e vivace come il rosso, il giallo e l'arancio, seppur non sufficiente a scatenare l'aggressività, può essere percepito negativamente dal bovino, tanto che viene sconsigliato agli allevatori di indossare abiti di queste tonalità durante il lavoro con gli animali.

Le femmine vengono generalmente fecondate a 15 mesi se di razze da latte, qualche mese dopo se da carne; dopo nove mesi di gravidanza, nasce il primo vitello e inizia la prima lattazione (produzione di latte) che dura circa 10 mesi. A tre mesi dal parto circa vengono fecondate, dopo altri sette sono messe "in asciutta" (assenza di lattazione) per ricostruire riserve corporee; dopo altri due mesi avviene il parto successivo. Si punta ad avere un vitello l'anno, una lattazione di 305 giorni con una fase di "asciutta" di 60 giorni circa.

Oltre che per la produzione di carne e di latte i bovini sono utilizzati dove non si è ancora diffuso l'uso esclusivo di macchine agricole per le fasi meccaniche della lavorazione del terreno, come il dissodamento e l'aratura.

In alcune parti del mondo il bovino, e in particolare il maschio adulto non castrato (toro), è utilizzato in spettacoli circensi o in altre manifestazioni tradizionali come la corrida, l'encierro o il rodeo. Tali manifestazioni incontrano spesso l'opposizione degli animalisti, specie quelle di natura più cruenta come la tauromachia.


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domenica 29 marzo 2015

IL GILIO ROSSO



Il giglio rosso o giglio di san Giovanni (Lilium bulbiferum o Lilium croceum) è una pianta della famiglia delle Liliaceae.

Viene anche chiamato giglio di san Giovanni perché fiorisce a fine giugno (il 24 giugno è san Giovanni).La varietà arancio/rossa del fiore, è stata associata a San Giovanni, in quanto, ricorderebbe oltre al colore del Sole che “viene ucciso” e inizia la sua discesa dopo il solstizio d’estate, anche il capo mozzo insanguinato del Battista.
Fiore sacro a Mercurio e alla Luna, può essere bruciato per stimolare la creatività, l’ottimismo e la gioia di vivere, o contro la solitudine. Per propiziare la fertilità, fate un infuso con 7 fiori di giglio, una manciata di chicchi di riso e di melagrana, in un litro d’acqua; dopo aver portato ad ebollizione, filtrare e aggiungete all’acqua del bagno.
Sognare un giglio significa nobiltà d’animo ma allo stesso tempo indica la necessità di fare chiarezza nella propria vita, il bisogno di trovare pace e tranquillità. Vederne molti, porta fortuna e vuol dire che godiamo della fiducia e del rispetto delle persone che ci circondano; ma se li tagliamo allora è segno che si sta abusando del proprio potere. In generale, sono di buon auspicio per gli affari e l’evoluzione spirituale.
Nei Tarocchi di Waite, questo fiore compare nel Bagatto, nella Temperanza e nei denari a simboleggiare purezza, innocenza, l’inizio e l’abbondanza. Indica anche la libertà di essere se stessi, oltre i condizionamenti altrui, buona salute e guadagni. A seconda delle altre carte, può rivelare lo sviluppo di una nuova relazione o una gravidanza.

Il giglio di San Giovanni compare, con un’inattesa fiammata di colore, fra i prati di montagna, nei pascoli abbandonati e sui versanti dirupati dove si accumula terreno di risulta, sassoso e ben drenato, reso caldo dal sole estivo. È un fiore protetto e non deve essere raccolto in alcun modo, come fiore o come bulbo. Pianta longeva si ripresenta con puntualità nei soliti luoghi e, in condizioni ottimali, tende a formare piccole colonie dove le piante distano generalmente da uno a pochi metri una dall’altra. Noto anche come giglio rosso, anche se rosso non è, ma è piuttosto arancione, qualche volta diventa così chiaro da sembrare giallo.

Lilium bulbiferum, indicato talvolta nei testi come Lilium bulbiferum var. croceum, è pianta erbacea perenne bulbosa, diffusa in tutta l’Europa centrale, s’incontra spontanea nella fascia altimetrica compresa fra i 500 ed i 1900 metri, anche se talune colonie, ubicate in luoghi riparati e ben esposti, si spingono fino ad un’altezza di 2400 m. s.l.m. Sempre in luoghi caldi e assolati, preferibilmente in terreni calcarei, ben drenati. Nei terreni di risulta sulle pendici dirupate o ai piedi di queste, fiorisce con un certo anticipo ed esaurisce il suo ciclo vitale prima dell’arrivo del caldo estivo e del periodo siccitoso, entrando in un periodo di quiescenza che dura sino alla primavera successiva. Nei prati con terreni ricchi e freschi fiorisce quando l’erba è già alta e, anche a fioritura terminata, mantiene le foglie verdi ancora a lungo.

L’altezza della vegetazione circostante con cui deve competere per la luce influenza quella dello stelo, compresa fra i 30 e gli 80 cm. Gli esemplari coltivati in giardino possono raggiungere e superare il metro, presentano fiori più chiari della forma spontanea, di diametro superiore ai 10 cm, portati sette-otto per singolo stelo.

Le foglie che crescono lungo lo stelo sono sparse, alterne, di forma lanceolata e con nervature parallele abbastanza evidenti. Il colore verde cupo permette di distinguerle dall’erba dei prati anche quando la pianta non è in fiore. Sono lanose nella pagina inferiore. Le dimensioni si riducono progressivamente lungo lo stelo, quelle alla base sono picciolate. Nelle piante mature e vigorose, in annate favorevoli, all’altezza dell’ascella delle foglie poste lungo lo stelo, prossime al fiore, si sviluppa un piccolo bulbillo di colore verde o nero.

Il bulbo misura circa 1,5 cm, piccolo se paragonato a tulipani e narcisi, a sezione triangolare e con squame appuntite candide. Per superare il freddo dell’inverno si trova ad una profondità di 10-15 cm.

Il fiore può essere solitario, ma una sola pianta può arrivare a produrne anche cinque. Si compone di sei elementi: tre tepali esterni ellittici ed acuminati e tre interni subspatolati. Gli stami eretti sono in numero di sei, le antere sono grigie, l’ovario è cilindrico, lo stilo è aranciato e lo stimma violetto. Il fiore è ermafrodito, ma l’impollinazione avviene grazie alle api e ad altri insetti pronubi. Non è profumato.

Il colore è arancione, variando da toni molto chiari a tinte più cariche, minutamente punteggiati di nero. La fioritura, nelle stazioni meglio esposte, inizia a maggio.

Al fiore succede una capsula ovoide che contiene più semi, matura già nel mese di agosto, ma più spesso in settembre.

Per la riproduzione si utilizzano i semi, raccolti solo dopo l’ingiallimento di tutte le foglie della pianta, e piantandoli in vasi singoli o ad una distanza di poco superiore ai 10 cm uno dall’altro. Possono poi essere messi a dimora in piena terra non prima di tre anni di coltivazione. I tempi di attesa per salire a fiore sono di tre anni. Le colonie che non riescono a rinnovarsi nell’arco di quattro anni sono spesso destinate ad esaurirsi. Altri bulbilli possono essere prodotti dalla porzione sotterranea di fusto caratterizzata dalla capacità di produrre radici.

In giardino può essere posto negli stessi spazi delle bulbose invernali, al posto di muscari o tulipani perché i bulbi si pongono ad una profondità maggiore e possono convivere senza darsi fastidio, rinnovando, anzi, vegetazione e fioritura. Il segreto della loro coltivazione si basa sul giusto tipo di terreno, sempre ben drenato, sull’esposizione, in sole pieno con terreno caldo, e sulla profondità dei bulbi che deve garantire un terreno fresco e umido nel periodo di vegetazione della pianta. La profondità del bulbo, 15 cm, si misura non dal fondo della buca di deposizione, ma dalla punta dell’apice del bulbo.

Per favorirne la crescita non lasciarsi prendere dalla tentazione di letamare con generosità il terreno d’impianto o usare concimi organici freschi, ma preferire sempre terricciati prodotti a partire da materiale vecchio, senza forti fermentazioni in corso (almeno 24-36 mesi). In terreni carenti è meglio utilizzare un prodotto liquido per piante da fiore diluito nell’acqua di bagnatura.

Il Giglio di San Giovanni è una pianta protetta e non deve essere raccolto in alcun modo, come fiore o come bulbo.

Una leggenda tramandava che inizialmente i gigli fossero gialli finché un giorno la Vergine Maria si chinò a raccoglierne uno che, al suo tocco, immediatamente cambiò colore e diventò bianco candido. Del fiore del giglio rosso del Caucaso si narrava invece che fosse bianco puro in origine ma, di colpo, avesse mutato colore e avesse chinato il capo arrossendo dalla vergogna quando Cristo gli si era fermato davanti guardandolo con sorpresa e imbarazzo nel giardino del Getsemani: aveva peccato di presunzione e di orgoglio non inchinandosi a Lui in segno di riverenza, come tutti i suoi simili, proprio per farsi notare per la bellezza straordinaria e per l’intenso profumo.
Il Lilium fu citato al primo posto in un elenco di 73 piante ritenute utili per le proprietà medicamentose in un ordine proclamato da Carlo Magno per i palazzi imperiali nell’anno 812. I contadini ponevano i fiori freschi di giglio sotto spirito per ottenere una lozione efficace contro le contusioni. Si preparavano anche delle acque distillate non profumate, visto che non si riusciva ad estrarre dal giglio l’olio essenziale dalla fragranza di mandorle.
Il bulbo inodore era impiegato per le proprietà assai emollienti e moderatamente astringenti: allo stato fresco risultava vantaggioso in caso di edemi; bollito in acqua o latte veniva utilizzato ad uso esterno come cataplasma emolliente su infiammazioni e ulcere; era l’ingrediente principale di unguenti disinfiammanti e di antidolorifici da applicare su scottature, ustioni e callosità, ma anche in caso di tendini contratti. L’infusione ottenuta dalla radice del giglio bianco nel vino veniva data da bere per qualche giorno di seguito agli appestati.
I bulbi freschi di diverse varietà di giglio sono rimasti nella tradizione culinaria orientale: una volta cucinati assumono un sapore dolciastro che risulta molto gradito soprattutto tra i cinesi e i giapponesi.


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domenica 15 marzo 2015

IL GAMBERO DELLA LOUISIANA

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Il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii Girard, 1852) è una specie di gambero d'acqua dolce.

Il Procambarus clarkii, come l'affine Procambarus alleni è originario delle aree palustri e fluviali degli Stati Uniti centro-meridionali e del Messico nord-orientale.

A causa della prelibatezza delle sue carni (se allevato in acque pulite), delle discrete dimensioni che è in grado di raggiungere (supera spesso i 12,5 cm di lunghezza), della velocità di accrescimento e della sua prolificità è stato importato a scopo di allevamento nelle acquicolture di numerosissimi paesi ed è attualmente considerato il gambero di fiume più diffuso al mondo in quanto si conoscono sue popolazioni acclimatatesi praticamente in ogni continente ad eccezione di Australia e Antartide.

In Italia, fu importato in Toscana dalla Louisiana da un'azienda di Massarosa, vicino al Lago di Massaciuccoli, per un tentativo di commercializzazione. Si è poi diffuso, dopo esser sfuggito al controllo degli allevamenti di chi lo aveva importato, in quasi tutta l'Italia centrosettentrionale e in Sardegna.

Gli individui adulti assumono una caratteristica colorazione bruno-rossa (durante la loro fase sessualmente attiva) che li rende facilmente riconoscibili.

I giovani hanno invece una colorazione grigioverdastra che, ad una superficiale osservazione, li rende piuttosto simili al gambero di fiume italiano (Austropotamobius italicus e Austropotamobius pallipes).

Per distinguere i gamberi di fiume europei da quelli americani con certezza bisogna infatti osservare la base delle chele dove le specie americane presentano una piccola spina, a differenza delle specie nostrane che ne sono prive.

Grazie alla sua notevole capacità di adattarsi a svariati tipi di habitat acquatici diversi, spesso anche notevolmente inquinati, e alle sue caratteristiche ecologiche che gli consentono di colonizzare e proliferare in poco tempo negli ambienti nuovi dove si viene a trovare, il gambero rosso della Louisiana è sfuggito da molti allevamenti cominciando ad espandersi nelle aree circostanti. Nel corso degli anni inoltre è stato spesso oggetto di più o meno consapevoli introduzioni in natura che hanno contribuito notevolmente ad ampliarne l'areale.

Questo fatto, all'apparenza positivo, è in realtà estremamente deleterio per gli ambienti acquatici in quanto questa specie è onnivora e molto vorace: la sua diffusione in rogge, torrenti o stagni provoca quindi un notevole danno per l'equilibrio di questi habitat, mangiando uova di pesci, di anfibi (rane e salamandre su tutti) e di insetti acquatici, e poi, finiti questi, le specie vegetali presenti (alghe, piante acquatiche), rischiando di annullare la biodiversità. Addirittura è in grado di resistere e respirare fuori dall'acqua per alcune ore e raggiungere le eventuali coltivazioni poste attorno ai corsi d'acqua, provocando la distruzione di discrete quantità di raccolto. Scava anche profonde tane (fino a 1,5 m) rischiando di indebolire gli argini di fiumi e torrenti. Essendo poi originario di zone calde, sopporta elevate temperature, come 40-50 °C

In Italia ed in Europa rappresenta poi una gravissima minaccia per i sempre più rari gamberi nostrani in quanto, oltre a competere meglio dal punto di vista ecologico, è portatore sano di alcune gravi malattie, tra cui la famigerata “peste del gambero” (Aphanomyces astaci), che non lasciano scampo alle nostre specie. Queste caratteristiche gli hanno valso il nome di “gambero killer” con il quale è noto nelle regioni centro-settentrionali d'Italia dove la sua espansione è cominciata soprattutto a partire dagli anni '90, partendo da un allevamento in Toscana nel lago di Massaciuccoli, come documentato dalla studiosa fiorentina di questa specie aliena Francesca Gherardi.

Questa specie riveste anche un discreto interesse acquariofilo, le dimensioni contenute i colori forti e la sua grande adattabilità lo rendono un gambero di facile allevamento anche per il neofita a patto che sia ospitato in vasche a bassa densità demografica (1 gambero ogni 40 litri). Nei negozi è possibile trovare diverse varietà selezionate proprio per questo scopo dei più svariati colori :rosso, blu, arancione, bianca e ghost (colore bianco intervallato al colore dell'animale) Essendo onnivoro si può alimentare questo gambero con verdure, frutta, pesce, mangime per pesci da fondo, lombrichi, molluschi, etc (il tutto non deve mai essere condito per preservare la salute dell'animale). L'abbinamento coi pesci è sconsigliato, ma è possibile abbinarlo senza avere perdite a pesci piccoli, veloci e di superficie, ottimi gli ovovivipari come gli endler, i molly, i platy e i portaspada (non i guppy che sono impediti dalle lunghe code nel nuoto). La convivenza del gambero in acquario con le piante e spesso impossibile dato che spesso capita che le mangi o le sradichi. In acquario è possibile che avvenga con facilità la riproduzione, i piccoli possono essere cresciuti in vasche separate o assieme ai genitori alimentati con lo stesso tipo di cibo degli adulti ma in pezzi più piccoli. Il gambero se affamato o in vasche particolarmente sovrappopolate può capitare che manifesti comportamenti cannibali attaccando i propri simili, è bene dunque alimentare con cura e costanza questi animali. La vasca ideale richiede dei nascondigli che gli permettando di rintanarsi dopo il cambio pelle in modo che possa indurire la nuova corazza senza essere disturbato.



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martedì 10 marzo 2015

AIRONE ROSSO

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L'airone rosso (Ardea purpurea Linnaeus, 1766) è una specie di uccello della famiglia delle Ardeidae.

È piuttosto grande, con anche 1,50 m di apertura alare. Ha una taglia di 78–90 cm e può pesare anche 1400 g. È leggermente più piccolo dell'airone cenerino. Ha un lungo collo marrone a forma di S con una striscia nera; la sommità del capo è nera. Sulle ali presenta delle macchie color bruno. Durante il periodo del corteggiamento acquista un piumaggio molto più attraente, specialmente sul collo.

Diffuso in Eurasia, Africa ed Indonesia; diffuso anche in Italia soprattutto nella Pianura padana. Frequenta laghi di acqua dolce, costeggiati da canneti.

Si nutre di pesci, anfibi e insetti (larve e adulti). Di solito è attivo al tramonto e all'alba. Si può nutrire anche di crostacei o molluschi e occasionalmente mangia piccoli mammiferi, serpenti e lucertole. Può vivere anche più di 20 anni.

Nidifica in piccole gruppi, generalmente composte da due o tre coppie a volte insieme anche ad altre specie (come l'airone cenerino, la sgarza ciuffetto, l'airone bianco maggiore o la nitticora) verso la fine di aprile e l'inizio di maggio.
I nidi sono costruiti solitamente nei canneti o tra altre piante tipiche delle zone umide, generalmente a 0.5 – 1 m dall'acqua, ma possono essere anche sugli alberi a 25 m. da terra. Sono costruiti con canne o rametti di albero. Depone 4-5 uova azzurre - verdi macchiate di bianco. Dopo circa un mese si schiudono, e i piccoli impiegano 45 - 50 giorni prima di iniziare a volare. Entrambi i genitori si prendono cura dei piccoli almeno fino a quando non hanno imparato a volare.

È specie protetta ai sensi della legge 157/92. La minaccia principale è la distruzione dei canneti.


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lunedì 9 marzo 2015

SCOIATTOLO ROSSO

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Lo scoiattolo comune è lungo circa 25 cm senza la coda; questa è lunga da 15 a 20 cm. Il peso va da 250 a 340 g. Non c'è dimorfismo sessuale tra maschio e femmina, che presentano le stesse dimensioni. Si pensa che una coda così lunga sia utile allo scoiattolo nel balzare da un albero all'altro e nel correre lungo i rami, assicurandone l'equilibrio. Potrebbe inoltre avere una funzione termica, contribuendo a mantenere il calore del corpo durante il sonno. Durante le fasi di corteggiamento la coda serve come segnale ottico e viene sollevata e agitata in modo del tutto particolare. La colorazione del mantello è molto variabile e va dal marrone rossiccio al marrone scuro; queste diverse tonalità sembrano essere determinate da vari fattori legati al clima, alla copertura vegetale, all'alimentazione, oltre che da fattori di tipo genetico. La parte inferiore del corpo è sempre bianca. Le zampe posteriori, più lunghe di quelle anteriori permettono all'animale di muoversi con molta agilità sul terreno, mentre le forti unghie e i cuscinetti plantari gli consentono di arrampicarsi con sorprendente abilità sugli alberi. Lo scoiattolo comune, come la maggior parte degli scoiattoli arboricoli, possiede artigli aguzzi e curvi tali da consentire l'arrampicata sugli alberi, anche sui rami strapiombanti.

È autoctono dell'Europa ma lo si può trovare frequentemente in tutta l'Eurasia sino alla Corea e al Giappone. In Gran Bretagna, ma anche in Italia, la specie è in netto declino, a causa dell'introduzione dello scoiattolo grigio nord-americano (Sciurus carolinensis).

In Italia è presente in buona parte del territorio; è assente nella bassa Pianura Padana, nel versante adriatico (Gargano escluso), nella zona di Piombino, in alcune zone calabresi e nelle isole. In Valle d'Aosta lo si può trovare sino al limite superiore della vegetazione. In Piemonte la sua sopravvivenza è messa in grave pericolo da una popolazione di una specie aliena, introdotta accidentalmente nel 1948, lo scoiattolo grigio. Questa popolazione si sta espandendo rapidamente e vi è il rischio concreto che possa dilagare nell'Italia settentrionale e anche in quella centrale.

Lo scoiattolo frequenta sia le foreste di conifere sia quelle di latifoglie.

Lo scoiattolo comune è un roditore, onnivoro, che vive prevalentemente sugli alberi.

L'animale rimane attivo anche durante la stagione invernale; solo in caso di consistenti e prolungate nevicate si rifugia nel proprio nido per più giorni consecutivi.

Emette brontolii e grida acute.

L'accoppiamento può avvenire nel tardo inverno di febbraio-marzo ed in estate tra giugno e luglio. La femmina può avere fino a 2 gravidanze l'anno. Ciascuna figliata dà alla luce 3-4 piccoli di solito, ma possono essere partoriti anche sei piccoli. La gestazione dura 38-39 giorni. I giovani non sono autosufficienti, sono ciechi, sordi e pesano tra 10 e 15 g. Soltanto la madre si occupa di loro. Il corpo dei piccoli si ricopre di peli al 21esimo giorno di vita, mentre acquisiscono la vista dopo tre o quattro settimane. Lo sviluppo dei denti si completa dopo 42 giorni. Il giovane scoiattolo può mangiare cibi solidi una quarantina di giorni dopo la nascita; a questo punto può lasciare il nido per procurarsi il cibo da solo, anche se la madre continuerà ad allattarlo fino allo svezzamento completo, intorno alle venti settimane.
Durante l'accoppiamento i maschi individuano le femmine in calore dall'odore che queste emettono. Anche se non c'è un corteggiamento vero e proprio, il maschio insegue la femmina anche per un'ora prima di riuscire ad accoppiarsi. Solitamente più maschi inseguono una sola femmina, finché il maschio dominante, in genere il più grosso, riesce a conquistarla. Maschi e femmine si accoppiano più volte e con diversi partner. Le femmine devono raggiungere una massa corporea minima per essere feconde e quelle più pesanti danno mediamente alla luce più piccoli. Se il cibo è scarso la riproduzione viene ritardata. Le femmine raggiungono la maturità sessuale al secondo anno.

Lo scoiattolo comune vive in media tre anni; alcuni individui raggiungono i sette anni, mentre in cattività anche dieci. La sopravvivenza è legata alla disponibilità di semi di cui nutrirsi durante l'autunno-inverno; dal 75 all'85% dei giovani perisce durante il primo inverno, mentre al secondo inverno la mortalità scende al 50% circa.

Lo scoiattolo non fa parte della mitologia né della favolistica greca o romana. È citato occasionalmente da alcuni autori per la caratteristica curiosa (secondo una credenza popolare) di farsi ombra con la coda nelle giornate assolate; da qui il nome greco σκίουρος (skíouros) (da cui il latino sciurus) che significa letteralmente "che si fa ombra".

Secondo la mitologia norrena lo scoiattolo è sacro a Loki (dio del fuoco e del caos) per via del colore rosso acceso della pelliccia; per lo stesso motivo è anche caro a Thor, rosso di capelli.

Nella simbologia pittorica cristiana del Medioevo lo scoiattolo rappresenta il diavolo, sempre per il colore rosso acceso della pelliccia oltre che per l'agilità e la rapidità.

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