giovedì 19 marzo 2015

L' AMBROSIA

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L'etimologia del nome del genere deriva dal greco “ἀμβροσία” (= ambrosìa), il nome del cibo che dava l'immortalità agli dei, derivato dal greco άμβροτος (àmbrotos), che significa immortale. L'ambrosia attuale non ha nessun effetto di questo tipo e il nome è probabilmente legato al fatto che è una pianta molto resistente, tanto da essere considerata infestante.

Il nome scientifico attualmente accettato (Ambrosia) è stato proposto da Carl von Linné (1707 – 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.

Queste piante possono raggiungere mediamente l'altezza di 1 – 2 metri e formano a seconda dei casi dei cespugli o arbusti. Le forme biologiche delle specie di questo genere (almeno per le specie spontanee europee) possono essere di due tipi a seconda del ciclo biologico delle piante: geofita rizomatosa (G rhiz) per le annuali e terofita scaposa (T scap) per le perenni. Sono inoltre specie monoiche (i fiori maschili e femminili sono separati ma presenti sulla stessa pianta); e in genere le piante si presentano cenerine-villose, ma possono essere anche glabrescenti.

Le radici sono secondarie da rizoma o da fittone.

La parte sotterranea ha un asse che sprofonda verticalmente nel terreno (fittone), oppure forma dei rizomi intricati e striscianti.
La parte aerea del fusto è ascendente, prostrata o decombente, fogliosa e ramosa con diversi racemi (fino a 40). Le diramazioni partono in genere alla base della pianta.
Le foglie lungo il fusto sono disposte in modo opposto quelle inferiori e alternato quelle superiori; sono inoltre picciolate o sessili e divise (bi-pennatifide o palmate). La forma può essere ellittica, filiforme, lanceolata, lineare, obovata, ovata o rombica. I lobi (o segmenti) a loro volta possono essere dentati. I piccioli in certe specie sono alati. La lamina superiore è colorata di verde scuro; mentre quella inferiore è simile ma più chiara (glauca o cenerina).

Le infiorescenze sono composte da diversi capolini raggruppati in lunghi racemi laterali (simili a spighe) e sottesi da brattee congiunte. I capolini sono unisessuali, ossia divisi in capolini maschili (per aborto) a forma globosa e pendula (posizionati nella parte alta del racemo) e capolini femminili (in minoranza e nella parte inferiore del racemo – seminascosti all'ascella delle foglie superiori). La struttura dei capolini è quella tipica delle Asteraceae: un peduncolo sorregge un involucro (a forma campanulata nei capolini femminili) composto da più squame senza appendice e concresciute che fanno da protezione al ricettacolo sul quale s'inseriscono i fiori. Nei capolini maschili l'involucro è formato da 5 – 16 squame disposte su una sola serie, i fiori (da 50 a 60) sono tutti tubulosi; nei capolini femminili l'involucro è formato da 12 – 30 squame disposte su 1 – 8 serie, il fiore (femminile) è unico senza corolla e persistente al frutto. Diametro del capolino: circa 3 mm.

I fiori sono simpetali, attinomorfi(quelli tubulosi); sono inoltre tetra-ciclici (formati cioè da 4 verticilli: calice – corolla – androceo – gineceo) e pentameri (calice e corolla formati da 5 elementi).

I fiori maschili hanno delle corolle tubulari a 5 denti di colore verde-giallastro ma anche bianco-violaceo; mentre quelli femminili sono privi di corolla ed hanno un colore verde-biancastro.
Gli stami sono 5 con dei filamenti liberi; le antere invece sono saldate fra di loro e formano un manicotto che circonda lo stilo. Le antere alla base sono ottuse.
Lo stilo è unico con uno stimma; l'ovario è infero e uniloculare formato da due carpelli concresciuti e contenente un solo ovulo.
I frutti sono degli acheni nerastri spinosi a forma ovoidale o fusiforme con un pappo ridotto o normalmente assente.
L'impollinazione avviene tramite insetti (impollinazione entomogama) oppure tramite il vento (impollinazione anemofila). In effetti durante il periodo dell'antesi queste piante producono una grandissima quantità di granuli pollinici che vengono trasportati dal vento anche a distanze e altezze notevoli (creando non pochi problemi alle persone allergiche!).
La fecondazione avviene tramite l'impollinazione dei fiori (vedi sopra).
Dispersione: i semi vengono dispersi dal vento (disseminazione anemocora) ma anche da animali (disseminazione zoocora), infatti dopo l'impollinazione, il fiore femmina si sviluppa in un ovoide spinoso, con 9-18 spine erette. Contiene un seme con forma a punta di freccia, bruno quando maturo e più piccolo di un grano di frumento. Questo viene diffuso aggrappandosi al pelo o alle piume di animali che passano. I semi inoltre sono un alimento importante d'inverno per molte specie di uccelli.

Questo genere, composto da circa una trentina di specie, è in prevalenza di origine americana. A parte Ambrosia maritima tutte le altre specie spontanee del territorio italiano sono considerate specie esotiche naturalizzate. Sono inoltre erbe infestanti che crescono in prati asciutti e soleggiati, lungo gli argini dei fiumi, sui margini delle strade e in genere nei terreni abbandonati. Globalmente sono diffuse nelle regioni temperate dell'emisfero boreale (America del Nord, ed Eurasia) e del Sudamerica.
Delle 5 specie spontanee della flora italiana solo 2 vivono sull'arco alpino.

È fortemente allergenica, possiede tra i più allergenici di tutti i pollini, ed è la causa principale della rinite allergica. La pianta fiorisce nell'emisfero Nord da circa metà agosto sino all'arrivo di temperature più fredde. Negli ultimi anni la diffusione del polline nella zona della Pianura Padana è seriamente aumentata.

Tra i principali sintomi: rinite e congiuntivite. In casi minori asma e dermatiti. La sintomatologia si manifesta nella seconda metà del mese di agosto e si può prolungare per oltre un mese. I picchi di allergia si hanno nelle ore serali fino alle prime ore del mattino.

La sintomatologia connessa alle reazioni allergiche viene curata con antistaminici. E possibile ricorrere a vaccini in grado di desensibilizzare i soggetti allergici.

Norme regionali impongono lo sfalcio periodico dei terreni infestati da Ambrosia. Tuttavia lo sfalcio è tra le tecniche meno indicate per il controllo della diffusione dell'Ambroisa, mentre è da preferire l'aratura dei terreni e l'uso di diserbanti.

Nella mitologia l'ambrosia (greco: ἀμβροσία) è a volte il cibo o la bevanda degli dèi. La parola deriva dal greco a- (il cosiddetto "alfa privativo") e (μ)βρότος, ου (m)brotos ("mortale", rad. mrot-, cfr. latino mors, mortis) ovvero il cibo o la bevanda che solo gli immortali potevano consumare.

Strettamente correlato con l'ambrosia è il "nettare". Nei poemi omerici il nettare è solitamente la bevanda e l'ambrosia il cibo degli dèi; mentre in Alcmane nettare è il cibo, e in Saffo (frammento 45) e Anassandride ambrosia è la bevanda.

Teti unse l'infante Achille nell'ambrosia e lo immerse nel fuoco per renderlo immortale - una usanza tipica dei Fenici - ma Peleo, atterrito da quello spettacolo, la fermò.

Nell'Iliade, Apollo lavò il sangue rappreso dal cadavere di Sarpedonte e lo unse con l'ambrosia, preparandolo così al suo ritorno nella nativa Licia.
Lo studioso classicista Arthur Woollgar Verrall, tuttavia, negò l'evidenza che il termine greco ambrosios dovesse necessariamente significare immortale, e preferì tradurlo con il significato di "fragrante", significato più appropriato. Se così fosse, questa parola deriverebbe dal termine semitico MBR ("ambra", che quando viene bruciata produce una resina profumata) ed alla quale le popolazioni d'Oriente attribuivano poteri miracolosi.

In Europa l'ambra color miele era già un dono tombale nell'era del Neolitico ed era ancora indossata nel settimo secolo a.C. come talismano da sacerdoti della Frisia, sebbene Sant'Eligio metta in guardia, dicendo che "Nessuna donna dovrebbe avere la presunzione di far ciondolare ambra dal proprio collo".
Wilhelm H. Roscher pensa che sia "nettare" che "ambrosia" identificassero tipi di miele, ed in questo caso il loro potere di conferire immortalità sarebbe da attribuire al supposto potere curativo e purificante del miele stesso, il quale è infatti asettico, ed anche perché l'idromele, miele fermentato, precedette il vino come enteogeno, ovvero sostanza psicoattiva usata in un contesto religioso-sciamanico, nel mondo dell'Egeo antico: la grande divinità venerata a Creta su alcuni resti è apparsa nella forma di un'ape: si comparino Merope e Melissa.

Una delle empietà di Tantalo, secondo il poeta Pindaro, è l'aver offerto ai propri ospiti l'ambrosia degli Immortali, un furto simile a quello commesso da Prometeo, Karl Kerenyi fa notare (in Heroes of Greeks). Circe accenna ad Odisseo che uno stormo di rondini portò l'ambrosia all'Olimpo.

Come conseguenza, la parola ambrosia (al caso neutro plurale nel greco antico), fu usata per chiamare certe festività in onore di Dioniso, probabilmente per la predominanza di banchetti in relazione a queste.

L'ambrosia è collegata all'amrita della cultura hindu, ed è una bevanda che conferisce immortalità agli dèi.

Molti studiosi moderni, tra cui Danny Staples, mettono in relazione l'ambrosia al fungo allucinogeno Amanita muscaria.


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